Un racconto di Claudio Lagomarsini
Numero di battute: 2410
Verso la fine del trimestre mi sono innamorato della caviglia di Alice e ho passato i mesi seguenti a chiedermi come toccarla anche solo per un secondo o due.
Alice è una studentessa del terzo anno iscritta al mio corso di Estetica. Una biondina niente di che, a dirla tutta. Anche la caviglia, oggettivamente, non ha nulla di speciale se non, per paradosso, la sua perfetta medietà. Mi interessa soprattutto la destra, dove Alice tiene legato quasi per dimenticanza uno di quei lacci color arcobaleno che i vucumprà fingono di regalare, per poi ripensarci un attimo dopo. Ormai – era maggio – il laccio era liso e scolorito. Presto si sarebbe staccato durante una doccia, e io volevo passarci le dita prima che succedesse.
Il colore della pelle è riposante. Il modo in cui il laccio cade mi eccita. La caviglia non è grossa né sottile: dà l’impressione di essere imperfettamente depilata, intuisco la presenza dei follicoli ispessiti, ne immagino l’attrito sotto le dita. Alice non lo sa, ma possiede un esemplare assoluto di caviglia femminile.
«Verso la fine del trimestre mi sono innamorato della caviglia di Alice.»
Presto mi sono reso conto che l’unico modo per toccare la caviglia era portarsi a letto anche il resto del corpo. Le altre zone erogene non mi attirano, sono felicemente sposato e non voglio tradire mia moglie per un’articolazione. Eppure mi è chiaro che, se non voglio impazzire oppure passare per un maniaco, prendermi una denuncia e perdere il lavoro, devo convincere Alice a fare l’amore con me.
Con una scusa l’ho convocata a ricevimento. Cercavo la maniera per avvicinare le dita alla caviglia. Ho fatto cadere una penna, ma Alice è scattata prima di me. Allora ho flirtato (non sapevo più cosa inventare), ma Alice ha sviato il discorso. Quando se ne è andata, ho pianto. Ci ho riprovato all’esame, ancora con il trucco della penna. Stavolta mi ha tradito un rimbalzo sfortunato. Ho ritentato con un sorriso ammiccante, a cui lei ha opposto una smorfia smarrita, che mi ha fatto sentire sporco e vecchio. Le ho messo trenta per il senso di colpa.
Sono passate settimane. Non sapevo dove trovarla, ho pensato di scriverle un’email, espormi irrimediabilmente, invitarla per un caffè. Ho lasciato perdere.
Oggi – non ci speravo più – l’ho incontrata in corridoio, passava con un’amica. Ho salutato con discrezione. Incrociandola sono inciampato, le ho dato un calcione sullo stinco.
Sono mortificato mentre mi inginocchio. Faccia vedere, oddio faccia vedere.
Claudio Lagomarsini (1984) insegna Filologia romanza all’Università di Siena. Suoi racconti sono apparsi su Nuovi Argomenti, La rassegna mensile di Oblique, e nelle raccolte Il fiume in un racconto (Clichy) e Radio1 Plot Machine (Mondadori-Rai Eri). Ha scritto articoli e longreads per minima&moralia, Le parole e le cose, The Towner, Il Post. È autore di un romanzo inedito, L’incauto acquisto, segnalato dal comitato di lettura della XXIXa edizione del Premio Calvino.
Un racconto di Silvano Calzini
Numero di battute: 1855
Cap. 1
Squillo d’alto bordo sgozzata in una mansarda di via Santo Spirito, nel cuore del quadrilatero del lusso e della moda. La notizia fa scalpore. Partono le indagini.
Cap. 2
Faceva la commessa in corso Vercelli. Un giorno una cliente le dice: «Conosco dei signori che per certe robine farebbero pazzie. Chiamami». La sventurata chiamò.
Cap. 3
E fu subito passaparola nel giro della Milano che conta. Clientela scelta, anzi sceltissima. Solo gente seria, importante. «Di classe» come diceva sempre lei.
