Un racconto di Dario Picchiotti Vanni
Numero di battute: 2033
«Mi dispiace, siamo alle antilopi» disse Adele pulendosi il grembiule; si allontanò per il corridoio, scomparendo in mezzo allo sciame convulso di Bull Boys e denti sparsi appena liberato dalla campanella.
Enea non ebbe nemmeno il tempo di rispondere e fu lasciato lì, appeso a una parola che non capiva: antilopi, certo, come l’animale: ma di cosa stava parlando? Con il tempo sarebbe diventato un nipote crudele, un figlio viziato, un amante mediocre e un marito noioso, ma di certo non avrebbe mai fatto un torto a nessuna antilope.
«Siamo
alle antilopi.»
E allora cosa? Siamo alle antilopi. E i leoni? E gli zulù, i cammelli, la savana a perdita d’occhio, i ghepardi sinuosi, gli elefanti mastodontici, gli ippopotami? Si era perso tutta l’Africa e non se ne era accorto: basta un attimo di distrazione e un intero continente ti passa sotto il naso.
Adele, dal canto suo, era pienamente consapevole del suo strambo uso delle parole: sebbene le maestre fossero convinte che avesse un leggero ritardo cognitivo, dovuto a un qualche evento traumatico avvenuto durante i suoi primi anni di vita, era invece lucida e determinata: i suoi genitori usavano la lingua come un’arma, prendevano le parole e se le tiravano addosso, pesanti e ruvide: bastarda, divorzio, stronzo; lei le raccoglieva e le trasformava nella sua lingua, e la lingua di Adele era dolce, morbida e accogliente, piena di parole come abbraccio, bacio, pulcino, miele.
E così, pur di usarla, iniziò a cambiare nomi e significati, ma la sua scelta ebbe delle ripercussioni, e scoprì presto che chiunque le si avvicinava veniva deriso e preso in giro. Con il fatalismo tipico dei bambini, si condannò quindi alla solitudine eterna.
Enea allora, preso dalla paura di perdersi qualche altro continente tipo la provincia di Prato o l’Oceania, cominciò a correre come un forsennato: entrò nella classe di Adele e la trovò in piedi davanti alla lavagna. Fece un gran sospiro e l’abbracciò, immergendo la faccia nei suoi capelli: le parole che gli vennero in mente furono marmellata e sole e ridere.
Dario Picchiotti Vanni (1988) è nato a Udine e vive da alcuni anni sull’isola di Capraia. Suoi racconti e poesie sono apparsi sugli Atomi di Oblique, inutile rivista, Narrandom, Voce del Verbo, Fantastico!, Spaghetti Writers, la Quarta Corda.
Un racconto di Giovanni Altavilla
Numero di battute: 2491
A quell’ora in piazza San Marco potevi incontrare solo qualche cormorano e il vecchio Tiziano. Lo riconoscevi subito dalla ciotola che portava a due mani, grande quanto un’insalatiera. Sembrava più il custode di uno zoo. Voci dicevano che desse da mangiare a qualche enorme cane nascosto nella chiesa o addirittura a un prigioniero.
Di certo all’alba, quando aprivano i bar e attraccavano i primi vaporetti, la ciotola era vuota. La trovavi là a fargli compagnia sul bordo della banchina dove lui si sedeva con le gambe a penzoloni sulla laguna dando le spalle alla basilica, come se ci avesse litigato. Ma poi si tirava su con dei lamenti e mandava un bacio al leone sulla colonna e zoppicava via verso casa.
Quella notte il suo passo rimbombava nella mia calle, era come se mi avesse invitato a pedinarlo fino a San Marco. Mi ero acquattato dietro al primo cestino del molo che dava sulla mezza facciata. Da lì avevo la visuale libera sul suo segreto come in un teatro. Aspettavo solo che la sua piccola sagoma sullo schermo del telefono uscisse dal porticato di Palazzo Ducale e svoltasse l’angolo verso la chiesa.
Invece si fermò sotto alla colonna del leone. Si abbassò alla base come se avesse un ferro arrugginito al posto della schiena e posò la ciotola; guardò il polso e rimase a fissare la cima della colonna.
«Davvero tutto questo per un piccione?»
Davvero tutto questo per un piccione? Mi chiedevo fissando il volatile impettito sulla testa del leone alato… di cui in un attimo rimasero un paio di penne galleggianti in aria.
