Un racconto di Luigi Carrozzo
Numero di battute: 2303
Luca non poteva sapere, steso sull’asfalto umido, quella notte in cui i genitori lo credevano in camera a dormire – domani c’è scuola, hai già perso due anni, se vieni bocciato anche stavolta... –, sgattaiolato via solo per fumare un po’ con Haidar nel parcheggio del supermercato, non poteva sapere, Luca, quando rintronato ed euforico l’amico gli aveva proposto: «Perché non sganciamo un carrello e lo usiamo come slitta?», quando i loro schiamazzi avevano attirato l’attenzione di Amir, il pusher di zona, in quel momento strafatto di yaba, accompagnato da un paio di balordi suoi pari, tutti animati dalle peggiori intenzioni, e mica li aveva visti lui, avvitato su se stesso come un feto nel ventre mentre il carrello sferragliava facendo un fracasso infernale,
non poteva sapere, Luca, vedendo avvicinarsi quei poco di buono, un ghigno selvaggio dipinto sul grugno e una lama che baluginava al chiaro dei lampioni, non poteva sapere, mentre i gradassi sbraitavano come visigoti al saccheggio di Roma – e quel vigliacco di Haidar si era già dileguato, correndo fino a spaccarsi i polmoni –
«Non poteva sapere, Luca.»
mentre i tre lo disincagliavano dal carrello, lo sollevavano di peso, lo schiantavano sull’asfalto e cominciavano a tempestarlo di calci e la lama controluce saettava in direzione della sua coscia, penetrava veloce, dolorosa, nella polpa del muscolo, recideva l’arteria femorale e infine, con la stessa rapidità, veniva estratta – il sangue che zampillava e, dio, quanto ne veniva fuori, un’orripilante cascata, talmente tremenda e inaspettata che anche i tre, atterriti, se l’erano data a gambe –, ebbene Luca non poteva sapere quanto fosse dolce morire, lasciare che il pensiero sdilinquisse, sentire con lentezza i dolori che cedevano il passo alla serenità e convincersi che in fondo era meglio così, per lui che avrebbe cessato di patire gli efferati tormenti dell’adolescenza e per i suoi genitori che non avrebbero mai più sofferto per la sua inettitudine, era meglio così, si disse, con gli occhi ciechi che tuttavia indirizzavano lo sguardo al di là della coperta di nuvole buie, oltre la troposfera, nella piena contemplazione dello spazio siderale, lontano anni luce, così distante da valicare le soglie del tempo, dove fine e origine di tutto convergono in un unico spaventoso e magnifico punto.
Luigi Carrozzo è nato a Salerno nel 1975. Ora vive a Milano. Da anni lavora nel mondo dell’editoria. Ha collaborato con numerose redazioni editoriali (Feltrinelli, Kowalski, Rizzoli, Bur, Chiarelettere) ricoprendo vari ruoli: traduttore, ghost writer, editor, redattore. Suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste e antologie. È autore del romanzo Piccola odissea di un erotomane (Lite editions, 2013).
Un racconto di Marta Cai
Numero di battute: 2483
Di scendere dall’auto non aveva voglia, di fare da solo nemmeno. Suonò il clacson.
Eh.
Scendi pa’. Non ce la faccio.
È l’una, arrangiati. Non suonare. Svegli tutti.
Aiutami, dài. È stretto.
Hai bevuto?
Una Coca.
Drogato?
Pa’!
Allora ce la fai. C’è l’Indianapolis.
Ah già. Chi è partito in pole?
Perfino dell’Indianapolis si era dimenticato, d’altronde la situazione era grave sin dal mattino. Figurarsi come arrivò a sera, rotolando da un messaggio a una telefonata, tacendo solo all’ora dei pasti, coinvolgendo persone terze, addirittura Google. Un pallone, non una pista di asfalto era diventata la situazione.
Márquez.
Tsk.
Eh.
Scendi, dài. È stretto. Mengacci ha di nuovo parcheggiato male.
Stai lì.
Dove vai?
«Allora ce la fai.
C’è l’Indianapolis.»
