Pastrengo Agenzia Letteraria

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tradii lucia racconto

alba

Un racconto di Lucia Tradii
Numero di battute: 2497

Aprì gli occhi e fu subito certa che aveva smesso di piovere. Il gallo non aveva ancora cantato, ma dalle piccole fessure tra le tapparelle trapelava il filtro grigiastro dell’alba. Il marito, al suo fianco, russava; la sua grossa pancia si muoveva su e giù, come se fosse una marea. Lei la guardò, quella pancia coperta dalla maglietta lurida, e avvertì il desiderio che il ritmo del respiro si interrompesse. Ma quella sporca pancia continuava a muoversi, incurante, innocente eppure colpevole.

Lei si alzò in piedi, si tastò nell’oscurità in cerca della consistenza familiare del pigiama; non trovandolo si ricordò di essere andata a letto con addosso il vestito buono della domenica. Allora infilò solo le scarpe e andò in cucina.

«Il marito, al suo fianco, russava.»

Lì non voleva guardare lo spettacolo triste che era diventato il tavolo, guardò invece davanti a sé: con tutto il trambusto della sera prima si era dimenticata di abbassare le tapparelle e dalla finestra si vedeva il campo, e più in là il bosco, e più in là ancora le alte montagne. Calpestò i frammenti dei vetri e i cocci prima di raggiungere la porta. Rimase in attesa per un lungo istante. La freddezza della maniglia le si sparse sulla pelle, le avvolse la mano come un guanto. Dalla camera da letto giunse il russare di lui.

Fuori il sole stava raschiando di rosso il cielo. L’erba, fradicia di rugiada, le bagnò le scarpe di cuoio, annerendole. Il giallo splendente del tarassaco in fiore era quasi accecante. Anche le viole erano sbocciate, belle e delicate nei loro gambi sottili. Si ricordò che sua madre era solita strapparne una e gliela passava sugli occhi, disegnando tante piccole croci, cantando: viola, viola di primavera, dammi luce per vedere. Lei rideva, con gli occhi chiusi, sentiva di poter conquistare il mondo.

Iniziò a camminare. Il sole illuminò completamente il campo, che riacquisì ovunque i colori, come un tappeto che viene scosso dalla polvere. Lei continuò a camminare, evitando le merde dei daini e le fosse scavate dai cinghiali. Quando arrivò sul limitare del bosco si voltò indietro. Immaginò lui nel letto che allunga un braccio, chiama il suo nome e non la trova, gli occhi rossi pieni di cispe.

In cielo comparvero in volo due poiane. Viaggiavano vicine come due vecchie amiche. Lei alzò una mano e gridò: ciao! Una poiana in quel momento sbatté le ali, un movimento ampio e lento. Le venne da ridere, poi cercò di ricordare quando era stata l’ultima volta che aveva riso. Entrò dentro il bosco senza più voltarsi indietro.

tradii lucia

Lucia Tradii (1994) nasce e cresce sui monti dell'Appennino bolognese. Ha studiato Lettere moderne e Italianistica presso l'università di Bologna. Ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie Malgrado le mosche, Quaerere, Voce del verbo e La seppia.

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descrizioni selvagge di atti carnali

Un racconto di Matteo Quaglia
Numero di battute: 2451

1. La stamberga della pazza va a fuoco la notte tra la Vigilia e il Natale. Per fortuna la pazza è morta in novembre, e come tutti quelli che muoiono in novembre, se n’è andata senza doversi preoccupare dei regali natalizi. 

2. In verità la pazza non ha mai avuto problemi, con i regali di Natale. Quello con i problemi è sempre stato suo figlio, il quale, da molti anni, le propinava certi quaderni pieni di racconti scritti di suo pugno. 

3. Più che racconti, erano liste della spesa. Ma, al posto di alimenti e bevande, contenevano quelle che, a prima vista, parevano descrizioni selvagge di atti carnali. 

«Più che racconti,
erano liste della spesa.»

4. Una madre può accettare tutto, tranne che il frutto del proprio seno sia un debosciato. 

5. Più di tutto, una madre non può tollerare facili sentimentalismi. 

6. Quando la stamberga va a fuoco, il figlio della pazza è in strada, poco distante. Si chiede cosa sia la vecchiaia, se non il ricordo di una madre che va in fumo nella notte. Appunta il pensiero nel quaderno di racconti, anche se non ha più nessuno a cui regalarlo. Si avvicina alla stamberga e getta il libretto tra le fiamme. 

