Un racconto di Francesca Caponi
Numero di battute: 2480
In quella stanza stranamente accogliente del centro crematorio è seduto un fratello, Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a esprimerlo con le parole pensa a quando era giovane e insieme alla sorella partirono dalla casa materna di Cutigliano per andare al concerto di De André; pensa alla sua mamma, Anna, chi lo sa se i morti si danno il benvenuto e se ha già accolto la figlia.
In quella stanza è seduta una cognata, osserva il marito e si lascia guidare dai suoi stati d’animo, una carezza alla figlia, un saluto strozzato nel cuore che non è riuscita a dire, che non è riuscita a fare.
In quella stanza è seduta una nipotina. Ha sette anni, sua zia è finita in un mondo magico e misterioso, forse è diventata una stella, forse vive in una casa fatta di nuvole che forse sono fatte di zucchero filato, osserva i genitori, accarezza le guance bagnate del babbo, dice un ti voglio bene allo zio.
«In quella stanza stranamente accogliente.»
In quella stanza c’è anche un marito, un marito che ancora non sa cosa pensare. Riconosce in quei momenti una sottile percezione di sollievo e se ne vergogna: è finita. Quella bara si porta via la sua compagna di una vita e anche lunghi, interminabili mesi strazianti di una malattia mangia speranze, mangia sogni, mangia tutto.
Sono tutti molto stanchi. Fissano la bara, un po’ in silenzio, un po’ piangendo, un po’ parlando, un po’ ridendo; sì, ogni tanto dicono qualcosa che li fa ridere, e ridono, e in quelle risa ci sta un universo. Un addetto apre la porta Scusate borbotta, poi entra, scrive con un pennarello nero un numero a più cifre sulla bara, si volta Sentite, la cassa viene bruciata, se volete scriverci qualcosa potete farlo dicendolo lascia il pennarello sulla bara ed esce, portandosi via ogni rumore.
I minuti si sgranano uno dietro l’altro, poi il fratello si alza e raggiunge il pennarello, Ci vediamo a Cutigliano. Dai un bacio ad Anna chiama la figlia e le dà il pennarello, Ciao zia con la manina di seconda elementare un po’ tremula. La cognata lo fissa con gli occhi impiastricciati di nero e lacrime, fa cenno di no.
Il marito si alza, prende il testimone e ora pensa. Pensa a quel primo bacio al buio nel teatro vuoto, al rinfresco del matrimonio in quello stesso teatro, a quella volta che l’aveva inseguita in bici con un mazzo di fiori tra le risa dei passanti, alla foto in Grecia con quel fiore tra i capelli, alla nascita delle figlie, ora adulte, al sole d’agosto nel giardino della loro casa in montagna. Sei ancora la mia fidanzata.
Francesca Caponi (1991) nasce e vive a Empoli. Laureata in Filosofia e forme del sapere all’Università di Pisa, ha frequentato corsi di scrittura alla Scuola Carver di Livorno e alla Scuola di Cinema Immagina di Firenze. Suoi racconti sono stati pubblicati con la casa editrice Valigie Rosse. Cofondatrice del sito internet di letteratura per l’infanzia Zucchero Librato, ha due bambini, Teresa e Giulio.
Un racconto di Arturo Caissut
Numero di battute: 2499
La mattina dopo ci svegliammo sulla spiaggia. Sabbia ovunque, polmoni umidi, ricordi confusi sulla lingua: giugno albeggiava, avevamo diciotto anni. Ci sistemammo i vestiti, ci avviammo verso la corriera che ci avrebbe riportati a casa. La scuola stava per finire, quella cena di classe era stata l’ultima occasione per noi: dopo anni passati a ignorarci prima e a fingere di farlo poi, quell’occasione non l’avevamo persa.
Io uscivo da una storia andata male, uno di quegli amori adolescenziali brevi e insignificanti che ai ragazzini sembrano seri come quelli dei romanzi ottocenteschi: Anna Karenina mi aveva lasciato dopo neanche un anno, io ero riuscito a malapena a farmi fare un pompino ed ero distrutto come solo un diciottenne sa essere. La mia vita era appena cominciata ma ancora non lo sapevo.
Lei era sola da un po’, o almeno credo. Aspettava quella cena da un po’, o almeno credo. Voleva consolarmi, o almeno credo.
