Un racconto di Daniele Pasquini
Numero di battute: 2455
Quando, dopo essere stato inseguito, si ritrovò sul retro di un capannone con un coltello puntato alla gola, solo allora capì a quanto poco servissero i rimorsi per aver sprecato la vita di un tempo, quando gestiva il bar, quando si faceva un gran culo e ogni mattina alle sei tirava su la saracinesca e sentiva il profumo delle brioche appena scaricate dal pasticcere, quando c’erano ogni tanto delle piccole cose che lo commuovevano, non che lo rendessero felice – era comunque un quarantacinquenne fallito – eppure un senso alla giornata lo davano, cose come il buongiorno del primo cliente, come l’ultimo cicchetto la sera, come fantasticare sulle ragazzine che compravano la merenda, quelle storie lì, che gli sembravano pochezze, eppure le rimpiangeva ora che se le era lasciate sfuggire, come si era lasciato sfuggire Letizia, l’unica donna che bene o male c’era sempre stata, che non era una bellezza ma gli faceva compagnia fino a chiusura e pure dopo, che lo aveva portato in vacanza, lo aveva accompagnato alle cene coi parenti,
Letizia che gli reggeva il capo quando vomitava, che gli preparava le lasagne per il compleanno e che gli aveva dato il culo nonostante le ritrosie, che gli aveva prestato duemila euro per risistemare il bancone del bar e invece lui da sei mesi sputtanava in cocaina più di quanto riuscisse a guadagnare,
«Non c’era niente da fare, solo inutili ricordi, flash.»
e sì che aveva iniziato così per provare, ma c’era precipitato, e allora aveva provato a prenderla all’ingrosso e piazzarla per ripagarsi il vizio – non voleva spacciare e arricchirsi ma quantomeno minimizzare la spesa – ma in quel ramo imprenditoriale c’era chi non l’aveva presa bene, gente che gli aveva mandato avvertimenti che lui aveva ignorato, troppo tardi per fermarsi, per tornare a pensare al bar e alle brioche, ora che nell’aria c’era solo il tanfo dell’area industriale e i ronzii costanti dei capannoni non c’era niente da fare, solo inutili ricordi, flash, come nel momento in cui iniziando a sentire la lama che incideva la pelle, nell’istante in cui da copione avrebbe dovuto chiedere pietà, in quel momento ripensò a sua madre morta di cancro un anno prima, che una notte verso la fine dell’ultimo ciclo di chemio lo sorprese in casa da lei a frugare nei cassetti, quella notte che sua madre gli disse perché mi fai così, va a finire che farai una brutta fine e lui nel buio si vergognò, e ora che anche lui forse moriva pensò a quel che le disse: mamma tranquilla, è solo un brutto periodo.
Daniele Pasquini (1988) è nato in provincia di Firenze. Giornalista pubblicista, si occupa di comunicazione e di eventi culturali. Ha pubblicato il romanzo Io volevo Ringo Starr (Intermezzi 2009), il racconto lungo Le rockstar non muoiono mai (Intermezzi 2013) e la raccolta di racconti Ripescati dalla piena (Intermezzi 2015). Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste, blog e antologie (tra cui Prendi la DeLorean e scappa, Las Vegas, 2015). Fa parte della redazione di The FLR e scrive per Riot Van.
Un racconto di Gianluigi Bodi
Numero di battute: 2468
Non si ricordava dove l’avesse letta o sentita, ma mentre guardava una piccola pozza di luce illuminare le foglie del ficus gli ritornò in mente una frase. Solo i raggi del sole possono attraversare una finestra senza romperla. Sembrava una frase da bacio Perugina, qualcosa che un adolescente avrebbe potuto scrivere sul suo diario. Però suonava vera, una perla di saggezza a cui bisognava trovare un significato. Seduto alla scrivania, mentre cercava di far quadrare i conti del bar, provò a pensare a cos’altro potesse entrare da una finestra chiusa senza frantumarne i vetri. Ma non era un tipo creativo, la fantasia non sapeva nemmeno dove stesse di casa. Subiva gli stimoli esterni e ne godeva il prodotto sotto forma di film.
