Pastrengo Agenzia Letteraria

Category Archives: Rivista


aguilar-di-jacopo-cirillo

aguilar

Un racconto di Jacopo Cirillo
Numero di battute: 2500

Prima di spezzare il pane e tranciare la carne, Daniel versò del vino a terra, mormorando una preghiera al Grande Spirito; poi rendemmo grazie agli antenati, all’Orso e all’Aquila. La terra non aveva ancora assorbito tutto il sangue degli acini e noi, sacrileghi, già bevevamo caffè e arrotolavamo sigarette con l’erba di Nino, il più grande coltivatore di marijuana in questa parte di mondo, poco sopra il New Mexico, poco sotto al niente.

Daniel accese un grande fuoco vicino all’hogan, la capanna in cui si svolgevano i riti: era il master of peyote, l’unico che potesse somministrare il pane degli dei a chi ne fosse degno. Noi non lo eravamo. Nonostante questo, ci raccolse attorno a sé e raccontò la storia dell’orso.

«Gli occhi dell’orso erano inespressivi.»

Tanto tempo fa, Daniel viveva insieme alla sua famiglia in una piccola capanna di tronchi d’albero. Una mattina vide un orso gigantesco che lo guardava, immobile, sul limitare della foresta. La stessa sera, tornando a casa, l’orso era ancora lì. Dieci giorni di sguardi e paure, come tra innamorati.
Una notte, l’orso si avvicinò alla capanna, si arrampicò sui tronchi di legno e salì sul tetto; sotto dormivano i figli di Daniel. L’animale provò a portarglieli via, il padre si svegliò in tempo.
La mattina dopo l’orso era ancora lì, immobile, con gli occhi puntati nei suoi. Daniel pulì il fucile con mani tremanti e, procedendo per tentennamenti, camminò verso l’animale. Gli occhi dell’orso erano inespressivi, mostravano solo i meccanismi della natura. Daniel alzò la canna, poi l’abbassò, poi l’alzò di nuovo, si risolse e gli sparò in testa.
I didn’t want to piss off the Great Spirit, piagnucolò, rifugiandosi colpevole nell’hogan. Passarono ore prima che uscisse. Prese un lungo coltellaccio, si avvicinò alla carcassa dell’orso, lo scuoiò e tornò nella capanna, rimanendoci per tre giorni. Alla terza notte, notte di luna piena, Daniel riemerse con tre piccoli mantelli di pelle d’orso, quelli che ora sono appesi all’ingresso della casa nuova, vicino ai cappotti. Svegliò i bambini, li vestì con le pelli e ballarono tutta la notte attorno al fuoco, per chiedere perdono e invitare lo spirito dell’Orso a vivere con loro.

La storia, così com’era cominciata, finì in uno sbuffo di fumo, lasciandoci tutti in preda di quel momento. Sentivamo distintamente lo Spirito aleggiare e non avevamo paura, così come ci aveva insegnato il maestro del peyote. Poi un muoversi tra le foglie, un orso correva contro di noi, a fauci spalancate. Nessuno riuscì a muovere un muscolo.

jacopo-cirillo

Jacopo Cirillo (1982) vive e lavora a Milano. Autore e collaboratore di Topolino, ha fondato nel 2008 il progetto letterario Finzioni. Scrive di libri e serie tv su numerose testate online e ha appena finito il suo primo libro.

racconto di Fuani Marino

l' ultimo nastrino rosso

Un racconto di Fuani Marino
Numero di battute: 2484

Letizia s’iscrisse a un corso su come decorare l’albero di Natale. Lo fece senza pensarci troppo, accodandosi svogliatamente a un gruppo di mamme della scuola dei suoi figli, per poi ritrovarsi seduta nella saletta di un multistore in centro, spalla a spalla con altre signore che s’interrogavano su quanto dovessero essere grandi gli addobbi lungo le estremità. Esisteva un vero e proprio protocollo da seguire. L’equazione dell’albero perfetto vuole che l’albero, se vero, venga scelto con attenzione fra le numerose varietà – meglio un douglas o un balsam fir? – e, quando artificiale, sia dalla forma armonica e con folti rami ad accogliere i lustrini.