Il telefono vibrò. Se era Alessia, non avrebbe risposto. Magari l’emoji di un bacio gliel’avrebbe ancora concesso, non di più. Basta, lei e suoi capelli biondi, la sua faccia stretta da cavallino buono. Lo aveva prosciugato e lui voleva solo salire in casa. Insisteva la vibrazione. La prima volta aspettò che si stancasse, la seconda afferrò il telefono perché dire no lo affaticava più che dire sì.
Sì?
Sono io, cretino. Sono sul balcone. Metti il vivavoce.
Ti vedo!
Tira su la saracinesca. Chiudi gli specchietti. Manco quello hai fatto.
Fatto.
Vedo, son mica cieco. Adesso retro tutto a destra. Vai vai vai. Bon. Avanti sinistra sinistra. Bon. Troppo. Cazzo.
Cosa? Ho toccato?
Zitto!
Dove, dietro o di fianco?
Vale, è caduto.
No, cazzo. Male?
È in piedi. La moto no però.
Troppi infortuni.
Poi la storia delle tasse. È arrivato pieno di stress. Alle prove una guida tesa, senza tiro. Vabbe’. Retro destra. Piano. Stop. Adesso ti infili come un coltello nel burro. Márquez è in forma. Quest’anno le Honda sono forti.
Pa’?
Oh?
L’Alessia è incinta.
È tuo?
PAPÀ!
Lì sei riuscito a entrare, eh. I suoi lo sanno?
La madre.
Il padre?
Mi ammazza.
Ma va’. Ti trova un posto al concessionario.
Io non so se la amo.
Oh, Vale è ripartito! Recupera, fidati.
Io non sono pronto…
Pronto?
Pronto? Son qua, mi senti?
Pronto nel senso che non vuol dire niente essere pronto! Uno parte, poi vede, Madonna se sei scemo. Chiudi tutto e vieni su, a Márquez gli facciamo un culo così!
Ma sì. Preferiva le moto, però anche le macchine gli piacevano, fin da piccolo. Le metteva in fila e giocava al concessionario. Questo da piccolo. Adesso che era diventato grande aveva fatto un piccolo e poteva avere un concessionario vero. Suo padre lo aspettava sul divano, poverino senza i denti davanti. No, lui i denti li avrebbe curati di più.
Marta Cai (1980) vive in provincia di Cuneo. Lavora per diversi editori come traduttrice e redattrice, ogni tanto scrive racconti, alcuni sono usciti su inutile.
Un racconto di Gianluca Ferrittu
Numero di battute: 2494
Era Natale e nessuno dei due capiva bene il motivo per cui erano lì. Luciano sentiva il vento salmastro scivolargli tra i capelli e udiva da lontano le onde infrangersi sulla battigia.
L’enorme carcassa si stagliava immobile sulla spiaggia. Sprofondava nella sabbia umida e scura e l’acqua, spinta nelle onde, la sfiorava appena.
Ora che Luciano fissava l’animale pensò che fosse la prima balena che vedeva in vita sua. Oltre a loro, Platamona era deserta e il vento continuava a sbuffare tagliente sul Golfo.
«Da quanto hai detto che è qua?»
«Un mesetto tutto. Forse un po’ di più.»
«E come ha fatto?»
«Speronata. A largo. E poi le onde e le maree ed è arrivata qui.»
«E non la spostano?»
«No. Cioè, ci hanno provato, ma non sanno chi è che deve farlo.»
«Dovrebbero muoversi.»
«Già.»
Luciano sentì un brivido di freddo per il vento. Perché erano lì? Sfiorò la carcassa della balena con un piede e lo ritrasse. Poi suo fratello gli girò attorno in cerca del muso. Guardò per un po’ gli occhi chiusi e privi di vita dell’animale e nessuno dei due disse niente.
«E se la bruciassimo?»
Luciano guardò la balena e la immaginò nuotare verso la superficie. La pensò mentre veniva colpita e cadeva a fondo. La immaginava sanguinante e la nave che si spostava per l’urto e le onde che la trascinavano a riva.
