Un racconto di Barbara Bedin
Numero di battute: 2500
L’insegna dell’albergo Luna era spenta.
Veniva accesa solo quando partiva la stagione, quando il paese cambiava aspetto trasformandosi da buco di provincia in rinomata località termale; quando turisti attempati in bermuda e calzini bianchi di spugna a mezza gamba, invadevano gli alberghi di Montegrotto Terme.
La pozza si trovava nell’incavo della curva, a trecento metri dal passaggio a livello, non era visibile dalla strada. Sulla rete di recinzione c’era un buco, l’avevano allargato la penultima volta, dopo il quinto strappo sul giaccone del Cardi che, a fatica, avrebbero giustificato ai suoi. Portavano uno zaino impermeabile, all’interno mettevano due borse dell’acqua calda per impedire ai vestiti di trasformarsi in cartapesta.
Faceva un freddo cane. Nella pozza, entravano con addosso solo la biancheria intima, una felpa appoggiata sulle spalle che sfilavano prima di immergersi nell’acqua bollente. Il Mechi prendeva la bottiglia di Caberné acquistata al discount, ché l’arte del risparmio inizia dall’alfabeto, la versava nei bicchieri di plastica e li passava al Cardi e alla Sole. Dentro quella pozza termale calda si sentivano belli, stravaganti, giovani; il vino li assolveva dall’essere adolescenti difficili.
«Dentro quella pozza termale calda si sentivano belli, stravaganti, giovani.»
Il Mechi usciva per primo e allungava gli asciugamani a tutti. Si cambiavano in fretta, la canottiera e il maglione infilati dai piedi, salivano piano lungo le gambe, sembravano bozzoli di bachi da seta. Una volta vestiti strizzavano bene la biancheria intima e la tenevano in mano gocciolante, lungo la strada del ritorno.
Con il vino nelle vene e la nebbia tutto intorno, attraversavano la rete sentendo il metallo impigliarsi nei capelli. Pensavano a quanti ne avevano persi, attaccati a quella recinzione difettosa, abbandonando tra le maglie della rete, i nodi che stringevano. Camminavano veloci, con il cappuccio delle felpe sulla testa e nella pancia una fame boia.
Quando li vedeva arrivare, il tipo del Furgone dei panini metteva le salsicce a scaldare sulla griglia. Un panino per Sole, tre ciascuno per Mechi e Cardi, perché dentro gli uomini alti è più difficile riempire i vuoti. Si sedevano sulle panche di legno umide, mangiando in silenzio e guardando i panni appoggiati alla corda tesa davanti la stufetta elettrica sotto il tendone. Pensavano a quante volte li avrebbero dovuti sfregare con il sapone per togliere l’odore acre della cipolla e a quante volte, nei loro pochi anni, si erano sentiti così: appesi a gocciolare sopra una griglia infuocata.
Barbara Bedin nasce sui Colli Euganei nel 1969. Dopo aver cambiato molte città, vive in pianura con la sua famiglia, due pesci rossi e un cane. Suoi racconti sono usciti su Abbiamo Le Prove, Cadillac Magazine, Grafemi e inutile. Ha vinto l’edizione del 2017 del Concorso Letterario # 23Aprile Golden Book Hotel. La sua pagina Fb è Tutto questo per dire.
Un racconto di Andrea Brancolini
Numero di battute: 2454
Appena rientrata in casa va alla scarpiera, si siede sullo sgabello e si toglie le scarpe nere in vitello, si infila le pantofole, quindi prende il tendiscarpe in legno di faggio lì sopra, lo inserisce nelle scarpe e sospira. Le spolvera con una spazzola, gli dedica un ultimo sguardo e le mette a posto. Nello scomparto sotto ci sono quelle di Remo. E la sua voce che dice: «Ma perché ti compri ’ste cose? Son da vecchia». E lei: «Oh Remo, sono vecchia. Sei vecchio anche tu». Ma quante scarpe aveva fatto, suo marito.