Una volta varcata la soglia di casa, tipico interno borghese caldo e ben arredato, Letizia trovò i bambini che cenavano in pigiama imboccati a turno da Rosemary, la colf filippina che viveva con loro.

«Questo Natale però era diverso.»

Malgrado fosse già in pantofole, costrinse suo marito a rimettersi le scarpe e a scendere in cantina per prendere il necessario: l’indomani avrebbe avuto inizio l’allestimento, era quasi fine novembre, d’altronde. Tanta premura non veniva dal timore di dimenticare qualche passaggio fra quelli appresi al corso, quanto dalla speranza che l’illuminarsi ritmico delle lucine venisse a rassicurarla anche quest’anno. Le avrebbe guardate scintillare dal divano o, nel buio della casa addormentata, quando si aggirava fra le stanze come un animale notturno in preda alla sua insonnia.

Questo Natale però era diverso. Letizia avvertiva più stanchezza che eccitazione, noia nello scegliere i regali; le festività le risultavano faticose, e la scuola sarebbe restata chiusa per quasi venti giorni. Il calendario dell’avvento, con le sue piccole caselle da aprire, le trasmetteva ansia, era come se presagisse un pericolo, qualcosa di sinistro che partiva da lei per spingersi all’esterno e propagarsi a quel periodo dall’apparenza festosa.

La fase di decorazione durò un paio di giorni, lei ritta sullo scaletto per raggiungere la cima dei due metri e ottanta centimetri, con i cori natalizi in sottofondo, e i bambini che volevano aiutarla ad appendere palle, casette e pigne dorate, ma che riuscivano solo a infastidirla. Si era ormai fatta strada dentro di lei la sensazione che fare quell’albero fosse perfettamente inutile, e che lei, tutta presa dallo scegliere la decorazione giusta, non fosse altro che un’immagine stereotipata, niente di molto diverso dalla caricatura di se stessa, pensò legando l’ultimo nastrino rosso.

Marino Fuani

Fuani Marino (1980) è nata a Napoli, dove vive e lavora. Giornalista, ha scritto per Corriere del Mezzogiorno, Flash Art, The Towner. Dopo aver frequentato corsi della Scuola Holden e della Scuola del Libro, ha appena terminato di scrivere il suo primo romanzo.

nicola-h-cosentino

cose che servono sempre

Un racconto di Nicola H. Cosentino
Numero di battute: 2477

Sapevo di trovarlo lì. Altre due volte, negli ultimi mesi, mi aveva scritto Sto pensando. Mi raggiungi? e poi l’indirizzo preciso, via Casale Redicicoli, 501. L’Ikea della Bufalotta. Sedeva in punta alla chaise-longue di un divano Dagstorp e attendeva, le mani ad amen e le gambe larghe, l’ora di cena. Poi prendeva due autobus e tornava a casa. Giustificava il viaggio con l’acquisto di una lampadina, quattro piatti, un tappeto per il bagno. Lei non si scomponeva: «Sono cose che servono sempre›». L’ultima volta che mi costrinse a raggiungerlo fino a Porta di Roma per guardarlo riflettere, Vincenzo aveva ai piedi le scarpe running dei giorni di ribellione. Indossarle era il suo bengala di libertà: le calzava con fierezza, noncurante della consunzione craterica sulla parte gommata, nei giorni in cui perdeva un lavoro, viaggiava da solo o litigava con Nicole. Ogni tanto glielo facevo notare. «Hai queste vecchie scarpe» dicevo, e lui rispondeva sempre: «Belle, no? Le mie preferite».

Quel giorno non dissi niente. Fuori pioveva forte, e raggiungerlo mi aveva innervosito. Mi limitai a sedergli accanto e fissare un televisore spento, incastrato sul cartongesso perlato di quel salotto posticcio, lo stesso che aveva riprodotto un anno e mezzo prima nei quaranta mq in cui viveva con Nicole. Era come pensare a casa sua, ma in un universo irreale, circondato da un raccordo di borsoni gialli, coppie consultanti mappe e dépliant con la matita tesa in avanti come il bompresso di un veliero.

«Sedeva in punta alla chaise-longue
di un divano Dagstorp e attendeva.»

