Pastrengo Agenzia Letteraria

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Simona Visciglia racconto

la tregua

Un racconto di Simona Visciglia
Numero di battute: 2376

Il patto era questo: un giorno di silenzio a settimana.

Ultimamente in casa nostra le parole si schiantavano sul pavimento meglio e più disastrosamente delle porcellane, che in realtà non avevamo mai distrutto. Troppo civili per farlo. Per il resto, non ci risparmiavamo più nulla. Bastava una tazzina di caffè dimenticata sul tavolo per innescare una valanga di recriminazioni, rancori vecchi e nuovi. Odio in tutte le forme che l’odio può assumere.
Come se non ci fossimo mai amati.

O come se ci fossimo amati troppo da non reggere più allo sfaldamento di quella che consideravamo una storia da film romantico.
Non ci si può amare al sicuro.
Ci avevamo provato, escludendo tutto il resto. Chiusi in una bolla di ti amo e null’altro: una trappola emotiva che ci aveva risucchiato dentro, inesorabilmente.

«Non ci si può amare al sicuro.»

Non ricordavamo neanche più quando questa ingenua perfezione si fosse incrinata.
Con tutte le cattiverie che ci eravamo urlati contro avevamo perso di vista l’inizio della fine.

I primi mesi, ma forse anche anni, restavamo semplicemente avvinghiati l’uno all’altra, senza farci domande, senza dare nomi alle cose, fidandoci della nostra pelle. Senza parole. Poi erano arrivate tutte insieme, giuste, sbagliate, vomitate addosso, pensate, nascoste.

E si vede che noi non eravamo fatti di parole.
Una sera, dopo l’ennesima lite senza sostanza, era calato il silenzio.
Può capitare. Di solito il passo successivo sarebbe l’uscita di scena: c’è sempre qualcuno che fa le valigie e se ne va.

Noi no, avevamo impacchettato le nostre voci e avevamo messe quelle alla porta.
Riuscivamo a sentire di nuovo il ticchettio fastidioso del rubinetto del bagno che perdeva; il cane del vicino che abbaiava sul balcone; il traffico della strada sotto casa. E i nostri respiri.

«Proviamo a non parlare per un po’?»
«Almeno per un giorno a settimana.»
Avevamo deciso qualcosa insieme.

Erano seguite settimane schizofreniche e innaturali.
Un’altalena di momenti bui, di domande a cui rispondevamo casualmente, la logica inghiottita dal bisogno di ferirci.

Fino alle tregue afone, in cui rincorrevamo le nostre ragioni, ma senza dircelo.
Prigionieri di noi stessi e del nostro patto, con l’istinto di resistere ai giorni, tutti.

Lunedì non ti sopporto
martedì lasciami in pace
mercoledì è colpa tua
giovedì hai superato ogni limite
venerdì non ricominciare con questa storia
sabato ti odio
domenica… (ti amo).

Simona Visciglia foto

Simona Visciglia ha un lavoro part-time e una grande passione per la scrittura. Ha pubblicato racconti brevi su riviste e blog. Nel 2023 ha vinto il concorso Racconti nella Rete e nel 2024 ha fatto il bis, ma nella sezione cortometraggi (il soggetto è diventato un corto realizzato dalla Scuola di Cinema Immagina di Firenze).

racconto ciullo

all-in

Un racconto di Martina Ciullo
Numero di battute: 1947

«Esco a fumare.» E gli avevo mostrato l’accendino di Calimero.
Mio marito odiava il fumo e io mi ero adeguata. Quella sera però la sigaretta non era la priorità. Avevo letto l’anteprima del tuo messaggio e mi era uscito un urlo strozzato.
«Che c’è?» aveva chiesto mio marito dall’altra stanza, e io avevo dato la colpa a un insetto.

Mi ero messa il giaccone ed ero uscita in terrazzo. Lì avevo aperto la chat.
Era un messaggio lungo, ma il succo era: “L’ho lasciata”. Il resto era contorno.
“Ora tocca a te” concludevi.

«L’ho lasciata.»

