Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: Ottobre 2023


racconto valeria belardelli

mattonelle

Un racconto di Valeria Belardelli
Numero di battute: 2490

Sotto la schiena, il pavimento era molto più freddo di quanto le fosse mai sembrato sotto ai piedi nudi.

E se non fosse più riuscita a rialzarsi? Sarebbe rimasta lì, mentre le ore passavano e diventava buio, una vecchia nuda su un pavimento di mattonelle verdi. Vecchia. “Anziana” le sembrava una minestra riscaldata, un termine senza forza. “Vecchia”, invece, era una signora che brandiva un bastone e colpiva sulla testa chi le dava fastidio, era un braccio nodoso che apriva senza sforzo la macchinetta del caffè.

Lo odiava, quel verde chiaro delle mattonelle, l’aveva scelto Giuseppe. Lei le avrebbe volute blu notte, ma al negozio delle mattonelle lui l’aveva guardata con quella sua solita espressione gentile e dispiaciuta e, come sempre, non aveva saputo dire di no. Così, per quasi cinquant’anni, aveva visto quel verde chiaro ogni giorno.

Sbadigliò. Chissà che cosa sarebbe successo se si fosse addormentata. Se le fosse successo qualcosa Antonietta sarebbe stata la prima a scoprirlo nella sua chiamata delle otto e quarantacinque. Se non le avesse risposto al telefono si sarebbe presentata lì, insieme a Luigi, se non era già partito per il mare con le bambine.

«E se non fosse
più riuscita
a rialzarsi?»

È vero, non correva alcun rischio di restare lì nuda e di sentirsi male, c’era la telefonata delle otto e quarantacinque di Antonietta. Era quasi un peccato. Le era preclusa anche quell’ebrezza, quel brivido di rischiare. Come era stata tutta la sua vita accanto a Giuseppe. Lui non aveva mai rischiato, mai una volta che fosse andato a più di cento all’ora in autostrada, mentre lei, invece, avrebbe voluto mettere le braccia fuori dal finestrino, sentirle tirare via per il vento e pensare “magari succede qualcosa”. Giuseppe la guardava sempre con i suoi occhi gentili e dispiaciuti e le chiedeva: «Ma che succeda cosa?». Per Giuseppe, qualunque cosa era già qualcosa. Fino alla sua morte, un qualcosa più grande di tutti.

Uno spiffero più freddo entrò dalla finestra. Doveva alzarsi da lì, o sarebbe morta anche lei. E non ci teneva, adesso che aveva un po’ di libertà.

Si appoggiò alla vasca e si tirò su. Senza cadere. Fuori dalla finestra arrivavano rumori di pentole e piatti, e la sigla del telegiornale dall’appartamento dei Franchi. Aprì il vetro.

Il vento le arrivò sul viso, la prima aria d’estate. Alzò le braccia per prenderla tutta. E si ricordò di essere nuda. Invece di coprirsi, però, iniziò a ridere. “Una vecchia nuda che ride!” immaginò dire dalle altre finestre aperte. Rise ancora più forte.

Belardelli Valeria Bio

Valeria Belardelli è nata a Roma nel 1990. Ha studiato Drammaturgia a Londra e ha partecipato a vari progetti drammaturgici in giro per l’Europa. Per anni ha fatto l’attrice, ora scrive, è iscritta a una magistrale in Italianistica e insegna Inglese ai bambini. Due suoi pezzi brevi sono stati pubblicati sul Foglio. Scrive ogni settimana un blog, pandipanico, che viene ripubblicato dalla rivista Aware – Bellezza Resistente. Nel resto del tempo fa l’attivista di Fridays For Future, per cui, tra le altre cose, cura un blog sulla rivista Rewriters. 

stefano
bonazzi

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista.

È presente in diverse antologie, tra cui Gli Stonati (NEO). Suoi racconti sono stati selezionati tra i finalisti del premio NebbiaGialla a cura di Paolo Roversi.

A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio (Newton Compton 2014, Fernandel 2018). Nel 2017 ha pubblicato il secondo romanzo L’abbandonatrice (Fernandel) e, nel 2022, Titanio (Alessandro Polidoro Editore).

Collabora con le testate «Il Loggione Letterario» e «Satisfiction».