Cap. 4
Servizio di prim’ordine e niente tariffe fisse. Tutto al buon cuore dei clienti. E si sa che i milanesi oltre al cuore hanno in mano anche il libretto degli assegni.
Cap. 5
Voci e sussurri di una lista degli habitué. Pissi pissi bau bau nella Milano dei sciuri, ora tutti molto “schisci”, che da queste parti vuol dire “abbottonati”.
«E si sa che i milanesi oltre al cuore hanno in mano anche il libretto
degli assegni.»
Cap. 6
Gran sfilata di papaveri al Palazzo di Giustizia, neanche fosse la prima della Scala. Ci sono tutti: industriali, banchieri, finanzieri, politici, giornalisti.
Cap. 7
Colpo di scena. Nella mansarda c’è il Dna del cingalese custode del palazzo. Il sollievo della Milano che conta spazza lo smog e arriva fino a Quarto Oggiaro.
Cap. 8
Il cingalese confessa il delitto. Bene! Milano respira. Dopo due giorni però dice: «Io ucciso signorina perché lui pagato me». Ahi! Ma lui chi? Milano trema.
Cap. 9
San Vittore: il cingalese viene trovato morto nella sua cella. La cosa puzza, ma l’autopsia parla chiaro: «Morte per cause naturali». Ah, la provvidenza manzoniana!
Cap. 10
La salma del cingalese viene rimpatriata; quella della squillo cremata. È luglio: «Ma cùsa te fè chi cun ’sto cald?». La Milano dei danè è già tutta a Santa Margherita.
Epilogo
Nel deserto di agosto in via Santo Spirito, nel cuore del quadrilatero del lusso e della moda, compare un cartello: “Affittasi mansarda”. Arrivederci a settembre.
Silvano Calzini (1956) vive a Milano. Ha pubblicato Figurine. 100 grandi scrittori raccontati come assi del pallone (Ink, 2017) e la serie di e-book Nani da leggere. Romanzi in 10 parole (Simonelli Editore, 2011-2014).
Un racconto di Mari Accardi
Numero di battute: 2500
Come si dice je t’aime?
Ti amo.
Sotto casa mia ci sono due gang rivali. In una i ragazzi – no femmine – portano il giubbotto di jeans, nell’altra i ragazzi – una sola femmina – portano la tuta. Il mio alunno, l’unico che ho, è in tuta, ma non sa che abito qui, che lo vedo.
In questa città che lui stesso ha definito “di vecchi e cani piccoli”, ecco dove sono concentrati i giovani. È la zona dei kebab eppure il loro quartier generale è un take-away giapponese. Stanno a mezzo metro di distanza gli uni dagli altri, bevono birra giapponese, si picchiano per scherzo con quelli del proprio gruppo, per davvero con gli altri. Fino a mezzanotte si sentono solo le voci poi, quando il take-away chiude, due componenti, uno per gang, saltano su macchine spuntate dal nulla e gareggiano da una punta all’altra del boulevard intervallato da dossi artificiali che creano una sorta di melodia.
«È la zona dei kebab eppure il loro quartier generale è un take-away giapponese.»
Il boulevard lungo tre chilometri collega il centro storico, minuscolo e bellissimo, al resto. Un resto fatto da residence che si distinguono solo dai nomi, a volte fantasiosi, come Genio della lampada, Vento d’estate, ma perlopiù di fiori. Ai residence si alternano parrucchieri, negozi di serrature e casseforti, di protesi, farmacie, servizi per gli anziani, supermercati, mobili buttati per trasloco, cacche di cani, zero parchi. La signora dell’agenzia ci ha abbindolato con la “vista mare” che si scorge tra il cemento, a ricordarci che siamo in Costa Azzurra. Diceva che era una via rumorosa ma che essendo al settimo piano saremmo stati isolati. Invece sembra di stare al pianterreno, potrei parlare con le gang senza bisogno di gridare.