Avevo aspettato questo momento per settimane, fluttuando in una realtà in cui mi sdoppiavo: una brava moglie, la donna che ti amava alla follia. Due vite inconciliabili. E ora che era saltata anche l’ultima scusa che avevo, ora che sarebbe stato facilissimo, naturale, andare in camera, riempire un borsone con qualche vestito, dirgli la verità che meritava di sapere e poi correre da te, nel tuo appartamento che sarebbe subito diventato il nostro appartamento, me ne stavo sul terrazzo, il mio terrazzo, il respiro che si gelava di fronte a me, il telefono in mano.

Scorrevo su e giù il tuo lungo messaggio quando mi avevi sollecitato con un punto di domanda.
Istintivamente avevo chiuso la chat.
Ti avrei risposto, certo, ma prima ci dovevo pensare.
Mi rendevo conto, però, di quell’assurdità: avrei dovuto telefonarti, urlarti: “Amore mio, vieni a prendermi”, sarei dovuta scendere in mezzo alla strada lasciando tutto quello che avevo.

Poi mio marito aveva bussato alla portafinestra, facendomi sussultare.
«Ehi» mi aveva detto, la voce ovattata dal vetro.
«Ehi» gli avevo detto io, mettendo il cellulare in tasca.
“Aperitivo?” aveva mimato lui, scostando un po’ di più la tenda per mostrarmi una bottiglia di vino.

Ero rientrata e gli avevo dato un bacio a stampo.
Lui aveva annusato i miei capelli, in un punto tra la spalla e il collo.
«Non puzzi di fumo» mi aveva detto, e io gli avevo risposto: «Sto diventando brava».

ciullo martina bio

Martina Ciullo è una violinista professionista e scrive da sempre. Ha studiato Giornalismo a Trieste e Sceneggiatura alla Scuola Holden. Vive a Roma.

marenco matteo racconto

la grande inchiesta

Un racconto di Matteo Marenco
Numero di battute: 2265

Cammino come sempre: mani in tasca, sguardo rivolto all’asfalto. Anche stasera lo zaino è pesante e penso al peggio. Il rumore dell’automobile che si sta avvicinando mi prende alla gola. Due uomini camminano verso di me. L’appartamento al primo piano nella strada di fronte è illuminato. È un attacco coordinato. Mi faranno aprire lo zaino e sarà finita. Poi non succede niente, ma io ci casco sempre.

Iniziai a diciassette anni. A metà mese mamma aveva già finito i soldi: una soluzione andava trovata. Facevo i pieni, così li chiamavo. Entravo, vagavo disinteressato per gli scaffali, agivo. Dolci, pane, formaggi, passate di pomodoro. Tonno. Prediligevo il tonno. Caro e superfluo. Da quando lavoro ho cambiato tattica. Prendo tre, pago due. Sono diventato più moderato, ma il senso di colpa mi attanaglia.

«Vivo con un faro puntato addosso, non riesco
a liberarmene.»

Vivo con un faro puntato addosso, non riesco a liberarmene. Quando non mi segue sono io a ricercarlo. Mi ricorda da dove vengo. Ma più mi illumina e più sono prigioniero della Grande inchiesta. Così la chiamo. Decine, centinaia di persone senza volto che indagano sui miei movimenti degli ultimi anni. Richiedono filmati, li ottengono, li visionano. Prendono appunti. Ipotizzano reati. Un giorno arrivano e mi strangolano. Mi strangolano con la legge, senza torcermi un capello. Dimostrano al mondo che sono un fallito.

Poi non succede niente, ma io ci casco sempre. E stasera ho delle pessime sensazioni. La cassiera mi ha guardato con occhi sospettosi. Pensano che non me ne accorga! Stringo le mani in tasca e abbasso ancora di più lo sguardo. Spero che non mi riconosceranno, ma sanno tutto di me: un ventottenne insolente che ruba nei supermercati, un po’ per necessità un po’ per giustizia. Non c’è scampo. La Grande inchiesta satura l’aria che respiro. Cosa dirò quando mi prenderanno? Piangerò? Farò finta di svenire? Fingere non servirà.

Dall’altra parte della strada vedo un ragazzo. Mani in tasca, sguardo rivolto all’asfalto, zaino in spalla. Mi sembra di guardarmi allo specchio, ma il riflesso si muove diversamente da me. Indica lo zaino. Sogghigna, tira fuori il distintivo e mi fa il segno delle manette. Corro. Corriamo. Mi raggiunge e mi sbatte sul marciapiede.

«Adesso la smetterai?»