Lei era la ragazza del primo banco, quella di cui cantavano i Social Distortion: se non sapete di cosa stia parlando non saremo mai amici. Non importa.
«La mia vita era appena cominciata ma ancora
non lo sapevo.»
Dopo cena ci eravamo spostati in una discoteca, proprio di fronte a quella spiaggia. Quando hai diciotto anni e sei in una discoteca di fronte a una spiaggia puoi fare due cose: ballare oppure ubriacarti. Io non ho mai imparato a ballare.
Flirtavamo da alcune settimane: lei sapeva che Anna Karenina se n’era andata, io sapevo che lei avrebbe voluto giocare a essere Emma Bovary almeno per un po’, però da sobrio esitavo da buon principe Myškin.
Non ricordo l’accaduto come una seduzione da parte sua o da parte mia, non ricordo drammi o pathos quella notte: pian piano ci ubriacammo e ci avvicinammo, finché fu naturale uscire, raggiungere la spiaggia, cercare di rubare un lettino, fallire, ridere, rotolarci per terra avvinghiati sotto le stelle.
Mi piacerebbe mentire e raccontarvi l’inizio di un amore: la verità è che la nostra storia nacque e morì quella notte sulla sabbia, come uno di quei fiori rari del deserto. Un mese dopo sarebbero finiti gli esami di maturità e noi ci saremmo separati per sempre: lei avrebbe abbandonato il primo banco e io l’ultimo. Saremmo cresciuti.
Camminando svelti sulla spiaggia non ci tenemmo per mano, forse nemmeno parlammo: a ripensarci adesso, dopo quasi vent’anni, non riesco a immaginare cosa ci saremmo potuti dire. Forse avremmo dovuto parlare un po’, camminare più lentamente, concederci l’illusione che quel giorno all’alba non stessero già scorrendo per noi i titoli di coda.
Arturo Caissut (1984) è ingegnere biomedico e appassionato di arti marziali tradizionali. Fin da ragazzo cerca di far convivere la passione per la tecnologia con quella per la scrittura: se grazie alla prima ha fatto carriera, con la seconda ha ottenuto qualche soddisfazione in concorsi di scrittura nazionali e non, dedicandosi prevalentemente ai racconti brevi ma facendo anche qualche incursione nel mondo della poesia. Beve molto caffè, ascolta spesso i Rush e aspetta pazientemente che il grande Cthulhu si risvegli per chiedergli delle spiegazioni.
Un racconto di Alice Cervia
Numero di battute: 2083
Rosmina aveva mani magre e unghie tagliate alla radice, come i capelli che rasava ogni giorno a secco, rasoio contro pelle. La confortava la sensazione di non avere nessuna sporgenza, niente appigli. Per questo motivo non portava anelli, collane, vestiti ampi, cappotti. Per questo si era sottoposta a una doppia mastectomia anni prima.
Camminava spedita, fasciata da una tuta nera che aderiva a ogni centimetro del suo corpo scarno. Il gatto, unica nota stonata, la seguiva a due passi di distanza.
Le dava fastidio quell’appendice felina che non si era scelta. Le si era accodato qualche giovedì prima; Rosmina usciva soltanto il giovedì. Non le aveva impedito di portare a termine le sue spedizioni precedenti, ma temeva la rendesse troppo riconoscibile prima o poi: la vecchia pelata col gatto appresso.
«Il gatto la seguiva a due passi
di distanza.»
Lui comunque continuava a seguirla con l’indolenza determinata tipica della sua specie e Rosmina doveva sbrigarsi. Ne aveva raccolte solo sette ed era quasi ora di rientrare. Davanti a lei un gruppetto di studenti aspettava l’autobus. Due fumavano dandole le spalle, altri fissavano assenti gli schermi del cellulare. Perfetto.
Si avvicinò in silenzio, estrasse le forbici e tagliò rapida. Il filo trasparente tra il collo e la nuca del ragazzo fece “tac” e la mano di Rosmina raccolse lesta ciò che cadeva. Lui continuò a fumare.
Rosmina ripose il bottino in tasca e guardò il gatto, con aria di sfida. Comunque otto erano ancora pochine e le restava una mezz’ora al massimo. Di corsa raggiunse l’uscita del supermercato. Una ragazza con la coda di cavallo, “zac zac”. Un barista con un vassoio colmo di tazzine di caffè, “zic”. Un vecchio col bastone, fine. Tornò a casa a riporre i suoi tesori.