Le dita raschiavano la tastiera per dare un senso a tutti i numeri che gli erano piovuti addosso, alle preoccupazioni di ogni fine mese, ai sorrisi tirati davanti ai clienti che hanno sempre ragione anche quando hanno torto. Ma quella frase continuava a richiamarlo a sé. Il fatto è, pensava, che anche lui aveva bisogno di luce. Non solo perché era pallido come i fogli nella stampante, ma perché si era stancato di vivere sotto la costante pressione di un buio a cui non riusciva che dare il nome di futuro.
«Solo i raggi del sole possono attraversare una finestra senza romperla.»
Sì alzò dalla sedia, si avvicinò al ficus e gli accarezzò le foglie. Poi, si staccò dalla pianta. Come un salmone che risale la corrente si diresse verso la finestra. Era da lì dunque che nasceva quella luce? Ne voleva un po’ anche lui. Se ne restò immobile, con gli occhi chiusi ad assorbire il calore dei raggi fino a che un botto improvviso lo destò.
Guardò giù in strada. Due macchine si erano scontrate, una delle due nella sua corsa aveva travolto e rovesciato i bidoni della spazzatura. I guidatori si erano riversati sull’asfalto bestemmiando. Attorno a loro si era radunata una piccola folla. Un ragazzo di colore percorse a testa bassa lo spazio dissestato che lo divideva dal gregge umano. Aveva le spalle piegate in avanti come se volesse scusarsi, un cappello floscio e logoro in mano. Iniziò a chiedere l’elemosina, ma non durò molto. Uno dei due autisti lo prese per la camicia, gliela strappò. Lo appoggiò al cofano della macchina e iniziò ad urlare come se la colpa dell’incidente fosse del ragazzo. La folla gli si avvicinò e lo sovrastò. Era facile vedere le traiettorie degli sputi illuminati dalla stessa luce che gli scaldava il viso. Ecco un’altra cosa che attraversa i vetri senza romperli: lo schifo.
Gianluigi Bodi è il creatore del sito Senzaudio.it, che si occupa di editoria indipendente. Nel 2015 ha vinto il concorso letterario indetto dal CartaCarbone Festival con il racconto Perché piango di notte. Ha curato la raccolta di racconti Teorie e tecniche di Indipendenza (VerbaVolant, 2016).
Un racconto di Elena R. Marino
Numero di battute: 2483
Mi volto di scatto e dico no! Non è possibile! Così non possiamo andare avanti! Sono stufo quanto basta, sono stufo. Capisci?
Lo allontano con un dito, lo guardo aggrottando più che posso le sopracciglia, in modo da sembrare cattivo. «Te-ne-de-vi-anda-reee!» gli urlo.
Non sente ragione, mi perseguita così da giorni.
Stiamo camminando in periferia, ci siamo noi e le schiumette della vita, i detriti e i residui. Siamo tutti qui che camminiamo scoglionati per andare non si sa dove. Io lo saprei anche, dove sto andando, se lui non mi desse il tormento impedendomi di pensare. Sì, è questo il problema: mi impedisce di pensare. Mi butta addosso continuamente tutta questa tristezza, tutto questo squallore interiore. Cammina con il fiatone, manco riesce a starmi dietro, eppure parla, parla, parla.
«Non ci riuscirai mai... stai perdendo il tempo della tua vita... il tuo non è un sogno, è un’ossessione! Ti stai perdendo la vita vera... era... era...»
Così mi dice, il bastardo. Io mi tappo le orecchie. Bela bela beeeeeh!
E poi mi dice: «Vedrai, ti ammalerai se continui così, e tu lo sai!».
«Non sente ragione, mi perseguita così
da giorni.»
Io scappo verso il fiume, mi pare che forse potrei seminarlo. Ho gambe buone, io. Lui arranca. Eppure non riesco a spiccicarmelo di dosso, lo vedo arrivare nero con il suo naso schiacciato, la pelle sporca, i denti rovinati, i capelli unti: è brutto, non posso dire altro, piagnucola, mi dice che non ho nessun rispetto per lui, per le cose che lui mi dice, e che lui mi dice quelle cose perché mi vuole bene, e vuole prendersi cura di me, cura.