Non mi sono mai guardato negli occhi così da vicino.

matteo marenco

Matteo Marenco (1992) è sociologo del lavoro all’Istituto Max Planck di Colonia, Germania. Ha da poco finito di scrivere il suo primo romanzo e sta frequentando un corso di scrittura presso la Scuola Holden. Ama i massimi sistemi e i minimi dettagli.

bondì racconto

le giornate di caterina

Un racconto di Esther Bondì
Numero di battute: 1920

Le giornate di Caterina iniziano col mal di testa. Anche stamattina. Caterina infila le ciabatte, prepara il caffè, si trascina in balcone e lo sorseggia piano, come se bere la cosa calda e nera potesse farglielo passare. Il medico è stato chiaro, il caffè non le giova all’emicrania, ma se c’è una cosa che Caterina proprio non sa fare è non giovare alla sua emicrania. I bambini si riversano in strada aggruppati alle mani delle mamme. Caterina pensa alle formiche che le vanno a rubare lo zucchero dalla credenza.

Caterina beve l’ultimo sorso di caffè e si siede al pianoforte. Suona per due ore in fila indiana: Bach, Händel, Mozart, Chopin. Le dita sono calde, la testa pulsa. Briciole nere si aggruppano notano giocano, l’emicrania, si confondono suonano nuotano, non arriva la tregua.

«Caterina ha un dolore che sembra nome di isola greca.»

Caterina toglie il pigiama che sono le dodici, si veste e di nuovo ciabatte, suona per altre due ore: Liszt, Chopin, Liszt, Rachmaninov, Haydn, Bartók. Alle due visita fame e rovista le ultime briciole, farina biscotto al ricordo integrale. Ha ancora fame, in frigorifero c’è l’ultimo yogurt, Caterina lo lascia a metà sul tavolo della cucina. Il cucchiaino affoga in sordina.

Caterina ha un dolore che sembra nome di isola greca, ma si consola al pensiero di un male che suona come anemiche spiagge. Si siede di nuovo a notare a punti il dolore, di nero formiche che suonano e pulsano e raccontano in testa. Caterina risacca le onde, il mare avanti e indietro ingoia sabbia nera su carta.

Caterina raccoglie spartiti, incalza gli zoccoli e esce, il medico dice che passeggiare la sera le fa bene: Caterina è contenta, perché questo lei già lo faceva.

Citofona e sale, al secondo piano le scale, gli spartiti insieme consegna. Le pagine spartiscono di mano in mano, si scorrono e bagnano, applaudono di ciglia le orecchie curiose: il dolore di Caterina ha un nome sempre straniero. Caterina i punti consegna: stamattina era il mare.

Esther Bondì

Esther Bondì (Montecchio Emilia, 1994) è laureata in Linguistica Indoeuropea Comparata. Ha pubblicato racconti su varie riviste italiane. Dal 2024 lavora presso l’Istituto Italiano di Cultura di Berlino, fa parte della redazione della rivista Narrandom e collabora come tutor per il minimumlab. Piatti rotti (Giulio Perrone Editore, 2024)
è il suo esordio.

lorenzo cancelli racconto

come cera

Un racconto di Lorenzo Cancelli
Numero di battute: 2438

La chiamavamo Suor Faina e io la odiavo.

Il soprannome se lo erano guadagnato il viso smunto e gli occhietti instancabili che tenevano tutto sotto controllo. A Carmine piaceva, secondo lui metteva di nascosto un certo profumo alla cannella che lo faceva impazzire, ma io di profumi non ci capivo niente, per me puzzava di incenso e tartaro come tutte le suore. Aveva poi una certa passione per far schioccare il nerbo sui nostri corpi quando, secondo lei, meritavamo una punizione terrena, e nel mio caso accadeva piuttosto di frequente, ché ero tra i più grandi e dovevo dare il buon esempio.

Una notte che mi beccò con gli altri in dispensa a fumare una stecca di Camel ci fece mettere in riga sul sagrato e tirò a tutti due ceffoni, ma a me ne rifilò quattro in dritto e rovescio, con un piacere tale che dopo continuò per un po’ a massaggiarsi i palmi. Ci prese le sigarette e girò sui tacchi senza dire altro. Quella me la segnai sul serio, e aspettai che se ne andasse in pellegrinaggio non so dove per entrare nella sua stanza con una copia delle chiavi.

«La chiamavamo Suor Faina
e io la odiavo.»