Anche tra i suoi piedi c’era uno di quei borsoni: era pieno di candele alla cannella, le preferite di Nicole, e una grossa lampada a forma di cuore. Vincenzo la scavalcò e raggiunse il confine ideale del soggiorno bianchissimo, il loro, per entrare nel mondo accanto, una stanza da studenti fricchettoni piena di arancioni cozzanti e zebrati perfetti, e mobili verde acqua dalle striature ruvide, amatoriali. Un mondo fatto-male-apposta, in eterna ridefinizione, come piaceva a lui. Fece piccoli saltelli da una parte all’altra, dal parquet di mogano alla moquette azzurra, poi si fermò a cavallo del confine, con le gambe ad arco tra le parti tipo Colosso di Rodi. Quando finì, tornò accanto a me.
«Non sono d’accordo con quello che stai pensando» gli dissi. «Che le case è più bello sceglierle che abitarle.»
Lui non rispose.

Non so a che ora uscimmo, non me lo ricordo. Nella mia testa siamo rimasti lì, nel cuore trasparente di quel mondo nuovo, a sopportare immobili la notte.

nicola-h-cosentino

Nicola H. Cosentino (1991) è nato a Praia a Mare (CS) e vive tra Roma e Cosenza. Giornalista pubblicista, ha collaborato per anni con il Quotidiano del Sud. Dal 2014 cura la pagina culturale del blog Venti, di cui è cofondatore, e organizza il festival di cinema indipendente Brevi d’Autore. Ha pubblicato alcuni racconti su Colla, scrive di letteratura su minima&moralia. Il suo primo romanzo è Cristina d’ingiusta bellezza (Rubbettino Editore 2016).

le-verande-gabriele-di-fronzo

la veranda

Un racconto di Gabriele Di Fronzo
Numero di battute: 2500

Dopo qualche giorno che l’uomo se n’è andato via di casa, non sappiamo chi delle due sia quella rigorosa e chi quella conciliante, chi è morbida e chi scorbutica anche senza ragioni. Eppure non c’è approssimazione, la nostra prodezza è femminile, svola tra i marmi della cucina come spezie seccate al piccolo vento di un amore settembrino. So che prima o dopo lei ne sentirà il bisogno fino a domandargli di tornare, ma per ora lui è chissà dove a cercare un appartamento vuoto. Non c’entra nessun diverbio, è lei che ha deciso che avendo me può fare a meno dell’uomo. Per questo passiamo i primi giorni a dire ogni male che si merita, che lei ha smesso di amarlo, e che abbiamo fatto bene a mandarlo via.

La tenevo per mano, ci facevamo spazio tra i mobili della cucina e attraversando l’ingresso la conducevo verso il finestrone rivettato del salone. Giravamo lente su noi stesse. A chi ci avesse guardate, avremmo dato l’idea di donne a una festa di compleanno antica.

«Si tratta di dimenticare
che esiste altro
oltre noi.»

Nessun accordo semplice si è potuto avanzare in quella casa, da parte di chiunque delle due. Meno male c’era la preghiera. Si tratta di dimenticare che esiste altro oltre noi. Parliamo dell’uomo come corpo in mare sparito. «Oggi non voglio parlare di lui», ha detto anche stamani la donna. Lo ripete sempre, io accetto le sue bugie perché bisogna accettare che chi sta male menta. So, però, che ogni tanto si vedono, quando io esco e dico che starò via per un paio d’ore. Capita quando ho delle visite mediche o vado in chiesa. La donna chiama l’uomo al telefono e questo si sbriga ad arrivare. Non ha più le chiavi: gli aprirà lei, già senza la biancheria per quanto a lui piacesse toglierle il reggiseno, le calze e le mutandine, ma qui prevale l’esigenza ad altre manie, chiuderà la porta di casa con una doppia mandata e se lo porterà a letto. Che poi, se io dovessi tornare, non se ne farebbero nulla di una o due mandate: busserei e chissà come lei si disferebbe dell’uomo nel letto. Ma, visto che temo che non se ne disferebbe e anzi lo prenderebbe a pretesto per farlo ritornare a casa, se le dico che sto fuori un paio d’ore, rincaso perlomeno dopo tre ore.