7. Poi, l’uomo se ne torna al Centro accoglienza in cui è ricoverato dall’ultima sbronza feroce. 

1. La mattina, uno sbirro con i baffi si presenta al Centro. Chiede di parlare con il figlio della pazza. 

2. Lo sbirro ha bevuto fino a tardi. Ha tirato l’alba. Mentre parla, teme che il suo alito possa tradirlo. Per questo, parla con la bocca chiusa. Ne escono fuori parole abbozzate. L’uomo non è mai stato un ventriloquo, e non imparerà di certo ora. 

3. Il figlio della pazza si tira su i pantaloni e va a parlare con lo sbirro. Per tutta la notte ha sognato fiamme e incendi e notti di freddo terribile e incandescente. 

4. Con il suo modo di parlare a mezza bocca, lo sbirro dice al figlio della pazza che ci sono aggiornamenti sulle indagini dell’omicidio. Dice sul posto abbiamo trovato un quaderno con descrizioni selvagge. Atti carnali. Quella roba lì. Dice la terremo aggiornata. Poi lo sbirro si massaggia le orbite e se ne va. 

5. Il figlio della pazza torna in branda. Pensa alla madre. Si chiede se anche lei, leggendo i racconti che era solito donarle, pensasse a cose indicibili. Si chiede perché l’arte debba essere sempre fraintesa. Perché la verità debba essere fraintesa. Dice una preghiera per sua madre. Mamma avrà capito che i suoi erano racconti d’amore. Poi si addormenta sognando la vecchia stamberga, di cui ormai non ricorda nulla.

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Matteo Quaglia è nato nel 1988, in un piccolo paese del Nord Est d’Italia. Appassionato di libri fin da bambino, acquista periodicamente nuovi scaffali su cui appoggiare la sua passione. Suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Narrandom, Bomarscé, Altri Animali, Rivista Blam, inutile e su antologie. Attualmente, sta lavorando a un romanzo.

racconto silvia roncucci

cliché

Un racconto di Silvia Roncucci
Numero di battute: 2486

Livia getta l’accappatoio su una sedia sbuffando, ed entra in acqua. Dieci minuti che le fanno segno di tuffarsi, ma Ricky le sta attaccato come un cane all’osso. Da settimane prova ad ammorbidirla con fiori (subito respinti), messaggi (senza risposta), piccole sorprese (inutili).

Ricky sa che la colpa è del suo mestiere: un bagnino deve essere per forza uno sciupafemmine. Anche se all’inizio erano le donne a cercarlo; lui dispensava sorrisi timidi e l’abbronzatura nascondeva quanto era imbranato. Ignoravano che il piccolo Enrico era stato un sedano dinoccolato, una cacca brava solo a galleggiare, o almeno così si sentiva, e che il duro lavoro lo aveva reso Ricky, imbattibile tra le vasche di una piscina e le cosce di una femmina.

Quando Livia esce gli occhi di Ricky indugiano sulle sue gambe snelle, il seno ancora sull’attenti. Le vecchie efelidi si confondono con le macchie solari. I capelli bianchi non si vedono sotto la cuffia. Le vene varicose sì, ma tanto ce le ha anche lui.

«Un bagnino deve essere per forza
uno sciupafemmine.»

Ricky si alza, passa una mano tra i capelli radi, tira in dentro la pancia e si avvicina.
«Che fai sabato?» domanda a Livia.
«Sto con i miei nipoti.»
«Venerdì a cena?»
«Preparo la cena ai miei nipoti.»
«E prima?»

Lo sguardo seccato di Livia è infiacchito dalle occhiaie. Non dorme più. È difficile abituarsi alla solitudine quando per cinquant’anni sei stata la metà di una coppia.
«Vado al cimitero.»

Ricky abbassa gli occhi mentre Livia e le amiche sfilano via. Il vecchio nuotatore non riesce proprio a vincerla questa gara. Dall’agosto del ’73, quando vide una ragazza bianca come il sale con in testa un foulard albicocca, avvolta in un vestitino azzurro, mettere un piede nella sabbia torrida e subito ritrarlo, per poi saltellare malamente fino all’ombrellone di sua zia e, una volta lì, sdraiarsi senza togliersi i vestiti e immergersi in un libro. Era appena arrivata da Roma per restare una settimana, diventata per sempre.

