Pastrengo Agenzia Letteraria

Category Archives: Rivista


racconto Gianluca Herold

una piccola divinità annoiata

Un racconto di Gianluca Herold
Numero di battute: 2499

Altro che intervenire, l’Assurdità fondamentalmente se ne infischiava, acquattata al calduccio sulla tubatura dello scaldabagno, mentre Stefano sbarrava gli occhi sull’app e non riusciva a farsi una ragione del perché il rider avesse imboccato via Eustorgio invece che Settembrini. Voglio dire, pensava Stefano, che senso ha allungare così, il navigatore fa cilecca ma non lo vedi il pavé, c’è pure il pavé, la cheesecake sarà già un disastro. Stava per addentrarsi nella sezione apposita quando il citofono aveva trafitto il suo sacrosanto proposito di reclamo.

L’Assurdità per un attimo si era alzata sulle sue zampette pelose, si era stiracchiata e aveva teso l’orecchio, ma ovvio che no, era il tizio del secondo piano che aveva dimenticato le chiavi. Così Stefano era tornato alla posizione del rider, che nel frattempo si era spostata sul bordo della darsena. Fermo lì, come se prendesse il sole ciondolando i piedi sull’acqua.

«Altro che intervenire, l’Assurdità fondamentalmente
se ne infischiava.»

Dopo aver ricaricato la pagina dell’app due volte, tre, Stefano si era messo la giacca sopra il pigiama ed era salito in sella al motorino, piegato in avanti come un cane da punta, e così dietro di lui volendo c’era tutto lo spazio per acciambellarsi, e l’Assurdità infatti si era acciambellata.

Comunque la città era piacevole da attraversare a quell’ora, col vento in faccia e quel sole tiepido come un chicco di mais appena scoppiato. Durante il tragitto Stefano cercava di ricordare se la cheesecake potesse smontarsi, forse no, però di certo il pavé non le aveva fatto bene, figurarsi quel sole che adesso picchiava sull’acqua e si sbriciolava come fosse fatto di vetro mentre il motorino veniva sollevato sul cavalletto centrale alle spalle dell’unico rider seduto sulla riva, il cassone da una parte e la bicicletta dall’altra.

Stefano aveva forse pronunciato male il suo nome, e quello si era girato con una lentezza bovina e si era leccato l’angolo della bocca dove brillava ancora uno sbaffo di confettura al maracuja. E lì sì che l’Assurdità era scesa con un balzo dalla sella e aveva preparato la schiena per l’agguato, ma poi Stefano aveva chiesto spiegazioni, perché aveva mangiato il suo ordine, e quell’altro sbatteva gli occhi con estrema sonnolenza e sembrava non capire, salvo poi prendere lo smartphone e digitare sul traduttore singalese-italiano due parole: meglio pistacchio, e poi alzare le spalle.

L’Assurdità era confusa, aveva una gran voglia di alzare una zampa e darsi una pulitina là sotto, sì, provava sentimenti davvero contrastanti.

bio Herold Gianluca

Gianluca Herold è redattore freelance presso BUR Rizzoli. Ha pubblicato articoli e racconti su Lo Sbuffo e Rivista Undici.

Cristina Ferrazzi racconto

due tuorli

Un racconto di Cristina Ferrazzi
Numero di battute: 2467

Decisi di aprire l’uovo appena tornata. Un colpo sicuro e cadde concentrico a olio e sale. Ma o ci vedevo doppio o stavo guardando qualcosa di strano, gli occhi del diavolo. Aprii Google: uovo con due tuorli, si può mangiare? Uscì un solo risultato che diceva 1 su 100 milioni. Punto. Significa che la tua vita sta per cambiare. Fui spaventata. Cosa sarebbe cambiato esattamente? Pensai ai miei difetti più terribili: il corpo sbilanciato a sinistra, il mancato senso d’ironia. Il cane tormentato, e quel padre che tentava di farmi da madre.

I tuorli bruciarono fino a scomparire nel nero. Picchiettai la nuca per riprendere lucidità e gettai tutto nel lavandino. Mi sciacquai le mani. Non volevo più pensare alla sensazione di inadeguatezza che soltanto un evento ordinario, come rompere un uovo, può farti provare. Passai oltre mettendomi a dormire.