Luciano diede un’occhiata alla spiaggia e al mare attorno e poi di nuovo alla carcassa e a suo fratello. Da quando entrambi i loro genitori erano scomparsi, il Natale non era più sacro. Non tornava a Porto Torres da allora e adesso che lo aveva fatto c’era una balena morta. Si sentiva stanco, come se fosse un suo problema. Suo fratello disse qualcosa a proposito di un geologo e un archeologo che avevano chiamato per spostare la carcassa. E poi più nulla.
Luciano si disse che tutto si riduce sempre a poco. Pensava ora a se stesso e a suo fratello come grandi Balene Bianche. Rifletteva sul fatto che lasciare l’animale sulla spiaggia sarebbe stato ingiusto. Il tempo e le mareggiate l’avrebbero spezzato a metà. Pensò che non fosse dignitoso e che quella balena l’avessero tradita un po’ tutti.
«E se la bruciassimo?» disse poi.
«Perché?»
«Per toglierla da qui.»
Il vento sferzava sul mare. Il fratello guardò Luciano che era serio e parve capire. Fece un cenno con la testa.
«Ho una tanica di benzina a casa.»
«Andiamo allora.»
Quando poi tornarono e tutto fu compiuto il fumo si era levato alto sul mare. Nessuno dei due disse niente finché la balena non fu oltre la loro vista. Per poco sentirono che era scomparsa.
Gianluca Ferrittu (1994) è nato a Casale Monferrato, anche se negli ultimi anni ha vissuto tra Genova e Pavia. Tra poco parte per Lisbona, ma poi torna. Pubblicherà a breve un racconto su l’Inquieto e si definisce entusiasta della nebbia padana e del bianco e nero. Dice che per ora è tutto un work in progress, ma che si farà trovare pronto.
Un racconto di Paola Moretti
Numero di battute: 2482
Devo chiedere informazioni, ma ho la bocca impastata. Al banco balbetto «Ca…car…car», «Carouge!» mi viene incontro l’impiegata.
Arrivo e dormo. Per i quattro giorni successivi dormo. Dormo nel letto, dormo sulla sdraio in balcone, dormo sul divano con mia nipote in braccio. Avevo del sonno arretrato. Poi parto. Arrivo a casa dei miei e mangio. Per i quattro giorni successivi mangio. Mangio a casa, mangio fuori, mangio al mare. Poi mi stufo e parto. Vado in Toscana e osservo. Osservo la mia amica con la sua famiglia, la mia amica con il suo ragazzo, la mia amica con l’altra amica.
Parto di nuovo e arrivo a Napoli. A Napoli scopro. Le mie origini, le fissazioni di mio padre, il romanticismo. Torno a casa e fa troppo caldo. Vado al mare, mi annoio. Parto per Roma. Ho le vesciche ai piedi, non faccio in tempo a mangiare i carciofi alla giudia. Dormo con un ventilatore acceso che non serve a niente. Vado a Milano. Il tour dell’afa continua.
La nonna compie novant’anni. Torno a Pescara. Gioco a ping-pong, che poi si dovrebbe chiamare tennis tavolo se no i professionisti si offendono. Nuoto finché mi brucia la lingua per l’acqua salata.
«Sai che c’è? Riparto.»
Vado in montagna, sono in piazza con un maglione di lana e bevo Estathé al limone. Ascolto la musica del piano bar e guardo il sole scivolare dietro la Maiella. Beppe dice «pota» e mi conferma che il bergamasco è proprio brutto. Guardo Gianluca che invece è proprio bello. Sono in campagna, stesa in un’amaca a sua volta stesa tra due ulivi, la musica è grime e so che le mie amiche andranno avanti a ballare fino al mattino. Io ho con chi tornare a casa. Sono alla festa di paese, i tavoli disposti su una spianata di cemento. Le luci calde, le luci fredde, le noccioline tiepide nelle buste di plastica rosse. Gli arrosticini che mi porge la sua mano. Sono alla Torre del Cerrano, è ferragosto e io gioco a carte. Scopa! Sono competitiva. Mai una folata di vento.