Come facevano quelle persone a continuare a vivere senza, si domandava spesso. Sopravvivono, si limitano a sopravvivere, si diceva, carezzando le forbicine.
Il gatto la aspettava paziente davanti al portone ogni giovedì, tanto che una volta, per dispetto, aveva provato a tagliare anche la sua, ma lui era stato più veloce, e in fondo dell’anima di un gatto non sapeva cosa farsene.
Alice Cervia (1984) è laureata in Scienze politiche. Giornalista prima, video producer poi, scrive racconti brevi nei ritagli di tempo, sperando che si allarghino. Ha pubblicato su Rivista Blam, Coye, Piegàmi, Bomarscé, la nuova carne e Tits’n’Tales.
Un racconto di Giacomo Zibardi
Numero di battute: 2400
Purtroppo dopo quel giorno ci perdemmo di vista. Il primo appuntamento con L fu anche l’ultimo. Dopo un’aranciata al bar passeggiavamo senza meta. Q è una città enorme e misera e non c’è molto da fare. Devo farti vedere una cosa, disse L senza voltarsi. Allungò la mano e io la strinsi, lasciandomi guidare come un cieco. Riassumere il percorso di quella passeggiata è, oggi, impossibile.
Lei cominciò a correre. Ricordo il suo caschetto biondo, la sua camicia bianca e poco altro. Forse abbiamo attraversato il quartiere gotico, la città vecchia e piazza dell’unità. Il ricordo prosegue confuso. Lei si volta e sorride. Cammina un metro davanti. Sa dove andare. Ci infiliamo, credo, in un dedalo di vicoli scuri, e sento, per un attimo, l’odore salato del fiume. Arriviamo davanti a un palazzo decrepito, sembra abbandonato da sempre. Lei non punta al palazzo, ma al muro lì di fianco. Un muro anonimo dove c’è una piccola porta. La apre. Vieni, dice.
È una stanza buia e polverosa, dimenticata. Ci sono delle scale. Scendiamo i gradini, starnutisco, non vedo bene. C’è un’altra porta. Altre scale. Apriamo porte e scendiamo scale. Forse siamo nelle fogne o forse in un sogno folle. Scendiamo sottoterra.
«È bellissimo, dico, perché ho paura.»
È bellissimo, dico, perché ho paura. Davvero, risponde lei. Siamo in una stanza buia. Il silenzio è definitivo. Sento il suo respiro. Sento il mio respiro. Sento dei sussulti lontani. Lei accende la torcia del cellulare. L’ultima porta è di metallo. Siamo su un balconcino. Intorno pareti di cemento. Il suono è inconfondibile. È il suono di un battito amplificato. L punta la torcia giù in basso. E poi lo vedo. È un cuore. Un cuore enorme, così vero da sembrare finto.
È il cuore della città, dice lei. Non so cosa rispondere, né cosa farmene di un cuore enorme, anche se abito qui da trent’anni. Non riesco nemmeno a scattare una foto. Grazie, dico, credo, sovrastato dall’incredulità o dalla felicità. Ricordo che quella sera mi sembrò tutto strano e fastidioso: casa, i miei genitori, i bocconi della cena, come se il mondo avesse iniziato a scricchiolare. Il giorno dopo scrissi a L, ma non rispose. Non rispose più.
Presi l’abitudine di camminare per Q nella speranza di incontrarla di nuovo. Un giorno poi credetti di aver ritrovato la porta. La aprii. Nella piccola stanza un uomo anziano era chino su un tavolo da lavoro. Mi guardò come se ci conoscessimo da anni. Mi scusai e uscii.
Giacomo Zibardi (1993) è nato e vive a Milano. Allena una squadra di calcio. Altri suoi racconti si trovano su Nazione Indiana.
Un racconto di Gabriele Marturano
Numero di battute: 2091
C’era una spora, o qualche migliaio, sull’asciugamano. Ora è dentro di lei, impercettibile e sopita. Ne scoprirà il nome solo quando avrà già cominciato a ucciderla. Gliela presenterà un medico molto capace, che farà carriera mentre lei saponifica nel loculo, il quale ha compreso la lunga e affascinante quiescenza del patogeno e per spiegarglielo ha improvvisato un’interessante favoletta biologica, antropomorfizzando i personaggi.