Un odore di bruciato mi svegliò di colpo. Tornai in cucina per verificare se le uova fossero tornate integre sul fuoco, ma no, c’era mia sorella. Le chiesi cosa stava facendo e rispose: «Un toast». Mi rimisi sul divano. Con le gambe a terra fissai il soffitto fino a che arrivò a sedersi accanto.

«Perché teneva un uovo in borsa?»

«Cosa mangi?» le chiesi senza guardarla.
«Il toast. Ne vuoi un po’?»
«Non mi sembra l’orario per mangiarsi un toast» dissi.
«Ma si può sapere cos’hai?»

«Mah, nulla.» La guardai. «Oggi. Al supermercato. Ho incontrato una vecchia alle casse. Mi ha chiesto se potessi andare a prenderle delle lenticchie.» Avevo la sua attenzione; il boccone tra i denti rallentò. «Ma non è un po’ bruciato quel toast?»

«No. E poi?»
«Nulla. Sono andata a prenderle e per ringraziarmi mi ha dato un uovo che teneva in borsa.»
«Perché teneva un uovo in borsa?»
«Oddio, non lo so. Ma non è questo il punto. Il punto è che l’ho aperto e aveva due tuorli.»

In quel momento salì la rabbia con un senso di cedevolezza del corpo. L’uovo mi aveva fatto pensare a cose a cui non volevo aver pensato. Mi sdraiai con il cuscino in faccia come d’estate con le zanzare. Sentivo ancora mia sorella masticare.

«Puoi mangiare più piano? Aaah non sopporto quando mangi!»
«Ma? Tutto qui? Anche a me una volta è successo. Quello che non mi è successo è di trovare una vecchia con un uovo nella borsa, sinceramente.»
Tolsi il cuscino. Volevo delle risposte. «La tua vita dopo è cambiata?»
«No, non direi.» Aveva finito il toast. Si scrollò le briciole dalle mani e andò verso la cucina con il piatto vuoto. Di spalle disse: «Forse se vuoi cambiare ti serve un’idea migliore».

bio Cristina Ferrazzi

Cristina Ferrazzi ha ventiquattro anni e ha studiato Arti del Racconto a Milano. Ha lavorato in una casa di produzione cinematografica e sul set come assistente alla regia. Le sue esperienze si dividono tra cinema e letteratura. Scrive di cose quotidiane.

Muscolino Emanuele racconto

l’ albero

Un racconto di Emanuele Muscolino
Numero di battute: 2470

Cos’era, un sogno? Forse un sogno. Ero piccolo, ero allegro, correvo. Qui nello specchio sono un vecchio. Era un sogno.

Inciampo su una sagoma nera, non è nera, è grigio scura, non è una sagoma, non ha neanche una forma. È un buco, una macchia. Come ho fatto a sbatterci? Passo dritto, non la voglio guardare, rischio di credere che esista davvero. Dio, l’ho toccata, ci ho sbattuto. Torno indietro: è solo una macchia, una macchia fuori fuoco. Avvicino una mano, allungo le dita, non arrivo a toccarla. Riprovo: niente, nessuna consistenza, la mano passa oltre, arriva al pavimento, è liscio come sempre. È ora di fare colazione. Che ore sono? C’è luce fuori?

Nel sogno avevo occhi di un altro colore. Azzurri. Io non ho occhi azzurri. E un segno, un segno sul braccio che non ho. È un sogno ricorrente. Mi rivedo bambino, felice, ma non mi riconosco. Sono io, non posso che essere io. Eppure non mi assomiglio.

«Che ore sono? C’è luce fuori?»

In ufficio posso lacerarmi. È facile, basta afferrare un tovagliolo. Un tovagliolo non taglia, ma la stoffa può diventare ruvida. Basta lavorarci. L’anta scheggiata dell’armadietto mi ha sbucciato il pollice. Un taglio profondo, fino alla carne, un rosso vivido. Come le branchie di un pesce agonizzante, così è il mio pollice.