Il telefono mi scivolò nel bidone rimbalzando sulle pareti di alluminio come se avessi suonato una batteria. Sia Tiziano che il leone di bronzo girarono la testa verso di me. E da lassù il leone saltò ondeggiando in un volo simile a una libellula.
Qualcosa mi diceva che non dovevo avere paura, anche quando atterrò a un passo da me. Mi fissava con quei buchi verdi e abbassò la testa come se si stesse stiracchiando. Se non me la diedi a gambe fu solo per il sorriso tranquillo del vecchio Tiziano: capii che non era una posizione di attacco, ma un inchino.
Il leone era chiaramente in attesa di qualcosa. Riuscii solo ad alzarmi, mi sentivo puntato da quella coda arricciata, come un serpente sulla difensiva.
«Vuole che ti inchini anche tu» disse Tiziano ansante.
Tremai un attimo prima di vederlo alla mia sinistra. «Perché?» chiesi ipnotizzato dalla punta della coda che iniziava a penzolare rigida, come se cercasse di scodinzolare.
«Ah, non lo chiedere a me. È San Marco che sceglie i custodi.»
Giovanni Altavilla è nato nel 1997. Partenopeo di nascita, sannita d’adozione e veneziano con Visto, si è specializzato in English Studies all’università Ca’ Foscari. È stato uno dei venticinque selezionati al laboratorio di scrittura creativa offerto dall’università di Venezia tenuto da Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci nel 2021. È stato co-autore di un articolo scientifico e collabora con la rivista Naransa. Ha pubblicato il suo primo racconto su Rivista Blam.
Un racconto di Flavio Capperucci
Numero di battute: 2390
Che strippata stamattina. Alle dieci mi ha chiamato il capo. Eccolo là, mi sono detto, arrancando verso la saletta riunioni che nemmeno un Pandino sette e cinquanta sulla salita del Muro Torto.
Sapevo che con lui c’erano Martoni e Chiasso. Ma io non avevo lavori con loro. C’era stato un progetto, una riorganizzazione di Saipem sì, ma quando, sei anni fa?
Con Chiasso sì che c’era qualcosa. Una roba di Tenaris. Ma avevano fatto quasi tutto lui e Bini, lo stagista, e io avevo solo riguardato un po’ la presentazione.
«Che strippata stamattina.»
E se mi chiedevano come era stato calcolato il tasso di sconto? O peggio, del perché era stato scelto quel metodo invece di quell’altro?
Avrei simulato un malore. Sì, ma un’altra volta? Già l’anno scorso avevo fatto la scena di un attacco di appendicite, quando mi era stato chiesto un commento su un principio contabile.
Ho chiesto ai santi, agli angeli e a voi fratelli di pregare per me il signore dio nostro e sono entrato. Quando ho visto che sulla parete erano proiettati duecentomila numeri, a occhio una valutazione d’azienda, ho capito che per me era finita.
Ma tanto prima o poi doveva succedere. Quanto potevo andare avanti. Erano anni che sgusciavo dalle domande che neanche Tomba la bomba nello speciale di Kranjska Gora.
Però io dico, sei in riunione con questi due che hanno sdraiato la Bocconi in quattro anni, hanno una conoscenza tecnica che se la batterebbero con Draghi e la Lagarde, una capacità di esposizione che manco Piero Angela, e vieni a chiamare me che ormai l’avrai capito che l’unica cosa che so fare è ingarellare i clienti, che lo sai che io non ho la preparazione che hanno loro, che per seguire una lezione dovevo fare a cazzotti per un posto nelle prime file in un’aula che ci stavamo in seicento che sembrava di stare in Tribuna Tevere, che le cose il professore a volte manco le spiegava – che poi il professore, l’assistente dell’assistente –, quindi la teoria chiedila a loro, a me lasciami andare dai clienti a fare il simpatico, ma non mi tirare in ballo per le robe tecniche, che lo sai che non le so.
Martoni e Chiasso si sono alzati e se ne sono andati. Il capo ha fatto cenno di avvicinarmi. Sul pc aveva un foglio con il maxilistone dei calciatori, pieno di calcoli e strategie per l’asta di riparazione del Fantacalcio di stasera.
«Senti, ma me lo dai Belotti? Ti posso offrire Quagliarella. E poi ci aggiustiamo a centrocampo.»
Flavio Capperucci è nato a Roma nel 1985 e, dopo alcuni anni di lavoro a Milano, si è trasferito in Spagna, dove ha aperto un ristorante. Ha pubblicato un racconto su Rivista Blam, con la quale collabora scrivendo recensioni di romanzi.