Quando ieri mattina, dopo la messa, sono tornata a casa, un carabiniere mi ha fermata davanti al portone del palazzo. Non mi voleva lasciar entrare, finché non gli ho indicato sul citofono il cognome della persona da cui ero attesa. Ha fatto uno sguardo atroce. Nell'androne c’erano alcuni condomini che, parlando della nostra veranda, la definivano bella e alta.

gabriele-di-fronzo

Gabriele Di Fronzo (1984) è nato a Torino. Collabora con L'Indice dei Libri del Mese e Rivista Studio. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus. Il grande animale (nottetempo 2016, Premio Augusta, Premio Volponi Opera Prima, Finalista Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) è il suo primo romanzo. (Foto di Stefano Saporito.)

Pavimenti di Veronica Galletta

pavimenti

Un racconto di Veronica Galletta
Numero di battute: 2459

Nella nuova casa è tutto rosso e nuovo. Rosse le piastrelle per terra, rossi i divani nuovi. Rossi i cubi componibili che sua madre compra da un catalogo. Rossi i bagliori della raffineria che si scorgono dal balcone esposto a ovest. Nella nuova casa tutti sembrano nuovi. La madre mette in piedi una rigida routine di pulizie quotidiane, cucina, si dedica alle piante. Elena la segue volentieri. Impara i nomi delle piante, i giorni in cui innaffiare, chi deve stare lontana dal sole chi no.

La nuova casa ha molte stanze. Una camera per i suoi fratelli, il bagno di servizio, il doppio salone, due balconi e anche lo sgabuzzino. E poi c’è lo studio, ma nello studio non si può entrare. Dentro allo studio suo padre fa le ripetizioni. Da dietro la porta Elena lo ascolta spiegare. La filosofia, il latino, le versioni. Capta le risate dei ragazzi, la voce di trinciato del padre. Per gli altri, ma non per lei. In meno di un anno la madre è tornata al buio della sua camera, ed Elena non ha altro da fare se non restarsene dietro quella porta, in attesa, il sedere poggiato sulle piastrelle mattone di quelle case tutte uguali.

Centoventi appartamenti più o meno ampi divisi in cinque scale di un palazzo di sei piani, con l’alloggio per il custode, l’androne con l’eco e le lapidi di citofoni. Piano piano, quasi senza rendersi conto, Elena sposta la sua attesa fuori di casa. La porta in giro, sulla strada per la scuola, in classe, su e giù per gli autobus che prende per fuggire alla periferia, anche se di un pavimento sente sempre il bisogno.

«Nella
nuova casa
è tutto rosso
e nuovo.»

È il marmo screziato dell’androne del palazzo, piume di un pavone razionalista con gli occhi della coda che si inseguono lungo le molteplici vie di fuga. Elena carezza le piume con gli occhi, ne ama e detesta il nitore lucido, ogni giorno, per tutti gli anni che rimane seduta davanti all’ingresso della sua scala, ad osservare la gente passare.

È solo grazie a Max, il grosso pointer che impone in casa in un giorno di gennaio, che il pavone prende vita. La bestia corre su e giù senza pudore, scivola per metri nel tentativo scomposto di tenere a sé le quattro zampe, mentre il custode la insegue, Ho lavato, esci subito! urla, ma il cane terrorizzato scivola ancora, e piscia, mentre le urla si fanno più alte, si sovrappongono alle risate di Elena, in nuove onde mai sentite. Quando la famiglia decide finalmente di cambiare casa, il momento di andar via è chiazzato da pozze di urina di geometria scomposta.

veronica-galletta

Veronica Galletta (1971) è nata a Siracusa e vive a Livorno. Ha pubblicato racconti per Colla, Abbiamo le prove, L’inquieto, A4, il Corriere della Sera. Nel 2015 è stata finalista al Premio Calvino.

lassicurazione-antonio-marzotto

l' assicurazione

Un racconto di Antonio Marzotto
Numero di battute: 2445

Quello che serve per capire se l’uomo con la giacca di camoscio e i capelli radi incollati alla fronte farà un altro passo indietro, l’ultimo, e si lascerà cadere dal ponte che attraversa il Fosso del Diavolo, è tutto qui. Non c’è bisogno di parlarne, né di farsi un cenno con il mento, o un’occhiata, niente. L'uomo si butterà. E le ultime due persone che guarderà saremo noi, Sonia. Ha scelto noi.

