Un racconto di Marco Pedrazzi
Numero di battute: 2467
È un giorno d’estate senza nuvole. Può capitare d’annoiarsi, specialmente nei giorni d’estate, ancor più se senza nuvole.
La ragazza corvina dice al ragazzo con la vespa «portami a fare un giro».
Il ragazzo con la vespa non è il ragazzo della ragazza corvina. Lui è seduto tra gli spettatori, al tavolino davanti al bar. La ragazza corvina lo vuole ferire. Si ignora il motivo, forse per rivalsa.
Il ragazzo con la vespa ubbidisce senza pensare e spinge la leva di accensione con una sgambata da oscar.
La ragazza corvina prende posto. Porta i jeans corti, la pelle delle cosce si appiccica alla sella.
Il ragazzo con la vespa ordina subito al motore di fare molti giri. Per più di un motivo, pensa sia importante enfatizzare la partenza.
La ragazza corvina si stringe al ragazzo con la vespa e appoggia la guancia sulla sua schiena. Il casco è un accessorio di là da venire.
La vespa ronza, le vibrazioni del motore passano alla scocca e da lì attraversano i corpi con microscopico moto ondoso. Ha percorso solo un paio di strade affollate di case e insegne spente, che la ragazza corvina fa segno al ragazzo con la vespa di fermarsi. È un posto tranquillo, un po’ in disparte ma non isolato.
«La ragazza corvina lo vuole ferire.»
Il ragazzo con la vespa non sa cosa pensare e ancora meno cosa dire.
La ragazza corvina decide di baciarlo prima che la situazione precipiti. Così, per provare. Trova che sia un bel bacio e si concede più tempo.
Il ragazzo con la vespa di tempo non ne ha, è impegnato a fare bella figura. Si accorge solo al distacco che è stato un bacio bello, molto bello, a dirla tutta. Cerca le parole adatte.
La ragazza corvina è più svelta e ne trova due: «Torniamo indietro».
La vespa porta la ragazza corvina e il ragazzo con la vespa al punto di partenza. Stavolta il motore fa pochi giri. La ragazza corvina tiene la testa alta e stringe solo lo stretto indispensabile il ragazzo con la vespa.
L’uomo senza vespa ha lasciato che molti giorni di molte estati gli scivolassero addosso.
La donna corvina ha fatto altrettanto.
Un respiro fa, l’uomo senza vespa ha capito dove portano quella sensazione di burro fuso e quel lievissimo profumo che forse non esiste e se esiste è indescrivibile. L’uomo senza vespa si chiede se anche la donna corvina, di quando in quando, ha una sensazione che porta nello stesso luogo: magari un tremolio impercettibile sulle cosce o lungo la schiena, chissà.
L’uomo senza vespa e la donna corvina non si sono mai incontrati. Se lo faranno, sarà di certo su una vespa.
Marco Pedrazzi (1968) è trapiantato a Vienna ormai da parecchi anni. È archeologo classico per formazione, mentre per vivere si occupa di informatica (e gli piace anche abbastanza). Ha trascorso il primo ventennio della sua esistenza a Reggio Emilia, dove gli è capitato di nascere. Unico vanto letterario: primo classificato al Premio Letterario “Accendi le parole” 2019, IV Edizione – Sezione haiku.
Un racconto di Elena R. Marino
Numero di battute: 2500
Noi siamo le sante ce lo ripetiamo ogni giorno fa parte della disciplina delle sante ripetersi ogni giorno ciò che dona disciplina e ci rende sante in quanto sante. Essere sante è impegnativo, per questo oltre che sante siamo quasi sempre stanche, anche questo ce lo ripetiamo ogni giorno perché fa parte della disciplina che ci permette di essere stanche in quanto stanche, e ci fa penetrare ancora più a fondo nel mistero di essere sante, molto sante ma anche molto stanche.
Noi abbiamo a cuore il cuore, noi facciamo ogni cosa con il cuore noi penetriamo nel nostro cuore e ci rimaniamo chiuse per intere giornate, mentre continuiamo a operare in quanto sante spandendo intorno a noi nettare di lacrimosa santità. Siamo affastellate in quadretti dorati, ci stiamo strette ma non fa niente: la santità che nutriamo in quanto sante è più forte della claustrofobia che tutte noi proviamo in ogni punto del nostro corpo.
Noi soffriamo di claustrofobia nei quadretti dorati che ci ritraggono e anche nel nostro corpo che sta dentro i quadretti dorati, e la disciplina alla quale siamo abituate a volte non basta per stare tutte insieme così strette dentro i quadretti dorati.
