Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: Settembre 2022


Tito Sdralevich racconto

una lettera d’amore

Un racconto di Tito Sdralevich
Numero di battute: 1626

A., tu forse non lo sai, ma c’è una tribù di nomadi che da secoli vaga per un deserto di zucchero. I bambini della tribù nascono sotto tende nere. Appena nati, ricevono in bocca un piccolo sasso levigato – così impareranno a sopportare la sete.

Da sempre i nomadi danno la caccia a una città fantasma. Le minuscole case dai tetti d’argilla, le ombre dei minareti proiettate sulla sabbia, le bianche fontane di acqua dolce: non sono che un miraggio.

Funziona così: ogni mattina il sole illumina i cristalli di zucchero vorticanti nell’aria, la città prende forma; un grido di gioia e di meraviglia si leva dalle tende, ma ecco che subito la città si sfascia, si rimescola, scarta di lato e, alla fine, precipita su sé stessa.

«Da sempre i nomadi danno la caccia a una città fantasma.»

I nomadi, cocciuti, la inseguono con il cuore spezzato. I bambini non hanno che una domanda per le madri: «Quando?». Le madri accarezzano loro la testa e rispondono: «Quando soffierà il caldo vento del deserto».

Quando soffierà, solidificherà i cristalli, allora abiteremo nella grande città, fatta di aria e di luce. Le bocche buie dei bambini si spalancano. Le madri continuano a raccontare. «Entreremo scalzi nelle moschee, e inginocchiati sulle trame di lana ringrazieremo Dio, che ci ha donato la sua città più fragile, perché solo ciò che è fragile come il cristallo può essere attraversato dalla luce.»

A.: che sei stata bambina e hai sopportato la sete. Ora che sei la mia città. Ora che le tempeste ti soffiano via per il deserto. Ti inseguo rigirandomi in bocca le macchie scure che hai negli occhi, i tuoi denti, che tante volte si sono scontrati con i miei. E aspetto che si alzi il vento.

bio Tito Sdralevich

Tito Sdralevich ha trent’anni, vive a Milano e ha studiato Neuroscienze. Ha pubblicato dei racconti su Nazione Indiana. 

Giorgia Di Nardo Fasoli racconto

una questione di vita o di morte

Un racconto di Giorgia Di Nardo Fasoli
Numero di battute: 2446

Erica cammina come se indossasse tacchi alti, invece è scalza con solo una camicina da notte blu, a fiorellini bianchi. Si è svegliata perché deve fare la pipì e percorre il lungo corridoio evitando di calpestare le ombre grumose sul pavimento di cotto. Questo gioco l’ha inventato Sissi, la sua migliore amica, una volta che è rimasta a dormire a casa sua; ma per Erica ora non è più un gioco, bensì una questione di vita o di morte, come se camminasse tra lapidi e croci.

«Facciamo finta che sono buchi» aveva bisbigliato Sissi, «se ci finisci dentro muori!» Dicendo questo, aveva dato una piccola spinta a Erica e il suo piede destro era finito proprio al centro dell’ombra scura della cassapanca di vimini, «Ecco, sei morta!» aveva esclamato Sissi ed era corsa a chiudersi in bagno con due mandate.

«Apri, devo fare la pipì!» aveva protestato Erica con le gambe un poco piegate e i ginocchi che si sfioravano.

«Se ci finisci dentro muori!»

«No, io non parlo con i morti anzi…» Una pausa, il suono della tavoletta e poi quello tintinnante dell’urina. «Sono i morti che non possono parlare con i vivi. Quindi tu ora non parli più e anche se parli io non ti sento.»

Questa scena Erica la ricorda nei minimi dettagli e anche il senso di vuoto e paura che le si era aperto nel petto con un cigolio sordo da portone non oliato. Era rimasta lì, un piede gelato poggiato sull’altro ancora più gelato, incerta se bussare o no per timore di svegliare i suoi, mentre Sissi, dall’altra parte, canticchiava una filastrocca insegnata dalla maestra.

«… Say the bells of Old Bailey. When I grow rich?»

