Pastrengo Agenzia Letteraria

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Diego Rossi - racconto

giorni di lupa

Un racconto di Diego Rossi
Numero di battute: 2495

Fu N* per primo a parlarmi della lupa. L’aveva vissuta da giovanotto a Mazara, dove s’imbarcava su una paranza già stinta allora e più volte ricalafatata. Giungeva inavvertita a frapporsi alla linea di costa, aggravando le manovre d’attracco ai pontili e costringendo gli equipaggi a prolungati stalli. Ormeggiati in quell’acquerugiola fetida che pareva materializzarsi dall’immota superficie marina, i pescatori si lisciavano le barbe inquieti. Taluni lanciavano formidabili «Oooh» alle imbarcazioni che navigavano alla cieca, e delle volte qualcuno suonava la brogna, liberando un lugubre lamento in quel latte d’opale che s’era fatto il crepuscolo. Leggende narravano di barche inghiottite dalla lupa e mai risputate. Nei miseri abituri, le femmine stringevano al seno la prole quando vedevano tornare la tenebra prima dei mariti.

Tempo dopo mi ritrovai a parlare della lupa con F*. Nel suo primitivo paese, un qualche gomitolo di casupole nei pressi di Letojanni, si manifestava talvolta alle porte dell’estate, affiocando la tersa luce ionica: s’abbuiavano allora i volti degli anziani, e i fanciulli per le strade ammutolivano. «Lupa ppi Santu Vitu, pòi chiùdiri u trappìtu» mormoravano le vecchie sgranando i rosari. La lupa invadeva gli oliveti, martoriando le mignole nel momento cruciale della produzione del frutto: gli spettri della fame e della miseria vagavano dunque liberi in quella lattiginosa condanna sorta dal mare.

Ero rapito dai racconti di un mondo che persisteva solo nella memoria dei vecchi. Nel mio mondo fatto d’informazioni e scienza, la lupa era una semplice nebbia da avvezione, un comune fenomeno prodotto dal passaggio di aria umida e calda sopra la superficie fredda del mare.

«Leggende narravano di barche inghiottite dalla lupa e mai risputate.»

Ma la scienza non mi sostenne nel mio primo incontro con la lupa, un mattino che mi arrampicavo per un sentiero sulle alture di Castellammare. Una densa striscia giallastra aleggiava sulla costa e avanzava a sbuffi verso l’entroterra: i paesi del litorale sparivano sotto quella coltre mentre salivo, e ben presto la misteriosa presenza mi fu addosso. Ciò che provai in quei momenti nelle fauci della lupa non posso tradurlo in parole. C’era dentro come un’emanazione, un odore, o forse un ricordo: qualcosa di antico l’abitava. M’arrestai confuso, appiattendomi contro una parete rocciosa, e attesi che la lupa mi scivolasse di dosso. Quando il mondo si rifece normale, la scienza riprese il suo dominio e io tornai a vivere d’informazioni. Ma non ho più parlato con nessuno della lupa.

rossi-diego

Diego Rossi (1977) vive in Toscana. Nel 2009 ha pubblicato la raccolta di poesie Supernove (ArtEventBook). Nel 2016 ha collaborato alla stesura del libro collettivo Repertorio dei matti della città di Livorno (Marcos y Marcos), e un suo racconto è comparso nell’antologia Obtorto Collo (Valigie Rosse). Collabora con il gruppo elettro-acustico Il Ritorno di Carla.

racconto scuderi alice

il buco

Un racconto di Alice Scuderi
Numero di battute: 2500

Quel maledetto dettaglio. Nella devastazione ancora calda, mi era rimasto solo il particolare più silenzioso. Anche se nulla lo era nella stanza che avevo trovato seguendo l’odore.
Salato, acre, oleoso, così forte da annebbiare i sensi.
Eppure la prima cosa che avevo visto era stata il buco.

«Come il buco?» mi aveva chiesto senza celare la stizza il commissario.
Io non sapevo che dire, le parole mi scivolavano via in rivoli fangosi, si perdevano a valle e io ero rimasta con in mano solo un coltello e l’immagine del buco.
Un po’ sfrangiato ai bordi, ma netto proprio lì dove aveva subito più pressioni.