Io non lo so com’è svegliarsi di notte con in fondo alla gola la sensazione di aver sognato quello sguardo, e io e te non abbiamo bisogno di dircelo che non vogliamo portarcelo via, lo sappiamo e basta, come si sanno sempre le cose vere un attimo prima che lo diventino.

Saranno passate due o tre auto in venti minuti. Hanno rallentato, gli occhi inchiodati al parabrezza, le mani perfettamente in posizione 10 e 10 e speriamo che non mi cazzo fermano, pensano, quando vedono il lampeggiante blu. E io non lo so se qualcuno rallenterà per guardare la scena: l’uomo con la giacca di camoscio in piedi sul guardrail, e io e te, a due passi dalla volante, tu con la mano sulla fondina (come se fosse possibile minacciare di morte un suicida, stupida, stupida Sonia), io bloccata sulle gambe pesanti, non grassa, non magra, inadeguata. Qualcuno potrebbe fermarsi, e l’idea, Sonia, te lo confesso, non mi dispiace per niente. Perché non so te ma io vorrei tantissimo che un altro essere umano ci dicesse cosa dobbiamo fare, visto che tu non sei in grado, e io nemmeno.

Non aveva l’assicurazione, direi ai curiosi, si è spaventato, è sceso dalla macchina come se tutto fosse finito, come se la vita fosse fatta di gelato e fosse colata per sbaglio dentro a un tombino, e noi ci abbiamo provato a calmarlo, la multa non gliela facciamo più, non c’è bisogno, davvero.

«Aiuto. Aiutateci.
Non siate
solo curiosi.»

Per così poco, per così poco, per così poco. Aiuto. Aiutateci. Non siate solo curiosi. Parlateci voi che siete vivi e umani e pesanti e disperati. Ditegli che va tutto bene.

Ma nessuno si ferma, per paura di un controllo, della legge, degli abusi, della morte, del potere, del controllo. E noi siamo sole, Sonia, e saremo sole per sempre.

L’uomo sul guardrail ora tende le braccia verso di noi e annuisce come un bambino educato e il vento gli scompiglia i brutti capelli radi e con una mano se li sistema, senza fretta, come se si stesse preparando per uscire a cena.

E quando, alla fine, fa un passo indietro e scompare nel nulla, io, per dio, giurerei di avergli sentito dire: «Hop».

antonio-marzotto-lassicurazione

Antonio Marzotto (1982) è nato e cresciuto a Livorno. Si è laureato in Cinema all’Università di Pisa e ha frequentato il Master in Tecniche della narrazione alla Scuola Holden di Torino. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati da Quintadicopertina e dalle riviste Colla e Linus. Lavora a Roma per una società di comunicazione.

claudia-bruno-non-ancora-cancellata

non ancora cancellata

Un racconto di Claudia Bruno
Numero di battute: 2500

La mattina presto il timbro è fermo al giorno prima, il rappresentante ci chiede se vogliamo il caffè. Al registro delle donne ci sto io. Dalla porta si vedono i prossimi. Abbiamo attaccato i cartelli ma sbagliano tutti. I maschi vengono da me, le donne dall’altra parte.

Signora di qua, le dico, le donne sono di qua. E mentre si avvicina infila una mano nella borsa nera, schiacciata, di quelle che potresti trovare in un film del dopoguerra. Allunga il braccio, ha la pelle ruvida, macchiata, una fascetta d’oro le sega il polso. Mi porge il documento. Ida Colotti, nata nel millenovecentoventitré, c’è scritto. La guardo, apro il registro, cerco la cì. Colotti, ripeto ad alta voce. Colasanti, Corte, Colotti niente. Ricontrollo. Co-lot-ti. Ah sì, eccolo. Colotti Piera, Gilda, niente Ida. No, dico. Guardo la ragazza sul documento, guardo Ida, guardo il registro. Signora, non c’è. Come non ce sto, pefforza ce sto, fa lei. Non è che ha sbagliato seggio? le chiedo, e lentamente le sfilo la tessera dalle dita. Trentaquattro, trentaquattro. Il numero è quello. Domando al collega che ha i maschi, hai visto mai se so sbagliati m’hanno nascosta là, ridacchia lei di sottofondo. Niente, fa lui, qui Colotti neanche c’è. Ma insomma non me fate vota’? alza la voce Ida. 