Francesco Rago racconto

la capsula del tempo

Un racconto di Francesco Rago
Numero di battute: 2427

Sotto casa mia c’è un bar che è una specie di capsula del tempo, se ci entri finisci che ti ritrovi scaraventato una cinquantina di anni indietro, per via dei tavoli verde acqua in formica, dei tendaggi damascati alle vetrine, del manifesto del Biancosarti incorniciato e appeso alla parete dietro al bancone. A qualsiasi ora del giorno e della notte tu ci vada, stai sicuro che seduto al solito tavolo con un White Russian in mano e il sorriso obliquo di chi non c’ha tutte le rotelline a posto, c’è un tipo coi baffi e la erre moscia che si fa chiamare Pruzzo.

Che io una volta gliel’ho provato a chiedere: «Ma perché ti chiamano Pruzzo?».
Lui si è lisciato i baffoni e mi ha risposto: «Perché da piccolo tifavo Roma».
«E vabbè, ma che c’entra? Io tifo Inter ma mica mi chiamano Rummenigge.»
«A te no, a me sì.»
Argomento chiuso con una scrollata di spalle. La scrollata di spalle è un po’ il suo marchio di fabbrica: dopo una o due frasi te ne butta sempre lì una.

Io questo Pruzzo un po’ lo invidio perché riesce a campare senza fare nulla tutto il giorno, l’unica sua occupazione è quella di stare seduto al bar, roba che io se fossi in lui lo scriverei proprio sulla carta di identità. Professione: cliente del bar.

«Ma perché ti chiamano Pruzzo?»

A me invece tocca lavorare per mantenermi e oggi in ufficio ho avuto una giornatina pesante, con il mio capo che pretende sempre di fare le cose di testa sua, il problema è che lui è una testa di cazzo e così poi capita di dover fare dei lavori alla cazzo. Abbiamo bisticciato e mi sono dovuto trattenere dal mandarlo a cagare, solo che poi mi è rimasto addosso il nervoso e ho pensato che è meglio se rimango a distrarmi un po’ in giro. Ho mandato messaggi a mezza rubrica per trovare qualche faccia amica con cui fare un aperitivo, ma tutti a quanto pare sono impegnati: chi c’ha la moglie, chi c’ha l’amante, chi c’ha la palestra, chi c’ha il cane da portare a spasso.

Così mentre parcheggiavo ormai rassegnato ho avuto il colpo di genio di affacciarmi al bar a vedere se c’era Pruzzo. Ovviamente c’è.

«Ehilà» gli faccio.
Lui ricambia il saluto soffocando un rutto.
«Che si dice?»
Scrolla il testone.
Certo che parlare con ’sto tipo ti dà una soddisfazione…

Ordino una birra in bottiglia e me la bevo a collo, perché ho l’ansia di prendere il colera ad appoggiare le labbra a uno di questi bicchieri del secolo scorso.

«Allora?» lo incalzo.
«Uè cocco, se ti va c’ho due biglietti per i Creedence Clearwater Revival.»

bio Francesco Rago

Francesco Rago vive e scrive a Piacenza. Laureato in Scienze della Formazione, attualmente si occupa di formazione professionale presso una società del settore. Ha pubblicato i romanzi Reality 5.0 (Booktribu), Cani Malati in Val Padana (Ultra), Come ti calpesto il cuore (Ferrari), Grandine (La Gru), più numerosi racconti sparsi tra riviste e antologie.

racconto Comandè

minuzie

Un racconto di Doriana Comandè
Numero di battute: 2354

Da un giorno all’altro, lei cominciò a conservare buste. Ogni tipo di busta. Quelle neutre e biodegradabili, i cui manici non sopportano alcun peso. Quelle più robuste, con il logo di una grande catena di supermercati stampato sopra. Quelle di carta del banco pane o della gastronomia.

Lui se ne accorse solo quando aprì un cassetto della cucina e lo trovò stipato di buste ripiegate.
«Che devi farci?»
«Possono servire.»
Infatti, servivano. Lei le utilizzava per la spesa, per la pattumiera, per raccogliere giornalmente gli escrementi del gatto dalla lettiera.