Cosa avrebbero pensato se gli avessi detto che il mio primissimo pensiero, prima che la visione dell’orrore passasse dai miei nervi ottici alla corteccia e poi alla mano, era stato: «Quante volte ti avevo detto di cambiarle?».

«La prima cosa che avevo visto era stata il buco.»

Portava pantaloni di tweed in inverno, camicie che si stirava perfettamente da sola, si faceva la piega ogni mattina, mentre fuori era ancora buio e io l’aspettavo in cucina con il caffè già pronto. E poi il buco. Io lo sapevo che nonostante tutta la faticosa ricerca della perfezione che le avevo insegnato, non eliminava quel particolare dissonante. Non si vedeva, lo sentiva solo lei, un segnale invisibile agli occhi miei e di suo padre, di una sfida che non avevo capito, almeno fino a quel momento.

Dal buco il mio sguardo si era spostato più su, al suo corpo nudo, appoggiato ad altri corpi nudi: il suo quadro preferito di Bosch aveva preso possesso della stanza. Quella surrealtà disturbante mi aveva assalita, io mi ero solo difesa, tagliando, lacerando la tela viva. Il rosso aveva coperto tutto.

Mi voltai, ma ormai era fatta: ciò che pensavo di sapere s’era sciolto, il ventre in cui pensavo di averla cresciuta si raggrinzì all’istante. Il coltello cadde a terra senza fare alcun rumore.

«Si ricorda cosa ha fatto dopo?» La voce del commissario arrivava distorta, come da una radio non sintonizzata.
«Gliel’ho rammendato, cos’altro potevo fare? Lasciare che la trovassero con il calzino bucato?»

Lo avevo sfilato dal piede ancora caldo, non m’importava sporcarlo di sangue. Dovevo sistemare quell’ultima situazione, il resto era già fatto.
Il commissario mi guardava, muto, giocherellava nervoso con un buco che aveva sul colletto della giacca. Provai pena per lui, un altro disadattato.

«Perché?» mi disse solo.
«Quando il buco è troppo grande, non resta che tagliare tutto.» Mi strinsi al ventre il calzino, sembrava nuovo. Sorrisi, mentre mi infilava le manette.

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Alice Scuderi (1985), lombarda di origine e toscana d’adozione, nasce come biologa ma vuole morire come scrittrice. Scrive racconti brevi che ha pubblicato in diverse raccolte edite da Delos Book, finalista in alcuni concorsi letterari nazionali, non è mai apparsa su riviste prestigiose né ha frequentato scuole di grido. Per questo scrive sul sito Donne Difettose, creato insieme a due amiche scrittrici “difettose” come lei.

oldani racconto claudia

piera ciapa ratt

Un racconto di Claudia Oldani
Numero di battute: 2478

«Ti dico che m’ha tirato per la manica» insisteva mia madre. «Qui, l’ho sentito mentre passavamo qui» diceva, indicando la porta della vicina, la Piera, che aveva fatto dello strattone alla manica il suo marchio di fabbrica – di solito per avanzare richieste al malcapitato di turno. Peccato che fosse morta il giorno prima.

Alta, dalla figura torva, la Piera era un’istituzione nel palazzo. In quel bilocale posto proprio vicino ai bagni comuni era arrivata nel ’60; e da lì non si era più spostata, nonostante si lamentasse in continuazione del tran tran sul suo ballatoio e del baccano in cortile.
Il suo “vi buco il pallone” aveva terrorizzato generazioni. Nemmeno io mancavo all’appello: non appena facevo rimbalzare la palla sul cemento, lei si precipitava fuori a lamentarsi. Pareva le impedissi di vedere la televisione; eppure era più il tempo che passava affacciata alla ringhiera, che quello in salotto. Insomma, a me quella vecchia faceva paura, e ora mia madre mi stava informando che il suo fantasma le aveva strattonato la manica. La cosa non mi piaceva.

«Ma va’» le dicevo io, «com’è possibile, ché la Piera è morta ieri?»
«La signora Piera» mi correggeva. «E se ti dico che l’ho sentito, è così»  si impuntava.