Quella sera stessa, il futuro luminare nonché esopo col camice, sorseggiando dell’ottimo vino rosso, espone il caso a una sua amica, il cui inconscio l’ha invitata a cena per una accennata somiglianza con la paziente, il cui nome gli sfugge.
«La spora
è divenuta imponente.»
Intanto lei è nel letto dell’ospedale, consapevole che sarà l’ultimo letto in cui dormirà. È persino comodo. La spora è divenuta imponente, ben radicata, una sequoia. Tiene un diario, da quando ha intuito che non sarebbe uscita presto dal reparto. Tra quelle pagine, inizialmente adopera la biro come una piccola vanga, cercando, con lievi buche, di piantare i semi della speranza.
Dopo alcune settimane, la biro è l’accetta con cui prova disperatamente ad abbattere la foresta che un mattino l’ha circondata, intrappolandole il fiato. Infine, la biro diventa un aspersorio con cui tenta di rendere metaforica la spora, esorcizzandola col verderame del fatalismo.
Quando si accorge di stare morendo, la morte è tutt’altro che astratta, è, anzi, un affannoso svaporare; percepisce lucidamente la fatica di ritrovarsi nel mezzo di un passaggio di materia che la rende suscettibile a qualunque cosa, al punto che si commuove osservando la condensa sui vetri, gli spinaci esausti nel piatto, l’aggressione della candeggina sul lembo di un camice...
È mattina, prende la penna, la issa, e comincia minuziosamente a dissotterrare un ricordo, poi un altro e un altro ancora, per ore, finché lì sotto ritrova il nasino della madre e le guance sode del padre, che liberando dalla polvere scopre sereni, come quando li cercava le prime notti in cui dormiva da sola, attraversando l’oscurità pur di assopirsi in quell’abbraccio.
Gabriele Marturano nasce a Carate Brianza nel 1992, ma vive da sempre a Verano Brianza. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, ha insegnato materie umanistiche in una scuola secondaria di I grado della Brianza e ha scritto per una rivista internazionale di musica. Ha esordito con la raccolta di poesie L’anfibio (Fucine Editoriali 2020).
Un racconto di Alessandra Rosati
Numero di battute: 2163
Lo aveva incontrato al teatro greco, in fila davanti all’entrata.
Era in ritardo, e non sarebbe riuscita a noleggiare il cuscino prima dell’inizio.
«Tieni, prendi il mio» aveva detto, «le panche sono davvero scomode.»
«Sei qui in vacanza?»
«Sì. E tu?»
«Anche, ma è l’ultimo giorno. Domani ho l’aereo da Catania.»
L’aveva rivisto all’uscita, avevano parlato dello spettacolo. Le aveva raccontato che amava le tragedie antiche per nostalgia del greco, che aveva dimenticato quasi del tutto. Lei aveva detto che Le Coefore non erano il suo genere e che era stato un po’ troppo lungo. Non aveva il coraggio di dirgli che a metà era uscita per andare al bar: per qualche ragione, che non sapeva spiegarsi, voleva piacergli.
Avevano camminato insieme fino a Ortigia, dove alloggiavano entrambi, e lui le aveva chiesto di fare colazione insieme il giorno dopo.
Al mattino si erano trovati allo stesso tavolo come dopo un sogno, due estranei che si sforzavano di comunicare. Ma l’attrazione dei corpi li spingeva l’uno verso l’altra, tenendoli avvinti. Poi l’aveva accompagnata a prendere l’autobus e lei gli aveva chiesto di abbracciarla.
«Verrò
a trovarti.»
«Verrò a trovarti» aveva detto lui mentre la stringeva.
«Non lo farai.»
«Sì invece. È poco più di un’ora da casa mia, e poi voglio andare al mare.»
Due settimane dopo l’aveva rivisto ancora. Era andato a trovarla al mare, ma l’aveva portata in collina. Si erano stesi sopra un tappeto di foglie gialle, dentro un boschetto, ad ascoltare il chiacchiericcio delle cicale e lo sciabordio del ruscello sottostante. Lui aveva appoggiato la testa sul suo ventre, premendo dolcemente verso il basso. In quel momento lei aveva sentito un calore intenso, sconosciuto, espandersi in ogni parte del suo corpo.
«Non possiamo più vederci» aveva detto lui, piano.
«Perché? Che c’è che non va?»