Poi era arrivato loro figlio: «Bisogna specializzarsi» aveva detto. Remo aveva trasmesso la passione per le cose belle e ben fatte, ma non per l’oggetto finito, per la scarpa. «Bisogna fare come un artigiano ma pensare come un’industria, babbo», e così avevano venduto il negozio, preso un mutuo e messo su la Vanni e figli SRL. Remo all’inizio faceva da supervisore, poi aveva reso il garage un laboratorio per continuare a lavoricchiare. L’azienda è cresciuta e ora, a detta di Mario, è fra i leader del settore grazie a prodotti innovativi, cromati o metallizzati. Trecce, lacci, stringhe, bordi, profili, e poi oro, argento, alluminio, da impazzirci.
Accende la televisione e si toglie l’apparecchio acustico: dopo tutte le parole del pomeriggio adesso può sopportare solo un brusio. Dopo cena leggerà qualcosa mentre Remo, il Biondo, Pelo e Ruga discuteranno come al solito per canasta e il calcio. Prende dal frigo il pentolino con la pasta e fagioli del giorno prima e la mette a scaldare sul fornello più piccolo. Si gira e sullo schermo vede scarpe: una pubblicità. Si appoggia un attimo al tavolo.
«Oh Remo, sono vecchia. Sei vecchio anche tu.»
La pasta neppure tiepida; va alla porta del garage, l’apre. È tutto buio, ma vede un’ombra seduta sulla sua sedia. «Qui sto bene» le dice. «Non hai debiti» gli risponde, «non li hai mai avuti. Tra poco è pronto».
Torna in cucina, apparecchia il tavolo. Dal pentolino sale fumo, spegne il fornello e si serve. Si concede mezzo bicchiere di vino, stasera. Dopo cena torna alla scarpiera, tira fuori le scarpe e le cosparge di cera, appena un velo. Anche l’esterno del tacco e della suola. Poi le porta in cucina, le lascia di fianco alla poltrona. «Devono assorbire la cera» le ripete un’ultima volta la voce, «bisogna avere pazienza.» Prende il libro, Maigret e il fantasma, si siede sulla poltrona e lo apre.
Poggia una mano sulle pagine, chiude gli occhi e dice: «Non. Non arrabbiarti troppo stasera. La pressione, la pressione».
Andrea Brancolini (1978) è nato a Pistoia. Ha fatto parte delle riviste Bombasicilia (2004-2007) e Lankelot (2006-2016). Ora in Lankenauta (erede si spera degno di Lankelot). Suoi testi compaiono sporadicamente qua e là.
Un racconto di Angelo Siciliano
Numero di battute: 2445
Maria Cometa, in abito giallo, si ritrova seduta in una piccola barca di legno, dentro la spiaggia, non si volta verso il rumore del mare, forse il mare l’ha portata lì, lei non è sicura, vigilia d’ottobre, sera.
I lustrini sull’abito incontrano una qualche luce, Maria Cometa è sparsa di chiarore, sembra emettere uno scintillio vaporoso, resistente. Tutt’attorno s’ammassa il buio, lei continua a restare immobile, bisbiglia cose frenetiche. Si direbbe intontita, come chi si risveglia davanti a una situazione radicalmente inaspettata.
Non c’è luna, Maria Cometa ha ormai stabilito che sia quest’approdo, sia questo periodo dell’anno, è per un errore. Poi sente il rumore del mare rompersi dietro di sé. Dura molto poco. Su un fianco e l’altro della barca compaiono tre figure. Tre uomini. Inzuppati, ciascuno con un fagotto legato alla schiena. A Maria Cometa viene da pensare che devono anche aver camminato sotto l’acqua, spesso succede.
Pur sfiniti, ora gli uomini non si lasciano cadere. Il buio li mostra attenuati. La loro presenza lì accanto, dritti, la loro persistenza, non spaventa Maria Cometa, non la stupisce. Solo osserva: sono meno scuri di me. E i tre vedono che lei è una giovane donna nera in abito giallo.