«la minga voruu
el lutto sul porton.»

Non c’era stato verso di farle cambiare idea: aveva marciato fino in portineria per chiedere quando si sarebbe tenuto il funerale.
«Eh, ha saputo?» aveva chiesto la portinaia, indaffarata a comporre un numero di telefono, «guardi, meglio, così ne ho una in meno da informare.»
Mia madre non capiva: «Scusi, in che senso?».
«Eh» le rispondeva la portinaia, «la minga voruu el lutto sul porton.»
«Ma la Piera?» chiedeva mia madre, mentre bloccava sul nascere il mio “signora Piera” di correzione con un’occhiataccia.
«Eh, e chi altri? Lee, propri lee! Da anni che dice che quand l’è il sò moment non vuole il lutto sul portone, e adès è tutta la mattina che mi tira scema.»
«Non la seguo» continuava mia madre.
«Mi tira la manica, mi tira!» perdeva la pazienza la portinaia, strattonandosi una manica da sola, mentre con la spalla si teneva la cornetta attaccata all’orecchio. «E adès devo chiamare tutti gli inquilini, vun per vun, a dare la notizia, o quella mica mi lascia in pace.»
Mia madre e io ci guardavamo allibite.
«La me scusa» concludeva la portinaia, chiudendo il vetro della guardiola, «finisco le telefonate.»

Mentre ci allontanavamo dall’androne, senza il coraggio di parlare, la sentivamo che urlava, da sola: «Piera, ma va’ a ciapa’ i ratt!».

racconto oldani claudia

Claudia Oldani (1987) è nata a Milano in una casa di ringhiera, ma vive a Londra in un Victorian Terraced. Ha scritto e scrive per svariate pubblicazioni online, tra cui STREAM! magazine, e segue tutti i progetti editoriali di Foro Studio. Altri suoi racconti sono usciti su Lahar, Squadernauti, inutile, Verde e Abbiamo le Prove.

Agata-Racconto-Piscitelli

agata

Un racconto di Enrico Piscitelli
Numero di battute: 2495

Quando Marcello entra in casa si rende immediatamente conto che la sua vita sta per cambiare, per sempre e irrimediabilmente. Il bilocale periferico con terrazzino, il cespuglio di mirto nato da un piccolo pollone e potato a pallone, i tempi morti a leggere saggi sulle armi dell’Impero Romano o a giocare a FIFA: tutto sta per finire. Così come quella stupida felicità stagnante che abita lì con loro, con Marcello e Maddalena, al quinto piano di via Raviola 12, da tre anni, nelle serate afose di luglio quando Marcello porta il tavolo in terrazza per mangiare all’aria, come nelle notti gelide di gennaio quando Maddalena sta avvinghiata a lui nel loro letto a una piazza e mezza.

È una sensazione netta e precisa, la stessa che provò quando vide per la prima volta Maddalena e capì, subito, tutto. E adesso, di nuovo, la sta guardando e nel suo sguardo trova la stessa morbidezza ruvida dei cuscini imbottiti di lana e il blu trasparente del mare quando fa ancora troppo freddo per fare il bagno. Ma anche qualcosa di nuovo, la paura e la rabbia, e la bocca di lei è aperta ma Marcello non sente i suoni che ne stanno uscendo.

«La sua vita sta per cambiare,
per sempre e irrimediabilmente.»

«Dove cazzo eri?» sta dicendo Maddalena, poggiata con entrambe le mani al muro del minuscolo ingresso del bilocale di via Raviola, mentre per terra è tutto bagnato, mentre Marcello non ha ancora sincronizzato il cervello e i ricettori sensoriali e non è in grado di sentire e di rispondere, di dirle che la pasticceria sotto casa era chiusa e quei bignè con la crema di cioccolato, piccoli piccoli, che a lei non sono mai piaciuti, ma che ora divora di continuo, è dovuto andarli a comprare in centro.

«Dove cazzo stavi? Mi si sono rotte le acque» dice Maddalena, ma non serve perché Marcello ha capito tutto e sa tutto, deve solo ricostruire le coordinate spaziali della propria esistenza e decidere cosa prendere prima, se il borsone per l’ospedale oppure le chiavi della macchina.