Un racconto di Mauro Reperto
Numero di battute: 2401
Il meticoloso ispettore Norse, giunto sul luogo del delitto, o del derelitto, ha appena ravvisato le sue stesse fattezze nel cadavere che giace al centro del salotto e cerca di nascondere il suo imbarazzo, sebbene nessuno possa accorgersene.
Il movente è chiaro, si sa come vanno queste cose: l’uggia iniziale diventa fastidio, poi ostilità, fino a lambire i sobborghi dell’odio verso se stessi. La vittima amava insultarsi per ore, dandosi finanche dell’eclettico. Gli eclettici spesso sono costretti ad amministrare la propria solitudine.
Qualcuno bussa alla porta, ma con calma. Gli comunicano che sono venuti a prenderlo. È una liberazione: Norse sa che lo attende la pena capitale (per fortuna non si tratta di Roma) e va ad aprire. I gendarmi gli confermano la punizione, che per lui è un premio. Ascolta senza interloquire con una punta di acre divertimento.
«Il movente è chiaro, si sa
come vanno queste cose.»
Mentre viene scortato sotto un sole chiassosamente estivo, l’uomo è di buon umore, collaborativo. È contento di essersi sottratto alla rugosa e vizza agonia di una vecchiaia in cattività. I suoi amici, in gran parte tracotanti malavitosi, sono marciti in carcere per i crimini più abbietti: furto di comete, pornografia dello sviluppo personale, stampa di bitcoin falsi e quant’altro, inteso come abuso del termine “quant’altro”. E poi nessuna prigione è mai entrata in un libro di Storia dell’Arte.
Ora sta davanti a un muro, vecchio e scrostato, forse per le precedenti fucilazioni. Il plotone d’esecuzione, formato da sole donne, non si cura però della sua presenza. Sono in sciopero, stanno protestando per il mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale, a loro dire improcrastinabile vista la galoppante inflazione.
Con inchini fin troppo cerimoniosi, i gendarmi si scusano per il contrattempo e gli offrono una sedia e un paio di giornali, che Norse rifiuta, considerandoli depositi di inesattezze. Il plotone intanto è impegnato in un’assemblea per presentare le proprie istanze ed eleggere un nuovo rappresentante sindacale.
Verso sera i gendarmi tornano spingendo un letto a rotelle su cui spicca ripiegato un pigiamone a righe verdi. Gli spiegano che l’esecuzione è rimandata a domani, e di notte c’è una discreta escursione termica. Loro resteranno a sorvegliarlo. La vertenza potrebbe andare avanti a lungo. Norse, rassegnato, si infila sotto le coperte, sperando di non fare incubi, gli basta quello che sta vivendo.
Mauro Reperto ha letto più di cento libri della collana Urania tra gli undici e i tredici anni, ha cominciato a scrivere tardi e ha pubblicato il suo primo libro (Il dado è tratto da una storia vera) in self-publishing con Youcanprint. Lavora come insegnante di Italiano per stranieri, una professione che gli ha permesso di vivere all’estero in vari Paesi.
Un racconto di Francesco Gisolini
Numero di battute: 2477
Leila avrà avuto sedici anni e all’epoca stava con un ragazzetto un po più grandicello. Si chiamava Mathieu, ma avrebbe potuto chiamarsi anche Paul.
Mathieu e Leila un’estate avevano fatto una vacanza in Italia assieme; erano stati a Napoli e sulla costiera amalfitana. L’autunno seguente si sarebbero lasciati. Leila non ricordava il motivo. In verità, si era dimenticata quasi tutto di quegli anni. Tutto, tranne il loro ritorno in Francia dopo quel viaggetto: stavano facendo tappa a Genova, quando, seduti sui gradini del porto, a Mathieu squillò il cellulare. Era sua madre. Suo padre si era suicidato.
Si alzarono dai gradini, girarono a vuoto per la città, passarono una quarantina di volte davanti a Stazione Principe, giunta la sera cenarono in un ristorante e presero il treno.
«Si era dimenticata quasi tutto di quegli anni.»
Mathieu disse a Leila che stava facendo il possibile per simulare la normalità. Lei rispose che non ce n’era bisogno. Lui disse che di suo padre non gliene importava nulla. Leila sapeva che stava mentendo, ma preferì far finta di niente e si addormentarono.