«È una giovane donna nera in abito giallo.»
Stanno posizionati ai bordi di quel suo brillare fioco e durevole. Finora non hanno pronunciato una parola. E nemmeno Maria Cometa da quando sono arrivati. Ma lei è consapevole che s’aspettano un cenno su come proseguire. D’altronde si trovano in quel posto e in quel momento perché hanno viaggiato – hanno sconfinato – con gli occhi aggrappati al suo tragitto anche quando camminavano sotto il mare.
Sì, queste cose Maria Cometa le sa, le “sente”, e tuttavia non riesce a ricordare il percorso che sorprendentemente l’ha fermata sulla spiaggia. Non ricorda soprattutto il motivo profondo per cui lei si è messa in viaggio: non c’entra solo il fatto di dare una via a quegli uomini. In conclusione, Maria Cometa non ha idea di che luogo è quello e cosa suggerire ai tre. Per di più è quasi certa che la sua lingua sia del tutto diversa dalla loro.
Intanto gli uomini hanno cacciato dai fagotti varie specie di esili doni, forse per verificarne lo stato. Più tardi Maria Cometa scende dalla barca, strappa dall’abito uno per uno tutti i lustrini. Quindi, nel buio ancora duro, lei e gli uomini vanno, insieme, riprendono un cammino. Alle loro spalle quei punti luce sparpagliati sulla sabbia, come un sonno di braci.
Angelo Siciliano (1977) vive in provincia di Reggio Calabria, realizza laboratori teatrali nelle scuole e in vari spazi d'aggregazione giovanile, organizza attività culturali. Un suo racconto è stato pubblicato all'interno di Concepts Arte (Arpanet). È giornalista pubblicista.
Un racconto di Alessandra Minervini
Numero di battute: 2378
Ci chiamano Sale e Pepe. Abbiamo diciotto anni. Io ho la testa che sputa forfora, Pepe ha un neo massiccio sulla guancia. È il mio migliore amico. Non ha la barca. Possiede altri benefit. Pepe è bravo a scuola. Io cesso. Se i prof scocciano, li invito in barca. Chi resiste? E poi c’è sua madre che è una bona mondiale. Un giorno diventerà mia.
La sera del diploma: festa in villa da me. Siamo organizzati così. Sale mette i dischi. Pepe dice quali. Funky, afro, una cosa che spinge. Pepe sa, ha groove. Sale ha i contatti. Cento invitati. Mi viene da dire: sballo!, non rende l’idea. Ci sono i soliti della scuola, i diplomati dell’anno scorso, gli amici del tennis, del calcetto, del campus estivo, quelli degli scacchi, la classe del Conservatorio.
Nel pomeriggio vado da Pepe. Onoro con gli occhi le tette della madre: santissime, sanno di ciambella. Lei mi chiama manidimerda: ogni volta che la vedo mi cade qualcosa. Mi imbarazzo. Pepe: andiamo in un posto e porta la musica.
«Amo tua madre, confesso.»
Ci vogliono quarantacinque minuti a piedi e un poco di affanno toracico per raggiungerlo. La strada è tutta in salita. Una rarità: è una zona piuttosto piatta. Appena si scavalla il paese, spunta la chiesetta bianca. Il punto più alto. Il mare si conficca sulle distese di ulivi senza gradi di separazione tra acqua terra e aria.
Quando una cosa non esiste, diventa l’unica cosa da vedere.
Amo tua madre, confesso. E lui: sei pazzo. Va bene, gli dico. Come quando in salumeria abbondano i grammi del cotto: “Lascio?” E rispondo: “Va bene”.
Poi ripeto: amo tua madre, è mia. Lui sostiene lo sguardo, alza il volume. La musica si scatena. Muovo i fianchi, ballo, non capisco il testo. A cosa servono le parole quando c’è un suono che sale.