Il vassoio delle paste, incartato col fiocco, ce l’ha ancora in mano, sta cercando di capire dove poggiarlo, ma non lo sa perché tutto quello che c’è nel piccolo ingresso – una stampa di Maus appiccicata alla parete, una porta a vetri, un tappeto arancione, lui, lei e tutto quello che è ancora dentro di lei – si sta aggrovigliando e comprimendo, fino a divenire un minuscolo atomo di materia pesante, così denso da trasformarsi in un pensiero. E solo a questo punto Marcello sorride e dice: «Agata, chiamiamola Agata», mentre tutto quello che c’è intorno a lui si sta dissolvendo.

Racconto-Piscitelli-Enrico

Enrico Piscitelli (1975) ha scritto il suo primo racconto nel 2006, per la storica – e defunta – rivista FaM, Frenulo a Mano. In seguito ha pubblicato un romanzo, dei racconti e un piccolo saggio, oltre ad articoli su narrazione, immaginario e fumetti su riviste cartacee e online.

racconto-bay-mirko

la donna delle cartoline

Un racconto di Mirko Bay
Numero di battute: 2487

Aveva conosciuto questa donna australiana in rete, si scambiavano messaggi su messaggi. Feci disattivare internet simulando un guasto del gestore. Mia moglie ci rimase malissimo. Spiegai che avremmo risparmiato parecchio. Lei mi abbracciò. Giorni dopo la trovai attaccata al telefono che parlava con quella. Feci finta di nulla. In capo a un mese il telefono non esisteva più. Mia moglie si intristì. Spiegai del risparmio. Lei mi abbracciò.

Quella donna nel frattempo aveva iniziato a inviare cartoline. Mia moglie era esplosa di gioia: «Guarda!» aveva urlato la prima volta. «Una cartolina!» Questa cosa delle cartoline si era propagata a tal punto che quasi ogni settimana ne arrivava una. Dissi a mia moglie che avrei creato una cassetta delle lettere su misura con su scritto di rosso CARTOLINE dove il postino avrebbe potuto mettere soltanto quelle. Mia moglie era raggiante. Mi abbracciò.

Una volta sì una no sfilavo una cartolina e la stracciavo andando al lavoro. Mia moglie non si accorgeva di nulla. Col tempo avevo iniziato a stracciarne una dopo l’altra fino a pagare il postino cento euro per risolvere del tutto. Mia moglie era entrata in apprensione, a quel punto, non capiva perché la donna non rispondesse più. Le dissi di non preoccuparsi, si sarebbe fatta altri amici di lì a poco.

«Una volta sì una no sfilavo una cartolina e la stracciavo andando al lavoro.»

La donna allora inviò la prima lettera. E mia moglie riprese colore. Nella lettera la donna spiegava di non aver ricevuto più risposta da parte nostra alle molte cartoline che aveva inviato. Mia moglie si infuriò con le poste. «Ci vado io» le dissi. «Sei un angelo» rispose. Con duecento euro risolsi anche con le lettere. Mia moglie si intristì e mi abbracciò più forte del solito, così la rassicurai meglio che potei. Se la prese allora con quella donna, disse che era crudele e che l’avrebbe chiamata col telefono del vicino. Ci vollero altri cento euro al vicino, per risolvere.

Quella donna a un certo punto incominciò a spedire pacchi celeri. Contenevano foto di lei al mare, foto di lei coi ragni, foto di lei con le meduse, foto di lei che camminava verso Ayers Rock, foto di canguri, foto di lei che calpestava deserti. «Hai visto?» dissi. «Come hai fatto?» rispose. E mi abbracciò forte.

Un giorno, in un pacco contenente molti oggetti, un bigliettino scritto a mano recitava più o meno così: la donna australiana era deceduta, l’indirizzo cui spedire le poche cose era il nostro. Mia moglie pianse fortissimo. «Le volevi bene» sussurrò. «Sì» risposi. E scoppiai in lacrime.