Sai che c’è? Riparto. In macchina direzione Puglia. Tanto fino a Ostuni è tutto dritto. Poi guida lui. L’aria dal finestrino entra, ma i capelli non si muovono. Perché non ce li ho. Li ho rasati ieri. Zack. Il sole sta per tramontare, andiamo al mare. Dall’altra parte però, sul Tirreno è meglio. Le birre sulla sabbia al Jamaica, in realtà volevo le cozze, ma le han finite. O così ci han detto, ne arriva un vassoio pieno un’ora dopo. Ma non per noi. Puzziamo, di sedili, sudore e salsedine. «Su al paese» è tutto bianco. Il mio vestito. Il pavimento. Il suo sorriso.
Paola Moretti, vive, studia e scrive a Berlino dal 2009. Collabora con riviste italiane tra cui Not, Yanez e Il Tascabile.
Un racconto di Piergianni Curti
Numero di battute: 2468
Corinna e Rodolfo sono sorella e fratello. Due grandi fisici. Si sono sempre amati, di nascosto. Hanno vinto il Nobel per essere riusciti a risolvere l’annoso problema della contraddizione tra la relatività generale e la meccanica quantistica. Hanno un figlio, Orione, nato quando erano ancora geniali studenti di fisica. Avevano poi tentato di vivere secondo le convenzioni sociali. Lei aveva sposato Mario, lui non si era sposato. Quando Orione era nato, lo avevano registrato come figlio di Rodolfo e Lena, una prostituta messicana che era stata pagata profumatamente. Lena, la cui identità era falsa, era poi sparita. Orione era stato allevato dal padre. In seguito Corinna aveva avuto Clara, ufficialmente figlia di Mario, in realtà anch’essa figlia di Rodolfo.
Ora, a cinquant’anni, Corinna e Rodolfo si ritrovano nella casa d’infanzia per i funerali del padre. Con loro Orione e Clara, Mario e Delia, nuova compagna di Rodolfo. Aria pesante. Gli unici felici sono Orione e Clara che hanno annunciato quella sera di aspettare un figlio. Si sposeranno al più presto.
Corinna e Rodolfo comunicano anch’essi qualcosa di importante: che si amano, da sempre, che hanno capito di non potere più vivere l’una senza l’altro, e che andranno a vivere insieme, in Svizzera, dove le leggi lo consentono. Lacrime, rabbia, esecrazione.
«Lacrime, rabbia, esecrazione.»
L’unica cosa che non svelano è che Clara e Orione sono fratelli. Però questi lo hanno già scoperto da un bel pezzo dalle analisi di routine eseguite in vista del parto. Fanno finta di non saperlo. Nasce il loro figlio, il nuovo genio che sconvolgerà la fisica e insieme la morale e la vita degli uomini. Appena nato non piange, anzi, ride. In pochi giorni ripete le parole che sente. Dopo un mese conta. I nonni per primi se ne accorgono e scherzosamente lo chiamano Zarathustra. A cinque anni Zarathustra Altoviti ha un QI di 350. Impara una lingua in dieci giorni e per ora batte qualunque algoritmo a Go.
È sempre innamorato, è per l’amore libero, ama il prossimo suo, non crede in nessun dio, non vuole vivere troppo a lungo. Tutta la matematica che ha prodotto impegnerà per secoli gli studiosi. Ha una sorella bella e intelligente quanto lui. Sono legatissimi. Vuole dei figli. Scherza: la loro intelligenza andrà in progressione geometrica. Ha un mucchio di tempo, perché in un’ora produce quello che gli altri producono in un anno. Adesso si diverte a scrivere romanzi. Nessuno li capisce. Almeno per ora.
Fra trecento anni, forse.
Piergianni Curti ha insegnato matematica al liceo e alla facoltà di Economia dell’Università di Torino, ha scritto per il teatro, ha diretto compagnie drammaturgiche, teatri e festival. Ha pubblicato la raccolta poetica Qzearas (Edizioni Pitecantropus), oltre ad alcuni racconti su Granta, Atti Impuri e Literaturnaja gazeta. Nel 2013 ha vinto il Premio Gran Giallo di Cattolica con il racconto Pink Moon.