Il mio alunno, preso fuori contesto, è innocuo, timido addirittura. Vuole imparare l’italiano perché si è innamorato di una ragazza di Venezia. Con me, pur indossando la tuta, parla a voce bassa, chiede scusa.
Quando ho tirato la prima secchiata d’acqua mi sono coperta il viso con un passamontagna, per non farmi riconoscere. Ho colpito la gang in jeans, gli altri ridevano. Allora poi la secchiata l’ho tirata a quelli in tuta, gli altri ridevano, e queste risate reciproche sono finite in rissa, mettendo in secondo piano il mio gesto. Lucien dice che è più semplice comprarci i tappi per le orecchie ma non è questo il punto. Nascosta, camuffata, tiro secchi d’acqua in piena notte. Protesto contro la bruttezza. So che presto me le troverò dietro la porta, le due gang insieme, per una volta alleate.
Insegnami una frase romantica.
Sogni d’oro.
Mari Accardi è nata a Palermo e vive in Francia. Ha pubblicato Il posto più strano dove mi sono innamorata (Terre di Mezzo, 2013), finalista al premio Settembrini. È tra le scrittrici dell'antologia Quello che hai amato (Utet, 2015), e ha scritto per Granta, Watt, Colla, Effe, Toilet, Doppiozero.
Un racconto di Marco Corvaia
Numero di battute: 2496
Fuori l’aria è acuminata. Ancora. Fa serrare la mascella. Nubi rotonde si estendono fino a perdersi in Svizzera.
Lascia la stanza in cui ha dormito per quattro mesi, abbandona l’albergo in cui ha lavorato per la stagione invernale, al termine del contratto. Non si sente un disertore, né un ergastolano evaso di prigione o una cavia fuggita dal laboratorio, una sensazione di liberatoria sottrazione che preferirebbe percepire, e questo lo turba.
Si sfila di dosso il borsone che porta a tracolla e lo poggia per terra, si volta verso l’ingresso della struttura turistica in cui ha cucinato dodici ore al giorno e considera che, nonostante l’estenuante velocità con cui si è dovuto muovere in quei giorni privi di riposo, il modo migliore per descrivere quell’esperienza sarebbe tramite un film interamente a rallentatore, per enfatizzare ogni dinamica fisica, ogni agitazione dell’ambiente, tutte le trasformazioni organiche. E anche questo gli increspa l’espressione. Chissà se ne esiste uno, si domanda, forse sarebbe un interessante esperimento cinematografico, potrebbe intitolarsi La Terra ruota lentamente; oppure no, sarebbe soltanto un film immerso nella noia, con una scelta tecnica pretestuosa. Riprende il borsone e si allontana prima che qualcuno lo veda ed esca per salutarlo.
Camminando, in discesa tra monti innevati che lo scrutano, lo circondano, lo minacciano, estrae dalla tasca il registratore vocale, lo porta alla bocca e preme rec: «Il principio della fine è la fine del principio». Stop. Ricambia gli sguardi di sfida al Monte Bianco e ha un passo deciso, si sgancia da Courmayeur che è stato un buon posto dove rifugiarsi per un po’. Telefono spento, internet dimenticato, agire per necessità altrui, stancarsi e dormire, riflettere il meno possibile, nessuna vita sociale, intascare l’assegno.
«Telefono spento, internet dimenticato, agire per necessità altrui, stancarsi
e dormire.»
Perfora e trapassa un gruppo di sciatori, qualcuno lo fissa, come sempre; nel giorno in cui smette di crescere comincia a invecchiare e non è una brutta sensazione. La biologia è accettabile. Si sente saldo anche se è dimagrito cinque chili. Possono fissare la sua totale assenza di peluria quanto vogliono, non gli importa più.
Riaccende il telefono, proseguendo il cammino. Attende. Riceve un messaggio... soltanto uno: «È da vigliacchi fuggire così, senza dire una parola. Non so neanche dove sei finito. Non ti perdonerò mai».