Tòctòc, bussa il finanziere sull’anta aperta. Tutto bene? chiede, che succede qui? Eh, che succede, dice Ida, ogni volta la stessa storia, non me fanno vota’. Nelle liste c’è un errore, spiego io, vado a chiamare il comune.

«Ma insomma
non me
fate vota’?»

Colotti, ripete l’impiegato all’altro capo del filo. E poi più lentamente, scandito in levare dalla percussione sulla tastiera, C-o-l-o-t-t-i Ida. Segue attimo di silenzio sottolineato da combustione di sigaretta. Deceduta, dice. È proprio sicura?

Quando torno al trentaquattro la vedo che mi viene incontro. Mo n’è che m’avranno scancellata pure stavolta, no? Mi sorride. E all’improvviso mi sento mancare, farfuglio un come? ’Na volta signori’, continua lei, era morta n’altra Ida, e il comune m’ha scancellato a me. M’hanno fatto mori’ prima. E io a spiega’ che ero ancora viva, che risate quella volta. Faccio per restituirle il documento. Ma ’nsomma, l’ha trovato il nome mio o no? mi chiede lei tutta agitata. L’ho trovato, dico. E che c’è scritto? domanda, e mi sfiora la mano. Ho un capogiro, per un istante chiudo gli occhi e riesco a malapena a respirare. La guardo, mi sta davanti, sa di rose e naftalina. C’è scritto Ida Colotti, rispondo, nata nel millenovecentoventitré e non ancora cancellata.

bruno claudia

Claudia Bruno (1984) vive tra Roma e Londra, lavora come redattrice e web editor. Nel 2016 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Fuori non c’è nessuno (Effequ). Suoi racconti sono comparsi su Flanerí, Abbiamo le prove, Colla, Cadillac, Costola, Il Paradiso degli Orchi, Premio Treccani Web. Si aggira per Twitter e Instagram come @bruclina.

michele-cocchi-jab

jab

Un racconto di Michele Cocchi
Numero di battute: 2471

Agostino, un paio di pantaloncini, una camicia bianca e delle strette bretelle, frustò l’aria con il braccio e scagliò il sasso nell’acqua. Proprio là, disse. È laggiù che mio fratello l’ha vista.
Tuo fratello è un bugiardo, disse Fausto. I capelli neri tagliati corti e un paio di mocassini marroni.
Ti dico che l’ha vista. L’anno scorso. Mentre pescava. A neanche due metri di profondità. Poi all’improvviso è scomparsa.

Nico fissava l’acqua in silenzio. I pantaloni troppo lunghi e una maglietta frusta. Poco più alto degli altri ma già largo di spalle.
Tuo fratello racconta un sacco di stronzate, disse ancora Fausto.
Non racconta stronzate. La medaglia stava proprio là.
Ma se l’acqua è sempre melmosa...

Quella mattina era pulita. Agostino fece tre passetti rapidi sul parapetto bagnato di pioggia, abbassò la testa e simulò un jab. Era un gigante, disse. Il più forte di tutti. Non ha mai perso. Si avvicinò a Fausto e fece finta di colpirlo. Un giorno sarò io il più forte.
Una volta ha perso, disse Nico.

Te zingaro stai zitto.
Fausto rise. Allora chi si butta? domandò.
Per fare cosa?
Per cercare la medaglia.
Con quella medaglia sarei invincibile. Agostino sferzò l’aria coi pugni.

«Te zingaro
stai zitto.»

La medaglia non c’entra, disse Nico. Nemmeno l’ha buttata, l’ha persa. L’ho visto in un documentario. Alì lottava per dire che i bianchi e i neri sono uguali. Era questa la sua forza.
Quante cazzate. Agostino si avvicinò a testa bassa e fece il gesto di colpirlo.

Facciamo buttare lo zingaro, disse Fausto.
Giusto. Buttati tu.
Non sono uno zingaro.
Sì che lo sei.
Mia madre è polacca e mio padre ungherese. Non siamo zingari.