Vedo alberi di uomini: uomini come rami, neonati come frutti, appallottolati, cadono su un letto di foglie morte. Si alzano, tornano all’albero e si arrampicano: è un vecchio muscoloso l’albero, ha membra cadenti. Scalandolo i pupi si fanno ragazzi; raggiungono il ramo che li ha generati, prendono il posto accanto alla donna: sono adulti. La donna è anziana. Il sole è alto, come quando sono caduti. La donna cade e si fa foglia: anche il sole cade, è notte.

I sogni mi riportano a un passato che non ricordo, ma che mi appartiene. Mi guardo allo specchio a tutte le ore e non vedo i segni di ciò che ero. Rimango al buio, nello sgabuzzino: un buco di un metro per uno, scaffali ovunque, senza spazio per voltarsi. Ci sono cassetti, vani, pertugi tra le cose ammucchiate, spifferi da cui potrebbe uscire qualsiasi cosa.

Madre, se fossi nato con le rughe mi avresti amato?

Sto cercando dentro di me i pezzi del bimbo che vedo la notte. Non li trovo. Non mi appartiene, non c’entra con me, eppure mi somiglia. Ora mi somiglia. Non è demenza, dicono, solo il desiderio di tornare piccolo.

Mi sto preparando a un’altra vita, sto partendo per un viaggio. Ho deciso di andare, sono in ospedale. Dove si nasce e si muore. Io vado a rinascere.

muscolino emanuele

Emanuele Muscolino è nato a Roma nel 1984. Dopo la laurea in Arti e scienze dello spettacolo ha pubblicato il saggio Paradossi della soggettiva. Visione pura e visione-sguardo nella sequenza cinematografica. Ha lavorato come montatore per il cinema e la tv ed è autore di cortometraggi, documentari e reportage girati tra Asia, Africa e America Centrale. Da quando ha letto Gödel, Escher, Bach ha cominciato a scrivere. Un suo racconto è apparso su inutile, un altro è in uscita su Blam.

Andrea Scagliarini racconto

alfonsa y el tango

Un racconto di Andrea Scagliarini
Numero di battute: 2498

Ti chiami Alfonsa e adori il tango. Lo adori al punto da farne una ragione di vita. Non perdi un solo evento dove praticare quel ballo che ti ha sedotta. Ti piace la commedia umana di essere scelta da un hombre. Ami contare i passi di quella musica ipnotica e sensuale. A chi ti domanda se non ti dà noia ballare sempre gli stessi tempi binari rispondi che il tango è diventato la tua malattia perché è durante la malattia che scopriamo quanto sia importante la vita.

Dopo l’incidente che ti ha tenuta lontana da tutti, ricominci una nuova vita più rilassata, più meditata, più consapevole. Ora incedi con un passo lento che tu stessa definisci da funerale. Un funerale a cui sei sfuggita malgrado la tua auto non avesse conservato alcuna forma agli occhi dei primi soccorritori.

«Uno, dos,
tres, cuatro…»

La riabilitazione è un percorso lungo e faticoso, segnato da momenti di angoscia, di forzata solitudine o di silenziosa riflessione sul presente. Allontanato lo spettro di una vita senza camminare, ricominci a pensare ai tuoi progetti, una casa nuova, cibi sani, yoga, eliminare il superfluo, selezionare le amicizie e ritrovare al più presto la via del tango. Uno, dos, tres, cuatro…

Ricominci a contare i passi appena sei in grado di scendere da sola dal letto. Una volta, vieni rimproverata dal medico che ti ha vista ballare nella corsia del reparto. Ma è l’incontro con un giovane bruno a segnare il tuo ritorno alla vita. Di notte, vi ritrovate sempre alla stessa ora. Fumate di nascosto sul balcone. Ridete, scherzate sottovoce. Lui non conosce il tango, tu glielo spieghi anche se balli con una gamba rigida. Piede destro in avanti lui, spalle in linea, piede sinistro indietro. Ora, ti senti una perfetta mujer. Provate semplici passi, senza essere scoperti. Avverti un’intima complicità. Vi promettete di ballare insieme appena sarai guarita. «Ti insegnerò io. Aspettami.»