Lui ci mise un po’ prima di registrare alcuni piccoli cambiamenti nel loro stile di vita. Tutte quelle buste accuratamente conservate. Mai un alimento scaduto nel frigorifero, cosa che prima accadeva di frequente, vuoi per distrazione, vuoi perché mangiavano spesso fuori. I volantini delle offerte al supermercato, conservati anche questi. Le camicie stirate senza che in casa spuntasse mai fuori una sola ricevuta della lavanderia.

«Da un giorno all’altro, lei cominciò a conservare buste.»

Era strano, perché, da quando aveva perso il lavoro, lui stava in casa quasi tutto il giorno, a setacciare siti di aziende, a mandare email a destra e a manca. Eppure, non si era mai accorto che lei stirasse le camicie (aveva sempre odiato farlo) o che avesse eliminato una serie di piccoli lussi di cui, tutto sommato, lui non sentì mai davvero la mancanza (forse perché la loro eliminazione era stata così furtiva e graduale).

Una sera, annebbiato dalle troppe ore passate davanti al pc, entrò in sala e la trovò sul divano che leggeva.
«Non guardi una serie su Netflix?»
Lei abbassò il libro: «Ho disdetto l’abbonamento un paio di mesi fa». E davanti all’espressione sbigottita di lui, aggiunse: «Tanto non c’era quasi mai niente che valesse la pena vedere».

Fu l’unico momento in cui l’idea che stessero vivendo in un regime di ristrettezza gli sfiorò la mente. Ma sembrava che fosse tranquilla e, rassicurato, lui si stropicciò gli occhi e tornò davanti al pc.

Esattamente sette mesi dopo, lui trovò un nuovo impiego.
«Ma come abbiamo fatto a cavarcela per tutto questo tempo solo con il tuo stipendio?» le domandò stupito mentre una leggera euforia alcolica, dovuta al costoso vino che stavano bevendo per festeggiare, dilagava in lui.
Lei gli fece segno di versarle un altro po’ di vino. «Il trucco» gli rispose, «è che almeno uno dei due non se ne accorga.»

foto comandè

Doriana Comandè è nata a Roma quarantasei anni fa. Dopo la laurea in Storia e Critica del Cinema, con una tesi su Ingmar Bergman, ha scritto saggi sulle serie tv e fatto interviste a giovani registi indipendenti. Poi è diventata un’insegnante di scuola superiore, lavoro che ama quanto la scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti. L’ultimo, Un’amena visita in psichiatria, è uscito su Rivista Blam!

piacentini federico

l' oblò

Un racconto di Federico Piacentini
Numero di battute: 2497

Sollevo la massa informe che mi attorciglia il braccio. Qualcosa cade in terra mentre apro la porta e mi avvicino alla macchina. Quando mi volto sembrano pezzi di un corpo setoso. Un calzino qua, una mutanda là. Colori diversi che escono dalla massa che trasporto fino alla bocca rotonda che li deve inghiottire. Nel mondo c’è sempre dello sporco da lavare, come l’anima nera delle persone. Il lezzo deve essere occultato, il fetore, le patacche di unto, di sangue, di ceree secrezioni umane, di cheratinici filamenti scuri provenienti da mascelle, crani e arti.

Infilo la massa di tessuto intrecciato nella bocca rotonda. Sento come una leggera pressione negativa, come un risucchio. Come se anche io fossi lercio. E di certo lo sono dopo quello che ho fatto. I panni di noi due usati per l’ultima volta cadono dentro nella loro informe crespatura di cotone.

«Nel mondo
c’è sempre dello sporco da lavare.»

Mi alzo e raccolgo i pezzi caduti. Cotone liso, lana infeltrita. Me li rigiro tra le mani con ripugnanza e li getto nella bocca. Chiudo l’oblò, inserisco il sapone, materia bianca di purità assoluta che viene a mondare il mondo, a detergere il tergo, a risciacquare l’acqua sporca di macchia. Premo. La macchina carica un lamento come fosse irritata di essere svegliata dal torpore. Cala acqua sulla superficie levigata dell’oblò che trattiene tutto lo sporco del mondo.

D’un tratto vedo un punto grigio all’interno del vetro. Mi chino. Una mosca. Una piccola mosca ignara. Provo ad aprire il portellone ma è chiuso in una univoca e crudele scelta temporale di lavaggio. La mosca inizia a girare insieme alla massa mentre scure gocce la fanno scivolare. La massa e la mosca diventano un unico vortice grigio di rotazione come il viso di lei mentre mi allontanavo.