Un racconto di Antonella Duccini
Numero di battute: 2458
Con la faccia sporca fissa sdegnosa l’obiettivo, ignorandomi. Tiene le mani incrociate sul petto e indossa un orologio da uomo con il quadrante troppo largo per il suo braccio sottile. I suoi capelli hanno un gran bisogno di essere lavati. Non somiglia affatto ai bambini di cui mi prendo cura di solito.
Mi chiamo Vivian e sono una bambinaia, a volte è faticoso, ma non potrei fare altro. Con loro, la vita ricomincia da capo ogni giorno. Passo il tempo libero a fotografare la gente che incontro nelle strade di Chicago e nei vicoli lì intorno. I miei ricordi migliori sono legati alle foto che scatto. Per cinque giovedì filati ho seguito quella bambina ma, fino a oggi, non sono mai riuscita a catturare un suo ritratto. Ha le unghie rosicchiate a zero e indossa una maglietta a righe. Quando stacca le mani dal petto, allunga la destra per toccare la macchina fotografica, sfiorandola appena, come se avesse paura di romperla. All’improvviso una voce d’uomo alle mie spalle grida qualcosa che mi fa girare di scatto e, quando mi volto di nuovo, lei è sparita.
«Stia attenta signora, sono mesi che cerco di prendere quella piccola delinquente. Non si lasci ingannare dal suo bel visino.
Ha derubato i passanti e tutti i negozi della zona» mi avvisa un poliziotto.
«I miei ricordi migliori sono legati alle foto che scatto.»
Nei sei giorni che seguono, non riesco a toglierla dalla mente. La incontro di nuovo, mentre finisco di allacciarmi una scarpa. La vedo entrare dentro un edificio pericolante in un vicolo buono per i gatti randagi e la spazzatura. Sposta una delle assi di legno dell’ingresso e poi la risistema al suo posto una volta passata. Tappo l’obiettivo della Rolleiflex e mi infilo a fatica in quel passaggio. Salgo per cinque rampe buie dei gradini invasi da pezzi d’intonaco, bottiglie di coca, incarti di dolciumi e caramelle. Alla fine, in una stanza umida con una finestra tappata da nylon, vedo la ragazzina dalla faccia sporca accucciata ai piedi di un materasso, mentre rimbocca la coperta a un bambino di forse tre anni. Non si è accorta di avere un’attenta spettatrice.
La cosa dura già da una decina di minuti quando il bambino si sveglia, si stropiccia gli occhi chiusi con i polpastrelli delle mani, alza lo sguardo verso di me e rimane un momento in attesa. Poi, assumendo una posizione più eretta, mi indica, lanciando un breve urlo. Lei sussulta come se gli avessero sparato. Il bambino cerca la sua mano e ci infila dentro la sua. Insieme, senza perdermi di vista, fuggono di corsa.
Antonella Duccini (1963) ha studiato all’Università di Firenze. Ha iniziato scrivendo di storia, ha continuato scrivendo racconti. Le raccolte della Scuola Carver di Livorno, Obtorto collo (Valigie Rosse 2016) e De Sprofundis (Valigie Rosse 2017), contengono due suoi racconti.
Un racconto di Giulio Pedani
Numero di battute: 2488
Il quinto giorno trovarono la spiaggia più bella. Dopo l’arrivo, e il sesso a sciogliere la tensione del volo, e il riposo, il noleggio, le assicurazioni, senza farsi fregare, certo, e il disorientamento, e i primi bagni dove capita, e due ottime taverne, il quinto giorno lavò finalmente via le scorie della vita di città, come l’acquazzone fa con le polveri sottili. Il quinto giorno la vacanza è nel vivo ma non al punto da far fiorire le prime angosce su come sarà ritornare; l’isola greca appare misteriosa eppure già familiare; la dopamina segue come uno scudiero la curva ancora crescente dell’abbronzatura.