Dopo alcuni mesi, vi incontrate. Noti subito che lui è cambiato. Lo inviti in una milonga. Lui accetta, ma non ricorda più l’ordine dei passi. È sudato, confuso, stanco, confessa di avere dei problemi. «Non ti preoccupare» gli sussurri. Lui è sempre più distratto, ma non spiega il perché. Esce improvvisamente a fumare. «Aspettami qui.» Lo attendi mentre la musica suona sempre più forte. Vorresti chiamarlo, ma scopri di non avere più il telefono, né il portafoglio. Il tango rimbomba nel salone vuoto. Solo una coppia continua a ballare mentre il barista sbadiglia annoiato. Nella penombra, senza essere vista, inizi a singhiozzare.

scagliarini andrea

Andrea Scagliarini (1961) vive a Torino dove, oltre all’insegnamento nella scuola secondaria superiore, si dedica all’attività di musicista freelance. Ha seguito i corsi di Guido Conti presso Cooperativa Letteraria e di Giulio Mozzi presso La bottega di Narrazione. I suoi racconti sono apparsi sulla rivista letteraria Fuori Asse e, da sempre, insegue la pratica lenta e faticosa della narrazione breve.

racconto racconto di Marta Cristofanini

il bagatto

Un racconto di Marta Cristofanini
Numero di battute: 2494

Sogna che la testa di sua figlia si spacca come un uovo. Ne cola via una materia densa, del colore dei tuorli. Il silenzio si diffonde intorno a lei come una benedizione.

Quando riapre gli occhi, la bambina ha la faccia paonazza e urla. Le gengive nude rivolte verso di lei, il rumore di gola che si straccia, senza sanguinare. È lei, a farlo.

Le sono tornate le mestruazioni. Osserva la macchia che si spande, quel miscuglio di plasma ed emociti intento a corrodere il lenzuolo. Si alza. La bambina è zitta. Sradica il coprimaterasso, lo getta nella vasca sotto l’acqua fredda. Latte, ora, adesso.

Il seno punge mentre la bambina la guarda con occhi di spillo. Vede il suo seno appassire, schiacciato come uva nella bocca sdentata. Le mani grinzose della neonata insistono sulle smagliature, una smorfia di godimento le disfa i lineamenti. Sente i capelli pesanti sulle spalle.

«Latte,
ora, adesso.»

La bambina capelli non ne ha. Chissà se ne avrà tanti. Chissà se sarà una di quelle donne a cui s’intravede la nuca, dall’alto. Da piccola, in cima alle scale del palazzo, avrebbe voluto sputarci sopra.

In piedi, davanti al fornello. Dovrebbe mangiare lei, ora, ora che può, prima che. Sente rumori di suzione concitati, la bambina succhia con prepotenza la propria cavità orale, le gambe scalciano nel sonno.

A nove anni aveva visto una gatta partorire nella casa di campagna. Era riversa nella pozza dei suoi umori, divorata dai cuccioli ciechi, attonita.

Che ore sono, sembra notte. È rimasta in piedi con il frigo aperto, sente freddo.

Apre i cassetti, li chiude. Ancora quel grido, quell’annaspare, è bene che impari che io non ci sarò sempre. Glielo dice fissandola dall’alto, mentre si contorce senza fiato, il piumaggio rado sulla nuca scoperta. Per un attimo si rivede prendere la mira con la bocca piena di saliva.

Luisa capovolse le carte, le disse nulla accade per caso. Se lo ripete la notte, stringendosi le gambe al ventre quando il dolore diventa insopportabile. Il Matto, l’Appeso. L’Imperatrice. Li vede ballare in cerchio, sdentati, le ossa spezzate: l’Arcano del Sole sorge per ultimo, illumina un cavallo bianco con l’infante sul dorso che cavalca verso di lei, in fiamme.

Quando riapre gli occhi, la bambina si è sollevata sui pugni e ride con la faccia sgualcita.