«Se soltanto tu riuscissi a essere un po’ più allegro!» gli urlo. «Basterebbe un po’ più di leggerezza, che diamine!»
Mi guarda stranito. Per lui una richiesta del genere è inaudita.
Siamo sul ponte che allaccia la città alla montagna. Sotto, il fiume è marrone denso.
Ne ho abbastanza, non c’è comunicazione fra noi, e io devo pur sopravvivere.
Sono più grosso di lui: lo prendo e lo scaravento giù. Nel caffellatte che scorre qui sotto.
Tanto è solo il mio alter ego, no?
È chiaro che è solo il mio alter ego. Potrebbe mai esistere una persona vera così lamentosa?
Guardo giù. Lo vedo annaspare, poi scomparire, poi riemergere e scorrere insieme al caffellatte. Si agita, ecco, guarda come si agita con le braccia. Poi fine. Inerte come un tronco lo vedo viaggiare verso Verona.
Rimango a pensare. Non c’è più davvero. Sono solo.
Forse non era il mio alter ego. Era un altro e basta.
Mi guardo attorno, inquieto. Adesso iniziano i miei guai, credo.
Elena Rosanna Marino (1967) lavora come regista e drammaturga al teatro Spazio 14 di Trento. Ha studiato Letteratura greca antica a Trento e a Urbino. Ha lavorato come ricercatrice presso l’Università di Torino. Ha collaborato a GI vocabolario della lingua greca di F. Montanari (Loescher) e ha scritto Gli scolî metrici antichi alle Olimpiche di Pindaro (Labirinti 1999), oltre a numerosi articoli su riviste. Dal 2003 ha abbandonato il greco per dedicarsi in modo professionale al teatro. Suoi racconti sono usciti su riviste.
Un racconto di Davide Coltri
Numero di battute: 2484
Alla ricreazione Nada mi scruta da dietro le lenti spesse. Le sue dita tozze e deformi spremono il brick con tanta violenza che il succo straborda e le cola dalle guance. Si asciuga con la manica della felpa, poi rivolge alla preside uno sguardo smarrito e urla: «Shilvia!».
«Lui è Pietro, il tuo nuovo insegnante. Non ti vuoi presentare?» chiede la preside prendendola sottobraccio nel tentativo di calmarla.
Nada la scaccia via e si allontana trascinando un piede per terra. Il bacino asimmetrico la costringe a tenere il peso della schiena talmente sbilanciato all’indietro che mi lancio a sorreggerla, convinto che stia per perdere l’equilibrio. Si divincola, raggiunge la ringhiera delle scale e si aggrappa al corrimano. Ci scruta diffidente, poi pare dimenticarsi di noi e resta ferma, in attesa. Al suono della campanella viene rapita dal flusso di studenti che corrono su per gli scalini. Ne segue i movimenti e sorride affascinata, come fossero sciami di farfalle.
«Lo sa benissimo che Silvia se n’è andata, ma ci vorrà un po’ perché lo accetti.»
Due ore dopo sono seduto a fianco della mia nuova studentessa, che mi volta le spalle e insiste a invadere col braccio sinistro il banco della vicina. La ragazzina la respinge bonariamente tre volte, poi mi lancia un’occhiata supplichevole.
«Lui è Pietro,
il tuo nuovo insegnante.»
«Nada!», sbotto a mezza voce per non disturbare la professoressa di fisica che parla di elettroni e picchietta il gesso sulla cattedra.
Nada si gira, sbadiglia senza remore e abbassa la testa sul petto, rassegnata e passiva. Estraggo dalla mia cartelletta il disegno semplificato dell’atomo che ho preparato durante l’ora precedente e glielo metto davanti.
«Riconosci questo? Cos’è?»
Nada avvicina il naso al foglio, lo annusa.
«Questo è l’a…»
Sbadiglia. Mi guarda con occhi privi di interesse.
«A… to…»
Sbadiglia.
Poso il foglio sul banco, sospiro, mi stropiccio gli occhi. Le compagne di Nada confabulano nell’aria viziata, la professoressa traccia segni alla lavagna.