Ecco, è arrivata, la sensazione di evasione, tardiva, ormai inopportuna. Il tempismo è tutto in certe faccende, pensa, e spegne il telefono.
Marco Corvaia (1980) è nato a Palermo. Dopo aver girovagato tra Roma, Bologna, Firenze e Milano, è tornato nella sua città ma non ha ancora capito perché. È l’autore di Pino se lo aspettava. Il racconto della vita e della morte di Padre Puglisi (Navarra Editore). Sue poesie sono state pubblicate in antologie e su Prospektiva, Sagarana e Alibi. Con un amico disegnatore è l’autore del blog a fumetto Nonno Fetish & Nonna Punk.
Un racconto di Francesca Marzia Esposito
Numero di battute: 2313
Crescendo incontravamo strani oggetti nella casa, misterici monoliti accampati tra le gambe a cavalletto del tavolo, sui tappeti, lungo le mensole, oscuri volumi imperscrutabili che nella loro mancata corrispondenza a una precisa funzione sapevamo essere: opere d’arte. Fiancheggiavano muri, con la matita imbrattavamo l’intonaco a nostra altezza e il cervello l’avevamo a mollo nel periodo concettuale di nostro padre.
Pannelli rettangolari in corridoio esponevano prodigiosi utensili chirurgici, bisturi affilati adatti alla vivisezione che suggerivano un ordine sempiterno primordiale. Nell’anticamera un lavello di marmo, nel quale fingevamo di raderci, si collegava a una bombola di gas o di ossigeno bianca anch’essa e posta sotto al ripiano. Un’anomala pettorina in salotto riproduceva l’anatomia di un ventre, la piastra di vetro era fornita di cinghie per l’allaccio e rimandava a uno strumento di tortura correttiva per corpi deturpati da abominevoli storture.
Con Manuela sostavamo nella stanza degli scacchi dove, oltre a quadri e libri, trovavamo foto in bianco e nero di un uomo nudo riccio di inguine che si copriva il viso brandendo un pugnale. Lo studio era la porta in fondo; noi spiavamo nostro padre issato sulla scala contro la tela, oppure accovacciato a terra con le mani e i jeans imbrattati di pittura.
«Più del nostro accento temevamo le tele con le fiche galleggianti.»
Ci trasferimmo a Milano e nostro padre prese a disegnare fiche galleggianti nel magma di colore. Non avesse usato il carboncino nero avremmo potuto immaginare altro anziché l’esattezza della soffice matassa pubica femminile. Conoscemmo Monica e Luca, mocciosi meneghini che presero a farci notare l’accento differente. A nessuno dicevamo di nostro padre artista. Avevamo già un bel daffare con una madre eccentrica che in confronto alle altre donne, prototipi lignei a cassetti usciti da un mobilificio dozzinale, pareva schermo elettrizzato.
Un giorno invitammo Monica e Luca per ricambiare gentilezza. Più del nostro accento temevamo le tele con le fiche galleggianti. Una di queste si trovava sulla parete del soggiorno. Dico soggiorno e non è esatto, la casa era loculo a una sola stanza e la tela incombeva immensa nella sproporzione. Che cosa significa, disse Monica fissando la vulva. Luca prese a ridere. Diventammo rossi in volto e rispondemmo a mente: che stiamo con Satana.
Francesca Marzia Esposito vive a Milano, insegna danza. Si è laureata al Dams di Bologna, ha conseguito un master in Scrittura per il Cinema all’Università Cattolica di Milano. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste: Granta, ’tina, Colla, GQ e altre. La forma minima della felicità è il suo primo romanzo, edito da Baldini & Castoldi (2015).
Un racconto di Elena Chiara Mitrani
Numero di battute: 2479
La chiave di volta era stata la morte del cane.