«Aspetta» dice Ricky mentre ripensa agli approcci biascicati, a quelli morti in bocca, a tutte le volte che l’ha guardata da lontano. «Posso accompagnarti?»

Livia non capisce come riesca a continuare a scherzare. La ragione le suggerisce che la vecchiaia gli ha fatto perdere solo il pelo mentre lei, insegnante di Matematica per una vita, dovrebbe continuare a usare la logica, come sempre.

Poi lo guarda e prima di parlare fa un gran sospiro. Le amiche si fermano, il cuore di Ricky pure. Un «può darsi» e un sorriso stanco di Livia abbattono anche l’ultimo cliché. 

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Silvia Roncucci si divide tra il lavoro di insegnante e quello di guida turistica. Alcuni dei suoi racconti sono stati pubblicati su Offline, Malgrado le mosche, Il foglio letterario, Lorem Ipsum e Belleville news. Combatte quotidianamente con la dipendenza dalla crema di pistacchio, una figlia testarda, un marito polistrumentista e un gatto che adora saltare sulla tastiera del computer mentre lei scrive. 

cerri filippo

storia infame del dr. la rouge

Un racconto di Filippo Cerri
Numero di battute: 2463

Ti hanno visto ballare con gli occhi dell’invidia, Dr. La Rouge, quando ti scalmanavi cuore a cuore con la bella Hélène, che per oscuri rigiri genealogici ti era anche parente e che morì a vent’anni di rara e impensata malattia.  

Tu invece la vita l’hai vissuta fino a svegliarti la mattina e non riconoscere il vecchio che rimanda indietro lo sguardo, fino a sputare in faccia allo scherzo che ti fa lo specchio ogni giorno di più. Invecchiano anche i geni, questo lo scienziato lo capisce ma l’uomo non può sopportarlo. Avendo avuto tutto dalla vita, cosa volere ancora... Morire non t’è forse concesso?

Ma tu non hai voluto. Hai sussurrato, al culmine della disperazione: dove non può la scienza, venga qualcos’altro. E così della morte hai cercato il nome segreto. L’hai trovato a margine di libri proibiti, in bocca a uomini maledetti. Per combattere il tempo, rincorrere la giovinezza perduta hai dato fondo al tuo talento, esplorando il fondo di biblioteche dimenticate da Dio. E sei riuscito, perché così fanno i geni.

«Dove non può
la scienza, venga qualcos’altro.»

Hai rivisto, sull’orlo di uno dei tuoi deliri, la bella Hélène, giovane come allora, e così l’hai rivoluta. Quelli stessi che ti videro ballare, che per te ebbero invidia, ti hanno visto stavolta con gli occhi dello sbigottimento, cercare di ridare vita ai morti, giù al cimitero. Sono cose che non si fanno da queste parti, tra persone perbene.

Ma a te importava solo riavere Hélène, e con lei il sogno della tua giovinezza. Hai dettato nuove condizioni a lei che era morta da un pezzo. Sei sgattaiolato nottetempo fuori e te la sei ripresa. Dopo averla cercata in ogni ruga, l’hai ritrovata lì dove l’avevi lasciata, sotto tre metri di terra. L’hai riportata a casa e con parole antiche, le hai ridato vita.

Diglielo in faccia adesso a Hélène quanto la ami, in quel viso albergo di vermi, guardala là dove c’erano gli occhi, in quella tana di talpa dove un tempo stava comodo un cuore. Non la sopporti la vista di questa bambola fatale che allunga le braccia verso di te, che ti vuole baciare che ti chiama amore e che ti rende inabitabile la casa. Cosa pensavi sarebbe successo, Dr. La Rouge? Il tempo passato va lasciato là dove lo abbiamo perso.

Non c’è più altro da fare. Dal cassetto estrai il coltello, la lama cerca il polso. Scavala questa vena, Dr. La Rouge, cercaci dentro il segreto che ti tiene in vita. Questo è l’unico modo. Solo così, adesso capisci, sarai finalmente felice. Libero, per sempre, dal male e dal tempo. 

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Filippo Cerri (1991) vive a Orbetello. Collabora con un’agenzia video con cui realizza prodotti audiovisivi. Ha pubblicato racconti in alcune riviste letterarie (Split, In fuga dalla bocciofila) e in antologie curate da Effequ.