Me ne accorgo solo quando mi scappa un gemito: porto la mano alla bocca a sbadiglio già svanito, con uno scatto colpevole e goffo. Alla mia sinistra scoppia una risata incontrollata e contagiosa che scuote i vetri e rimbalza contro le pareti. La professoressa ci lancia uno sguardo gelido di rimprovero. La risata svanisce. Gli occhi vispi di Nada mi ammirano estasiati. Per la prima volta, nel silenzio indignato della professoressa e tra le risatine complici delle altre studentesse, sento la sua voce esclamare: «Piet’o!».
Davide Coltri (1981) vive a Beirut con sua moglie e si occupa di progetti di istruzione nelle emergenze umanitarie. In passato ha fatto altre cose, tra cui l’insegnante di sostegno, il contrabbassista, il pizzaiolo e il cantiniere. Il suo racconto Kalat è uscito sul numero 6 di Effe. Con il racconto L’ultimo arrivato è stato finalista alla nona edizione del concorso letterario 8x8.
Un racconto di Giuseppe Zucco
Numero di battute: 2482
Io vi vedo, ragazzi dell’estate, nella vostra rovina.
Dylan Thomas
Ci eravamo dati appuntamento sul retro della scuola. Non ci vedevamo da mesi, avremmo scavalcato il cancello e giocato a calcio nel rettangolo sbiadito sullo spiazzo di cemento.
Arrivammo a singhiozzi, le biciclette lasciate alla rinfusa sulla strada, brillavano a terra i vetri delle finestre del piano terra andate in pezzi durante altre partite.
Abbronzati, elencavamo le medaglie di cui l’estate ci aveva fregiati – la scia rossastra di una bruciatura di medusa, l’incisivo rotto per una caduta sugli scogli, il sopracciglio spaccato dopo una guerra con i sassi.
Ma stringendoci in cerchio, per fare la conta e dividerci in squadre, notammo con orrore cos’era capitato a uno di noi. Una leggera peluria s’infittiva sul suo labbro superiore, e altri peli erano germogliati su braccia e gambe, il ricciolo nero sotto le ascelle.
Ci eravamo promessi con un patto di sangue che nessuno di noi sarebbe mai cresciuto, e che quando quella malattia avrebbe dato i primi segni, avremmo fatto di tutto per scongiurarla.
Così tirammo fuori i coltellini. E schiacciammo a terra il malcapitato, spogliandolo della maglietta, tenendolo per i polsi e le caviglie, anche se non urlò né fece resistenza, e sollevò la testa per seguire meglio quanto succedeva.
L’aprimmo con un coltellino dal collo all’ombelico, e fu come tirare giù la cerniera di una felpa e discostare i lati. Volevamo scoprire da dove salivano i peli, ed estirparli alla radice, così da arrestare il tempo dentro quell’estate.
«Ci eravamo promessi con un patto di sangue che nessuno di noi sarebbe mai cresciuto.»
E guardando il cuore, ammutolimmo, perché lì non c’era. Al suo posto, pulsante, dimorava un gomitolo di pelo scuro da cui si dipartiva un intreccio di cime sottili che filavano ovunque prima di bucare i tessuti e affiorare sulla pelle.
C’era un odore, come di animali chiusi in una caverna – recidemmo le cime con i coltellini, le girammo intorno agli indici, e tirammo piano, per evitare strappi.
Sbrogliammo metri e metri di pelo. Il gomitolo finì, la sorpresa sbiancò la nostra abbronzatura. Non era un gomitolo, ma un bozzolo – dentro, in posizione fetale, vegliava un uomo primitivo, minuscolo e peloso.
Forse tirammo troppo, come se con i peli gli avessimo sfilato la vita, e il malcapitato sussultò, sbarrò gli occhi, e la stessa cosa toccò all’uomo primitivo, il quale, prima di spirare, fissando i nostri capelli, le ciglia, i sopraccigli, dovette pensare che eravamo davvero strani, e lisci, e che provvisti di così poco pelo non avremmo superato i primi freddi che da lì sarebbero seguiti.
Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha pubblicato la raccolta di racconti Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016) e il romanzo Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017). Suoi racconti sono apparsi sull'antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015), sulle riviste Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, minima&moralia, Colla.