«Noi abbiamo
a cuore il cuore.»
Soffriamo di claustrofobia nel nostro corpo tutto intero e nel nostro corpo in parti, e talvolta siamo in parti e talvolta siamo intere, ma in ogni caso ci stiamo strette, dentro. Per disciplina stiamo dentro anche se vorremmo uscire, ma uscire dalle parti è complicato e uscire dall’intero è proibito. La claustrofobia delle nostre parti è santa, le nostre parti sono conosciute e sconosciute, sono vagina eppure non sono vagina, sono retto eppure non sono retto, sono iride eppure non sono iride, sono dito eppure non sono dito.
Sono parti che vorrebbero aprirsi, essere dentro eppure essere anche fuori, ma non possono, e soffrono, e noi siamo stanche, noi siamo sante ma siamo anche stanche, e vorremmo uscire a passeggiare, ma i quadretti dorati sono tutti chiusi, e noi in folla accalcate e accaldate ci incastriamo l’una nell’altra con la nostra aureola e cantiamo, un canto senza fine, e battiamo le mani a tempo, battiamo le mani le une contro le altre, e non sappiamo più di chi siano le mani, sono parti dell’intero e il nostro intero non siamo noi, perciò non sappiamo più di chi siano le mani.
Per disciplina ci ripetiamo che siamo sante, e per onestà ammettiamo che siamo stanche, e per stanchezza stiamo immobili nel quadretto, e per questa nostra immobilità ci hanno cosparso d’oro. Così tanto che sopportiamo tutto questo. Perché l’oro ha sigillato ogni fessura: il futuro non può più entrare.
Elena R. Marino lavora come drammaturga, regista e formatrice presso il Teatro Spazio 14 di Trento. Ha pubblicato articoli di argomento filologico e letterario sul mondo greco classico e sul teatro contemporaneo, e un volume sulla metrica delle Olimpiche di Pindaro. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie on line (Verde, Pastrengo, Crapula, inutile, Neutopia, Clean, Risme, Fillide, Micorrize). Ha pubblicato il romanzo Passeggiata nella notte (Bookabook 2022).
Un racconto di Tito Sdralevich
Numero di battute: 1626
A., tu forse non lo sai, ma c’è una tribù di nomadi che da secoli vaga per un deserto di zucchero. I bambini della tribù nascono sotto tende nere. Appena nati, ricevono in bocca un piccolo sasso levigato – così impareranno a sopportare la sete.
Da sempre i nomadi danno la caccia a una città fantasma. Le minuscole case dai tetti d’argilla, le ombre dei minareti proiettate sulla sabbia, le bianche fontane di acqua dolce: non sono che un miraggio.
Funziona così: ogni mattina il sole illumina i cristalli di zucchero vorticanti nell’aria, la città prende forma; un grido di gioia e di meraviglia si leva dalle tende, ma ecco che subito la città si sfascia, si rimescola, scarta di lato e, alla fine, precipita su sé stessa.
«Da sempre i nomadi danno la caccia a una città fantasma.»
I nomadi, cocciuti, la inseguono con il cuore spezzato. I bambini non hanno che una domanda per le madri: «Quando?». Le madri accarezzano loro la testa e rispondono: «Quando soffierà il caldo vento del deserto».
Quando soffierà, solidificherà i cristalli, allora abiteremo nella grande città, fatta di aria e di luce. Le bocche buie dei bambini si spalancano. Le madri continuano a raccontare. «Entreremo scalzi nelle moschee, e inginocchiati sulle trame di lana ringrazieremo Dio, che ci ha donato la sua città più fragile, perché solo ciò che è fragile come il cristallo può essere attraversato dalla luce.»
A.: che sei stata bambina e hai sopportato la sete. Ora che sei la mia città. Ora che le tempeste ti soffiano via per il deserto. Ti inseguo rigirandomi in bocca le macchie scure che hai negli occhi, i tuoi denti, che tante volte si sono scontrati con i miei. E aspetto che si alzi il vento.
Tito Sdralevich ha trent’anni, vive a Milano e ha studiato Neuroscienze. Ha pubblicato dei racconti su Nazione Indiana.
Un racconto di Giorgia Di Nardo Fasoli
Numero di battute: 2446
Erica cammina come se indossasse tacchi alti, invece è scalza con solo una camicina da notte blu, a fiorellini bianchi. Si è svegliata perché deve fare la pipì e percorre il lungo corridoio evitando di calpestare le ombre grumose sul pavimento di cotto. Questo gioco l’ha inventato Sissi, la sua migliore amica, una volta che è rimasta a dormire a casa sua; ma per Erica ora non è più un gioco, bensì una questione di vita o di morte, come se camminasse tra lapidi e croci.