Viveva da sola ormai da un paio d’anni; sua madre era anziana, troppo anziana. Il cane, però, era rimasto, ultimo vero legame sentimentale e scusa per relazionarsi ancora con il mondo esterno. Era un maltese dal pelo ingiallito, gli occhi velati dalla cataratta, il respiro che si faceva ormai affannoso durante il consueto giro intorno all’isolato, intrapreso insieme due volte al giorno. Si era sdraiato tra la poltrona e la piccola libreria e si era lasciato andare. Nascosto, quasi vergognandosi e sentendosi colpevole di lasciarla sola a sua volta.
Lei aveva cominciato ad appoggiarsi a loro, sempre di più. Erano virtuali, ma erano amici. Condividevano eventi, consigli, compravano e vendevano oggetti di seconda mano. Parlava con loro per ingannare quel tempo che passava sempre più lentamente. Raccomandava librerie, partecipava alle animate discussioni sulle decisioni dell’amministrazione pubblica, e ogni volta che qualcuno condivideva le foto di cuccioli di cane da adottare si proponeva, ma non veniva mai ricontattata.
«La casa appariva in ordine, anche se sapeva di zuppa, cane, aria stantia.»
I pompieri erano arrivati poco prima di mezzanotte, nessuno si era presentato alla porta quando avevano suonato il campanello, né quando avevano bussato in maniera energica. Davanti ai vicini in vestaglia avevano fatto saltare la serratura ed erano entrati. Procedendo tra i vecchi mobili senza toccare nulla, avevano notato che la casa appariva in ordine, anche se sapeva di zuppa, cane, aria stantia. L’avevano trovata in camera da letto. Lei, sotto le coperte, non si muoveva. Era stato il più anziano tra loro ad avvicinarsi e a darle un colpetto sulla spalla. Lei si era svegliata e aveva lanciato un urlo, voltantosi a guardarli con aria spaventata.
«Signora! Ma allora è viva!»
Aveva dovuto rimettersi gli apparecchi acustici e gli occhiali, appoggiati sul comodino dall’altra parte del letto, per farsi spiegare cosa fosse successo. Il pompiere più giovane le aveva mostrato qualcosa sullo schermo di un tablet. «L’ha scritto lei questo, signora».
Eppure non se lo ricordava, per lei era stata solo una serata come le altre. Invece, prima di andare a dormire, ai suoi amici del gruppo di Facebook aveva annunciato l’intenzione di farla finita. Loro erano facilmente risaliti alla sua identità e al suo indirizzo, e avevano avvisato i pompieri. Lei sconsolata, guardando con occhi vacui quel ragazzo con il distintivo e lo smarpthone in mano, ripeteva: «Non ricordo di averlo scritto, davvero».
Elena Chiara Mitrani (1985) è nata a Milano, vive a Parigi. Scrive di libri e di calcio, principalmente ma non solo su Finzioni e Rivista Undici. Quando ha tempo scrive sul blog personale lastanzabianca.net. In passato ha collaborato con diversi siti e pubblicato racconti su FaM - Frenulo a Mano, Terranullius, Setteperuno. Ha scritto un romanzo, Aeroporti (Nativi Digitali Edizioni, 2014).
Un racconto di Paolo Zardi
Numero di battute: 2479
«Posso?» La signora seduta in diagonale, un donnone con lo sguardo misericordioso e una cinquantina di chili di troppo, si era tolta le scarpe e gli aveva chiesto se poteva appoggiare i piedi sul sedile accanto. «Sa, è per la pressione.»
Aveva annuito silenziosamente; poi si era girato verso il finestrino e aveva ripreso a guardare il panorama – un alternarsi di colline e gallerie. Di solito viaggiava per lavoro, negli orari in cui le famiglie sono ancora in cucina a prepararsi la colazione o stanno sedute attorno al tavolo per la cena; ma era sabato, ed erano le quattro del pomeriggio, ed era appena iniziato un ponte lungo cinque giorni – una transumanza su scala nazionale. Dov’era quella gente durante la settimana?