Un racconto di Massimiliano Maestrello
Numero di battute: 2494
Lo spazio nel letto che pensavamo sarebbe stato del bambino – immaginavamo già di sentirlo correre dalla sua cameretta per gettarsi in mezzo a noi – venne poco a poco occupato dal cane.
Eravamo d’accordo: Dog poteva muoversi nel giardino, entrare in casa, stare in cucina e in salotto. In camera da letto, avevamo deciso, ci saremmo ritagliati uno spazio solo nostro. Ma poi mia moglie aveva perso il bambino e Dog, una sera, era saltato sul letto, allungandosi tra noi. Nessuno dei due aveva trovato la forza di dirgli di tornare nella sua cuccia.
Solo per questa notte, ci eravamo detti. E invece era diventata una consuetudine.
Prima di acciambellarsi, Dog grattava le lenzuola come se scavasse una buca. Grattava, e scavava anche un solco sempre più profondo tra me e mia moglie. Io non mi allungavo più a toccarla, lei non lo faceva già da un po’. Adesso, potevamo dirci che Dog non ci avrebbe lasciato in pace.
Quella notte, Dog si svegliò di soprassalto: scattò sulle zampe abbaiando, dal letto, in direzione della porta. Sembrava vedesse qualcosa nel buio: accesi la luce. Non c’era niente fuori posto. Controllai in corridoio, poi in cucina e in salotto. Continuava ad abbaiare.
Dog, basta, diceva mia moglie. Ci volle un po’ per calmarlo. Ringhiava basso, come in attesa.
«E come mi chiamava? Il vecchio? Lo sposato?»
Mi rimisi sotto le coperte, aspettai che mia moglie e Dog si riaddormentassero e mi alzai. Andai in studio, dalla borsa del lavoro presi il cellulare nascosto nella tasca interna. In bagno, lo accesi. Nella cartella vuota arrivarono quattro messaggi. C’erano delle foto. In una era con una sua amica, vicino al bancone di un locale. Le aveva parlato di me? E come mi chiamava? Il vecchio? Lo sposato?
Le altre erano state scattate in bagno. In una mi mostrava il seno. Nell’altra aveva le mutande calate a metà coscia. L’ultimo messaggio diceva: Per quando ti deciderai.
Mi masturbai, poi, come al solito, cancellai i messaggi. Uscii dal bagno, rimisi il cellulare nella borsa. E fu allora che Dog si svegliò di nuovo. Iniziò ad abbaiare, corse furioso giù dalle scale. Mi si piazzò davanti, in corridoio, continuando a latrare. Sembrava non volersi fermare più.
Dog, ripetei più volte, ma non servì a nulla.
Scese anche mia moglie. Osservò la scena, chiese: Che cosa vede?
Non lo so, dissi. Ma Dog continuava ad abbaiare. Mi accorsi che non guardava me: i suoi occhi erano fissi su un punto poco a lato delle mie spalle. Come se ci fosse, lì a pochi centimetri, qualcuno che non riconosceva, qualcuno che non ero io.
Massimiliano Maestrello (1981) è nato e vive in provincia di Verona. Giornalista, lavora in un service editoriale. Suoi racconti sono stati pubblicati su riviste, antologie e online. Del 2014 è la raccolta Queste stanze vuote (Edizioni La Gru). Per Zandegù sono usciti i reportage Spaghetti Wrestler e Aldilà del tendone, oltre alla guida ironica sull’ipocondria Morirò, me l’ha detto Internet.
Un racconto di David Valentini
Numero di battute: 2426
È stato come dopo la caduta dell’impero d’occidente, hai presente? Non è che il 5 settembre del 476 d’improvviso sono spuntati castelli e armature medievali e la gente ha smesso di parlare latino.
Tutto era ancora Roma, no?
Nessuno ha capito. Avevano soltanto sostituito l’ennesimo, inutile imperatore con qualcuno più amato dall’esercito.
Prendi Boezio: mentre scriveva di temi già tipicamente medievali, continuava a considerarsi un romano. Me lo immagino, in attesa della morte nella sua cella buia in compagnia dei fantasmi di Cicerone e Seneca, quei suoi illustri concittadini.