Era un loculo spoglio e ingiallito, con una sola finestrella rachitica e un crocifisso ritirato in un angolo della parete di fronte al letto. Non riuscivo a trovare dove avesse nascosto le Camel, ma una volta aperto il comodino me ne dimenticai totalmente. Dal cassetto spuntavano una manciata di foto di quando ci avevano portato a nuotare al lago, e in tutte, al centro, c’ero io.

Immagino che mi sarei dovuto sentire scosso, disgustato, forse addirittura terrorizzato, ma se anche ci fosse stato qualcosa di tutto questo dentro di me in quel momento era schiacciato da un’incontenibile euforia, tanto che mi misi a ridere e ballare, da solo, come un cretino. Mi trovò in piedi in mezzo alla sua cella e già iniziava a sbraitare e agitare i polsi, ma quando le sventolai davanti la mia scoperta dovette sedersi sul letto, sussurrando qualcosa a metà tra una breve preghiera e una lunga bestemmia.

«Ti supplico» mormorava tra i singhiozzi.

Ma io dovevo sembrare davvero di marmo, perché quella chinò lentamente il capo e si sciolse il soggolo, lasciando che una chioma nera e scomposta le scivolasse sul petto e sulla schiena, gli occhietti irrequieti fissi su di me. Fui come cera. Probabilmente non se lo aspettava, stracciai le foto. Mi sedetti sul giaciglio al suo fianco, le passai un braccio dietro le scapole e le appoggiai la tempia sulla spalla. Profumava di cannella.

Lorenzo Cancelli bio

Lorenzo Cancelli (1995), livornese, medico specializzando con refrattario amore per l’arte nelle sue varie forme. Eterno esordiente nella scrittura, nel lavoro, nella vita.

racconto stella schito

la cicatrice

Un racconto di Stella Schito
Numero di battute: 2500

Ho una ferita in fronte. Ce l’ho da mesi ormai. Prima era solo un bozzo, poi si è aperta una linea dritta tutta gonfia, con dentro il sangue e ai bordi il pus. Ci metto sopra il disinfettante ma mica si rimargina, anzi peggiora, ogni giorno sanguina di più. E poi ho questi mal di testa del cazzo, da far implodere il cranio. Sono iniziati tre mesi fa, quando Paolo mi ha fatto quel discorso folle.

Se non avessi la fobia, andrei pure dal dottore. Solo per avere la certezza che è proprio colpa sua, di Paolo, e sbattergli in faccia che quando mi ha detto: io non posso stare con te, mi ha fatto ammalare di una cosa gravissima. Io ci ho provato a riprendermelo, ma lui mi diceva: sono un fallito, un depresso, un alcolizzato senza futuro, e non voleva. Non era mica una battuta, davvero non ci voleva stare con me, ed è sparito.

Io mi sono chiesta: adesso che si fa? E mi sono risposta: Niente si fa, non si fa niente. Ti alzi la mattina e la sera vai a dormire, come sempre. Però sono arrivati i dolori e il bozzo in testa, e io anche se vado a dormire non riesco a riposare.

«Niente si fa,
non si fa niente.»

Ma la gente se ne fotte che tengo questa malattia strana. Non c’hanno un briciolo di rispetto, e pure oggi, nella buca della posta, quella strega mi ha lasciato una minaccia: “Se stanotte sentiamo ancora colpi sul muro procederemo per vie legali”. Le ho pure tenuto il cane, l’anno scorso, a questa stronza. Prima era tutta gentile e da quando Paolo se n’è andato ha iniziato a minacciare.

E quali colpi poi? Io la notte provo solo a dormire e pure male, che mi sveglio con il letto vuoto e mi viene da piangere e la testa mi esplode.

C’avrà le allucinazioni, questa vecchia rimbambita. C’avrà i topi dentro ai muri. Che pure io trovo sempre i quadri spostati. La mattina li riaggiusto e il giorno dopo stanno ancora storti. E dietro a uno c’è una macchia rossa, che sembra sangue, tutta sopra il muro. Ma io non la voglio guardare a quella macchia, che mi fa stare male. E se ci penso a quella macchia la testa mi scoppia, e io non ci voglio pensare.

Tanto pure oggi devo uscire, devo mettere il cerotto in fronte e andare a lavorare.