«Dov’era
quella gente durante la settimana?»
Un posto più in là, un bambino con i riccioli e una giraffa di peluche in braccio ruttava ogni trenta secondi. Il fratello, più piccolo e più stronzo, stava disintegrando delle Pringles con una sistematicità da impresa di demolizioni; si interrompeva solo per grattarsi il culo: i genitori avevano abdicato al loro ruolo storico, scorrendo vite su vite nella timeline di Twitter. Nella fila dopo, una donna con ambizioni da milf leggeva un libro in tedesco; due asiatici con le teste cubiche parlavano con scoppi improvvisi di voce. Davanti a lui, l’uomo seduto accanto alla cicciona senza scarpe ogni tanto rispondeva al telefono, ma diceva solo sì o no e metteva giù. L’addetto delle pulizie, umiliato dalla tutina verde di ordinanza, andava avanti e indietro per i vagoni come se stesse cercando qualcosa di più importante di una cartina fuori posto. Se si vedeva un castello diroccato, o una città arrampicata su una collina, una madre avvertiva i figli, e i figli si meravigliavano per uno o due secondi, e tutto tornava come prima.
Sul tavolino c’era anche un giornale: il giorno prima c’era stata una carneficina in India, centoventi morti. Per quel tipo di cose ci si poteva dispiacere in generale; scendendo nel dettaglio, però, era probabile che quelle centoventi persone assomigliassero ai passeggeri del treno: gli stessi bambini rumorosi, le stesse donne grasse, gli stessi pianti senza motivo. Di sicuro, c’era anche un altro come lui, con le pareti del cuore foderate di merda. Poi il bambino con la giraffa scoreggiò, la milf sorrise, la cicciona sbuffò. Con un po’ di tempo in più, forse sarebbe arrivato ad affezionarsi all’umanità sbilenca della gente ma in un viaggio così corto, in una vita sola, c’era spazio unicamente per l’odio.
Paolo Zardi (1970) ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo, 2013), i romanzi La felicità esiste (Alet, 2012), XXI secolo (Neo, 2015), finalista al Premio Strega 2015 e tradotto in spagnolo, e La Passione secondo Matteo (Neo, 2017), e i romanzi brevi Il signor Bovary (Intermezzi, 2014), Il principe piccolo (Feltrinelli Zoom, 2015), La nuova bellezza (Feltrinelli Zoom, 2016). Cura il blog grafemi.wordpress.com
Un racconto di Giuseppe Imbrogno
Numero di battute: 2295
Non hai tempo da perdere, figurarsi la mattina presto. La mattina c’è la metro che scappa, le scale intasate, il flusso da seguire. Il flusso trasporta, trascina, chiede solo di non resistere. Ieri mattina, mentre scorrevi nel flusso, giù dalle scale, già nel mezzanino, in quel momento l’hai visto. Sulla destra, prima dei tornelli, la scatola di cartone bagnata sfondata aperta a separarlo da terra. Ci hai dedicato giusto la coda dell’occhio, giusto un veloce pensiero.
Al ritorno (la sera il flusso si concede una pausa), hai avuto tempo per osservare. Era ancora lì, nella stessa posizione in cui lo avevi lasciato la mattina. Ti sei avvicinato. Il cartone. Il carrello della spesa. La latta di tonno per le monete. Vecchie bucate sporche coperte di lana creavano l’ammasso informe. Sotto quelle coperte, non era dato sapere.
Dall’ufficio avevi portato con te un ombrello, affusolato, la punta di metallo, l’hai usato per pungolare le coperte. Hai smosso quello che c’era sotto. Nessuna risposta. Nessun movimento. Un secondo tentativo. Ancora niente. Cosa si nascondeva là sotto? Sicuramente qualcosa di spaventoso, ripugnante. Immobile? Ti stava prendendo in giro.
«Il flusso trasporta, trascina, chiede solo
di non resistere.»