«Niente» aveva risposto staccandosi.
Si erano alzati, ma prima di separarsi lui le aveva detto di comprare dei racchettoni.
«La prossima volta andiamo al mare davvero.»
Il giorno dopo lei era andata a comprarli, ne aveva scelto un paio gialli, con una fantasia che richiamava motivi orientali. Desiderava che fossero almeno belli, visto che non li avrebbe mai usati.
Alessandra Rosati (1989) è nata e cresciuta nel Sud delle Marche, ma vive a Trento, dove lavora come redattrice per la Fondazione Kessler. Si è laureata in Lettere all’Università di Bologna e ha poi proseguito gli studi a Londra. Appassionata di lingue e culture straniere, nel tempo libero viaggia e, quando ci riesce, scrive. Il suo primo racconto è stato pubblicato nell'antologia #iostoacasa (Pendragon 2020).
Un racconto di Danilo Di Prinzio
Numero di battute: 2218
Come scriverebbero i polli se avessero la possibilità di farlo? E cosa? Io credo che si metterebbero in disparte nel pollaio e attendendo di diventare galline inizierebbero a beccare sulla terra con tutta la forza della propria narice affilata, nel tentativo di tramandare il racconto della propria vita. E allora inizierebbero con il dire di essere nati senza averne nessun ricordo e di essersi ritrovati in un pollaio a beccare mangime insieme ad altri pennuti e che in qualche sporadica circostanza hanno provato persino a librarsi in volo. Ma non è accaduto mai nulla, tranne starnazzare nella gabbia in presenza di figure enormi improvvisamente piombate nel perimetro di pertinenza.
Cazzo di vita assurda. Insomma, in momenti di quiete, hanno tentato di abbozzare qualche segno sulla terra, soprattutto di notte. Il silenzio della notte è un silenzio che irretisce chiunque, figurarsi i pennuti ignari della propria origine.
«Cazzo
di vita assurda.»
Gino il pollo una sera è sorvolato da un vago ricordo, ricorda di essere stato rinchiuso in uno stato embrionale all’interno di un carcere con le pareti a forma di globo. Tutto pulsava in frizioni andanti e ritornanti, continue e inspiegabili, tanto che all’improvviso nel rossore nucleico, luminoso e circondato da bianche maree pulsanti, Gino, preso da un caldo feroce, decise di rompere gli indugi e di frantumare l’essenza entro la quale immaginava fosse racchiuso tutto il significato dell’essere, per venire claudicante fuori, attraverso gli interstizi che lasciavano intravedere frecce di luce. A parte questi momenti di ricordo che avvengono a tratti e come lampi, non gli sovviene nient’altro.
Adesso nella notte stellata guarda in alto, cammina irrigidendo il collo e subito allentandolo e subito di nuovo irrigidendolo in un continuo andirivieni istintivo. Guarda il cielo, abbiamo detto. E dopo averlo guardato cerca di segnare con il becco alcuni tratti sulla terra. Alla mattina prima che inizi a cantare il gallo ha riempito l’intero spazio del recinto. Ma una pioggia improvvisa e feroce cancella ogni cosa sotto la melma.
Marius fa lo stesso e così Luco, Madia, Radianza e tutti gli altri.
Poi nel tempo imparano a dimenticare diventando galline o galli che dir si voglia.
Danilo Di Prinzio è nato nel 1972 a Guardiagrele, antico borgo alle pendici della Majella. Dice di aver bruciato una laurea in Filosofia prima di iniziare a lavorare per un’impresa di costruzioni, lavoro durante il quale approfitta delle pause per scrivere racconti e poesie. Amante della musica, di Scarface e di Modigliani, nei periodi travagliati legge Faulkner, in quelli quieti McCarthy e negli altri corre in moto.
Un racconto di Arianna Cislacchi
Numero di battute: 2249
Saper correre è molto importante.
Quando sono alle spalle, cominciamo la corsa contro la morte. I nostri passi, sono pioggia che esplode sui tetti. Siamo creature minuscole, schifate dagli sguardi del mondo.
Ci temono, ci esaminano, ci avvelenano. Aprono i nostri corpi con arnesi, ci studiano nei laboratori. Quando la lama preme, siamo ancora vivi. I nostri piccoli organi sono caldi.