Mi guardo nello specchio e la ferita sta sempre lì, me la tocco con le dita, piano piano, che diventa quasi una bella sensazione. Un giorno sarà una grossa cicatrice, di quelle con i bordi frastagliati.

E la gente mica potrà fare finta di niente, me lo dovrà chiedere per forza. E pure dopo vent’anni, pure dopo trenta, io gli dirò di Paolo che mi ha amata e io non riuscivo a lasciarlo andare.

schito stella

Stella Schito frequenta ancora l’università, studia Lettere Moderne. Per qualche anno ha collaborato con il Centro di Ricerca Pens (Poesia Italiana e Nuove Scritture). Il suo primo romanzo risulta tra i segnalati della XXXVI ed. del Premio Italo Calvino, ma non vuole provare a pubblicarlo perché ne sta scrivendo un altro, che spera essere migliore.

bonato agostino racconto

sull’ isola

Un racconto di Agostino Bonato
Numero di battute: 1873

«Oppure potrei fare un bel viaggio…»
Annuisco.
«Di quelli lunghi, sai? Alla fine non mi sono mai fermata finora.»
Affondo il cucchiaio nella zuppa.
«Anche se stessi via un mese o giù di lì non credo che per te sarebbe un problema, giusto? Fino a qualche anno fa stare distanti era la normalità per noi.»
Sospiro, sorridendo appena.

«Più che altro il problema potrebbero essere i miei. Non so come prenderebbero la cosa.»
Alzo le sopracciglia. Sono d’accordo, ma non dico niente.
«Dicono che il 2025 sarà uno dei migliori anni per andare in Giappone. Roba che con solo quattro o cinquecento euro te la puoi cavare… per il volo intendo.»
Un’altra cucchiaiata.

«Sei molto silenzioso stasera. È tutto ok?»

«Altrimenti non saprei. So solo che aspettare con le mani in mano non è da me.»
Tutto vero. Spezzo una fetta di pane.
«Sei molto silenzioso stasera. È tutto ok? Sei stanco dal lavoro?»
Annuisco di nuovo.

Fisso le briciole sul tavolo. Bianche, sopra al blu scuro della tovaglia, sembrano isole. Quelle isole piccole e aride, polverose e scottate dal sole estivo.

Lungo le ripide viuzze di un paesino di pietra, in piedi, ci sono io. La luce è intensa e attorno a me sento solo il lontano rumore del mare. Per un attimo il vento ha smesso di soffiare, lasciando l’aria immobile e piatta. Mia madre, pochi metri davanti a me, si gira a guardarmi. È giovane: la pelle sul viso è tonica e compatta, mentre i capelli sono lunghi e castani.

«Perché ti sei fermato?»
Mi tende la mano.
«Dai, che fa caldo! Non startene lì impalato.»

Mi giro e mi guardo attorno: non c’è anima viva tra queste case. Dalle caviglie, strisciante e silenziosa come quella volta, sento l’angoscia cominciare ad avvolgermi. Vorrei urlare e piangere, ma in questo silenzio suonerebbe troppo strano. Dovrei dare delle spiegazioni che la mia voce non è in grado di esprimere.

«Sei stanco?»
La voce di mamma è tranquilla. Meglio così: non voglio che si arrabbi.
Annuisco.

Bonato

Agostino Bonato è nato nel 1996 in provincia di Vicenza, ma vive a Torino. Si è laureato in storia, ha insegnato alle elementari e lavorato come operaio (in questo preciso ordine). Almeno una volta all’anno deve riguardarsi Shrek.

racconto luigia brandimarte

sorella

Un racconto di Luigia Brandimarte
Numero di battute: 2479

Sorella arriva. Sorella non richiesta, cane bastava. Sorella è piccola. Sorella in ospedale, madre in ospedale, padre in ospedale, sorella maggiore dai nonni. Sorella è ancora piccola. Sorella in ospedale, madre in ospedale, padre in ufficio, sorella maggiore da altri nonni. Sorella a casa, sorella dorme con madre e padre, sorella maggiore dorme sola. Sorella piange, madre allatta, padre lavora, cane abbaia, sorella piange. Sorella cresce, madre in ufficio, padre in ufficio. Sorella quattrocchi, sorella brutta, sorella adottata, sorella piange, chiedi scusa, sorella maggiore dice scusa, padre in ufficio.