Deve essere davvero notte, ora, perché lui accende la luce mentre chiama il suo nome.
«La bambina ha messo su i denti» gli dice.
Lui si sfila piano il cappotto, con cura lo ripone sul letto.
«Quale bambina?» risponde, senza guardarla.

marta cristofanini

Marta Cristofanini nasce a Genova, e ci ritorna. Si occupa di design conversazionale e comunicazione. Dopo aver passato del tempo (felice) a fare teatro, ora ne scrive su L’Oca critica insieme ad altri pennuti. I suoi racconti sono apparsi su Rivista Blam!, Salmace e su Retabloid nella sezione Atomi.

racconto Mario Greco

flip, flop

Un racconto di Mario Greco
Numero di battute: 2484

Mi ero del tutto dimenticata dell’idraulico. Si presentò intorno alle nove. Un ragazzo grasso, con le braccia ricoperte di tatuaggi. Mi scusai per il disordine che regnava nel bagno. Mi sentivo in disordine anch’io, a dir la verità, con quel pigiamone di flanella addosso, i capelli tutti scompigliati.

«C’è da cambiare la guarnizione» disse il ragazzo.

Una diagnosi veloce e precisa, da vero professionista. Aveva un leggero affanno, teneva la bocca semiaperta e tirava sempre su col naso.  Da un momento all’altro, qualche gocciolina sarebbe caduta giù. Flip, flop. Il suo naso come il mio rubinetto. Quando si piegava, i pantaloni scendevano giù, lasciandogli mezzo sedere di fuori. Mi sarei messa a ridere, se non fosse stato per quei tatuaggi. Tutti quei teschi, quelle croci.

 «Chi è che gioca a calcio?» mi chiese, indicandomi le scarpette sporche di fango buttate in un angolo, a fianco della cesta dei panni sporchi.

«Mio figlio» risposi.
«In che ruolo?»
«Non lo so. In attacco, mi sembra.»
«È fortunato.»
«In che senso?»

«Tutti quei teschi, quelle croci.»

 «Anche a me sarebbe piaciuto giocare in attacco, ma non potevo. Stavo sempre in porta. Non potevo correre, per via della gamba.»

«Che cosa ha la sua gamba che non va?» 
«La sinistra è più corta della destra.»
«Non mi sembra.»
«Guardi, guardi bene.» 

Si mise a camminare in quell’esiguo spazio, col busto eretto, come un modello. Io non notavo niente, nessuna differenza.

«Sono uguali» dissi. «Due gambe perfettamente uguali.»
«Non dica bugie» fece lui. «Zoppico. È così evidente.»

Si stava innervosendo. Si sedette sul bordo della vasca. Avevo l’impressione che si stesse mettendo a piangere. Tirava sempre su col naso. Non so perché, ma mi venne in mente il mio ex-marito che raccontava sempre tutte quelle barzellette sconce sugli idraulici. Si rideva sempre quando c’era lui che si esibiva al centro di qualche tavolata. Un attore nato. L’unica a non ridere ero io. Idraulici, carabinieri. Il solito repertorio, a uso e consumo dei commensali. Mio marito. Mi chiesi, perché, improvvisamente, mi ero messa a pensare a lui. Per non mettermi a piangere anch’io, guardai fuori dalla finestra, ma lo spettacolo non era esaltante. I palazzi grigi, la vicina che ritirava il bucato dallo stendino, il cielo minaccioso del tardo autunno.

Il rubinetto ci richiamò all’ordine. Flip, flop. Il ragazzo prese la sua bella chiave inglese e si mise all’opera.

«Perché non m’insegna come si fa?» gli chiesi. «Non dovrebbe essere tanto complicato cambiare una guarnizione.»

mario greco

Mario Greco è nato nel 1959, a Sant’Arsenio, dove risiede. Nel 2011 ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria del Premio Chiara per una raccolta di racconti inediti. Nel 2016 un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Dieci racconti per Piero Chiara (Macchione editore). Altri racconti sono stati pubblicati sulle riviste Tuffi, Carie, Grado Zero, Pastrengo, Rivista Blam, il Mondo o Niente, In fuga dalla bocciofila, Formicaleone, Smezziamo, Quaerere, Birò, Grande Kalma.

racconto martana

il gorgoglio della terra

Un racconto di Gianfranco Martana
Numero di battute: 2499

Alle 19.34 del 23 novembre 1980 mio padre era a letto, bloccato dal colpo della strega; mia madre in cucina a rassettare; io nel salone col zuppone di latte, davanti alla tivù che trasmetteva la differita della partita. D’un tratto sentii tintinnare la porta-finestra che dava nel giardino e pensai che si fosse alzato il vento; poi vidi il latte agitarsi nella ciotola. Qualcosa mi tremava sotto i piedi, ma non era solo qualcosa, era tutto, e tutto intorno a me. Non era più nemmeno un tremore, ma un ondeggiare e un sobbalzare. “Il treno!” pensai. In paese la stazione non c’era, ma qualche settimana prima mio padre mi aveva detto che presto l’avremmo avuta. Forse quel tempo era venuto e nessuno ci aveva avvisato.