È qui che ti uccido, gli faccio. Il tramonto devasta la chiesetta, sulla croce s’infilza l’arancio. L’ingresso è spalancato. Le sedute sono abbattute, sull’altare è cresciuto un ulivo, le radici ci contemplano come fedeli incantati. La musica sconosciuta è l’unica cosa che vibra sul suo corpo. Le ferite in mezzo alla gola si muovono a tempo. Lecco un dito di San Michele su cui è finito del sangue. Sa di liquirizia.
Sulla strada del ritorno mi sento come gli ulivi che esplodono sputando fuori le vecchie radici. Invecchiando, invece di abbassarsi, le foglie sui rami si piegano verso il cielo, toccano il punto più alto. Eppure, non sono mai stato un albero.
Alessandra Minervini (1978) è nata a Bari, dove ora vive. Suoi racconti sono apparsi su alcune riviste, tra cui Colla, EFFE, Cadillac. Ha pubblicato il romanzo Overlove
(LiberAria, 2016). Organizza e tiene corsi di scrittura.
Un racconto di Federico Di Gregorio
Numero di battute: 2481
In Turchia chiamano il Mar Mediterraneo “Ak Deniz”, mare bianco. Marco lo ascolta dire in televisione mentre incarta un enorme uovo di cioccolata, con dentro un rossetto scuro, perché Denise ama i trucchi scuri, e ama le uova di cioccolata.
La scuola è finita da venti minuti. Si sentono i motorini volare giù da via Castiglione. Il Gonzo è senza mutande, non le ha messe perché ha caldo - dice -, ma forse è per festeggiare l’evento che stavolta non dovrà ripetere l’anno.
«Cazzo, dài! Scendi o salgo? Salgo?»
Non ha il senso della misura.
Il Gonzo e Marco sono compagni di banco. L’anno scorso si sono fatti bocciare per aver tentato di dare fuoco all’auto della preside Grisaldi, nel suo giardino.
«Cazzo, dài! Scendo o salgo? Salgo?»
«Ho visto un uovo di cioccolata!» dice il Gonzo. «Marco… cazzo… ho visto un uovo di cioccolata!» Il Gonzo urla e si mette le mani tra i capelli ricci unti e inizia a ridere sguaiatamente grattandosi la testa umida di sudore. «Cazzo… Marco… ho visto un uovo di cioccolata, a giugno!»
Una vespa piccola gli gira attorno. Marco la vede dall’angoletto della finestra ma non gli dice nulla, all’amico senza mutande.
«Denise è la ragazza per me, invece. Lo sai?» dice il Gonzo.
Marco sta aggiustando il fiocco rosso. Lo sta sistemando facendo attenzione che la curva di rosso a destra sia poco più grande della curva a sinistra, pretendendo di centrare l’armonia.
Ora soffia contro la seta per scacciare la polvere.
Scuote la testa. Il Gonzo da fuori lo fissa.
Marco prende un pennarello. La carta che copre l’uovo è bianca e stropicciata, così ci scrive una cosa: “Ak Deniz”, mare bianco.
Lui non ha mai creduto alla strana teoria dell’ordine degli universi, spuntata fuori da un romanzo che ha appena letto: dice che tutto scorre con una logica, sensata, mica come il loro amore.
«Ma uno come te, si può innamorare di una così?» dice il Gonzo.
Marco prende l’uovo, lo incastra sotto al braccio. Apre il portone.
«Marco, ti sei fottuto il cervello!»
«Mi dai respiro?»
«Tu vai a casa della preside Grisaldi, a giugno, a dare un uovo di cioccolata alla figlia, che ci esci e la madre che ti odia nemmeno lo sa?»
La vespa ascolta. Entra nella tasca del Gonzo.
Marco fa finta di nulla, va verso lo scooter e prende il casco.
«Andiamo?» chiede Marco saltando in sella.
Il Gonzo scuote la pancia con le mani. Lo fa abitualmente.
La vespa così infila il pungiglione e lo ritrae.
Il Gonzo corre.