Sperduti racconto

differita

Un racconto di Carlo Sperduti
Numero di battute: 1409

Il fatto è che io vivo tra un minuto, o tu un minuto fa, come preferisci. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo, ma è così.

La cosa non è facile da gestire: per parlare con te devo ricordare cosa dicevi precisamente sessanta secondi fa, ogni volta, per ogni singolo scambio di battute.

Quando sei già sulle scale ti stai allacciando le scarpe in camera da letto e mi chiedi se preferisco andare a piedi o in auto. Ancora un minuto prima ho incominciato a contare – non faccio altro che contare e immagazzinare e incrociare dati – e sulla seconda rampa ti dico che mi andrebbe una passeggiata mentre tu completi il nodo e per le scale mi dai un bacio.

«Il fatto è che io vivo tra un minuto, o tu un minuto fa, come preferisci.»

Parli poco e questo è un bene, ma sono stanca in ogni caso. Hai presente quando facciamo l’amore? So che inizi ad ascoltarmi solo adesso, ma io vedo già la tua faccia. Mi prendi per matta, invece sono bravissima e costante. Se sono riuscita a sopportare, e a non tradirmi per due anni, è perché ti voglio bene, davvero. Ma la mia vita è questa, fra un minuto, e la tua quella, un minuto fa.

Ecco, fra un minuto, adesso, ti sarai messo a piangere. Lo so, è doloroso, ma io merito qualcuno che viva al massimo dieci secondi fa e tu qualcuno che viva un minuto fa, come te, o magari trenta secondi fa, o fra trenta secondi, per dirla dal tuo punto di vista.

Per questo – ti prego di accettare la mia decisione, di comprenderla – fra un minuto ci diremo addio.

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Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984 e vive a Perugia, dove fa il libraio. È autore di racconti, microfinzioni e romanzi. Il suo ultimo libro è Deriva (pièdimosca). È curatore del blog multiperso. Suoi testi sono apparsi in antologie e riviste, tra cui Cadillac, Costola, L’inquieto, settepagine, Grande come una città, Squadernauti, Il cucchiaio nell’orecchio, La morte per acqua, Quaderni del Collage de ’Pataphysique.

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country music, old time

Un racconto di Elisa Carini
Numero di battute: 2486

Pietro alza lo sguardo dal vinile che tiene fra le mani. «Mr. Bojangles» dice, poi mi sorride.

Country music, old time. L’abbiamo pagato due euro al mercato che fanno la domenica mattina vicino alla stazione. Pietro l’ha pescato dalla scatola di cartone abbandonata sul marciapiede prima che il proprietario smontasse il banco perché cominciava a piovere.

Pietro si annusa le dita e la ruga che ha tra le sopracciglia si fa più marcata. Sulla copertina del vinile c’è della muffa, e un vecchio che suona il violino. Bevo un sorso di vino. Abbiamo pagato due euro pure questo. Sa di aceto, ma almeno non si è brindato con l’acqua del lavandino. Pietro arrotola sui gomiti le maniche della camicia e si scosta dalla fronte una ciocca di capelli scuri.

«Scopi proprio bene» dico, e lui torna con lo sguardo nel vinile, si gratta il collo. Gli chiedo scusa, non so perché l’ho detto. 
Pietro fa: «Ma di che», e io scrollo le spalle. Quando alzo lo sguardo, Pietro mi sta fissando. Mi lancia il tappo del vino pagato due euro e che sa di aceto. La cicatrice che ha sul labbro gli deforma appena un sorriso triste.

«Scopi
proprio bene.»

Ci guardiamo senza parlare, poi Pietro fa: «Attenta», e mi allontana dal gomito la candela accesa. «A momenti finivamo arrosto» dice, e a me viene da ridere perché a volte Pietro parla proprio come un vecchio.

Quando glielo dico mi morde la guancia. Forzo una risata e allungo il piede nudo fino a sfiorargli il ginocchio. Pietro appoggia la mano sulla mia caviglia, gira la copertina floscia e ammuffita del vinile e legge il titolo di un’altra canzone.
«Questa mi sa che la conosco» mento.

Pietro si mordicchia piano l’unghia del pollice e dice che non mi crede. Quando si accorge che lo sto fissando inclina la testa.
«Be’, l’ascoltiamo o no?» Il mio tono mi ricorda quello che avevo da bambina quando mio fratello mi rubava i giochi e io gli dicevo cose come “sei una merda” o “spero che muori”.
Lui abbassa lo sguardo, poi canticchia le prime strofe della canzone e le sbaglia tutte. «Tutto okay?» mi chiede.