Sorella non è sorella maggiore, signora, sorella non studia, sorella si ammala. Sorella asina, sorella deficiente, sorella stupida, sorella piange, chiedi scusa, sorella maggiore dice scusa, padre in ufficio. Sorella perde occhiali, madre in collera, padre in ufficio, sorella maggiore ride, sorella piange, chiedi scusa, sorella maggiore dice scusa, padre in ufficio.

«Sorella arriva. Sorella non richiesta, cane bastava.»

Sorella va in bici, sorella va in discesa, sorella va veloce, sorella maggiore taglia freni, sorella in ospedale, madre in ospedale, chiedi scusa, sorella maggiore dice scusa, padre in ufficio. Sorella mette rossetto, sorella mette gonna, sorella mette tette, sorella mette sorriso, sorella maggiore parte. Madre in ufficio, padre in ufficio, sorella in discoteca. Sorella felice. Sorella matura, sorella parte, sorella in stanza con sorella maggiore. Sorella cerca altri letti. Sorella lascia Carlo, Carlo piange. Sorella lascia Marco, Marco piange. Sorella lascia Pietro, Pietro piange. Michele lascia sorella, sorella piange.

Sorella torna da sorella maggiore, sorella maggiore ha amica, sorella dorme sul divano, sorella piange, sorella non mangia, sorella cerca altri letti, sorella non passa esame. Sorella resta sul divano. Sorella maggiore ignora. Madre in ufficio, padre in ufficio. Sorella maggiore passa esami. Sorella esce, sorella beve, sorella fuma, sorella scompare. Sorella torna, sorella magra, sorella brutta, sorella fuma, sorella beve, sorella esce. Sorella maggiore ignora. Madre in ufficio, padre in ufficio.

Sorella maggiore è dottoressa. Madre arriva, padre arriva, sorella torna, festa per sorella maggiore dottoressa. Madre in ufficio, padre in ufficio. Sorella via, sorella non torna, sorella non torna, sorella non torna, sorella dov’è? Arriva madre, arriva padre, arriva polizia. Sorella in ospedale, madre in ospedale, padre in ospedale. Sorella maggiore chiede scusa.

Luigia Brandimarte_B_N

Luigia Brandimarte lavora di giorno, scrive di notte. Si potrebbe dire che lavora in estate e scrive in inverno, visto che vive a Stoccolma. Ma non è vero. Al Politecnico ci va tutti i giorni da oltre dieci anni e a scrivere ha iniziato da poco. Un suo racconto è stato di recente pubblicato su Wertheimer rivista e a breve ne uscirà uno su Narrandom.

racconto Marcello Guardo

per oggi è finita

Un racconto di Marcello Guardo
Numero di battute: 2106

Dietro la parete zigrinata ci sono i ragazzi, e tutti urlano, alcuni forte nelle mie orecchie, altri piano, solo per parlare. Urlano come animali, liberi nell’ombra Sono vicini finché una mano cade sulla mia spalla e allora mi faccio avanti e il mio passo echeggia sotto il tetto di stelle esplosive; il mio passo mi rimbalza nel casco, mi attraversa le tempie e discende attraverso la gola. Il mio passo calpesta il pavimento dentro di me, e le assi del mio stomaco scricchiolano sotto gli stivali, i bordi si allargano e grattano le pareti.

È una notte chiara, mi copro dalla pioggia, le corro incontro. I giovani ballano liberi, saltano e ridono, mentre io sto zitto, in ascolto, a studiare i graffi sui miei occhi, e mi sforzo di non sudare per non perdere la presa sul bastone.

«Non sto bene chiuso nel mio stomaco.»

Tra poco smetterà di piovere e io fremo per uscire: non sto bene chiuso nel mio stomaco, troppo magro per farci stare il gigantesco urlo che mi scuote. Le gambe si stringono l’una all’altra Uniti! Uniti! le mani sudano e il casco s’indurisce e mi si aggrappa ai capelli, il giubbotto mi spezza la schiena, il tuono agita ancora i lampioni.