C’è voluto del tempo prima che la gente si rendesse conto. Gli anni passavano, re barbari si sostituivano ad altri re barbari, la perfetta macchina amministrativa romana cedeva il passo al diritto germanico. Il sogno di Roma aleggiava nell’aria, illuminando le notti oscure di chi provava a trasformarlo in realtà.
Pensa alla peste di Giustiniano. Pensaci un secondo: se non è quella una sliding door non so proprio cos’altro potrebbe esserlo. Magari se l’impero bizantino non fosse stato decimato da oltre dieci anni di epidemia, oggi parleremmo ancora latino.
«Tutto
era ancora
Roma, no?»
Che poi, per quanto si vantassero del titolo di imperatori romani, i successori di Giustiniano avrebbero parlato greco fino alla fine. Da Augustus a Basileus il passo è breve, e quando si arriva al Sacro romano impero mi faccio sempre due risate.
Quindi ecco, Paola, quando ripercorro come sono andate le cose in questi anni, non posso non pensare alla fine dell’impero romano. Ci siamo detti che era solo un momento di crisi di passaggio che stavamo attraversando. Che l’avremmo superata, che alla fine del nostro viaggio ci saremmo ritrovati qui. Insieme. Come prima.
Poi ho trovato lavoro a Milano. Tu sei partita per il servizio civile.
Al telefono – te lo ricordi quel periodo così strano? – parlavamo di quando ci saremmo rivisti.
Era questione di tempo. Dovevamo capire meglio noi stessi, i nostri obiettivi.
Ma poi, dicevamo. Poi vedrai che.
Anche le persone che abbiamo preso a frequentare erano solo figure temporanee. Qualcuno per riempire le nostre solitudini.
Era sesso, non amore. Quello era prerogativa nostra.
Così ci dicevamo.
Il Sacro romano impero venne sciolto nel 1806 da Francesco II, ma sono sicuro che c’è stato un momento in cui i tedeschi hanno smesso di chiamarsi romani.
Un momento in cui l’unità di Roma è diventata irrecuperabile.
Capisci cosa voglio dire, tesoro mio?
David Valentini (1987) è nato a Roma. Laureato in filosofia, si occupa di editoria, scrittura e comunicazione. Ha pubblicato racconti su Altri Animali, Inkroci, Crapula club, Spaghetti Writers e Carie.
Un racconto di Ilaria Gaspari
Numero di battute: 2475
Il modello era un ragazzino, aveva occhi blu e ciglia lunghe che abbassava di continuo come piccoli ventagli. Gli chiedevi una cosa, e quello invece di risponderti socchiudeva gli occhi. Qualche volta poi rispondeva. Veniva da un posto oscuro, un nome polacco forse? Comunque, una landa al di là della cortina di ferro. Pensava Lea, in ginocchio di fronte a lui, mentre aspettava – era un 43 o un 44? aveva due scarpe per mano, lei, e lui gli occhi socchiusi, inutile e perfetto – che forse se non avesse avuto quegli occhi ora sarebbe stato in una scuola squallida, un cubo prefabbricato, realismo socialista, bitume, alcolismo, miasmi, miseria; prima di intraprendere una carriera sfiancante e disumana, muratore, operaio, camionista. Invece era lì, in kimono e piedi nudi (43? 44?) nello stanzino dietro la sala con gli specchi, dove sistemavano i tavoli per la conferenza stampa, contavano sedie, faceva caldo e nessuno parlava.
La sarta aveva sistemato il bottone della camicia bianca. Possiamo vestirti? Silenzio. Entrò il supervisore, Lea era ancora in ginocchio. La fulminò: era già tardi. Lea porse i pantaloni al ragazzo che sbuffando si alzò; con un gesto che aveva fatto mille volte gli slacciò il kimono e iniziò ad abbottonargli la camicia, dall’ultimo al primo bottone, poi i polsini, come a un bimbo piccolo.
«Se non era per questi occhi, adesso, altroché.»