Io gli rispondo di sì, che va tutto bene, poi Pietro dice che ha voglia di ballare così ci mettiamo a ballare. Con il piede calpesto il tappo di sughero e Pietro mi tiene stretta, ride. Mi chiede quand’è che torna lui e io capisco che è finita davvero perché per la prima volta ha fatto il suo nome.

«Dopodomani» rispondo, e Pietro sospira.
«Abbiamo ancora un po’ di tempo» dice. Appoggio la guancia alla sua spalla e chiudo gli occhi. «Abbiamo ancora un po’ di tempo.»

Carini Elisa bio

Elisa Carini (1995) vive tra Milano e Firenze. Lavora come lettrice e traduttrice editoriale e scrive.

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tutti questi ricordi

Un racconto di Giovanni Colaianni
Numero di battute: 2302

Ricordo ancora che il martedì era il giorno in cui lavorava fino a tardi, che il numero di cellulare di sua madre finiva con quattro 9 di fila, che la sua casa al mare si trovava in piazzetta Ludovico Ariosto, che mangiava la minestra solo se non c’erano le cipolle, e che non riusciva a piegare il pollice della mano destra a causa di un incidente avuto da piccolo; che diceva di saper guidare la bici senza mani, ma non lo faceva mai, che si vantava di non credere in niente, ma pregava lo stesso, che dopo il sesso gli si offuscava la vista, e che odiava uscire dopo le sette di sera; che aveva scritto un racconto che si chiamava La girandola, pieno di metafore sulla sua infanzia, ma non riusciva a farlo pubblicare, che indossava sempre i calzini a pois quando aveva qualcosa di importante da fare, per scaramanzia, e che una volta aveva sognato di giocare a tennis con Donald Trump, dopo che avevamo fatto l’amore.

Ricordo anche che chiedeva sempre quanto mancava alla fine del film, anche se gli stava piacendo, che il sapone al profumo di vaniglia gli faceva venire il prurito, che non sopportava il rumore che faceva il mio gatto quando dormiva, e che aveva la convinzione che cuocere i cibi al microonde facesse male alla salute.

«Una volta aveva sognato di giocare a tennis con
Donald Trump.»

E poi che scriveva lettere lunghissime alla sua maestra delle elementari, che gliele rispediva corrette nella forma e nei contenuti, che non era mai d’accordo con i pareri dei giudici dei talent show, e che ogni volta che elencava in ordine alfabetico tutti gli stati dell’Unione Europea, dimenticava sempre la Lituania; ma anche che guardare la luna gli faceva venire le vertigini, che i puzzle gli facevano perdere subito la pazienza, e che credeva all’esistenza del mostro di Loch Ness, ma non a quella degli extraterrestri; che il suo libro preferito era I pilastri della Terra, ma non aveva mai finito di leggerlo, che camminava sempre a piedi nudi per la circolazione, ma poi si prendeva il raffreddore, che non rispettava mai gli orari e si perdeva nelle vie del centro storico.

Ricordo pure che è iniziato ad andare tutto a puttane quella volta che mi chiamò con il nome del suo ex, e che aveva un maglioncino rosso il giorno che mi disse che sarebbe stato meglio rimanere solo amici. Da allora continuo a chiedermi cosa farmene di tutti questi ricordi.

Colaianni Giovanni bio

Giovanni Colaianni è nato a Lecce nel 1992 e si è laureato in Giurisprudenza all’università del Salento. Da sempre appassionato di storie, parla di libri sulla sua pagina Instagram Lastanzadigiovanni.

Filippo Avigo racconto

santa maria dei servi

Un racconto di Filippo Avigo
Numero di battute: 2448

Le chiese erano deserte, non ci andava più nessuno. Forse per questo a lui piacevano ancora. Santa Maria dei Servi soprattutto, con quel profumo di legno antico che gli ricordava la casa dove viveva sua madre.

Si piazzava spesso in uno dei primi banchi della navata sinistra e, se c’era una messa, un po’ ascoltava il prete e un po’ sbirciava la pala di Cimabue – che poi chissà se era davvero di Cimabue – nella cappella di fianco all’altare. Con tanto di Madonna, bambino e angioletti imbronciati.