Mio padre! Guardai verso la porta che dava nel corridoio e lo vidi sulla soglia, in vestaglia, in piedi. «Vieni, è il terremoto» disse, con voce assurdamente calma. Gli presi la mano e raggiungemmo mamma, di cui solo ora sentivo le urla.

«Vieni,
è il terremoto.»

Mio padre aveva capito tutto con almeno un minuto di anticipo: era uno con le antenne sensibili. Quando c’era il caffè sul fuoco a un certo punto diceva a mia madre: «Il caffè sta uscendo». «Ma quando mai?» rispondeva lei, ma un attimo dopo potevi già sentire il gorgoglio. Ecco, lui aveva sentito il gorgoglio della terra molto prima di noi.

Uscimmo in strada. Svoltato l’angolo eravamo già in piazza. I lampioni e le nostre povere luminarie di paese erano spenti. Guidati dalla poca luce notturna andammo alla fontana di pietra chiara che si ergeva nel mezzo, lontano dalle case. Altre famiglie affluivano da tutti i lati, come fiumi al mare, precedute da lamenti angosciati. La terra non tremava più, gli uomini sì, di paura e di freddo. Eravamo quasi tutti in pigiama o in vestaglia; qualcuno era riuscito a buttarsi addosso qualcosa di caldo, qualcun altro aveva fatto in tempo ad afferrare una torcia e ora la puntava sugli edifici circostanti per accertarsi dei danni, ora sui compaesani con la stessa intenzione, e ne scandiva i nomi come quando si chiama l’appello.

I telefoni presero a squillare nelle case vuote: erano amici e parenti che chiamavano, appena saputa la notizia dal telegiornale. Nessuno andò a rispondere, e per un po’ restammo zitti e fermi ad ascoltare incantati l’allegro gorgheggio meccanico che quell’anno fu il nostro primo e ultimo concerto di Natale, mentre all’altro capo di quei fili – a Torino, in Belgio, in Germania – i monotoni e interminabili tuuu... tuuu... segnalavano che, forse, eravamo tutti morti.

Martana Gianfranco

Gianfranco Martana è nato a Napoli nel 1971. Cresciuto a Salerno, si è trasferito prima a Brighton e poi a Valencia. È dottore di ricerca in Italianistica. Autore di una quarantina di racconti pubblicati in riviste italiane e spagnole, è stato finalista al Premio Solinas con la sceneggiatura Mammaliturchi! che a breve uscirà in forma di romanzo presso Inknot Edizioni. Il suo primo romanzo è stato Un’opera di bene (Ellera, 2015).

marchiori alessia racconto

taci, olga

Un racconto di Alessia Marchiori
Numero di battute: 2384

Tic toc, tic toc, tic toc.

«Mario, ancora alla finestra? È l’una, zè ora de dormire, vien qua.»
«Tasi vecia. Son qua che li guardo, ’sto branco de simmie, guarda ciò, che vergognosi.»

Tic toc, tic toc.

«Mario, lascia che facciano festa anche loro. Sarà una qualche tradizione del loro paese, poreti, anche loro hanno diritto.»
«Tasi, Olga. Indiani vien dalla scimmia: non te vedi che sopracciglia? Che barbe ludre? Che turbanti de strasse? Indiani vien dalla simmia. Mi vegno dall’orso.»

Tic toc, tic toc.

«Ah che ti vedono, ’tento.»
«Chiudi quella boccaccia, oca marina, pora insulsa.»