Era molto più alto di lei: quando gli lisciò il colletto sollevò il viso verso quello di lui, lo guardò e quasi l'avrebbe baciato, sarebbe bastato poco. Lui le fece cenno che gli allacciasse i pantaloni e Lea pensò: se non era per questi occhi, adesso, altroché. Si chinò, gli mise le scarpe 44 per non sbagliare, le allacciò strette. Aveva piedi da uomo, ossuti, le vene in rilievo, i piedi dell'uomo che sarebbe stato se non fosse nato con quelle ciglia da bambola, i piedi con cui avrebbe guidato un camion per le strade dell'Europa.
Durante la conferenza stampa Lea gli infilava cappotti descritti in tre lingue dalla traduzione simultanea. Lui, impettito, docile, si abbassava un poco perché Lea potesse accomodargli le spalle. C'era un cappotto di pelliccia di un grigio lucente, pareva d'argento. Spalancò gli occhi: nella magnifica pelle di chissà quale animale, si sentiva un principe, non poteva star fermo: si accarezzò un fianco, l'altro, il pelo morbido, lussureggiante.
Di nutria, disse in tre lingue simultaneamente la voce nei microfoni. Lui non ne capiva nessuna: continuò ad accarezzarsi, in piedi, beato, mentre tutti inorridivano.
Ilaria Gaspari (1986) ha studiato filosofia a Pisa e poi a Parigi. Il suo primo romanzo è Etica dell’acquario, uscito per Voland nel 2015. Collabora con l’Espresso, La Lettura, Vogue, cura diverse rubriche sul Libraio.it. Alcuni suoi racconti sono apparsi nell’antologia Teorie e tecniche di indipendenza (Verbavolant, 2016), sulla Stampa e su Reportage.
Un racconto di Kristine Maria Rapino
Numero di battute: 2489
Ho salvato un piccione.
Nonostante tutto, l’ho salvato.
Avrebbe potuto essere un cane, un bambino. Avrebbe avuto un senso. Invece, davanti alla porta di casa mia, c’era un miserabile piccione. Piccolo. Scuro. Imberbe.
Lo sposto nella terra. Rientro. Torno indietro. Lo prendo, me lo metto nella vasca da bagno. Dovrei farlo bere con una siringa. Ma quel ridicolo ingombro d’ossa è combattivo. Allunga il collo, becca come un’aquila. E stattene lì, nel tuo piscio giallo. So già che lo ritroverò morto.
La mattina mi alzo. Mi vesto. Il primo pensiero è andare a buttarlo, e pulire tutto. Invece è ancora vivo, ma provato. Ansima. Non si regge più sulle zampe. Lo guardo per un po’. Se morissi adesso, gli dico, mi risparmieresti la fatica. Poi prendo le chiavi, uno straccio, una scatola di vecchi sandali col tacco. E via, in macchina.
Tamburello sul volante. Accendo una sigaretta. Cazzo, ho detto che la devo smettere. Di colpo mi viene in mente che possa fargli male. Pensiero ridicolo. Apro il finestrino. Troppa aria. Lo richiudo. Quella specie d’imbuto neanche mi guarda. È immobile. Fisso in un angolo. Venti minuti. Lo tocco. Mezz’ora. Ancora niente. Proprio non vuoi morire. Sei uno che non molla.
«Ho salvato un piccione. Nonostante tutto l’ho salvato.»
L’insegna del Centro Recupero Rapaci. Scendo. Una mano sotto la scatola, l’altra sul pullo quasi esanime. C’è una veterinaria, dentro. Non perdo tempo. Glielo consegno, e me ne vado. «Poi vuole sapere come sta?» mi blocca. Annuisco, senza pensare. Le lascio il mio numero. «Non ci speri troppo, però.» Quasi mi consola.
Di nuovo in macchina. Guido in una direzione qualsiasi. Il cielo è un letto disfatto. Si prevede temporale. Troppo caldo per essere maggio. Accendo un’altra sigaretta. Un gatto mi attraversa la strada e per poco non lo metto sotto. Accosto per lo spavento.
Ho trentacinque anni. Ho appena perso il lavoro. Volevo un figlio.
In un attimo, tutto a puttane. E io che non riesco a smettere di pensare a quel maledetto piccione. Mi rimetto in strada. Accelero. Accendo l’aria condizionata al massimo. Fanculo il freddo.