«Facciamo finta che sono buchi» aveva bisbigliato Sissi, «se ci finisci dentro muori!» Dicendo questo, aveva dato una piccola spinta a Erica e il suo piede destro era finito proprio al centro dell’ombra scura della cassapanca di vimini, «Ecco, sei morta!» aveva esclamato Sissi ed era corsa a chiudersi in bagno con due mandate.
«Apri, devo fare la pipì!» aveva protestato Erica con le gambe un poco piegate e i ginocchi che si sfioravano.
«Se ci finisci dentro muori!»
«No, io non parlo con i morti anzi…» Una pausa, il suono della tavoletta e poi quello tintinnante dell’urina. «Sono i morti che non possono parlare con i vivi. Quindi tu ora non parli più e anche se parli io non ti sento.»
Questa scena Erica la ricorda nei minimi dettagli e anche il senso di vuoto e paura che le si era aperto nel petto con un cigolio sordo da portone non oliato. Era rimasta lì, un piede gelato poggiato sull’altro ancora più gelato, incerta se bussare o no per timore di svegliare i suoi, mentre Sissi, dall’altra parte, canticchiava una filastrocca insegnata dalla maestra.
«… Say the bells of Old Bailey. When I grow rich?»
Quando dopo uno, due o forse tre minuti, Erica aveva ceduto, era già troppo tardi perché, proprio nel momento in cui le nocche avevano toccato il legno, aveva sentito una scia calda scivolarle giù tra le gambe, insieme alle lacrime che erano già lì a offuscarle la vista. E stava per fuggire, andarsi a nascondere chissà dove, forse direttamente nel letto dei suoi, forse in camera del fratello, o meglio ancora, via al piano di sotto dalla zia, quando aveva sentito la risatina di Sissi e poi: «Ecco, sì, questo sì: i morti possono bussare, mia nonna dice che i morti…».
Sissi aveva aperto la porta e lasciato la frase a metà; arricciando le labbra e storcendo il naso l’aveva guardata come si guarda una pera marcia spiaccicata a terra.
«Che schifo! Voi morti fate davvero schifo» aveva detto e se ne era andata saltellando e ripetendo che schifo, che schifo, voi morti fate davvero schifo.
Giorgia Di Nardo Fasoli è nata in Abruzzo e vive a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne e Italianistica. Ora, oltre a occuparsi di tutte quelle cose che servono per vivere, si sveglia molto prima dell’alba per scrivere senza essere disturbata e legge molto. Un suo racconto è stato pubblicato nella raccolta collettiva I giorni alla finestra (il Saggiatore 2020), un altro dalla rivista Offline.
Un racconto di Eduardo De Cunto
Numero di battute: 2471
Piove. Adalberto cammina. Un passo segue l’altro.
Un passo sinistro dopo un passo destro, una goccia dopo una goccia. In città piove da sempre e piove sempre. E Adalberto, è da sempre che cammina?
La pioggia insiste. Si intensifica. Torna rada ma non smette.
Un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra: più gocce che passi, si direbbero due ordini di infinito.
Non da sempre cammina, Adalberto. Tanti anni fa gattonava, e prima ancora non c’era piede da mettere avanti a piede.
Neanche il cielo piove da sempre. Due ordini di finito, dunque, di estenuante enormità.
«Neanche il cielo piove da sempre.»
A piede segue piede, a goccia segue goccia. Adalberto piove insieme alla pioggia: cade pioggia dalla sommità concava del cranio alla lingua, poi giù per l’esofago fino a seccarsi sul cuore. A piede segue piede. È Adalberto che cade, mentre cammina in piano. A piede segue piede: batte la pioggia, batte il petto. Attorno alle caviglie inzuppate pare crescano radici, tanto è innaffiato. Parrebbe dover restar fermo, trattenuto all’asfalto, riflesso nelle pozzanghere, invece non è che una macchia che si sposta di polla in polla.
Adalberto piove con la pioggia, e piovono con lui i concittadini. Gli piovono dall’altro lato del marciapiede, o in senso contrario, o d’obliquo, talvolta nel medesimo verso. Li supera, lo superano, si incrociano. Un cenno muto di mano, o di capo, e poi piede avanti a piede, gamba avanti a gamba, nuvole che passano e che piovono per conto proprio.
Non passano mai le nuvole della città, quelle no. Se passano ne arrivano altre.