Tornati a casa, Mathieu (che era figlio unico e viveva con sua madre) partecipò al funerale del padre; questi gli aveva lasciato una lettera. La lettera era scritta con una calligrafia aberrante; il padre di Mathieu raccontava di un’imminente apocalisse gnostica, dell’incontro con un emissario di Abraxas, di una sapienza proibita. Come Giuda, il vero messia, morì impiccato.
Leila non partecipò ai funerali. Andò a casa di Mathieu la sera, dopo le celebrazioni. Cenarono con la madre e fu una cena quasi spensierata, poi, mentre lei iniziava a sparecchiare, i due giovani uscirono sul balcone e si sedettero l’uno a fianco dell’altro su un piccolo dondolo.
Mio padre era pazzo, disse Mathieu. Leila l’abbracciò e gli accarezzò la testa. Impazzirò anch’io, disse Mathieu. No, tu non impazzirai, disse Leila. Odio mio padre, disse Mathieu. Leila tacque.
Poiché non sembrava esservi antidoto alla desolazione quella sera, andarono a coricarsi presto. Leila s’addormentò fra le braccia di Mathieu.
Sognò Abraxas. Lo vide terribile come un vero dio, immenso, illuminato da un sole corrosivo. La visione si allargò: non uno, ma infiniti Abraxas, su una piana d’estensione illimitata, sotto infiniti soli.
Al risveglio, Leila se n’era dimenticata.
Altre volte sognò il dio, ma non si ricordò del sogno; e anche se se ne fosse ricordata, non gli diede importanza; e anche se gliene avesse data, non ne parlò con Mathieu, non ne parlò con nessuno.
Francesco Gisolini (1997) è nato a Cantù e vive in provincia di Como. Studia filosofia.
Un racconto di Paolo Leibanti
Numero di battute: 2418
Prima che io gli chieda qualcosa, il vecchio parte a raccontare questa storia di sessant’anni fa.
In quel periodo era una camicia nera, ma ci tiene a precisare che non era uno operativo, era solo una specie di impiegato. Per qualche mese era stato anche al Reparto Confessioni, con il compito di redigere i verbali. Il lavoro fisico, come lo chiama lui, toccava a Fredo e Angelo, che di solito lavoravano solo con le mani e un manico di zappa scheggiato. Raramente ricorrevano anche agli aghi, sotto le unghie, alla corrente sui genitali o alle candele sotto i piedi. Altro non ricorda facessero.
Mi dice che nel loro genere erano bravi, Fredo e Angelo, che non erano bestie che godevano a infliggere sofferenze gratuite: facevano giusto quello che serviva per far parlare gli arrestati, o appena poco di più. Non hanno mai ammazzato nessuno, giura, e quasi tutti quelli che sono passati sotto di loro se la sono cavata con quella che oggi chiamerebbero una prognosi di poche settimane.
«Non hanno
mai ammazzato nessuno, giura.»
Lui, il vecchio, scriveva sul suo tavolino, in disparte, e dopo faceva pulizia: passava lo straccio sul pavimento per togliere sangue e saliva, urina e vomito.
Credeva di avere dimenticato quei giorni, ma da qualche mese ha un incubo ricorrente. Sogna di trovarsi in un ampio seminterrato che puzza di muffa e di pelle bruciata, e c’è Guglielmo con un cappio in mano che gli va incontro piangendo. Il vecchio non ricorda che a Guglielmo avessero fatto troppo male, forse qualche pugno o un dito rovesciato, ma il ragazzo finì per fare il nome di un suo vicino, che fu portato in città e fucilato. Dissero che fu per quella storia che Guglielmo un mese più tardi si appese a una trave del fienile, ma in verità era strano già prima, assicura il vecchio.
Ad ogni modo, il vecchio non dorme più per paura di sognare Guglielmo. Lo so, per noi un peccato vale l’altro, però dopo l’assoluzione nel nome di Dio Padre Misericordioso, mi è scappato di dirgli che la remissione dei peccati non significa la fine degli incubi. E infatti devono essere continuati perché lui, una settimana dopo la riconciliazione, in un pomeriggio nebbioso, ha lasciato un biglietto con scritto “Perdonatemi” sul tavolo della cucina, e la testa sui binari della ferrovia che gli corre dietro casa.
Si fa presto ad assolvere, ma adesso sono io che non dormo più. Ogni notte sogno il vecchio che, con la testa in mano, mi insegue piangendo tra i banchi della chiesa.