Hai usato la punta dell’ombrello per premere più forte sotto quelle coperte. Hai cercato i punti più molli, ti sei preso il tuo tempo. Ancora niente.
Il primo colpo è arrivato nemmeno tu sai come. Forte, secco, l’ombrello usato come una clava. Ancora nessun movimento. Ti stava sfidando, era evidente. Un secondo. Un terzo colpo. Ancora niente. Eri a un passo dal metterti a piangere. Non avevi considerato il flusso.
Altri uomini e donne si erano avvicinati. Chi con un ombrello. Una borsa Michael Kors. Una racchetta da tennis. Il bastone della propria vecchiaia. Chi non disponeva di un attrezzo pensò giustamente di usare gambe e pugni. Iniziarono a colpire, eccome se colpivano. Non una parte dell’immondo gonfiore era risparmiata. Sotto la selva di colpi sembrò che qualcosa finalmente iniziasse a cedere. Il rumore che fanno gli ossi del pollo quando spezzati. La sensazione di poltiglia e gelatina e fango quando strappi le interiora dei pesci. I colpi continuavano a cadere, un flusso continuo. Dopo l’ennesimo colpo ben assestato con il tuo fedele ombrello, hai pensato che no, adesso sicuro non si sarebbe più mosso.
Giuseppe Imbrogno (1976) è nato e vive a Milano. Dopo una laurea in filosofia, oggi si divide tra la passione per la scrittura e il lavoro di progettista sociale, il tennis giocato e guardato, i classici russi, Carrère, Stephen King e le serie TV di David Simon. Il suo romanzo Il perturbante è stato finalista dell’edizione 2016 del Premio Italo Calvino, dove ha ottenuto la menzione speciale della giuria.
Un racconto di Giorgia Bernardini
Numero di battute: 2453
A Gaia piace camminare attraverso Schöneberg in un sabato soleggiato all’inizio di marzo. C’è un angolo di Winterfeldtplatz che le ricorda Pisa e così si siede su una panchina e accende una sigaretta sfusa che si è portata in tasca per non fumare troppo. Già alle nove i bar ai bordi della piazza sono gremiti di uomini e donne che bevono cappuccino e mangiano insalata di avocado al sole, guardando la guglia della chiesa di S. Mattia con gli occhi strizzati e le labbra contratte in un sorriso sghembo.
Il telefono le vibra in mano: è un selfie di Mona e Julia che le ritrae sulla terrazza della casa che hanno preso in affitto a Bari. Mona è in canotta e la sua pelle sotto il sole le mostra l’esistenza di nuove sfumature di bianco. Vorrebbe essere lì con loro ma allo stesso tempo vorrebbe anche essere esattamente sulla panchina su cui siede. Fare pace con i luoghi è qualcosa che ha imparato solo dopo una lunga guerra con se stessa.
«Fare pace con i luoghi è qualcosa
che ha imparato
solo dopo
una lunga guerra
con se stessa.»
Scorre la lista delle chat di WhatsApp e manda un messaggio vocale a Martina: «Ho ripreso in mano un raccontino sui nostri pranzi a mensa ai tempi dell’università. Ricordi? Ci penso spesso» le dice, anche se ormai non più così spesso come faceva quattro, cinque anni prima.
I ricordi sono pieghe della mente in cui si nasconde come accade certe domeniche mattina, quando fa freddo e dopo aver gettato uno sguardo fuori dalla finestra si arrotola ancora più fittamente dentro il piumone.
Una signora corpulenta vende mazzolini di fiori che Gaia immagina essere stati recisi dal giardino della sua casa a Lichtenberg; piccoli steli fragili tenuti insieme con un elastico da ufficio.
In quel preciso istante, facendo un monologo a Martina, è come se nella sua vita non avesse mai sbagliato nulla. Pensa che Manuale per donne delle pulizie faccia sembrare la scrittura una cosa semplice e da un’altra foto che le arriva sul cellulare impara che la campagna a un’ora di treno da Cambridge in direzione nord-ovest è simile a un quadro di Rothko, ma con i toni del marrone e del verde.