La lingua di sabbia spuntava in fondo a una gola ripidissima. La strada era praticabile in auto, ma nessuno si azzardava per paura degli strapiombi o di trovarsi sperduti laggiù in caso di incidente o foratura. La spiaggia era deserta e sembrava esserlo da sempre. La strada scendeva dal monte contorcendosi in tornanti di fortuna. Sui greti spuntavano dalla vegetazione bassa enormi agave con il fusto centrale alto e diritto come un albero avaro stagliato contro l’esplosione azzurra del mare.
«La lingua di sabbia spuntava in fondo a
una gola ripidissima.»
Scendendo lui si sentì ricrescere fra le mani la loro storia (dove stava il male, allora: nell’uniformità ottenebrante della vita, o nella patetica euforia ricreativa del viaggio?). Lasciarono l’auto in una rientranza e decisero di scendere a piedi i tre chilometri che li separavano dalla spiaggia. Si spogliarono correndo sulla sabbia un attimo prima di tuffarsi. Si dissero che quello era certamente un luogo prediletto dalle tartarughe marine per deporre le uova. Fecero l’amore sull’unico scoglio liscio vicino alla riva, poi guardarono la palla di fuoco da gialla farsi arancio, rossa, rosa, infine scomparire inghiottita dall’acqua, spargendo ovunque chiazze viola.
La dopamina aggiunse un desiderio di endorfine, così le disse di aspettarlo lì e partì correndo per risalire la montagna, riprendere l’auto e tornare da lei. Saliva leggero, coperto di sudore e di una felicità per una volta priva di recinti. Sul penultimo tornante il cuore gli esplose in petto lasciandolo strozzato a terra, un rivolo di bava bianca dalla bocca, mentre la falce di luna lo osservava da sopra il monte, e del mare si cominciava a sentire solo lo sciabordio. Lei era ancora accucciata sulla sabbia. Guardava verso l’orizzonte con una maglia nera sotto i capelli dorati ormai asciutti. Le onde sembravano avere leggermente accentuato il loro rumore. Evitò a lungo di rimettersi in cammino.
Giulio Pedani è nato a Siena nel 1981. Scrive recensioni satiriche su film che non ama per la rivista cinematografica online TheMacGuffin. Suoi racconti sono usciti su Fútbologia e Toscana Ovunque Bella. Il suo racconto Passami Il Granchio è stato pubblicato nella raccolta Odi – quindici declinazioni di un sentimento (Effequ, 2017). Il suo racconto Respirano ha vinto il premio Petrarca.fiv organizzato dalla rivista Con.tempo e dal comune di Figline Valdarno.
Un racconto di Fabio De Masi
Numero di battute: 2483
Oggi non ha smesso di piovere un attimo. Mia moglie continuava a chiedermelo, Quando smetterà di piovere? ma io non avevo risposte.
A volte batteva sui vetri facendo un sacco di rumore. Altre volte diventava così fine da non sentirsi.
Abbiamo un sacco di cose da fare! diceva.
Le faremo domani, le dicevo. Avevamo sempre un sacco di cose da fare.
Ogni tanto il bambino si metteva a piangere nella culla. Lei lo andava a prendere, lo attaccava al seno, e si calmava un po’.
Sente il tempo, diceva dalla stanza.
Poi ho sentito un tonfo. Vado in camera, e lei era lì, immersa in una penombra surreale, seduta sul letto che cullava il bambino con movimenti decisi.
Non è successo nulla, diceva e intanto scuoteva le braccia.
Cos’è stato quel rumore? le ho chiesto mentre accendevo la luce.
Nulla. Spegni che lo disturbi.
Mi sono avvicinato al bambino, e ho visto che in testa aveva una macchia più rossa e gonfia.
Ti è caduto?
L’ho preso subito. Mi è scivolato mentre lo toglievo dalla culla.
Fammi vedere, le ho detto, ma lei lo nascondeva tra le braccia.
Non fare la stronza, fammi vedere!
«Perché
non piange?»
In effetti era un po’ gonfio. Andiamo al pronto soccorso, le ho detto.