Marco ora parte alla volta di Denise. Perché a lui non importa nulla della stramba teoria dell’ordine degli universi.
Federico Di Gregorio è nato nel 1985. Nel luglio 2017 ha pubblicato il romanzo breve Le differenze (Delos Digital).
Un racconto di Marta Santomauro
Numero di battute: 2497
Proprio in quel momento, lei gli disse quella cosa.
Lui fece finta di non sentirla. Scoppiò a ridere.
Lei neanche si arrabbiò. Erano troppo fatti per prendersi sul serio e poi quella era – a detta di tutti – la festa del secolo.
La stanza trasudava alcol e ganja. Anche i loro capelli puzzavano di fumo nonostante le parrucche e i litri di lacca.
Vestiti come sarai tra vent’anni.
Era questo il motivo per cui lei gli aveva detto quella cosa.
Tutti gli altri sembravano avere le idee chiare, come se avessero già messo in conto marmocchi, avvocati, porte del bagno sbattute forte e cenoni della vigilia con le famiglie riunite.
Anna era una hippie con i capelli grigi intrecciati sulla nuca, decisamente troppo bella per rispettare il tema: si era scordata le rughe. Mirko era incaricato dell’accoglienza: con i capelli imbiancati di talco sotto il berretto rosso di McDonald’s rispondeva al citofono, raccoglieva i cappotti e li buttava sul letto di fianco a Linda e Giacomo in procinto di fare un bambino in ritardo (o in anticipo?), improvvisava presentazioni tra nuove Loredana Berté e non più giovani fattorini di Deliveroo.
Un’altra coppia limonava sul divano mischiando il completo gessato di lui con la tuta da meccanico dell’altro lui.
Bevevano vino rosso impreziosito, passando di mano in mano quella bottiglia magica con lunghi sorsi a canna.
Il rumore di un bicchiere fracassato tra le mattonelle e il tappeto persiano fece prima girare e poi ridere tutti. Il tizio scalzo che stava camminando sui vetri, invece, sembrò non accorgersi di niente.
«Erano troppo fatti per prendersi sul serio.»
A lei tornò di nuovo in mente quella cosa. Un po’ tremolante, ma sempre intatta.
Pensò di ridirla e lo fece.
La sentì rimbalzare nell’aria, facendo anche un po’ di eco.
Si sentì molto sola.
Lui girò l’obiettivo della fotocamera.
«Facciamoci una foto» disse impastando la voce con dell’altro gin tonic. Arricciò le labbra a culo di gallina guardando il flash.
Lei invece spostò lo sguardo lontano, da un’altra parte. Alzò il mento e si girò proprio verso dove sapeva che l’avrebbe portata quella cosa.
Lui le arrotolò un braccio intorno al collo, incastrando le dita in mezzo ai colori sgargianti della giungla che c’era sul suo foulard di seta. Infilò gli occhiali da sole nel collo della camicia freak di cui era molto orgoglioso, sistemò il ciuffo ingellato per liberare un occhio. Il pappagallo stampato sul collo di lei sorrideva nell’obiettivo.
Dentro quel click della Polaroid si fermò tutto.
Ma per quella notte, loro erano ancora giovani e scemi.
Marta Santomauro (1984) è nata a Milano, ha studiato Design della Comunicazione e lavora come libraia alla Gogol and Company di Milano. Nel 2013 è stata tra i vincitori del premio letterario Subway. Alcuni suoi racconti sono apparsi sulle riviste Scrittori Precari, Colla, Cadillac, Foro.
Un racconto di Piero Arilli
Numero di battute: 2364
Quando quel giorno arrivò, il nonno era l’unico sopravvissuto a tutte quelle carte che avevano definito la sua casa un manufatto attiguo alla strada del demanio marittimo.
Servivano le chiavi del cancello, il nonno lo chiuse a tutta mandata e mi consegnò il mazzo. Lo accompagnai oltre la strada, alla panchina dove era solito sedersi la sera, insieme alla nonna, a guardare il mare, che quel giorno sembrava avere mutuato dal nostro stomaco il suo forte stato di agitazione.