Grattandosi la pancia, Mario si slabbrò ancora di più la canottiera ascellare macchiata di sugo e intrisa di umori ormai rinsecchiti. Una volta in cucina, si versò un bicchiere del rosso. Del “suo” rosso. Orgoglio veneto. Fatica dei campi, sveglie all’alba, polenta e soppressa in saccoccia.

«Ah che ti vedono, ’tento.»

Tic toc, tic toc.

«Ancora lì, mai stufi. Ancora festa. Laorare mai.»
«Mario, ’sta quieto. ’Tento che ti vedono.»
«Cosa me ne frega? Ancora! Cosa me ne frega? Dormi, comare!»
«Prima o dopo te la paghi, ’tento.»

Tic toc, tic toc.
Tic toc, tic toc.

Mario si tolse la dentiera con un rapido movimento e la buttò nel bicchiere. Immersa nel liquido, rifletteva sulle gengive il chiaro di luna. Una scoreggia a tradimento, di quelle che vibrano come trombe tra le chiappe e sfuggono che è un piacere, svegliò la Olga.

«Mario, ancora in piedi? Ma allora?»
«Sssssssssh, dormi e tasi! Tormento!»
E tirò su ancora la tapparella del bagno, perché voleva vedere bene.
«Senti che odori, odori da bestie. Ma cosa è che mangiano? Polastri? Ovi? Riso stracotto? Neanche mangiare, neanche quello, boni zero. Paiassi.»

Tic toc.
Tic toc, tic toc.

«Olga, Olgaaaaaa, ssssssh, sveia!»
«Ah, eh, mmmmh, cossa? Cossa succede?»
«Olga, tuti mati, tuti mati.»
«Ma chi Mario? ’Ndiani?»
«Olga, arriva un indiano qua, eccolo, sta rivando.»
«E come mai, Maria Vergine, cossa combini? Hai sparlacciato, come al tuo solito?»
«Olga, no, no, ma che sparlacciato. Ma, ma, l’indian vien col baston! Olga, un baston belo largo. Signor de Dio.»
«Un baston? Ma sei matto? Come un baston?»
«Ecolo, mah, non so, el ride, col baston, belo largo, un baston col manico.»

Il giovane Arman si fermò sotto la finestra di Mario. I denti bianchissimi che scintillavano nell’oscurità. Alzò rapido il braccio con cui teneva saldo il bastone largo ed esclamò a gran voce nella notte:
«Cricket?».

mde

Alessia Marchiori nasce e vive a Verona, dove lavora. Dopo qualche anno passato su carte e manoscritti, di cui conserva l'antica passione, si dedica ora all'immersione nelle storie: impara dagli adolescenti, cammina in montagna, cucina etnico, legge, legge e legge, e scrive. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in alcune antologie.

racconto alex guerra

da quanto...

Un racconto di Alex Guerra
Numero di battute: 1942

Da quanto non parliamo, veramente, come quando questo salotto non esisteva ancora? Come quando lo costruivamo, lo dipingevamo, l'arredavamo a parole? Come quando al posto del divano che ti piace tanto usavamo un materasso buttato direttamente per terra. Ce le dicevamo sopra là, ricordi? E tra una grattata di intonaco, o l'assemblaggio di un mobile, spiavamo fuori dalla finestra le famiglie con i passeggini e ci immedesimavamo nel ruolo di genitori.

Dopo che avevamo fatto l'amore sopra il materasso, la fronte adagiata sull'incavo della tua nuca, il mio braccio che ti cingeva la vita, ti suggerivo nomi per un possibile, mai arrivato, figlio: Juri, Gregorio, Mattia se fosse stato un maschietto; Elena, Aurora, Lionora nel caso di una femminuccia. E tu annuivi, docile.

In quella posizione ti ho annunciato la mia nomina ad assistente del Direttore Marketing e che in casa i soldi non sarebbero più mancati.

Poi costruimmo, dipingemmo, arredammo.

Come hai sempre voluto tu. Credevi che io volessi questo pugno nell'occhio di sofà, avrai creduto che il colore mi piacesse, e questa sfilza di libri presi in stock all'Ikea insieme alla libreria. E io ho sempre annuito docilmente ad ogni tua fantasticheria. Come quando giocavamo alla bella famigliola, tu giocavi e io ti assecondavo, guardando fuori dalla finestra di questo salotto che ancora non avevi fatto a tua immagine e somiglianza. Io in realtà guardavo le donne e gli uomini in camicia e giacca che salivano su Bmw e Mercedes. Ma allora come ora, ho bisogno anche dei tuoi abbracci.