No! Non voglio farlo uscire con questo tempo. Guarda come piove.
Non me ne frega un cazzo! Andiamo al pronto soccorso! ho detto.
Aspettiamo un attimo dài, aspettiamo. Intanto vai a bagnare un asciugamano con dell’acqua fresca così fai qualcosa di utile.
Non aspetto un cazzo, chiaro?
Ma non è niente ti dico! Perché non mi ascolti mai? Sono sua madre.
A quel punto mi sono reso conto che il bambino non piangeva.
Perché non piange? le ho chiesto.
Riposa; dormiva. Piove ancora? Puoi guardare, per favore.
Non so perché, ma sono andato alla finestra a guardare, speranzoso. Piove ancora! Dài andiamo.
Mi sono girato e lei non era più lì. Ho attraversato la stanza, e dal corridoio l’ho vista nel bagno che metteva la testa del bambino sotto l’acqua del lavandino.
Ma Cristo! Cosa fai? Con l’acqua fredda!
Ho chiuso il rubinetto, ho preso un asciugamano e gli ho tamponato la testa.
A quel punto il bambino ha aperto gli occhi, come se nulla fosse accaduto.
Hai visto? Non si è accorto di niente. È tutta colpa di ’sta pioggia brutta e cattiva, gli diceva.
Già, ho pensato.
Dobbiamo portarlo comunque all’ospedale, le ho detto, È meglio farlo controllare.
Appena smette.
E se non dovesse smettere? Se questo fosse un nuovo diluvio universale del cazzo? Lo faresti morire così? Chiuso in casa? Appena smette, ti ho detto! Appena smette. Smetterà prima o poi, no?
Fabio De Masi (1980) vive e lavora a Torino. Nel 2013 ha frequentato una palestra di scrittura presso la Scuola Holden. Nel 2014 ha pubblicato un racconto nell’antologia In giro per l’Italia in Vespa (Giulio Perrone). Nel 2015, con una raccolta di racconti, è tra i finalisti di un concorso organizzato da Il Circolo dei Lettori di Torino. Continua a lavorare sui racconti, mentre scrive qualche poesia.
Un racconto di Michelangelo Franchini
Numero di battute: 2447
Inizio in medias res. Pensieri della protagonista, stato d’animo della protagonista. Descrizione dell’ambiente cui si allaccia un piccolo flashback. Quotidiane azioni della protagonista foriere di un’agitazione inconfessata. Frase secca, perentoria, che esemplifica la problematica principale del racconto, nonché la causa (intuiamo) dello stato d’animo alterato della protagonista del racconto. Descrizione dell’ambiente. Descrizione della reazione emotiva della protagonista alla staticità dell’ambiente, resa da frasi brevi, paratassi, ellissi verbale. Breve flashback, confronto col passato, allusione al momento della fine dell’entusiasmo. Introduzione della figura comprimaria.
Nuova descrizione dell’ambiente, esplosione emotiva della protagonista: descrizione di un’azione sconsiderata. Rimorso della protagonista, paura delle conseguenze del proprio gesto, allusione al comprimario.
«Descrizione
della protagonista.»
Manifestazione vocale, poi fisica del comprimario. Tentativo della protagonista di scusarsi. Reazione emotiva sottotono, inquietante, del comprimario. Azione del comprimario che sancisce chiusura del canale di comunicazione. Descrizione della sua indifferenza. Conseguente rabbia della protagonista. Tentativo di forzare la comunicazione. Descrizione della reazione violenta del comprimario – a questo punto forse antagonista. Scuse della protagonista. Scena di violenza. Descrizione delle reazioni alla scena di violenza, gli stati emotivi: astioso-indifferente l’antagonista, rabbioso-disperato la protagonista.
Descrizione di un’azione di quotidiana banalità dell’antagonista, sottesa allusione al suo tentativo di accelerare il processo di ritorno alla normalità. Descrizione della protagonista. Frase della protagonista, insulto personale alle capacità amatorie dell’antagonista. Descrizione della reazione di disprezzo dell’antagonista, della sua rabbia crescente.