Paolo Leibanti nasce in mezzo al Veneto in quello che sarebbe stato il giorno del 136° compleanno di Mark Twain. Appassionato di letteratura, per prudenza sceglie di studiare Economia a Ca’ Foscari. Nel 1996 pubblica su una rivista il primo racconto intitolato “Il primo”. Dopo aver seguito corsi di scrittura e ottenuto qualche riconoscimento per racconti brevi, ora non scrive quasi più, ma evita di intitolare qualcosa “L’ultimo”.
Un racconto di Andrea Bagnasco
Numero di battute: 2335
Matteo chiuse il computer ancora illuminato dal continuo lampeggiare delle notifiche, mentre fuori stava facendo buio. Per una volta, decise che non avrebbe fatto differenza. Le avrebbe ritrovate nello stesso posto la mattina dopo, insieme a molte altre nuove. Aveva bisogno di pensare un po’ a sé, almeno quella sera.
Spalancò la finestra e staccò dalle prese i cavi del portatile e della stampante, svelando al loro posto un’impronta di polvere sul parquet. Liberò il tavolo della sala dalla sua postazione di lavoro, ammucchiando tutto in camera dietro al letto. Poi tornò di là e, vedendo il tavolo vuoto, senza macchine, fogli, cavi, gli sembrò per un attimo di essere tornato indietro nel tempo. Quando quella sala non era un cazzo di ufficio, quando a quel tavolo faceva tardi con qualche amico finendo una bottiglia di amaro, quando con lui c’era ancora Sofia.
Non aveva tempo di lasciarsi andare alla malinconia. Tra meno di un’ora sarebbero arrivati. Scelse sei o sette dischi scorrendo con lo sguardo tra le mensole e li preparò vicino allo stereo. Fece partire III dei Lumineers, poi lo avrebbe messo di nuovo al loro arrivo, era perfetto per iniziare la serata.
«Quando quella sala non era un cazzo di ufficio.»
Quando suonò il citofono, aveva appena finito di preparare la tavola. Gli spritz che si era versato dalla brocca per controllare l’equilibrio tra campari e prosecco avevano già fatto effetto. Non era ubriaco, almeno per ora, ma non era neanche più agitato.
La cena fu ancora più perfetta di quanto avesse sperato. Non ricordava da quanto tempo non avesse parlato tanto. Il suono delle risate che riempivano la stanza sembrava arrivare da un altro mondo, così lontano dal silenzio e dalle luci azzurre delle finestre al di là della strada. Aveva talmente bisogno di divertirsi, di ricordare come fosse bello viaggiare con gli amici, come fosse piena la sua vita prima che quella casa diventasse la sua prigione, con il collo sempre più piegato in avanti verso lo schermo e gli occhi sempre più indeboliti.
Era da due settimane che aspettava quella cena. Da quando aveva visto quel banner, una sera come tante.
FRIENDS-TO-GO! Tu ci dai l’accesso ai tuoi social per prepararci, noi ti mandiamo a casa per cena i migliori amici che tu abbia mai avuto! Fai presto: se prenoti entro aprile, il terzo amico lo offriamo noi!
Non aveva creduto che potesse funzionare davvero.
Andrea Bagnasco (1982) è nato a Genova e lavora nell’ufficio legale di un’azienda a Milano, dedicando più tempo possibile a famiglia, viaggi, libri, sport e musica. Da sempre appassionato di scrittura, ha lavorato nella redazione di una radio e ha pubblicato numerosi articoli e recensioni in ambito musicale. Suoi racconti sono stati pubblicati su Rivista Offline e Grande Kalma.
Un racconto di Irene Pavan
Numero di battute: 2493
Raccolgo i vetri dal pavimento tenendo dentro i denti bestemmie rivolte a un dio che da anni non trovo più. Guardo l’ora, più per un’abitudine che per una necessità, i minuti sono tutti uguali e a contarli non è più un orologio, ma la lista delle medicine, il cambio del pannolone, la minestra da mettere sul fornello, da far ingoiare.
Era iniziata con un panino nella vasca da bagno, la scatola per formiche tra i piatti e la vicina seccata per la biancheria lasciata sul pianerottolo. All’inizio, mandi a quel paese la megera e ti fai una birra con il vecchio che ha ancora gli occhi che ridono, come se quelle fossero solo bravate.
«Era iniziata con un panino nella vasca da bagno.»