Mentre ciò accade, noi fissiamo negli occhi gli uomini. E ci chiediamo cosa li rende speciali. Cosa li rende umani. Nel senso etico, dell’anima. L’aspetto è già uso antico di discriminazione.
Mentre fissiamo negli occhi gli uomini, loro non ricambiano.
Quando l’ago si fa strada e ci richiude, siamo già morti. I nostri piccoli organi si raffreddano velocemente. Ci domandiamo spesso per quale ragione l’uomo ha bisogno di noi. Perché subiamo questa sorte. Forse siamo facili bersagli. E all’uomo piace vincere facile.
«All’uomo piace vincere facile.»
Con la sola suola della scarpa potrebbe schiacciarci.
Ma l’uomo non si vuole sporcare.
Se uno di noi muore, dà la colpa alle trappole.
Al gatto.
Al cianuro.
Alla sovrappopolazione.
Alle malattie.
Le sue mani ne escono pulite. E se ci sono mani da colpevolizzare, sono quelle di Dio.
Troviamo un bivio. Squittisco e giriamo a destra. Lo spazio è stretto. Si soffoca. In lontananza brilla qualcosa. Una luce. Un raggio di sole.
Squittisco. Siamo salvi. La libertà è a un paio di travi da noi.
Il mio piccolo si aggrappa al dorso, non riesce a correre. Ha la zampetta rotta.
Siamo salvi, figlio mio. Ci siamo quasi.
Andremo in campagna.
Viaggeremo tra i campi.
Gusteremo quel buon cibo perduto che si raccatta agli angoli dei ristoranti.
Staremo bene, tu e io.
Improvvisamente cade giù. Scivola lontano dalla mia schiena. Non ha perso l’equilibrio. Non ha colpito la parete sottile. Non si è ferito con un chiodo. Cedono a uno a uno, a terra, come sacchi. I vivi sui cadaveri, i cadaveri sui vivi. L’aria è irrespirabile. Mi fermo, annuso. Guardo intorno a me e non vedo nulla. Gli occhi stanno per chiudersi. Qualcosa mi stritola il cuore. Fa male come quando finiamo nelle braccia metalliche sparse per casa.
Vedo la luce puntare con insistenza su di me. Mi illumina il petto. La coda. Il muso.
Gli occhi degli uomini finalmente mi fissano. Ma io, non trovo pace.
Arianna Cislacchi ha trent’anni, è nata ad Albenga, ma vive a Torino dai tempi dell’università. Si è laureata in Scienze dell’educazione e lavora in una scuola dell’infanzia. Nel tempo libero legge, scrive e s’improvvisa pittrice. Le piace suonare il pianoforte e si considera fieramente nerd. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste letterarie e collabora con eco.l’educazione sostenibile.
Un racconto di Mattia Grigolo
Numero di battute: 2005
I due anziani guardano verso il mare. A vederli sembrano un’unica fragile struttura. Si sostengono tramite l’intreccio di ossa saldate tra loro dal tempo e dagli spazi vuoti tra la vita. Mischiati, coperti da pelle che ha perduto elasticità, quasi sfaldata. Come i palloncini testardi sotto il sole. Una pellicola, un lenzuolo di epidermide macchiata.
Le loro membra si isoleranno in granelli, un giorno, poi atomi e dopo nel niente. Perché la saggezza offre consapevolezze, ma non conserva.
Sono stanche le loro schiene curve come canne di bambù nel vento, mentre lui si prende il gesto delle onde e lei è uno scoglio, incastonata al suo fianco, sullo stesso lettino di legno laccato bianco e tessuto di tela a bande. Osserva la nuca calva del marito, guardandoci attraverso e percependo le ombre specchiate nei pensieri dell’uomo che ha dimenticato di essere stato.
«La saggezza offre consapevolezze, ma non conserva.»
La radio dello stabilimento ronza una canzone che non ascoltano – forse nemmeno arrivano a sentire – passa attraverso i loro corpi come un filo di fumo, un tratto di acquerello. La musica si perde lontana, ingoiata negli abissi oppure pulita dalle nuvole protette dall’orizzonte.
Traslucidi semi di sabbia si aggrappano alle gambe della donna, sentieri varicosi si inerpicano dai polpacci fino alle ginocchia, che sembrano piccoli teschi mascherati.