Riattraversai la strada e consegnai le chiavi al funzionario del Comune, che le ritirò con svogliatezza. Avrei voluto spiegargli che la porta principale aveva bisogno di una leggera vibrazione nel cilindro per essere aperta e che quella del capanno era stata persa anni prima, quando ancora la nonna ci custodiva il sapone fatto in casa. Il nonno non le parlò per tre giorni interi.
Il funzionario agitò le chiavi a mezz’aria in direzione della ruspa, che prese ad avvicinarsi. Guardai verso il mare e fui sollevata nel vedere che il nonno ci voltava le spalle, anche se ciò mi diede la certezza che lui non avesse frainteso come avevo fatto io: la casa andava demolita.
«La casa andava demolita.»
Il rumore aspro dei cingoli coprì il mio imbarazzo per avere sperato che abbattere una casa di legno richiedesse più riguardo che demolirne una di cemento. Il nonno l’aveva costruita tutta da solo, asse dopo asse: prima un capanno con due stanze, poi la casa vera e propria, diventata grande troppo presto, il garage, la cuccia del cane, il laboratorio.
Il legno aveva un’anima, nel silenzio notturno parlava, si muoveva, respirava anch’esso quell’aria salmastra che rende gli uomini nati al mare incapaci di starne lontani a lungo.
Da bambina, nei giorni seguenti alle mareggiate, quando la sabbia attraversava la strada fino ad arrivare alla porta di casa, il nonno mi accompagnava nell’esplorazione del reflusso marino e, rigettati sulla spiaggia, trovavamo rami levigati, porzioni di barche, carcasse di ombrelloni dati chissà quando in tributo al vento; poi, nel suo laboratorio, sceglievamo per loro nuove vite.
Prima che la ruspa si avvicinasse al recinto raggiunsi mio nonno dall’altra parte della strada e sedetti al suo fianco, copiandone il verso, spalle alla casa: nelle orecchie il primo straziante lamento del legno, negli occhi il rigetto spumoso delle onde.
Tutto il resto nella sua mano, stretta alla mia.
Piero Arilli (1967), è nato a Locri (RC) e vive a Livorno. Ha partecipato alla scrittura collettiva del libro Il repertorio dei matti della città di Livorno (Marcos y Marcos 2016, a cura di Paolo Nori), ha pubblicato racconti nelle antologie della Scuola Carver di Livorno, Scarpe Diem (MdS editore 2014), Nomen Omen (MdS editore 2015), Obtorto Collo (Valigie Rosse 2016) e sulla pagina culturale della stampa locale.
Un racconto di Ida Amlesú
Numero di battute: 2150
I quattro lampioni occhieggiano distratti. Nessuna musica, nemmeno per idea. La salumeria islamica si è trasformata in lavanderia. Cinese, a gettoni. I gettoni sono cinesi. I clienti sono arabi. Gli sciami sulle scale non sono insetti, ma transessuali di varia etnia. È straordinario, un palazzo prestigiatore.
Un uomo pende alla finestra. Non è morto: fuma, per ingannare il tempo. Piedi fuori dal davanzale, si tiene a un tubo di grondaia. La gravità non lo interessa. Magari vola. Lui guarda la strada per trovare o il senso della vita, o quella moneta effigiata persa tra le rotaie, o il poliziotto in borghese incaricato di fare irruzione. Però non succede niente. La vita non ha senso, la moneta l’hanno rubata nottetempo e il poliziotto in borghese è pigro e gioca a carte. Da solo. E perde.
Ogni tanto va a fuoco il sottoscala. O il sottotetto, basta sia il sotto di qualcosa. Ecco che giungono di corsa tutti – pompieri ambulanza carabinieri. Il poliziotto pigro molla le carte e va a litigare. Era arrivato prima lui, insomma. Dal mazzo di quaranta gli hanno sfilato due carte. Un asso un re. Ma chi è stato? Per ripicca, adesso arresta qualcuno.