Agostino saltellò sulle punte, finse di dargli un pugno e poi lo spinse. Nico perse l’equilibrio rischiando di cadere all’indietro. Diede un colpo di reni e saltò addosso ad Agostino. I due ragazzini caddero e si rotolarono sul parapetto, mentre Fausto batteva i piedi e gridava: Buttalo nel fiume. Buttalo nel fiume. Quando Agostino fece per rialzarsi slittò sulla pietra umida e scivolò dal parapetto. Si sentì il tonfo del corpo che entrava nell’acqua.

Fausto si mise a ridere. Guardò in basso e gridò: Allora Agostino la vedi la medaglia?
Agostino annaspò e scomparve sotto il pelo dell’acqua.
Cazzo, non sa nuotare.

Vai a cercare aiuto. Nico si tolse la maglietta e l’ultima cosa che Fausto vide, prima di correre in strada e fermare l’auto di passaggio, fu la sua schiena muscolosa guizzare nell’aria, mentre l’acqua del fiume si apriva e si richiudeva sul suo corpo.

michele-cocchi-jab

Michele Cocchi (1979) è nato a Pistoia, dove vive e lavora come psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza. I suoi racconti sono apparsi su numerose riviste («Graphie», «Il primo amore», «Nazione Indiana), e su antologie (Padre, Elliot Edizioni, 2009). Nel 2010 ha pubblicato la raccolta Tutto sarebbe tornato a posto (Elliot Edizioni), finalista del libro dell’anno di Fahrenheit. Il suo primo romanzo è La cosa giusta (Effigi, 2016).

© Stefan Tärnell

la paura

Un racconto di Claudio Panzavolta
Numero di battute: 2489

L’ombra che rifletteva contro il muro era più massiccia di quella di un tempo. Una macchia nera contro il bianco dell’intonaco.
Tirò su col naso. Sputò.
«Devi smettere di fumare» disse lei. Anche la sua ombra si muoveva flessuosa, poco più indietro.
Sembravano belli, visti così; con un futuro ad attenderli alla fine della via, alla fine della pineta, alla fine di quella torrida estate.

E invece c’era quel costume, un regalo che lui non sapeva. «Come fai a non ricordarti? Tre anni fa, prima di partire» gli aveva detto lei, e la voce le tremava.
Non era stato lui a regalarglielo. I suoi slanci non andavano mai oltre una scatola di cioccolatini, una sottoveste, un portamonete – oggetti innocui, poco vistosi.
E adesso quel costume torniva le eccedenze di lei, sotto la camicia sformata. Lei che era sua moglie da più di vent’anni.

Il bagnino li accompagnò ai lettini. Li aprì. Scosse le tele, per pulirli.
Si spogliarono.
«Mi metti un po’ di crema?» disse lei.
Scivolando lungo la spina dorsale, i polpastrelli gli si impigliarono nel laccio del reggiseno.
La fantasia aveva una trama semplice, banale. Chiunque fosse stato a regalarle quel bikini, doveva essere privo d’immaginazione – una persona simile a lui, in fondo.

Si svegliò poco dopo mezzogiorno.
«Dormi?» le chiese.
La schiena di lei si sollevava e rilassava al ritmo del respiro.
Fu allora che udì lo strillo. Un grido lontano, fagocitato dal frastuono del mare.
I bagnanti corsero al bagnasciuga.
Un bagnino di salvataggio stava spingendo al largo un catamarano.

«Quel costume. Chi era stato a regalarglielo?»

Anche lei si svegliò.
Raggiunsero la battigia, insieme.
Il bagnino avanzava contro le onde, verso quella mano che ora, solo ora, scorgevano di tanto in tanto, tra i flutti.
Lei appoggiò la schiena contro il suo addome, come per cercare un contatto.
Lui spostò lo sguardo a terra. Fu un sollievo scoprire che le loro ombre erano di nuovo lì, sulla sabbia bagnata, dura.
Il laccio del bikini gli solleticava il petto, come a provocarlo.
Quel costume. Chi era stato a regalarglielo?