Con i giorni però anche la strada per arrivare al bagno diventa lunga, piena di insidie. Lo trovo così una sera come tante, a terra con i pantaloni bagnati a gridare che è colpa del tappeto, che lui lo sapeva dove si trovava quel maledetto cesso, ma il tappeto non l’aveva fatto passare. Quella volta non l’ho buttata sul ridere, l’ho aiutato a cambiarsi, voltando la testa per pudore.
Sistemo il bidone e torno dentro, chiudo la porta, viviamo prigionieri dei nostri muri che ci proteggono da un mondo pieno di pericoli: la strada trafficata, i corridoi delle cantine, qualsiasi posto è potenzialmente vasto e basterebbe per perdersi per un’ora o per sempre, non avrebbe importanza.
Il sole stamattina è sorto su una giornata sbagliata, di quelle in cui i colpi che prendi fanno male per ore. Incassata la sua rabbia, sono andato in cucina, ho preso del vino in tetrapak. Il vino scadente nel bicchiere di carta è come la piscia, mi ha detto. Hai ragione, ho risposto. È andato in camera mia e ha preso dallo scaffale in alto il boccale dell’Oktoberfest. Mio figlio se n’è andato anni fa, a lui non serve più. Hai ragione. Abbiamo bevuto il vino acido, poi lui si è spento in quelle pause dal mondo che ama prendersi, ho continuato da solo, sperando di ubriacarmi. Ho chiuso gli occhi, non so per quanto.
Svegliato da un tonfo, ho sperato che, se era il bagno la destinazione voluta, fosse riuscito a trovarlo. C’erano dei vetri sul pavimento, lui li guardava dispiaciuto. Si è scusato per il bicchiere, il mio bicchiere, per quell’ultima festa e per tutte quelle a cui avevo rinunciato, per le persone che non vengono mai a casa nostra, per quei giorni che marciscono la vita sua e mia. Le parole gli sono uscite come in un soffio, come in un sogno, così leggere che forse le ho solo immaginate.
Ho preso per mano mio padre e l’ho accompagnato a cambiarsi.
Irene Pavan è una scrittrice notturna, una lettrice compulsiva, una ricercatrice di ricordi smarriti. Scrive per una rivista di cultura e storia locale, cura presentazioni letterarie, prepara testi per reading teatrali, scrive racconti. Ha pubblicato il romanzo storico Solo per dirti addio (Nuovadimensione 2016), ispirato a una storia vera.
Un racconto di Federico Ciriminna
Numero di battute: 2489
L’unica volta in cui ho capito davvero cosa fossero le lucciole fu una notte, in un agriturismo su una collina in Liguria, ne vidi talmente tante che sembravano un’unica grande entità che mi circondava, facendomi sentire parte di essa. In passato mi era capitato di vederne qualcuna nel giardino di casa mia, ma non era la stessa cosa, prese singolarmente sembravano solo delle piccole lucine casuali, senza un vero scopo.
Ero in quell’agriturismo con una ragazza che avevo conosciuto un paio di settimane prima, e dato che ai tempi vivevamo entrambi con i genitori e non avevamo mai casa libera, avevamo deciso che al posto di andare in un motel per passare la nostra prima notte insieme, sarebbe stato meglio un agriturismo immerso nel verde dell’entroterra ligure. Eravamo da poco rientrati da una cena e nel parcheggio avevamo notato l’enorme quantità di lucciole.
«Ma quante sono?» disse la ragazza guardando la valle sotto di noi.
«È impossibile contarle tutte» risposi di getto.
Ce n’erano talmente tante che mi convinsi arrivassero fino all’altra collina.
«È impossibile contarle tutte.»
«Perché non dormiamo qui, stanotte?» mi chiese.
«Qui?»
«Sì, portiamo il telo, una coperta e dormiamo sul prato.»
«Non credo che si possa, e poi ci sono le zanzare.»
Era tutto così bello che sarebbe stato davvero magnifico dormire lì fuori, avrebbe reso quella nostra prima notte indimenticabile. Tuttavia, sentivo che qualcosa mi frenava, era un passo un po’ troppo grande per quello che era il nostro rapporto. Se poi non ci fossimo più visti? Non avrei voluto avere il ricordo di un momento così magico passato con una persona che avrei potuto non vedere più dopo quell’esperienza.
«Ma dài, sono tutte scuse, andiamo a prendere le coperte.»
