Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: Dicembre 2021


racconto Arturo Caissut

la ragazza del primo banco

Un racconto di Arturo Caissut
Numero di battute: 2499

La mattina dopo ci svegliammo sulla spiaggia. Sabbia ovunque, polmoni umidi, ricordi confusi sulla lingua: giugno albeggiava, avevamo diciotto anni. Ci sistemammo i vestiti, ci avviammo verso la corriera che ci avrebbe riportati a casa. La scuola stava per finire, quella cena di classe era stata l’ultima occasione per noi: dopo anni passati a ignorarci prima e a fingere di farlo poi, quell’occasione non l’avevamo persa.

Io uscivo da una storia andata male, uno di quegli amori adolescenziali brevi e insignificanti che ai ragazzini sembrano seri come quelli dei romanzi ottocenteschi: Anna Karenina mi aveva lasciato dopo neanche un anno, io ero riuscito a malapena a farmi fare un pompino ed ero distrutto come solo un diciottenne sa essere. La mia vita era appena cominciata ma ancora non lo sapevo.

Lei era sola da un po’, o almeno credo. Aspettava quella cena da un po’, o almeno credo. Voleva consolarmi, o almeno credo.
Lei era la ragazza del primo banco, quella di cui cantavano i Social Distortion: se non sapete di cosa stia parlando non saremo mai amici. Non importa.

«La mia vita era appena cominciata ma ancora
non lo sapevo.»

Dopo cena ci eravamo spostati in una discoteca, proprio di fronte a quella spiaggia. Quando hai diciotto anni e sei in una discoteca di fronte a una spiaggia puoi fare due cose: ballare oppure ubriacarti. Io non ho mai imparato a ballare.

Flirtavamo da alcune settimane: lei sapeva che Anna Karenina se n’era andata, io sapevo che lei avrebbe voluto giocare a essere Emma Bovary almeno per un po’, però da sobrio esitavo da buon principe Myškin.

Non ricordo l’accaduto come una seduzione da parte sua o da parte mia, non ricordo drammi o pathos quella notte: pian piano ci ubriacammo e ci avvicinammo, finché fu naturale uscire, raggiungere la spiaggia, cercare di rubare un lettino, fallire, ridere, rotolarci per terra avvinghiati sotto le stelle.

Mi piacerebbe mentire e raccontarvi l’inizio di un amore: la verità è che la nostra storia nacque e morì quella notte sulla sabbia, come uno di quei fiori rari del deserto. Un mese dopo sarebbero finiti gli esami di maturità e noi ci saremmo separati per sempre: lei avrebbe abbandonato il primo banco e io l’ultimo. Saremmo cresciuti.

Camminando svelti sulla spiaggia non ci tenemmo per mano, forse nemmeno parlammo: a ripensarci adesso, dopo quasi vent’anni, non riesco a immaginare cosa ci saremmo potuti dire. Forse avremmo dovuto parlare un po’, camminare più lentamente, concederci l’illusione che quel giorno all’alba non stessero già scorrendo per noi i titoli di coda.

bio Arturo Caissut

Arturo Caissut (1984) è ingegnere biomedico e appassionato di arti marziali tradizionali. Fin da ragazzo cerca di far convivere la passione per la tecnologia con quella per la scrittura: se grazie alla prima ha fatto carriera, con la seconda ha ottenuto qualche soddisfazione in concorsi di scrittura nazionali e non, dedicandosi prevalentemente ai racconti brevi ma facendo anche qualche incursione nel mondo della poesia. Beve molto caffè, ascolta spesso i Rush e aspetta pazientemente che il grande Cthulhu si risvegli per chiedergli delle spiegazioni.

alice cervia racconto

la collezione

Un racconto di Alice Cervia
Numero di battute: 2083

Rosmina aveva mani magre e unghie tagliate alla radice, come i capelli che rasava ogni giorno a secco, rasoio contro pelle. La confortava la sensazione di non avere nessuna sporgenza, niente appigli. Per questo motivo non portava anelli, collane, vestiti ampi, cappotti. Per questo si era sottoposta a una doppia mastectomia anni prima.

Camminava spedita, fasciata da una tuta nera che aderiva a ogni centimetro del suo corpo scarno. Il gatto, unica nota stonata, la seguiva a due passi di distanza.

Le dava fastidio quell’appendice felina che non si era scelta. Le si era accodato qualche giovedì prima; Rosmina usciva soltanto il giovedì. Non le aveva impedito di portare a termine le sue spedizioni precedenti, ma temeva la rendesse troppo riconoscibile prima o poi: la vecchia pelata col gatto appresso.

«Il gatto la seguiva a due passi
di distanza.»

Lui comunque continuava a seguirla con l’indolenza determinata tipica della sua specie e Rosmina doveva sbrigarsi. Ne aveva raccolte solo sette ed era quasi ora di rientrare. Davanti a lei un gruppetto di studenti aspettava l’autobus. Due fumavano dandole le spalle, altri fissavano assenti gli schermi del cellulare. Perfetto.

Si avvicinò in silenzio, estrasse le forbici e tagliò rapida. Il filo trasparente tra il collo e la nuca del ragazzo fece “tac” e la mano di Rosmina raccolse lesta ciò che cadeva. Lui continuò a fumare.

Rosmina ripose il bottino in tasca e guardò il gatto, con aria di sfida. Comunque otto erano ancora pochine e le restava una mezz’ora al massimo. Di corsa raggiunse l’uscita del supermercato. Una ragazza con la coda di cavallo, “zac zac”. Un barista con un vassoio colmo di tazzine di caffè, “zic”. Un vecchio col bastone, fine. Tornò a casa a riporre i suoi tesori.

Come facevano quelle persone a continuare a vivere senza, si domandava spesso. Sopravvivono, si limitano a sopravvivere, si diceva, carezzando le forbicine.

Il gatto la aspettava paziente davanti al portone ogni giovedì, tanto che una volta, per dispetto, aveva provato a tagliare anche la sua, ma lui era stato più veloce, e in fondo dell’anima di un gatto non sapeva cosa farsene.

cervia alice

Alice Cervia (1984) è laureata in Scienze politiche. Giornalista prima, video producer poi, scrive racconti brevi nei ritagli di tempo, sperando che si allarghino. Ha pubblicato su Rivista Blam, Coye, Piegàmi, Bomarscé, la nuova carne e Tits’n’Tales.