«È straordinario,
un palazzo prestigiatore.»
I soccorsi avanzano, si fermano, riprendono. Spintonano la ressa. Non passano. Sulle scale, spruzzi di piscio asciutti. Un uomo in turbante gioca a dadi contro una brasiliana. Vincono entrambi, a giudicare dagli abbracci. Seduti sui gradini, i condomini vogliono parlare. Quale incendio non c’è nessun incendio. Non vedo fumo. Sì mi chiamo Pasquale controlli qua sulla patente. Non sono cinese sono vietnamita. No non abito qui. Non me ne vado affatto ho puntato tutto sulla brasiliana e aspetto la rivincita.
L’incendio si spegne da solo. Nessun ferito, le barelle se ne tornano con le pive nel sacco. I pompieri per lo smacco svuotano le cisterne sulle scale. Il poliziotto in borghese attacca briga coi carabinieri, poi ci ripensa – chi glielo fa fare? – e torna al suo solitario. Il signore in turbante con un colpo di dadi sconfigge la rivale. L’uomo appeso alla grondaia fuma ancora, una sigaretta infinita. Guarda lontano.
E si chiede: e ora che me ne faccio di un asso e un re?
Ida Amlesú (1990) è nata a Milano, ha vissuto tra Milano, Parigi e Mosca, dove lavora attualmente come insegnante. Laureata in Filologia Slava e Letteratura Russa, si è dedicata per anni al canto lirico. Suoi racconti sono apparsi sul blog Piazzaemmezza, sulle riviste Nuovi Argomenti e Colla, sull’antologia Ypsilon Tellers (Feltrinelli, 2015). Con il suo romanzo d’esordio, Perdutamente (Nottetempo, 2017), ha vinto il Premio Salerno. Alcune sue traduzioni sono apparse su Nazione Indiana e Nuovi Argomenti.
Un racconto di Francesco Spiedo
Numero di battute: 2000
Anna gettò distrattamente gli occhi sullo schermo e lesse: biglietto vincente serie 409, poi le mancò il coraggio. «Paolo» sussurrò quasi per non svegliarsi, «l’hai giocata la lotteria?» «Certo» rispose l’altro dal balcone della piccola cucina dove si ritirava a fumarsi una sigaretta. Anna si sedette con un tonfo e restò muta tanto che al marito dovette sembrare morta, ma morta non era, anzi mai si era sentita così viva. Si erano giocati il biglietto serie 409 n. 001, lo ricordava bene. «Paolo» disse a mezza bocca, «c’è una possibilità che abbiamo vinto.» «C’è sempre una possibilità, per questo si gioca, ma cos’hai?» E poi anche a lui mancò la voce.
E se avessero vinto sul serio? Si guardavano felici, come se i sette milioni fossero già nelle tasche. Restavano lì, lei seduta a guardarsi le mani e lui a misurare i quattro metri della cucina. Per prima cosa, pensò Anna, una casa al mare e qualche viaggio e un vestito, anzi due, ma che dico? Tre, sette, cento vestiti. Per prima cosa, pensò Paolo, una macchina sportiva, poi un figlio, qualche investimento e gli interessi della banca.
«Paolo, c’è una possibilità che abbiamo vinto.»
Pensavano a tutte le mattine senza il lavoro, svegliarsi leggeri. Non avevano fretta di alzare lo sguardo e leggere il numero del biglietto vincente, a loro bastava quest’ipotesi di vincita. Piuttosto si guardavano e Paolo pensava che Anna, fifona com’era, una sportiva non l’avrebbe comprata e che avrebbe speso tutto in vestiti e viaggi, mentre Anna pensava alla noia che avrebbe provato a viaggiare con Paolo che si lamentava per ogni cosa. In un momento iniziarono a odiarsi, e fu come una liberazione guardare lo schermo e urlare pieni di risentimento: «Serie 409 n. 018, non abbiamo vinto!».