Ripone il telefono in tasca anche se continua a vibrare e non sa se tirarlo fuori di nuovo e condividere il momento più bello della giornata con tutti loro, inumati dentro uno schermo, o se continuare a guardarsi intorno e raccogliere tanti piccoli istanti che resteranno solo suoi. Loro sono tutti da un’altra parte, e Gaia sente lo sforzo di tenerli al suo fianco, raccolti fra le dita che tremolano quando arriva un altro messaggio.
Giorgia Bernardini (1985) abita a Berlino. I suoi racconti sono stati pubblicati su Rivista Studio e Abbiamo le Prove. Ha partecipato all’ultima edizione di 8x8, un concorso letterario dove si sente la voce.
Un racconto di Francesco Bolognesi
Numero di battute: 2498
Tutti i bambini del parco giochi improvvisamente diventarono identici a suo figlio. Lui se ne accorse girandosi e vedendo che c’erano due bambini che erano identici l’uno all’altro e vestiti allo stesso modo: maglietta bianca con faccia di Spiderman con macchia di moccio e pantaloncini blu sporchi d’erba; stavano scivolando uno dietro all’altro per uno scivolo lungo e largo se percorso da loro. Si passò una mano in testa, retaggio dei tempi in cui aveva i capelli. Guardandosi intorno vide altri suo figlio, intenti a spingersi sull’altalena a vicenda, a rincorrersi per il prato; uno si stava arrampicando su un albero. Chiese ai due bambini più vicini a lui come si chiamavano e risposero Andrea. Chiese di vedere le mani, su entrambe c’era la piccola cicatrice di appena un mese prima.
Provò a chiamarlo, suo figlio, magari avrebbe risposto. Disse: Andrea, andiamo a casa? E tutti gli risposero da punti diversi: no, è ancora presto, ti prego papà!
«Guardandosi intorno vide altri suo figlio.»
S’immaginò di dover fare il padre di tutti quei bambini: erano tanti.
Pensò di prenderne uno e andarsene, se davvero erano uguali non era un problema. Si avvicinò a quello che era più vicino e lo prese per mano, il figlio cercò di fare come se non esistesse, attento solo a giocare con due bastoni.
Dài, dobbiamo andare a casa che la mamma ti aspetta, disse il padre.
Il bambino allora si girò e guardò il padre e poi convintosi si incamminò, tenendolo per mano. Gli altri bambini si accorsero che il padre se ne stava andando con Andrea e incominciarono a seguirlo anche loro. Vogliamo venire anche noi dalla mamma, dicevano. Anche noi! Sì!
Il padre si girò e vide i bambini corrergli incontro e circondarlo, tutti volevano la sua mano, poterla stringere. Lui se le guardò, erano grandi, ma non abbastanza. Disse: Facciamo una gara a chi arriva prima a casa da mamma. Va bene?
I bambini allora alzarono entrambe le mani, strette in pugni, sincronizzati, e all’unisono dissero: SÌ! Il padre corse, intorno a lui c'erano tutti i bambini con le stesse labbra e gli stessi occhi. Accelerò un po’ aumentando il passo e guardandosi dietro vide che alcuni facevano più fatica, avevano il fiatone e si piegavano in due. Andò più forte ancora e mentre facevano la strada di casa i bambini diminuivano, rimanevano indietro e poi sparivano, uno dopo l’altro, riducendosi alla fine, quando arrivarono dalla mamma, a uno solo, che superò il padre con la maglietta a chiazze di sudore. Il padre lo vide girarsi e aspettarlo per porgergli la mano.
Francesco Bolognesi (1994) è nato in provincia di Ferrara. Diplomato alla Scuola Holden, studia regia alla Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti. Ha pubblicato un racconto in Questo libro si può anche leggere (Autori riuniti, 2016), scrive per Undici.
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