La gente che passa non piove che fuori ai vestiti. Dentro, non sembra bagnata. La pelle, che copre ogni passo di piede, ogni gesto di mano o di capo, è impermeabile. Quegli altri non piovono che dal cranio convesso, non giù per l’esofago. Eppure vanno, va il cuore, vanno i piedi in ogni dove e in ogni senza perché.
Adalberto cammina. Gli occhi arrivano dove i piedi non possono. Laggiù, le nuvole si aprono ferite da una lama d’oro. La carne d’ovatta che copre il cielo si apre e sanguina, sfuma in rosa nell’epidermide di nuvola esfoliata, si fa livida e poi, per un’impercettibile linea, verde, poi gialla dove la pelle è quasi guarita. Ma questo è lontano. Sopra la testa d’Adalberto, sulla città, c’è solo nero, e perlopiù grigio, al limite un bianco sofferente che non ha riposo.
Cammina, va dove dev’essere caldo. Percepisce il tepore. Non è che un attimo, un pensiero d’asciutto, e la sensazione è persa. A piede segue piede, a goccia goccia.
Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, e sulle riviste Risme, Voce del verbo, Squadernauti, La nuova carne, Quaerere, Bomrché e Colla. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.
Un racconto di Costanza Ghezzi
Numero di battute: 2120
Mio fratello aveva otto anni quando decise che sarebbe diventato un cacciatore di lucciole. I campi che si stendevano intorno alla casa, nelle sere di giugno, riempivano l’aria dell’odore aspro e pungente del grano umido e accoglievano frotte di lucciole, luci intermittenti nascoste a stento da un battito di ali. I campi diventavano cieli stellati. Imprigionate la notte sotto il bicchiere capovolto della Nutella, si dileguavano al mattino, lasciando monete luccicanti.
Renzo ci era andato in fissa.
«Stanotte ne catturo almeno mille» mi disse col fiato caldo da sotto il lenzuolo.
«Sì vabbè» smusai girandomi contro il muro.
La mattina il letto era vuoto.
Mia madre era troppo occupata con le galline che razzolavano nervose nel cortile polveroso e sudicio. Non ci fece caso e neanche io ci pensai più di un istante.
«Stanotte
ne catturo
almeno mille.»
Il sole in campagna d’estate è impietoso. Si esce solo se si deve, io preferivo l’ombra umida e pietrificata delle stanze. Dalla finestra potevo vedere le nuvole di polvere che i trattori facevano alzare e abbassare, in lontananza.
All’ora di pranzo fu dato l’allarme. Il babbo e i braccianti non fecero in tempo a togliere gli scarponi che furono gettati di nuovo fuori dalle grida di mia madre. La minestra lasciata a fumare nelle scodelle sbeccate.
«Renzo, dov’è Renzo? Maria l’hai visto? Guglielmo tu l’hai visto?» e così in un appello senza fine, senza conclusione.
Uno sciame di cappelli e maglie slabbrate buttato di rincorsa giù per i campi, questo vedevo dalla finestra. Un sollevarsi di polvere che confondeva l’orizzonte con le colline.
Odio la campagna, pensai in un rigurgito di pentimento profondo. Renzo forse aveva catturato centinaia di lucciole, e adesso era ricco in qualche città lontana. Avevo sonno, mi addormentai.
Al risveglio tutto era in penombra, gli uomini fuori in cerchio, attorno al corpicino di mio fratello, che non aveva lucciole con sé, solo un graffito rosso, un disegno perfetto che dalla bocca arrivava allo stomaco, lungo la casacca celeste del pigiama. Mia madre in ginocchio, muta.
Rimasi a fissare i campi dalla finestra, le lucciole iniziavano di nuovo a danzare.
Costanza Ghezzi vive nel Sud della Maremma toscana. Lavora come editor e correttrice di bozze. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie, ha scritto per la raccolta Misteri di Maremma (Effigi 2021) e il romanzo breve Il segno di Nora (Bibibook 2021). Ha curato per Thàlia Servizi Editoriali la raccolta Dipendenze, 18 storie ordinarie e stupefacenti (Bibibook 2022).
Un racconto di Antonello De Luca
Numero di battute: 2434
Il verme è lungo dieci centimetri ed è cicciotto, il più cicciotto dei suoi. Si muove all’alba quando la paura del passero costringe la comunità al rintano. Gli altri lo vedono risalire il muro della vecchia casa, fermarsi alla finestra, sotto la grondaia. Così interrompono ciò che stanno facendo – di solito mangiano e scopano e scopano e mangiano – e l’osservano.