All’ora di pranzo, rientro. Controllo il telefono. Niente. Pulisco la vasca da bagno senza guanti. La varechina mi scava le mani. Quel piscio m’ignora. Non se ne va. Lo devo scorticare. È tenace, penso. Come lui. Chissà.
Mangio qualcosa, controllo il telefono. Ancora niente. Dovrei uscire. Poi, una chiamata. È la donna del Centro Rapaci. Rispondo. Mentre lei parla, mi guardo le mani secche, l'odore bianco. Sorrido. E mi accorgo di essere felice.
Kristine Maria Rapino (1982) è laureata in Lingue e vive a Chieti. Con il romanzo inedito Voglio un amore da film ha vinto il premio della critica del programma Tramate con noi di Radio Rai1, è stata finalista regionale del Premio Letterario Rai La Giara e concorrente del talent letterario di Rai3 Masterpiece. Con un racconto ha vinto il Premio Sándor Márai per scrittori emergenti. Ha collaborato con alcuni web magazine e si occupa di editing. Ha appena terminato il suo secondo romanzo.
Un racconto di Carmelo Vetrano
Numero di battute: 2499
Erano sempre i rumori che le ingarbugliavano il tempo. Nel buio della stanza ne aveva sentito uno: poteva essere stato suo figlio, ma Francesco non rientrava quasi mai così presto. A suo marito, stando al ritmo con cui russava, era evidente che non gliene fregava proprio. Sentiva la sua voce anche senza doverlo interpellare. Siamo stati giovani pure noi, no? E lascialo divertire. Lei era stata giovane? Lei era giovane, ma non nel modo che intendeva suo marito. Spostò il piumone – non proprio il piumone, quello più leggero, il piumotto, come diceva qualcuno; ma che cazzo. Infilò le pantofole e andò in corridoio. Silenzio.
La porta della stanza di Francesco era proprio lì. La apriamo? La apriamo. Per lo spostamento d’aria se ne era aperta un’altra, forse quella della cucina. Dentro, la luce del lampione entrava sfruttando le fessure della tapparella, calava sugli angoli dell’armadio, del comodino, e sulle curve del piumone, che era gonfio. Sei qui. Sotto, Francesco undicenne che dormiva con la bocca spalancata. Un’abitudine che non aveva più.
«Erano sempre
i rumori che le ingarbugliavano il tempo.»
Si ritrasse, richiuse piano e puntò la cucina. La porta era aperta a metà. La spinse con forza – un altro spostamento d’aria, un’altra porta che si apriva – e trovò suo marito, seduto, che guardava la tv. Addosso lo stesso giubbino verde che aveva nella foto della vacanza in montagna del duemilacinque. Non senti caldo? Lui tenne gli occhi sullo schermo, fece un gesto con la mano sinistra. Un incontro di pugilato. Due neri. Erano anni che non lo seguivi.
Un altro rumore: questa era la porta d’ingresso. Le sembrò che tutte le altre si spostassero all’unisono. Suo marito era scomparso, insieme ai pugili. Francesco era invece sulla soglia della cucina. Capelli in disordine, occhi pesanti. Mamma, che ci fai qui? Che strana sensazione, farsi riprendere da suo figlio. Avevo sete. Andò al frigo, aprì lo sportello facendo tintinnare le bottiglie. Suo figlio si avvicinò. Ho sete anch’io. Gli passò la bottiglia. Ora suo marito era di nuovo lì, in piedi e in pigiama. Che succede? Non era facile rispondere. Aveva la testa piena di parole, tutte in disordine. Poteva dire qualcosa sull’incontro di pugilato, o su Francesco che dormiva di là? Non era pronta per questo. Non era mai sicura di quello che le succedeva, così non diceva niente; gli altri potevano fraintendere, metterla in difficoltà. Meglio essere cauti. Non poteva sapere come l’avrebbero presa, sapendo che lei era l’unica, in quella casa, per la quale il tempo non esisteva.
Carmelo Vetrano (1975) è originario di San Pancrazio Salentino (BR), ma vive a Verona dal 2006. Ha collaborato con la rivista ex-libris, ha pubblicato racconti in un’antologia dell’editore Manni e sulle riviste In-edito e Cadillac Magazine.
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