Paolo afferrò un’altra sigaretta: quella casa non gli era mai apparsa così brutta e quella moglie così insignificante. Ad Anna parve un’immensa sciocchezza esser finita a sopravvivere accanto a un uomo così crudele. Andarono a letto senza parlarsi, mentre dall’altra parte del Paese qualcuno non avrebbe chiuso occhio tutta la notte.
Francesco Spiedo (1992) nasce a Napoli, si laurea in Ingegneria e scrive per alcune riviste online, occupandosi d’ambiente e cultura. Ha frequentato un Master in scrittura creativa, ha pubblicato racconti e romanzi, continua a scrivere anche per il teatro. Attende l’opera della vita, nel frattempo non demorde.
Un racconto di Arzachena Leporatti
Numero di battute: 2487
L’uomo lavorava come comparsa nei film di fantascienza. Il suo ruolo era quello dell’alieno, per via del suo aspetto, per natura, terrificante. Aveva la fronte alta, piatta e lucida. Gli occhi infossati e scuri. Il naso schiacciato e appiccicato alla bocca frastagliata e fine, che dava all’intero volto un’aria cattiva e triste insieme. A Brighton, nel suo bar preferito, era stato notato da un regista californiano in vacanza. Ti paghiamo bene, aveva detto. Domani parto, aveva risposto l’uomo.
A Los Angeles viveva in un appartamento senza né letto né tavolo né sedie. Dormiva per terra e sempre per terra mangiava e guardava la tv, l’unico oggetto che il precedente proprietario aveva lasciato in quella casa prima di suicidarsi nella vasca da bagno.
«Il suo ruolo
era quello dell’alieno.»
L’uomo, ormai totalmente influenzato dalla personalità dell’alieno che interpretava ogni giorno, aveva iniziato a odiare il genere umano. Per prime le donne, le quali da sempre avevano riso di gran gusto alla vista della sua faccia spaventosa. Poi era stato il turno degli uomini. Aveva provato a trovare in loro conforto e affetto, a innamorarsene magari. Non era andata meglio e per tutta risposta aveva ricevuto spintoni e offese. La sua unica attività all’aria aperta, in mezzo alla gente, era la camminata che lo separava dal set.
Non parlava con nessuno da molti anni. Le uniche parole che pronunciava erano le battute a lui assegnate, che erano poche e molto brevi. Un giorno la Signora Del Buffet lo chiamò per nome. Richard, disse. Lui a stento se lo ricordava, il proprio nome. Nonostante il suo aspetto orripilante, la Signora sembrava provare davvero piacere nello scambiare quattro chiacchiere con lui. L’uomo si sentiva destabilizzato da tante attenzioni e da quell’improvviso contatto umano, ma dopo due giorni si trasferì nell’appartamento della Signora, che aveva tavoli, sedie e persino un letto.
Le chiese, Mi ami? Lei rispose, No. Lui le chiese, Allora perché sono qui? Lei rispose, Perché ho bisogno di qualcuno che mi faccia compagnia, sono vecchia. Lui disse, Va bene, ma sono allergico ai gatti. La Signora aveva 15 gatti, ma lo perdonò. Starnutì 3 volte al giorno per 25 anni spendendo un patrimonio in Kleenex. Continuò a fare l’alieno per il resto del tempo. La Signora era vecchia ma aveva una salute di ferro. Alla fine fu lui a morire per primo. La Signora arrivò all’ospedale in tempo. Lui le strinse la mano per la prima volta. La ringraziò. La compagnia, in fondo, non gli era poi dispiaciuta.
Arzachena Leporatti (1991) nasce e vive a Prato. Collabora con magazine online come Nuok e Rumor, ha pubblicato racconti su Lahar e Tuffi e ha partecipato a vari concorsi letterari. La lunghezza del romanzo la spaventa ma vorrebbe provare a scriverne uno.
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