Scena di stupro coniugale resa attraverso perifrasi. Descrizione dell’atmosfera di calma apparente. Allusione a un ritorno alla normalità. Descrizione delle azioni dell’antagonista che rivelano la consapevolezza della colpa. Descrizione dell’indifferenza vendicativa della protagonista, che impedisce ogni risoluzione, con conseguente astio dell’antagonista. Descrizione di un amplesso mediocre, incompiuto, incompleto. Descrizione dell’ambiente, del tempo, allusione alla reiterazione delle dinamiche sopra rappresentate. Rimandi a ciò che è già avvenuto, e a ciò che avverrà ancora
Michelangelo Franchini (1995) è cofondatore del collettivo Yawp – giornale di letterature e filosofie, e curatore dell’antologia poetica collettiva L’urlo barbarico (Le Mezzelane, 2017). Ha pubblicato su Il Varco, collabora con Flanerì e Altri Animali. Sa che non è molto per ora, ma state allerta: vedrete che vi sorprenderà.
Un racconto di Pietro Vizpara
Numero di battute: 2490
Come quella volta che Miriam, mia figlia, era andata a scuola senza zaino e nessuno se n’era accorto finché non era arrivata in classe e la maestra l’aveva spedita in presidenza a chiamare mia moglie per dirle di portare lo zaino.
Ma mia moglie era già in ufficio, con il capo che le dava la sua solita strigliata mattutina su come redigere un bilancio, così mezz’ora dopo mia figlia ha chiamato me, che in quel momento stavo trafficando con un prosciutto che non mi riusciva di tagliare, l’avevo detto che non me la sentivo di andare nel reparto gastronomia io che avevo passato gli ultimi dieci anni della mia vita in cassa, però questo è un piccolo supermercato, mi era stato detto, devi saper far tutto e anche se non lo sai fare devi imparare in fretta, chiaro?
Non avevo dubbi, dovevo accettare, mia moglie era in maternità, i risparmi erano finiti, serviva un lavoro, qualunque lavoro, altrimenti avrei dovuto cominciare a rubare nei supermercati – proprio ciò a cui stavo pensando quando ho visto il sangue sporcarmi il grembiule e qualche goccia finire sul tagliere e i clienti voltarsi inorriditi verso Fabio che in quel momento stava riponendo negli scaffali del banco frigo gli yogurt e che quando ha visto quello che stava succedendo è corso da me.
Vai subito a medicarti e inventati una scusa per andare a casa, mi ha detto, la scusa ce l’avevo bella e pronta sul cellulare, mia figlia aveva bisogno dello zaino e io dovevo andare a casa, scusatemi, lo dite voi al capo, vero?
«Devo lasciare questo zaino per mia figlia.»
Andavo così di fretta che non mi sono accorto di avere i polsini della camicia imbrattati di sangue, la gente si scansava per farmi passare, pensavo lo facessero per la mia faccia spaventata, mi piaceva l’idea di essere compatito, che qualcuno potesse dire guarda quello, chissà cosa gli sarà successo per avere il terrore stampato in faccia.
Sono arrivato davanti a scuola che per poco non mettevo sotto un podista sovrappeso che correva con gli occhi puntati sullo schermo dell’orologio, ho tirato un pugno al volante e nel farlo mi s’è riaperta la ferita, ho preso lo zaino e quando mi sono presentato in segreteria non mi hanno fatto entrare, attraverso un vetro mi hanno detto di attendere e così ho fatto.
Devo lasciare questo zaino per mia figlia, ho cominciato a sbraitare, chinandomi verso il vetro. Poi a un certo punto mi sono sentito tirare per un braccio, era mia figlia. Dove hai messo la testa, papà? Questo è il tuo zaino, il mio me l’ha portato mamma dieci minuti fa, non lo sapevi?
Pietro Vizpara (1978) è nato a La Spezia, dove vive e lavora. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste (FaM, Ellittico, Il Colophon, Squadernauti) e su antologie (I nostri ponti hanno un’anima, voi no, Fazi Editore, 2007).
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