Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: Luglio 2025


Simona Visciglia racconto

la tregua

Un racconto di Simona Visciglia
Numero di battute: 2376

Il patto era questo: un giorno di silenzio a settimana.

Ultimamente in casa nostra le parole si schiantavano sul pavimento meglio e più disastrosamente delle porcellane, che in realtà non avevamo mai distrutto. Troppo civili per farlo. Per il resto, non ci risparmiavamo più nulla. Bastava una tazzina di caffè dimenticata sul tavolo per innescare una valanga di recriminazioni, rancori vecchi e nuovi. Odio in tutte le forme che l’odio può assumere.
Come se non ci fossimo mai amati.

O come se ci fossimo amati troppo da non reggere più allo sfaldamento di quella che consideravamo una storia da film romantico.
Non ci si può amare al sicuro.
Ci avevamo provato, escludendo tutto il resto. Chiusi in una bolla di ti amo e null’altro: una trappola emotiva che ci aveva risucchiato dentro, inesorabilmente.

«Non ci si può amare al sicuro.»

Non ricordavamo neanche più quando questa ingenua perfezione si fosse incrinata.
Con tutte le cattiverie che ci eravamo urlati contro avevamo perso di vista l’inizio della fine.

I primi mesi, ma forse anche anni, restavamo semplicemente avvinghiati l’uno all’altra, senza farci domande, senza dare nomi alle cose, fidandoci della nostra pelle. Senza parole. Poi erano arrivate tutte insieme, giuste, sbagliate, vomitate addosso, pensate, nascoste.

E si vede che noi non eravamo fatti di parole.
Una sera, dopo l’ennesima lite senza sostanza, era calato il silenzio.
Può capitare. Di solito il passo successivo sarebbe l’uscita di scena: c’è sempre qualcuno che fa le valigie e se ne va.

Noi no, avevamo impacchettato le nostre voci e avevamo messe quelle alla porta.
Riuscivamo a sentire di nuovo il ticchettio fastidioso del rubinetto del bagno che perdeva; il cane del vicino che abbaiava sul balcone; il traffico della strada sotto casa. E i nostri respiri.

«Proviamo a non parlare per un po’?»
«Almeno per un giorno a settimana.»
Avevamo deciso qualcosa insieme.

Erano seguite settimane schizofreniche e innaturali.
Un’altalena di momenti bui, di domande a cui rispondevamo casualmente, la logica inghiottita dal bisogno di ferirci.

Fino alle tregue afone, in cui rincorrevamo le nostre ragioni, ma senza dircelo.
Prigionieri di noi stessi e del nostro patto, con l’istinto di resistere ai giorni, tutti.

Lunedì non ti sopporto
martedì lasciami in pace
mercoledì è colpa tua
giovedì hai superato ogni limite
venerdì non ricominciare con questa storia
sabato ti odio
domenica… (ti amo).

Simona Visciglia foto

Simona Visciglia ha un lavoro part-time e una grande passione per la scrittura. Ha pubblicato racconti brevi su riviste e blog. Nel 2023 ha vinto il concorso Racconti nella Rete e nel 2024 ha fatto il bis, ma nella sezione cortometraggi (il soggetto è diventato un corto realizzato dalla Scuola di Cinema Immagina di Firenze).

racconto ciullo

all-in

Un racconto di Martina Ciullo
Numero di battute: 1947

«Esco a fumare.» E gli avevo mostrato l’accendino di Calimero.
Mio marito odiava il fumo e io mi ero adeguata. Quella sera però la sigaretta non era la priorità. Avevo letto l’anteprima del tuo messaggio e mi era uscito un urlo strozzato.
«Che c’è?» aveva chiesto mio marito dall’altra stanza, e io avevo dato la colpa a un insetto.

Mi ero messa il giaccone ed ero uscita in terrazzo. Lì avevo aperto la chat.
Era un messaggio lungo, ma il succo era: “L’ho lasciata”. Il resto era contorno.
“Ora tocca a te” concludevi.

«L’ho lasciata.»

Avevo aspettato questo momento per settimane, fluttuando in una realtà in cui mi sdoppiavo: una brava moglie, la donna che ti amava alla follia. Due vite inconciliabili. E ora che era saltata anche l’ultima scusa che avevo, ora che sarebbe stato facilissimo, naturale, andare in camera, riempire un borsone con qualche vestito, dirgli la verità che meritava di sapere e poi correre da te, nel tuo appartamento che sarebbe subito diventato il nostro appartamento, me ne stavo sul terrazzo, il mio terrazzo, il respiro che si gelava di fronte a me, il telefono in mano.

Scorrevo su e giù il tuo lungo messaggio quando mi avevi sollecitato con un punto di domanda.
Istintivamente avevo chiuso la chat.
Ti avrei risposto, certo, ma prima ci dovevo pensare.
Mi rendevo conto, però, di quell’assurdità: avrei dovuto telefonarti, urlarti: “Amore mio, vieni a prendermi”, sarei dovuta scendere in mezzo alla strada lasciando tutto quello che avevo.

Poi mio marito aveva bussato alla portafinestra, facendomi sussultare.
«Ehi» mi aveva detto, la voce ovattata dal vetro.
«Ehi» gli avevo detto io, mettendo il cellulare in tasca.
“Aperitivo?” aveva mimato lui, scostando un po’ di più la tenda per mostrarmi una bottiglia di vino.

Ero rientrata e gli avevo dato un bacio a stampo.
Lui aveva annusato i miei capelli, in un punto tra la spalla e il collo.
«Non puzzi di fumo» mi aveva detto, e io gli avevo risposto: «Sto diventando brava».

ciullo martina bio

Martina Ciullo è una violinista professionista e scrive da sempre. Ha studiato Giornalismo a Trieste e Sceneggiatura alla Scuola Holden. Vive a Roma.