Quando dopo uno, due o forse tre minuti, Erica aveva ceduto, era già troppo tardi perché, proprio nel momento in cui le nocche avevano toccato il legno, aveva sentito una scia calda scivolarle giù tra le gambe, insieme alle lacrime che erano già lì a offuscarle la vista. E stava per fuggire, andarsi a nascondere chissà dove, forse direttamente nel letto dei suoi, forse in camera del fratello, o meglio ancora, via al piano di sotto dalla zia, quando aveva sentito la risatina di Sissi e poi: «Ecco, sì, questo sì: i morti possono bussare, mia nonna dice che i morti…».

Sissi aveva aperto la porta e lasciato la frase a metà; arricciando le labbra e storcendo il naso l’aveva guardata come si guarda una pera marcia spiaccicata a terra.

«Che schifo! Voi morti fate davvero schifo» aveva detto e se ne era andata saltellando e ripetendo che schifo, che schifo, voi morti fate davvero schifo.

bio Giorgia Di Nardo Fasoli

Giorgia Di Nardo Fasoli è nata in Abruzzo e vive a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne e Italianistica. Ora, oltre a occuparsi di tutte quelle cose che servono per vivere, si sveglia molto prima dell’alba per scrivere senza essere disturbata e legge molto. Un suo racconto è stato pubblicato nella raccolta collettiva I giorni alla finestra (il Saggiatore 2020), un altro dalla rivista Offline.

eduardo de cunto racconto

adalberto cammina

Un racconto di Eduardo De Cunto
Numero di battute: 2471

Piove. Adalberto cammina. Un passo segue l’altro.

Un passo sinistro dopo un passo destro, una goccia dopo una goccia. In città piove da sempre e piove sempre. E Adalberto, è da sempre che cammina?

La pioggia insiste. Si intensifica. Torna rada ma non smette.

Un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra: più gocce che passi, si direbbero due ordini di infinito.

Non da sempre cammina, Adalberto. Tanti anni fa gattonava, e prima ancora non c’era piede da mettere avanti a piede.

Neanche il cielo piove da sempre. Due ordini di finito, dunque, di estenuante enormità.

«Neanche il cielo piove da sempre.»

A piede segue piede, a goccia segue goccia. Adalberto piove insieme alla pioggia: cade pioggia dalla sommità concava del cranio alla lingua, poi giù per l’esofago fino a seccarsi sul cuore. A piede segue piede. È Adalberto che cade, mentre cammina in piano. A piede segue piede: batte la pioggia, batte il petto. Attorno alle caviglie inzuppate pare crescano radici, tanto è innaffiato. Parrebbe dover restar fermo, trattenuto all’asfalto, riflesso nelle pozzanghere, invece non è che una macchia che si sposta di polla in polla.

Adalberto piove con la pioggia, e piovono con lui i concittadini. Gli piovono dall’altro lato del marciapiede, o in senso contrario, o d’obliquo, talvolta nel medesimo verso. Li supera, lo superano, si incrociano. Un cenno muto di mano, o di capo, e poi piede avanti a piede, gamba avanti a gamba, nuvole che passano e che piovono per conto proprio.

Non passano mai le nuvole della città, quelle no. Se passano ne arrivano altre. 

La gente che passa non piove che fuori ai vestiti. Dentro, non sembra bagnata. La pelle, che copre ogni passo di piede, ogni gesto di mano o di capo, è impermeabile. Quegli altri non piovono che dal cranio convesso, non giù per l’esofago. Eppure vanno, va il cuore, vanno i piedi in ogni dove e in ogni senza perché.

Adalberto cammina. Gli occhi arrivano dove i piedi non possono. Laggiù, le nuvole si aprono ferite da una lama d’oro. La carne d’ovatta che copre il cielo si apre e sanguina, sfuma in rosa nell’epidermide di nuvola esfoliata, si fa livida e poi, per un’impercettibile linea, verde, poi gialla dove la pelle è quasi guarita. Ma questo è lontano. Sopra la testa d’Adalberto, sulla città, c’è solo nero, e perlopiù grigio, al limite un bianco sofferente che non ha riposo.

Cammina, va dove dev’essere caldo. Percepisce il tepore. Non è che un attimo, un pensiero d’asciutto, e la sensazione è persa. A piede segue piede, a goccia goccia.

de cunto eduardo

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, e sulle riviste Risme, Voce del verbo, Squadernauti, La nuova carne, Quaerere, Bomrché e Colla. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.