Come quelli da dietro, dopo che avevamo fatto l'amore.

Per questo ti risposi che lo stipendio da assistente Direttore Marketing era buono ma volevo cercarmi lo stesso un lavoretto – visto che avevo una laurea tanto valeva farla fruttare, no? – giusto finché non ci sistemavamo. Non potevo confessarlo allora e non ha senso ammetterlo adesso, che non ricordo neanche più da quanto non parliamo veramente.

guerra alex bio

Alex Guerra è nato nel 1994. Abita a Breganze, in provincia di Vicenza. Diplomato in Elettronica e telecomunicazioni, lavora come operaio in una ditta di imballaggi flessibili. Tra un turno e l’altro cerca di laurearsi in Lettere moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Suoi racconti sono usciti sulle riviste Blam e Spore.

racconto chiara cerri

le poesie di marino q.

Un racconto di Chiara Cerri
Numero di battute: 2456

In un settembre che si era mangiato l’estate, mi ero trasferita in città per frequentare una scuola di ballo. Mio padre prima di partire mi regalò un coltello da campeggio, a lama grossa. Lo interpretai come un gesto d’amore.

Passai l’inverno a portarmi a casa coreografie monche, da ripassare di notte. Il mio corpo, tra demi plié, grand plié e relevé, non era mai abbastanza armonico; i miei movimenti mai all’altezza degli altri. C’era poi l’odore di pesce che la mia pelle emanava, la periferia, a seguirmi ovunque per la città.

Marino lo conobbi dall’alto. Dalla scala antincendio dell’edificio dove seguivo i corsi potevo accedere al tetto, a fine lezione mi piaceva andare a osservare le macerie della mattina fare spazio a quelle del pomeriggio. Quando lo vidi la prima volta, era sdraiato in un canto, all’inizio ho pensato si trattasse di un cane.

«Marino
lo conobbi dall’alto.»

Ogni giorno salivo sul tetto per guardarlo, passava il tempo accucciato con un libro tra le mani e solo quando vedeva arrivare delle persone si alzava. Da lontano non capivo cosa facesse. I suoi movimenti nell’aria erano simili alle mie coreografie, monchi, scombinati, ma pieni di una passione disperata.

Un giorno mi avvicinai. Recitava dei versi, aveva il viso maculato a macchie rosse scure. La cosa che più mi colpì di lui era che rideva solo con i denti di sotto: dei piccoli rettangoli circondati di nero e sangue rappreso, quelli di sopra nascosti dentro al labbro. Come se avesse voluto nascondere al mondo una piccola parte di sé.

Ogni volta che sorpassavo il viale della stazione, stringevo tra le mani il coltello da campeggio di mio padre. Mi arrivava addosso un vento freddo e il fiato caldo di vino di Marino era la cosa più familiare che avvertivo.

L’ultimo giorno del corso organizzammo una festa, alcuni di noi avrebbero provato a fare i ballerini sul serio. Audizioni, e cose così. Io non avevo i soldi per restare in città e mi mancava il mare.

Sul treno di ritorno chiamai mia madre e le dissi che quell’estate avrei lavorato al mercato con lei. Il martedì e il giovedì arrivavano i carichi di frutta e verdura alle cinque di mattina. Pareva felice.

Della città ricordo poco. I palazzi, lo sferragliare dei treni, la scuola di ballo, le facce dei miei compagni, ho un ricordo vago di tutto. Ricordo soprattutto le poesie di Marino, srotolate nell’aria ferrosa della stazione. Poi ingollate dai piccioni. Storte, come le mie coreografie.

Provai a ridere mostrando solo i denti di sotto.

cerri chiara bio

Chiara Cerri è nata in Toscana, ora vive a Torino. Si destreggia tra fotografia e altri lavori. Suoi racconti sono apparsi su Carie, SPLIT, Nazione Indiana, Rivista Blam e Grado Zero.