Sentivo il suo sguardo penetrarmi negli occhi attraverso l’oscurità, il cuore cominciò a battermi forte.
«Io dormo in camera» le dissi in tono perentorio.
«Davvero?»
«Sì.»
Ci fu qualche secondo di silenzio in cui l’unico suono udibile era il frinire dei grilli.
«Io dormo qui, invece» disse.
Andammo in camera insieme, lei prese tutte le sue cose, compresa la valigia, e fece per uscire.
«Perché le porti via?» le chiesi.
«Non mi fido» disse sbattendo la porta.
Mi sdraiai sul letto e fissai il soffitto finché non mi addormentai. La mattina dopo, non vedendola in camera, uscii di corsa e perlustrai tutto il prato lì intorno. Non c’era, così andai in reception e chiesi di lei.
«È partita stamattina in taxi» disse la receptionist.
Quella fu l’ultima volta in cui vidi così tante lucciole intorno a me.
Federico Ciriminna è nato a Varese nel 1989. Nel 2020 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Vicina (Epoké). Si è laureato in Televisione, Cinema e New Media alla IULM di Milano. La sua prima esperienza lavorativa è in televisione, a RTI, come story editor per la fiction di Canale 5. Ha lavorato anche per il Piccolo Teatro di Milano. Ha aperto una newsletter dal nome Frammenti in cui pubblica microracconti e microsaggi.
Un racconto di Michael Furey
Numero di battute: 2487
Noncurante del freddo, aspetto alla fermata deserta dell’autobus. Ho riposto il rullante e i piatti della batteria sul muretto in pietra che divide la strada dalle colline circostanti, mi stringo nel cappotto ed emetto in silenzio nuvole vuote di vapore. Il mio sguardo riposa sugli ulivi torti più avanti, che appena trapiantati stanno ancora attecchendo. Essere in ritardo è il suo modo per costringere le persone cui tiene a rimuginare durante l’incertezza dell’attesa.
«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»
In una cerata blu troppo grande per lei, Lindsay balza giù dal 7, fondendosi con la sera. Il suo viso esibisce con sincerità quattordici ore di volo, racchiuse negli occhi limpidi orlati di rosso. Sovrastata dalla custodia della sua chitarra baritona, non ha nessun motivo per essere così bella.
«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»
«Sei in ritardo, anzi, siamo in ritardo. Dobbiamo sbrigarci, ci stanno aspettando.»
«Alright», mentre gira una sigaretta. «Possiamo fare un line check?»
«Sì, forse, quanto tempo ti serve?»
«Il tempo che abbiamo, Giovanni. Jesus…»
Il ghigno biondo e affettuoso mi fulmina, le rubo del tabacco e mi siedo sul muretto accanto a lei. «Ti trovo bene. Come stanno Draco e Natalie?»
«They’re doing amazing, hanno aperto un locale a Cloverdale. Devi tornare qualche volta, mi chiedono di te.» Tira fuori un biglietto da visita con una risata. «Io sono una businesswoman adesso!» Materiali edili ecosostenibili, Windsor, CA. «E tu come stai a Firenze? Non sembravi allegro al telefono.» Mi fissa.
«Sto cercando di diventare una persona seria», senza guardarla.
«Un accademico noioso, ahn?» Un tiro di sigaretta scopre il tatuaggio sul polso. «Hai portato le piante dall’appartamento? Ricordati che Camilla è mia, she’s my little baby.»
«Dobbiamo davvero muoverci adesso» faccio alzandomi.
«Ok, dove andiamo?»
La strada sterrata scollina in discesa, ingoiata nel buio delle poche case spente ai suoi lati. Solo i bassi di una playlist ci guidano verso il seminterrato della Badia Fiesolana. Avventori abituali e fannulloni sorseggiano birre vantando conoscenze ancora incerte. Maarten ci viene incontro fendendo la calca, e mi grida all’orecchio che il palco è lì. Montiamo senza fretta, mi siedo tra aste e cavi, sfrego il legno delle bacchette tra le dita. La guardo, sul suo sgabello, collegata all’amplificatore. Attendo di nuovo. Sempre. E dalle sue viscere si leva una cantilena scura e primordiale, che ultraterrena custodisce tutto ciò che è sempre stato.
«Hey, ti ricordi ancora come si fa?»
Michael Furey è uno pseudonimo che nasce a Roma nel 2008. Da allora legge, scrive, ma per lo più attende.
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