Quella domenica, quando uscì di casa, l’umidità fredda gli si ficcò nelle ossa. Era una sensazione strana, ma non gli spiaceva. Si strinse nel cappotto come se stesse abbracciando una donna e, sorridendo, si avviò sotto i portici di via Guerrazzi.

«Con tanto di Madonna, bambino e angioletti imbronciati.»

Raggiunse il cortile antistante la chiesa e ne percorse il perimetro fino ad arrivare all’ingresso laterale, quello che affaccia su strada Maggiore. Spinse l’ampio portone e s’incamminò lungo la navata sinistra senza fare rumore. Sedette in uno dei primi banchi, poco lontano dall’altare.

Nonostante la penombra, da lì la Maestà di Cimabue si vedeva bene. E a lui piaceva un sacco. Gli facevano simpatia gli angioletti ma, soprattutto, gli sembrava di ritrovare nel viso della Madonna alcuni tratti delle donne che aveva amato. Anche se, a guardarla bene, la figura a cui il maestro si era ispirato non doveva somigliare a nessuna di loro, con quello sguardo che trasudava una sana e irrimediabile ingenuità.

«Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio…» Il prete leggeva il Vangelo con voce solenne, come se la chiesa fosse gremita di fedeli. «… Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?»

Provò a immaginare l’imbarazzo di Gesù; se non ricordava male ci aveva messo il suo tempo a rispondere alla domanda.

«... Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.»

Ecco, infatti. Mica aveva risposto subito.

«Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro...»

Il prete interruppe la lettura con una pausa da attore. Voleva creare suspense, ma lui sapeva già come la storia andava a finire. E non aveva neppure voglia di sentirla di nuovo.

Tornò a concentrarsi sul dipinto. Gli angioletti erano sempre imbronciati ma, per un attimo, la Madonna ricambiò il suo sguardo con un sorriso malizioso. Scosse adagio il capo, rassegnato. Poi, senza aspettare che iniziasse l’omelia, si alzò e s’incamminò verso l’uscita.

avigo filippo bio

Filippo Avigo ritiene la scrittura un hobby egocentrico di cui è preferibile non abusare. Di solito preferisce leggere, ma in qualche occasione gli è capitato di cedere alla vanità, lasciando trascurabili tracce in un paio di antologie e nel romanzo Inutili omicidi (Libromania, 2014).

savina tomborini

acquapark

Un racconto di Savina Tamborini
Numero di battute: 2010

Yolanda bacia la fidanzata. «Minchia che bello!»
«Te l’avevo detto!»
Entrano nell’acquapark. Si tolgono i vestiti e rimangono in costume.
La fidanzata le piglia la mano. «Vieni, proviamo la seppia.»

Si mettono in fila per la nuova attrazione estate 2023. Vicino c’è una famigliola.
«Papà, papà, guarda, c’ha le minne e anche il pisìeddu!»
La fidanzata prende Yolanda sotto braccio. «Per carità non ti girare.»
«Non guardare cretino; ho detto chiudili!»
«Ahio!»
«Non piangere che stavi guardando!»
Yolanda libera il braccio. «Minchia, lo fracchiò ì coppa.»
La fidanzata la riagguanta. «Yole, per favore, facciamo finta di niente». La trascina avanti.
Yolanda gira la testa. Il papà la guarda e sputa. «Fai schifo!»

Yolanda ha le spalle al muro, la fidanzata la ferma. «Yole, calmati, calmati.»
«Lo ammazzo a chiddu.»
«Certu così ci massacra. Ma non hai visto che bestia!» La bacia.
Yolanda si ritrae. «Nessunə ha reagito».
«E chisselincula a chiddi! Yole, siamo qua per divertirci, no?». Si lancia nell’acqua. «Amurì, buttati, la seppia ti piacerà assai!»

«Papà, papà, guarda, c’ha
le minne e anche
il pisìeddu!»

La testa della seppia è disegnata con gli occhi chiusi e la bocca sorridente. I tentacoli sono scivoli che si muovono su e giù; i corpi escono e  planano sull’acqua.
Yolanda e la fidanzata si spruzzano, ridono, si immergono con i nasi tappati. Fanno le bollicine. Si baciano sott’acqua. Riemergono. Ridono ancora.
Una folla si è radunata intorno a loro.