Non gli importava più saperlo, ora che il bagnino afferrava il braccio della ragazza, ora che anche i loro corpi maturi erano tornati a sfiorarsi, riavvicinati dal pericolo, dalla paura, proprio come un anno prima, nella casa di via Goito, a Bologna, dopo la strage alla stazione.
Quel due pezzi non doveva significare nulla: lo decretò in silenzio, accogliendo la mano della moglie nella sua.
La gente, intanto, risaliva verso gli ombrelloni, sollevata.
Ma loro rimasero lì, sul bagnasciuga.
Soli, vicini.

claudio-panzavolta

Claudio Panzavolta è nato a Faenza nel 1982. Dopo essersi laureato in Storia d’Europa presso l’Università di Bologna, ha studiato Sceneggiatura cinematografica e televisiva a Roma. Ha pubblicato il romanzo L’ultima estate al Bagno Delfino (Isbn Edizioni 2014). Sulla rivista «Flanerí» è uscita la sua novella a puntate Cuore di Ruggine.  Vive a Venezia, dove lavora come redattore editoriale presso Marsilio Editori.

Non abbracciarmi di Carolina Crespi

non abbracciarmi

Un racconto di Carolina Crespi
Numero di battute: 2500

Stringo nella mano un sacchetto di plastica pieno di ciliegie scartate, e di noccioli.
L’aspetto seduto su due assi di legno appoggiate su una pietra. L’aspetto e non mi agito: spesso lei tarda agli appuntamenti.

«Spostati» urla dalla strada, «lì dove sei c’è il sole negli occhi!»
Ci sediamo per terra, in un posto senza sole, io appoggio il sacco dei noccioli, lei un mazzo di chiavi pesanti. Tira su un po’ col naso. Poi guarda i miei noccioli e me.
«Ti ho chiesto di venire perché entrambi i nostri padri trasportano cavalli.»
«Dove sono le ciliegie?» chiede lei.
«Entrambi, da Vicenza a Siena, cavalli diversi su camion diversi.»
«È vero che i tuoi ti riportano al tuo paese?»
«Fai solo domande.»
«Ti riportano dove ti hanno preso.»

Io taccio. A scuola mi hanno detto di non abbracciare anche se mi viene voglia di farlo. Mi hanno detto che gli altri non sono la mamma, che gli altri non sempre hanno piacere che li si abbracci. Mi hanno detto che sto crescendo, che alcuni mi trovano più schifoso, altri solo più alto. Sono alto come quasi tutti, di alcuni anche di più. Di lei, per esempio, che è bassa e ha tutti i nei che le macchiano le spalle.

«I cavalli era una cosa in comune per iniziare a parlare.»
«Non mi hanno mai portata a vedere da dove vengo.»
«Perché è a due passi da qui, non serve portarti. Puoi andarci anche adesso.»
Le guardo i sandali con il tacco.
«Oppure potresti venire a vedere da dove vengo io.»
«Non credo che mi divertirei. I cavalli non sono una cosa abbastanza in comune.»

«I cavalli non sono una cosa abbastanza
in comune.»

Michela si alza, guarda la corriera che si è fermata là dove la strada curva. Mi viene da abbracciarla, da toccarle il vestito di seta, glielo tocco, lei mi sente pesare attaccato ai polsini, non dice niente. Ho paura che uno si strappi incastrato così, tra le mie dita tenaglia instaccabile.

Lei all’improvviso si volta: ha gli occhi arrossati di rabbia.
«Non mi interessano le cose che dici!»
Si leva dalle tenaglie, inciampa nei noccioli e cade. Non piange, solo si è sporcata il vestito. Le guardo le spalle. Mi viene un’idea specialissima.
«E non abbracciarmi, a scuola dicono che abbracci tutti.»
L’idea mi sfugge. Mi sento rigido, punto per intero da un insetto.
«Non ti abbraccio, lo giuro.»

«Sediamoci sui legni. Il sole se n’è andato» mi dice.
Io raduno i noccioli e li rimetto nel sacco, prendo le sue chiavi pesanti, faccio un salto perché mi viene e spero che lei mi veda, ma lei è già seduta sui legni, di spalle, e guarda la strada.

carolina-crespi

Carolina Crespi (1985) è nata a Busto Arsizio e ha studiato Filosofia a Milano. Ha pubblicato due raccolte di racconti dal titolo Quello che mi rimane (Giraldi, 2008) e Il futuro è pieno di fiori (NoReply, 2012). Un suo racconto è stato incluso in Quello che hai amato (Utet, 2015), antologia curata da Violetta Bellocchio. Attualmente insegna italiano e collabora con diverse riviste.