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Mirko Bay (1972), toscano, liceo classico. È appassionato di narrativa americana contemporanea. Alcuni suoi racconti sono comparsi su Nazione Indiana, Poetarum Silva, Terre di Mezzo, Crapulaclub. Altri ancora sono in giro per la rete ma probabilmente oramai irreperibili.

racconto-dal-lago-gabriella

per la nostra corona di stelle e di spine

Un racconto di Gabriella Dal Lago
Numero di battute: 2474

La gita al mare non fu programmata con anticipo; la mattina del sabato lui disse: «Elena, andiamo al mare», lei rispose di sì.
Avevano passato la notte nello stesso letto; era maggio, al risveglio i loro corpi sapevano di sonno.

Lui non aveva un’auto: i soldi gli bastavano appena per pagare l’affitto di una stanza. Nonostante le sue divagazioni su un futuro di nomadismo e libertà, era portato per nascita e pigrizia alla sedentarietà. Elena poco tollerava questa abitudine del ragazzo a desiderare cose senza cercare realmente di ottenerle.

Presero il treno delle dieci e venticinque, un regionale veloce che li portò a Savona, dove restarono mezz’ora in stazione attendendo un altro treno, un regionale che li lasciò nel paesino della riviera in cui Giovanni aveva trascorso le vacanze da bambino, in colonia estiva.

«Lui disse: Elena, andiamo al mare, lei rispose di sì.»

Mangiarono due fette di focaccia di Recco a testa; Elena sbrodolò il formaggio sulla camicetta, lui ne rise. La ragazza non lo trovò divertente, e provò una grande delusione. A venticinque anni si chiese se mai avrebbe trovato un uomo capace di giocare con lei, dando per scontato che quell’uomo non sarebbe stato Giovanni.
Il pomeriggio lo trascorsero sulla spiaggia delimitata da paletti azzurri che apparteneva alla colonia di Giovanni; lo stabilimento si chiamava Santa Lucia. A Elena venne in mente la canzone di De Gregori, e Giovanni ammise di non conoscerla. Lei gliela cantò. Litigarono quando lei insistette per fare il bagno in mare, nonostante l’acqua fosse gelida, e lui si ritrasse.

Al ritorno, in treno, entrambi capirono che mai più si sarebbero svegliati nello stesso letto.

Si sarebbero rivisti dieci anni dopo, proprio sulla spiaggia della colonia di Santa Lucia, e avrebbero riso insieme delle suore vestite di bianco che guardavano dalla riva i bambini fare il bagno. Il figlio di Giovanni avrebbe avuto un carattere aspro e selvatico, la figlia di Elena invece sarebbe stata silenziosa e strabica, ma graziosa. «Sai che ho scelto questa colonia pensando a te?», avrebbe ammesso Elena senza imbarazzo, e Giovanni sarebbe stato lusingato di abitare ancora un posto nei ricordi della donna. Non ci sarebbe stato rimpianto tra loro, perché quanto avevano perso non era stato altro che la possibilità di essere felici insieme.

Quel giorno in stazione, però, tutto questo sarebbe stato troppo lontano per essere anche soltanto immaginato.
Si abbracciarono per dirsi addio, e lo fecero con intensità, perché credevano sarebbe stato per sempre.

Del Lago racconto

Gabriella Dal Lago (1992) è nata e vive a Torino. Studia Lettere ed è diplomata
alla Scuola Holden, con la quale collabora per diversi progetti. Per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo gira le scuole del Piemonte a parlare di arte contemporanea e a fare laboratori con bambini e ragazzi.

racconto - piazza giovanna

la montagna

Un racconto di Giovanna Piazza
Numero di battute: 2474

Io so che è salito sulla montagna e non è sceso più.

Mentre suo fratello continuava a parlare di denaro, sua madre insisteva a difenderlo, lui è uscito di casa e ha iniziato a camminare.

Loro lo hanno cercato a lungo e poi creduto morto e infine hanno smesso di cercare. Dalla mia finestra li osservavo agitarsi da una stanza all’altra come se fossero colpevoli, all’erta. Hai fatto? chiedeva la madre più volte al giorno al figlio maggiore, e gli ricordava gli impegni presi. Il fratello di rimando bestemmiava contro ogni resistenza del mondo, guasto o impedimento che fosse.