«Depravate.»
«Vergognatevi.»
«Schifose.»
«Annarisinni.»
«Chiamate le guardie.»

Yolanda si stringe alla fidanzata. Un pugno le arriva sulla schiena. Una mano le tira i capelli.
La fidanzata si lancia a scudo. «Non la toccate!».
Due la afferrano e le ficcano la testa sotto.
«Aiut…»

La seppia apre gli occhi, storce le labbra e avanza verso il gruppetto. I tentacoli stritolano e spezzano le ossa, l’acqua si colora di nero e di sangue.  
Yolanda e la fidanzata piangono abbracciate. Intorno a loro pezzi di corpi galleggiano.
Un bambino corre avanti e indietro sul bordo piscina. «Papà, papà!».
La bestia non c’è più.

Tamborini Savina

Savina Tamborini vive, scrive e insegna a Stoccolma. Da aprile 2021 ha pubblicato racconti su Crack, Rivista Blam, Morel voci dall’isola, Biró, Lunario, Rosebud scrittura collettiva, Racconti dal crocevia, Malgrado le mosche, Megazinne, Split. Su Crack esce FIGURARSI, la rubrica queer sulle figure retoriche in collaborazione con l’artivista Giannino Dari. 

toso manuel racconto

anna

Un racconto di Manuel Toso
Numero di battute: 2463

Ho smesso di preoccuparmi del caso e del destino e di tutta quella filosofia che si fa quando ci si rende conto che la vita è anche sofferenza.

Finita l’università, io e Anna decidemmo di mischiare gli spazi prendendo casa insieme. Fu lei a insistere per avere il bagno con la vasca. Mentre stava ore chiusa in bagno, io rimanevo seduta alla finestra, nella luce pallida d’autunno, quando fuori tutto è inerte e vorresti correre e saltare e ballare solo per fare un dispetto al mondo.

Iniziò con una foglia secca appiccicata sul fondo della vasca. Nulla di strano, a novembre le foglie secche sono un evento che desta meraviglia, non sconcerto, e capita che qualcuna si incastri nella trama dei maglioni.

«Iniziò con una foglia secca appiccicata
sul fondo della vasca.»

Coi giorni, però, le foglie crebbero di numero. Io le raccoglievo e le infilavo nei barattoli che tenevo in cucina, sopra il mobile con la scritta delicatessen. Anche se cercava di nasconderlo, ogni foglia che finiva in quei barattoli scatenava in Anna una felicità selvaggia. Non era semplice strapparle informazioni. Se alludevo alle foglie, lei si contraeva in una smorfia colpevole, come un bambino che vede fallire un piano che sembrava perfetto.

Un pomeriggio, senza che io le chiedessi nulla, mi parlò di un sogno e di una piscina che brillava come una stella. «E le foglie?» dissi. Per un attimo che sembrò lunghissimo, rimase in silenzio. «Ce ne sono così tante che non si vede il fondo» disse.

Tutto finì di colpo. Non c’è alcun legame tra sorpresa e dolore. Il dolore arriva quando sai già cosa aspettarti. Dissi ai vicini che Anna era partita. Svuotai i barattoli sotto la siepe in giardino. Presi tempo nella speranza che fosse abbastanza. Impacchettai la mia roba e mi stupii di quanta vita potesse contenere uno scatolone.

Fuori, intanto, senza alcun preavviso, aveva iniziato a piovere. Pioveva e non c’era una ragione, un senso, un discorso opportuno da fare, preparato o improvvisato, capace di spiegare perché la pioggia cadesse su ogni cosa. Mi sembrò di vederla comparire sull’uscio, infilarsi le scarpe e raccogliere l’ombrello dal cesto. La guardai allontanarsi attraverso l’immagine offuscata della tenda.

Aveva già smesso di piovere, anzi, a parte qualche pozzanghera, nessuno avrebbe detto che aveva piovuto. Era come se qualcuno si fosse divertito a strizzare le nuvole. Anna scendeva dalle scale come l’acqua dalle grondaie, libera e perduta. Tutto quello che sentii dopo fu il frastuono di vetri infranti. E, infine, il silenzio.

toso manuel bio

Manuel Toso è nato a Tortona nel 1995. È laureato in Letterature moderne e spettacolo all’università di Genova. Attualmente vive a Roma, dove lavora come sceneggiatore.
È anche redattore di Birdmen Magazine, rivista di cinema, serie tv e teatro.