Tiro il bastone contro l’ombra e quella mi morde invitandomi a tirarlo ancora Siamo arrivati, non cadere a confidare che non si spezzerà. Torna la pioggia e io mi ci immergo come un bambino contro le onde del mare: il nemico è tra i flutti. Presto i miei tendini sotto la tuta bruceranno, i miei occhi piangeranno tagliati dalla luce, la mia testa premerà forte sul casco crepandosi come un uovo di porcellana. Mi tirano indietro Non cadere, Cristo! la marea si alza e trattengo il respiro. Continuo a lanciare il bastone e non cado. È importante che io non cada. Un urlo, l’esplosione della Beretta 92 semi-automatica d’ordinanza, il mare urla tutto intero. Tolgo la visiera: le ombre tornano ragazzi, le grida tornano pianti, le danze tornano braccia e gambe, strette contro un corpo steso sulla strada.

C’è chi arretra, c’è chi si lancia, mosso da un terrore antico, contro la membrana di carne che ora crepita in terra. Torno nel mio stomaco Per oggi è finita. Per oggi è finita.

foto marcello guardo

Marcello Guardo (Palermo, 1996) palermitano di nascita, figlio illegittimo dell’Etna. Dopo essersi formato alla Scuola Holden, diventa sceneggiatore per Biennale Architettura 2022. È attualmente autore al montaggio per un noto programma televisivo a Milano. Ha pubblicato su Blam!, retabloid di Oblique e Voce del Verbo e sta per terminare il suo primo romanzo.

racconto meneghetti bea

l’ allergia

Un racconto di Bea Meneghetti
Numero di battute: 2497

Tieniti stretti gli amici, ma ancora di più i nemici. Io la nemica ce l’avevo in casa.

Chiara era la mia coinquilina a Bologna, nella casa che papà mi aveva regalato per lasciarmi studiare in pace. Io frequentavo Giurisprudenza, lei Comunicazione-per-qualcosa-di-qualcosa, una di quelle triennali che si prendono anche da bendati. Mi aveva confessato che non passava gli esami e non so come non le avessi riso in faccia. Si era giustificata: lavorava in pizzeria sei sere a settimana ed era troppo stanca per concentrarsi. Le avevo detto che non la giudicavo, ognuno ha i suoi tempi. Più sono stupide e più si ostinano.

Chiara non lavava mai i piatti, spargeva grasse chiazze sui fornelli e schizzava sugo appiccicoso sulle mattonelle. Il lavandino era stracolmo di posate unte e pentole incrostate, mentre il pavimento era sudicio di impronte. Il fetore di fumo aleggiava in una nube soffocante, mi s’incollava ai vestiti, mi perseguitava.

«Io la nemica ce l’avevo in casa.»

La spazzatura la gettava quando glielo ordinavo. Nel secchio dell’umido ristagnava una patina viscida, colonia di vermi che infestavano poi le pareti in lente strisciate. A guardarli avevo i conati. Non chiudeva la cucina: la puzza di pesce, cipolla o broccoli si insinuava sotto la mia porta e penetrava nella serratura in aliti persistenti. Macerava le lenzuola e impregnava il cuscino.

Sbottavo, e mi fissava con occhi vuoti. Urlavo, e mi rispondeva okay, scusa, lo farò. Mi prendeva per il culo senza vergogna. Sognavo di spaccarle il naso contro il ripiano di marmo. Mamma si raccomandava di essere paziente, che da contratto non potevamo cacciarla.

Volevo essere ripagata: le mangiavo i biscotti vegani, le rubavo gli assorbenti, le finivo lo shampoo. Pianificavo vendette notturne, disseminando piccoli disagi in punta di piedi. Nelle mie incursioni aprivo cassetti e scatole, guardandomi alle spalle, guidata dalla luce del cellulare. Avevo di nuovo il controllo, avevo un segreto. Desideravo vederla confusa, turbata, incazzata. Non sembrava però accorgersi della mia guerriglia domestica.

Un giorno non trovai le forbici. Cercai ovunque, ma erano sparite. Passai davanti al suo bagno e gettai uno sguardo: eccole, nel bidet. Entrai. Erano coperte di peli. La schifosa. La rabbia sorse come il gas in una Coca shakerata. Il tappo stava per saltare.

Corsi in cucina, spalancai il frigo, afferrai il mio cartone di latte. Tremando, lo versai nella sua bevanda alle mandorle.

La mattina dopo lei era su un’ambulanza e io a scrutare senza fiato il muro.

bio meneghetti bea

Bea Meneghetti è una studentessa venticinquenne a cui piace scrivere racconti e arrampicare su roccia.