La mattina presto, appena svegli, capitava che guardassero insieme in direzione della montagna, ma poi portavano altrove lo sguardo, come se sapessero.

È rassicurante la certezza di non essere visti, liberi, ma forse più forte è il desiderio nascosto di essere trovati, liberati, scoperti, pensavo, mentre sottraevo per lui della carne secca dalla cantina di una bottega e sognavo di dire finalmente la verità a qualcuno.

«Io so che è salito sulla montagna e non è sceso più.»

Quando ci incontravamo sulla montagna ero sempre io il primo a parlare, sembrava non interessargli granché la mia presenza, provava gratitudini brevi che svanivano subito dopo un sorriso. E anche quei dolori, che sapevo sentiva osservandogli il corpo malcerto, non li prolungava nei gesti né nei pensieri per chiedere qualcosa in cambio al mondo. Mentre lo guardavo mangiare in silenzio ciò che gli davo, mi pareva non avesse segreti.

Allora gli insegnai a cacciare e a rubare con destrezza agli uomini e alla natura, nei boschi e nelle case di costa la notte: lui mi imitava, ma non mostrava entusiasmo né paura, eseguiva semplicemente ripetendo le azioni e io non avevo mai la certezza che avesse davvero imparato. Sembrava quasi che volesse farmi contento. Eppure temevo che si aspettasse sempre qualcosa in più dalla mia presenza, perciò gli feci vedere come si governa e si sottomette una bestia, perché ero certo che fosse incapace di difendersi e che non riuscisse a sopravvivere senza di me.

Quando un cane nero lo morse, lui non fece nulla, non reagì, aspettando che l’animale smettesse, fui io a doverlo battere con un bastone e a scacciarlo.

Accettava la mia protezione ma non la cercava, sembrava potesse fare a meno di tutto, e non per orgoglio. Capii che non c’era traccia di vendetta nella sua fuga. Era semplicemente stupido e muto e immobile come un paesaggio, talmente inadatto alla vita che il mio disprezzo per lui superava la pietà.

Così me ne tornai a valle.

piazza giovanna pastrengo

Giovanna Piazza (1987) è nata a Pordenone. Alcuni suoi racconti sono apparsi su Verde Rivista, Il Colophon e Il Paradiso degli Orchi. Insieme a Claudio Bagnasco cura il blog letterario Squadernauti.

Racconto - Deninotti Danilo

nella sua luce

Un racconto di Danilo Deninotti
Numero di battute: 2500

È impressionante, vero? L'ho pensato anch'io, la prima volta che sono entrato nella sede del CAI. Avevo la tua età e mio zio si lamentava che un montanaro come me non poteva preferire davvero il mar Ligure. Così, mi aveva accompagnato lì e regalato un paio di scarponi.

Era in un corridoio, al buio, ma faceva luce lo stesso. Hai ragione, non è questo che colpisce un ragazzino. Almeno, non al primo sguardo. Quello che ti colpisce è immaginare di avere tutto quel peso sulle spalle – pennelli, colori, cavalletto, la tela enorme – e salire su, lungo valloni e crestoni.
Quando sono diventato io presidente, l'ho fatto spostare qui nel mio ufficio. Perché la sua storia non poteva restare relegata in un angolo della memoria del club.

Fulvio Basso si era trasferito a Milano, per studiare a Brera. E gli amici, in Accademia, se li era fatti grazie al Nebbiolo portato da Cuneo. E alla montagna. Perché quando, dopo qualche bottiglia, la sua parlata e quelle di Emilio Longoni, Giovanni Segantini e Filippo Carcano caracollavano in dialetti che cercavano dei punti in comune, era sulla bellezza delle cime innevate che convergevano.

Quei quattro sono stati tra i primi alpinisti, sai? E fu Fulvio, dopo un'ascensione in gruppo sulle Retiche, lo sguardo perso nelle lame di colore che bucavano la nebbia più a valle, a proporre di portare la loro pittura lassù.