L’uomo si tiene saldo all’asta dell’ombrellone aperto, come una medusa sopra le loro teste, teme di essere portato via, lui, questo foglio di carta da forno. Forse pensa di avere ossa cave e lei, così sottile, forse immagina di essere il suo aquilone.
Intanto il tempo scorre ed è come se fosse mezzo secolo fa, immobili nello stesso istante, solo meno solidi. Com’è difficile fare spazio nel mondo. Per questo si amalgamano, come gli alberi con l’asfalto, per proteggersi e conservarsi. Solo il mare non ha mai voluto abbracciare il cielo. Se ne sta lì da molto più di loro, ad andare e venire, così noioso e impassibile e per sempre giovane.
«Quanto ha fatto l’Albinoleffe?» gli chiede lei.
Mattia Grigolo vive a Berlino. Ha fondato Le Balene Possono Volare, progetto di laboratori ed eventi creativi, il magazine di approfondimento Yanez, la rivista letteraria Eterna e il progetto Noi Berlino. Ha pubblicato o sta per pubblicare racconti e altre cose su 'Tina, Crack, L’Inquieto, inutile, Split, Not, Rolling Stone, Spaghetti Western, Cedro Mag, Rivista Blam, Yanez, Bomarscé, Salmace e forse altri.
Un racconto di Rosaria Eleonora Laurito
Numero di battute: 2424
Un vago sentore di carne bruciata e panini le arriva al volto come uno schiaffo. Arriccia il naso per il disgusto, tappa all’istante la bocca con tre dita. Intanto arranca sulla stradina, inspirando ed espirando ritmicamente per allontanare l’incipiente attacco di panico (è grazie a lui se ora sa dare una definizione a quel malessere così scuro e denso).
Si chiede, distratta, come faccia il sole a bucare una cortina di nuvole opache tanto fitta: eppure, deve riuscirci perfettamente, a giudicare dall’appiccicume che avverte su ogni centimetro di pelle.
Inciampa nello scheletro di una sedia di paglia, mantiene a stento l’equilibrio. La frangia le si incolla sulla fronte.
Ma come ha potuto portarla in un posto simile, spacciandolo per quieta, fresca, aromatica (aromatica, esatto) e a tratti persino romantica (imperdonabile il gioco di parole) area picnic? Lei, che detesta gli ingorghi di esseri umani dalla bocca piena e dalle risate sguaiate, per non parlare poi di quelle paurose grigliate in cui, più che arrostire il pranzo, si rischia di finire ben gratinati dalla cocente calura del quindici d’agosto.
«Cosa
le serve
ancora?»
Je non avrebbe mai sospettato di poter divergere in gusti o opinioni da Na, lo stesso Na che le solleticava le punte dei piedi strimpellando Le cose in comune. Forse, riflette, avrebbe dovuto ascoltare il testo con maggiore attenzione: ma allora cos’è, cosa ti serve ancora?
Cosa le serve ancora?
“C’è uno spazietto qui, vieni” si sente chiamare. Vorrebbe che Na si riferisse ad un posticino nel suo cuore, solido, accogliente. Gradisce un po’ meno il riferimento, assai più realistico e crudo, ad una sgangherata panchetta a fianco alle bistecche fumanti di una rubiconda famigliola tedesca. Si domanda, mentre percorre svogliata i pochi metri che la separano dal penoso nido d’amore, se sia opportuno ricordargli di essere vegetariana. Poi incrocia i suoi occhi tiepidi.
Soltanto lo sguardo non è proprio uguale perché il mio è normale, ma il tuo è troppo bello canticchia a mezza voce, facendogli cenno. Lui, intanto, allinea con cura le posate sul tavolino zoppo. La sente arrivare. Non si volta.
Ora Je avverte di nuovo una pressione rumorosa sul petto – l’ansia – di qualcosa che si stia spezzando. Colpa di Na?
Non osa cadere nello smielato riferimento al trito e ritrito muscolo cardiaco; però solo a lei toccherà, da quell’istante in poi, il compito di scavare dentro ad entrambi per raccogliere i cocci.
Rosaria Eleonora Laurito (2005) frequenta il quarto anno del Liceo Classico a Vallo della Lucania (SA). Assieme al teatro, ai gatti e all'ironia, la scrittura è una passione che coltiva da sempre, e di recente ha seguito un corso presso la Scuola Holden di Torino. Cocci è il primo racconto che pubblica.
Commenti recenti