Mi dispiace. Più di quanto credessi. La mosca non meritava questo: non era sozzura umana come me, come noi, ma solo una mosca. Mi allontano e mi accorgo che la porta della stanza adesso è rotonda. La spingo ma non si apre. È formata da uno spesso strato di vetro da cui riesco a percepire il mondo esterno anche se distorto.

Provo ancora a forzare ma niente. Un brontolio in sottofondo e l’acqua inizia a cadere intorno a me dal soffitto. Mi si bagnano i vestiti come quando l’ho lasciata. La sua figura sfocata fuori dall’oblò. Il pavimento inizia ad allagarsi, batto sul vetro, gli urlo contro, impazzito. Ma all’improvviso capisco. Mi ha chiuso qua, del resto me lo meritavo. Fuori la sua silhouette melliflua se ne va, svanisce chissà dove mentre tutto comincia a ruotare.

Piacentini Federico

Federico Piacentini nasce in Toscana. Laureato in Medicina e chirurgia esplora da anni il mondo della scrittura. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste come Quaerere, RivistaBlam!, ILDA. Sta lavorando al suo primo romanzo.

melampo racconto

il dito

Un racconto di A. Melampo
Numero di battute: 2494

Un dito.
Abbandonato tra la scatola del cambio e il sedile del passeggero.

Aveva sentito un piccolo tonfo sordo mentre aspirava gli interni della Modus color miseria della Signora Parisi. Poi il sibilo sforzato dell’aspiratore, una specie di patetica asma. Sfilando il bocchettone da sotto al sedile, una roba rosata e molliccia era caduta sul tappetino, macchiandolo appena, per poi rimbalzare sull’asfalto del parcheggio.

Come assalito da un insetto, Sangeij era arretrato con un balzo. Il piede gli era rimasto incastrato nel tubo di plastica dell’aspiratore ed era finito culo a terra.

Da quella posizione, aveva osservato la piccola presenza aliena. Un dito mozzato. L’anulare, pensò, ma non avrebbe saputo dire perché. Il taglio era talmente netto che pareva fosse stato ghigliottinato. Il poco sangue alla base, per lo più secco, faceva intendere che fosse lì da un po’.

«L’anulare, pensò, ma non avrebbe saputo dire perché.»

Si sollevò dall’asfalto, entrò nell’ufficio e si procurò un sacchetto di plastica, di quelli per il ghiaccio, con la chiusura ermetica. Scrostò un po’ di brina dal frigo delle bevande e la versò nel sacchetto, riempiendolo per un quarto. Quindi, prese un pezzo di carta assorbente e tornò nel parcheggio. Il dito era sempre lì, una specie di lunga larva rosa nel grigio triste del pomeriggio, vicino all’auto con le portiere aperte. Lo raccolse trattenendo un moto di disgusto e lo inserì nella busta. Rientrò nel negozio e depositò il sacchetto dentro al frigo, tra le scatole dei gelati. Poi tornò all’auto e riprese il suo lavoro.

La Signora Parisi arrivò alle quindici in punto.

Era un’ottantenne elegante e cortese, che profumava di talco. Portava cappellini ridicoli e fuori moda. Al collo, appeso a una cordicella dorata, teneva un paio di occhialetti ovali che nessuno le aveva mai visto indossare.

Salutò Sangeij con un sorriso affettuoso, chiese notizie della piccola Amany e poi pagò i dodici euro del lavaggio, estraendo le monete dall’enorme borsellino.

Si congedò con gentilezza e fece per uscire dal negozio. Arrivata alla porta, indugiò per un attimo. Poi si voltò e tornò al bancone, dove giacevano dimenticate le chiavi della Modus. La signora allungò la mano per afferrarle. Una mano lucida, la pelle sottile come carta velina. Una mano a cui mancava un dito, mozzato alla base. L’anulare.

«Stavo dimenticando queste» disse con un sorriso ingenuo. «Sarei capace di perdere pure la testa, se non l’avessi attaccata al collo.»

Quindi uscì dal negozio, accompagnata dal suono del campanellino appeso alla porta.

A Melampo bio

A. Melampo vive in un piccolo borgo nel Nord della Toscana. Scrive canzoni e racconti. Attualmente sta lavorando al suo primo romanzo.