«Guardalo, il suo Sul ghiacciaio

In poco tempo avevano imparato a dipingere in quota con la facilità con cui io e te stringiamo i lacci degli scarponi e andiamo a funghi. I loro quadri avevano successo, soprattutto tra i collezionisti interessati a una pittura che fosse la rappresentazione oggettiva della realtà. Così, il CAI decise di offrire una medaglia d'oro al miglior dipinto con protagonista l'alta montagna. Era il 1898. Fu allora che Fulvio volle dimostrare di poter creare la luce con il colore.

Guardalo, il suo Sul ghiacciaio. La luminosità del paesaggio, il nitore della neve. La perfezione di quel crepaccio. Allontaniamoci un poco. Ecco, da qui è perfetto. Così reale.

Quel giorno, una volta giunto in vetta, Fulvio costruì una baracca per ripararsi durante le notti. E sul Bernina, credimi, fa un freddo cane. Dopo un mese non era ancora tornato e i suoi amici andarono a cercarlo. Lo trovarono morto assiderato, la capanna distrutta da una slavina. Ma il quadro era intatto. Maestoso. Solo un angolo doveva ancora essere dipinto. Carcano, Segantini e Longoni si caricarono il corpo dell'amico in spalla. E dopo averlo pianto al funerale, conclusero la sua tela.

deninotti racconto danilo

Danilo Deninotti (1980) è nato in provincia di Cuneo e vive a Milano. Sceneggia storie per Topolino e ha scritto due graphic novel: Kurt Cobain – Quando ero un alieno (Edizioni BD 2013, tradotto anche in USA, Canada, Spagna e Brasile, e in corso di traduzione in Francia e Russia) e Wish you were here – Syd Barrett e i Pink Floyd (Edizioni BD, 2015). Per Pagina99 ha pubblicato, insieme a Giorgio Fontana e Lucio Ruvidotti, alcuni reportage a fumetti.


L'immagine in apertura è Neve in Alta Montagna (Alba sul ghiacciaio), olio su tela di Emilio Longoni, esposto alla Pinacoteca di Brera.

micello-sara-racconto

poco

Un racconto di Sara Micello
Numero di battute: 2484

In famiglia a fregarci era la statura.
Foto dopo foto perdevamo centimetri. La nostra ombra era più alta di noi.
Portavamo addosso una corporatura in discesa: mio padre cedeva di millimetri, per via dei capelli caduti; mia madre di decimetri, a causa della spina dorsale rammollita. Io e mia sorella, in posizione eretta, rimpicciolivamo: sguardo basso e bocca all’ingiù.
In un modo o nell’altro, tutti e quattro tendevamo a calare.
Quando le nostre otto spalle combaciarono, immortalammo il momento.

La foto esiste ancora e profuma di muffa. Formato A1, vecchia quanto il rullino rimasto a sviluppare dal fotografo. È chiazzata d’olio, come se mia madre l’avesse presa per carta assorbente in seguito a una frittura di calamari.
Il bordo inferiore ha le rughe, nessuna data scritta, nessuna didascalia. Il retro è giallognolo, con il marchio Kodak PAPER riprodotto all’infinito; alcune lettere sono recise. Un po’ come noi.

«La foto
esiste ancora
e profuma
di muffa.»

Salutiamo l’obiettivo indossando tuta e scarponi da sci. Gli unici colori sono i nostri, il resto è bianco neve: bianca la palma nana in primo piano, bianchi i carrubi sul fondo; bianca la nuca di mio padre, bianche le sopracciglia di mia madre.
Abbiamo busti ridotti, scapole striminzite, siamo un metro e cinquantanove ciascuno.
Sembriamo una famiglia adolescente.

Al lato sinistro, mio padre ha cinquant’anni e un femore marcio. La stazza è da uomo di mare, la mano destra che alza in cielo sta tremando. Il sorriso è a mezzi denti, gli occhiali sono ancora quelli di vetro spesso.
Accanto c’è Mamma, ossatura friabile, anche cedevoli. I seni le profumano di latte, la bocca di nicotina. La pelle è glabra, i polsi cigolano.
Segue mia sorella, la mano sinistra alta alle nuvole, speculare a quella di Padre. Gli scarponi sprofondano nel nevischio sporco. Gli occhi sono cinesi, gli zigomi sanno di lacrime asciutte. Indossa un berretto che le oscura i capelli tinti di viola.
Davanti, al centro, la sottoscritta. Le guance sono piene, la dentatura è sgarbata. In testa un cappello intrecciato a maglia e le mani sudano nei guanti d’una taglia in più.

Mi accorgo solo ora di quanto siamo piccoli.
Mio padre è poco per i pantaloni che indossa e il petto di mia madre non riempie il cappotto sgualcito.
Siamo tozzi, di alto c’era solo la voce.
Urlavamo dalla cucina al letto per dirci Buongiorno e Buonanotte. Ci scambiavamo baci nani, carezze lillipuziane. Gli attimi d’affetto erano brevi quanto noi.

Solo questo posso dire. Eravamo troppo bassi per volerci bene.

sara-micello-racconto

Sara Micello (1992) è nata in Puglia. Si è laureata in Editoria e Pubblicistica e attualmente frequenta il Master in Tecniche della narrazione alla Scuola Holden di Torino. Su Sai Scrivere cura la rubrica Nomi d’autore.

Esposito Nicola racconto

fumo

Un racconto di Nicola Esposito
Numero di battute: 2439

«Riuniamoci, questa mattina, a celebrare il Venerdì santo» dice un prete col microfono, imboccando lo squallido porticato di un complesso condominiale, e incede, in una luce pallida di nebbiolina, e incede, col suo strascico di fedeli.

Poco distanti, due ragazzini li squadrano, nelle facce bambine una vecchia malizia. Uno è secco secco e seduto a cavalcioni d’una motoretta; l’altro, tozzo, sul cofano d’una macchina.
Un bastardo roso dagli stenti si accuccia ai piedi di un pilastro.

«Osanna eh!» intona stonato il prete.
«Osanna eh!» echeggiano i provetti coreuti.

La processione si avvicina ai ragazzini. Quello secco fissa il prete, una diffidenza scura nella smorta magrezza del volto; l’altro trae il cellulare di tasca e vi china la testa. Con un’aria di flaccido sussiego, le braccia allargate e i palmi rivolti in su, il prete avanza salmodiando e, accanto ai ragazzini, dà loro un’occhiata che ha il colore della nebbia e un attimo dopo torna a guardarla, dritto davanti a sé. Come passa oltre, quello tozzo guarda storto la schiena del prete, le maschere tragiche di alcuni fedeli, la mutria di altri e l’incantata confusione di qualche bambino.

«I cieli e la ter...» Il microfono tonfa: il prete incespica nel lembo della talare e cade ginocchioni; e un vecchietto gli afferra di lancio il gomito, una donna fa «uh!» posando la mano sul petto, un’altra raccoglie il microfono e lo porge al prete, che lo prende alzandosi goffo, e lento, e alcuni bambini lo fissano inebetiti, e gli altri fedeli mormorano; mentre il ragazzo secco abbassa la testa e la scuote con un risolino, e l’altro nasconde una risataccia nell’incavo del braccio.

Impettito, un sopracciglio alzato nella faccia paonazza, il prete riprende a incedere.
«I cieli e la terra» dice, «o Signore, sono pieni di te.»

«Ma chi è Osanna?»

Il bastardo squarcia le fauci sbadigliando e si distende su un fianco.
«Ma chi è Osanna?» dice il tozzo al compare, che scrolla le spalle, mentre entrambi osservano la processione che sfuma nella nebbiolina, di là dal porticato, come un ricordo distante.
Poi il primo sfrega indice e pollice vicino al naso, annusando, e dice: «Cos’è ‘sta puzza?»
«Boh. Il fumo?»
«La nebbia?»
«No... Il fumo della chiesa.»
«Il fum... Ah... L’ices… L’insces…»
«Eh. A proposito di fumo, dobbiamo vendere» dice il secco.
L’altro annuisce, una mano intascata a brancicare una bustina di erba, e s’avvia col compare di spalle a un altro, lontano Sono pieni di te, nella luce pallida.

Nicola Esposito

Nicola Esposito (1985) è nato a Bari. Ha pubblicato racconti su Storiebrevi e sulla rivista Alibi. Nel 2009 è uscito il suo libro Quattro chiacchiere (Altromondo).