Eccolo lì! dicono i più anziani, ci fosse una mela lassù! Qualcosa che ci sfami! Come fa a essere così grosso? Non mangia. Non lavora. E non si accoppia! È forse un asceta sceso in terra per farci impazzire tutti?
Ma non trovano risposta.
«Cosa vai
a fare lassù?»
Cosa vai a fare lassù? gli chiedono.
Accolgo il primo sole, risponde il cicciotto.
Il passero ti ucciderà! dicono gli anziani non privi di speranza.
Ma il tempo scorre e il rituale della finestra si ripete. Il passero sorvola ogni giorno la polis dei vermi senza cavarne alcuno dalla terra. I vermi continuano a scopare e a mangiare sperando che il passero uccida il cicciotto concludendo quello stupido rituale.
Non c’è vita in comune senza morte individuale, dicono durante i simposi, il cicciotto vuole sovvertire l’isonomia!
Così quando il primo giorno di primavera, il cicciotto viene stretto nel becco dal passero, tutti i vermi della comunità gioiscono in coro.
Il cicciotto si contorce nel becco.
Guardate! dicono gli anziani, adesso se lo pappa!
Ma quella sera lo vedono tornare. Il cicciotto saluta tutti e nessuno ha il coraggio di chiedere. Così per una settimana. Il passero prende nel becco il cicciotto e insieme volano al tramonto. Poi tornano alla finestra e si salutano.
Trascorre un’altra settimana. Si tengono altri simposi nell’agorà dei vermi. Si discute sul da farsi. Alla fine uno degli anziani chiede.
Entrambi amiamo volare, risponde il cicciotto, io non posso farlo e il passero mi insegna.
L’anziano strepita, farfuglia qualcosa.
Mi dà anche da mangiare, continua il cicciotto.
Allora l’anziano fa tutto ciò che di solito fa un verme quando s’infuria. Alla fine raduna la comunità dei vermi – più di mille allo scoperto in pieno giorno – con l’intenzione di punire il cicciotto, di bandirlo dalla polis.
Ma il cicciotto non si scompone.
Cosa hai dato in cambio al passero? ruggisce l’anziano verme, perché ti sfama?
Il cicciotto sorride.
Cosa gli hai promesso? Quali leccornie? Quali delizie?
Il cicciotto sorride.
Poi, d’improvviso, il buio.
E il frullo d’ali dall’alto.
Voi, dice il cicciotto, e il passero ha accettato.
Antonello De Luca (1978) è nato a Fuscaldo (CS) e ha studiato a Roma. Vive e lavora a Milano. Ha due figli: uno tra i piedi; l’altro nella pancia della moglie.
Un racconto di Benedetta Marinelli
Numero di battute: 2443
«Eccallà, lo sapevo io.» Adamo, languidamente appoggiato sul suo ancestrale masso, è il solito disfattista. «Guarda là, che cessa.»
Giacomo chiude la porta dietro di sé e le persiane il più silenziosamente possibile, senza lasciare la mano della ragazza.
«Oh sì! Le nostre scene preferite!» Le quattro Marilyn parlano sempre in coro.
«Vi fate i cazzi vostri?» le rimprovera Jeanne alzando gli occhi vuoti.
«Santo cielo, non entrava una ragazza in questa stanza da due anni. Puoi provare a essere contenta?»
«Contenta di un’altra puttanella che spezzerà il cuore di Giacomo come l’ultima?»
«Dio Santo, Jeanne, devi essere per forza così volgare?» interviene Sylvia Von Harden aspirando a denti stretti il fumo dalla solita sigaretta.
«Ah» sospira dolorante il figliol prodigo, abbandonato al fantoccio surrealista.
«Oh sì! Le nostre scene preferite!»
«Volgare, io? Ma ti sei vista? Con quel rossetto rosso da bordello e quel pastrano a quadri che chiami abito.»
«Il tuo cervello è così piccolo, Jeanne. Del resto un collo così sottile non avrebbe potuto reggere nient’altro che aria fresca.»
«A te, invece, per due puttanate che hai scritto, ti hanno pure dipinta.»
Le Marilyn sghignazzano. Sylvia si limita a ciccare la sigaretta.
«È proprio cessa, cazzo.» Adamo torna alla carica. «Meglio l’altra.»
«L’altra? Ti sei dimenticato di quando Giacomo non è uscito da questa stanza per tre settimane per l’altra?» sottolinea Frida accarezzando le scimmiette sulle sue spalle. «E poi la bellezza è un concetto astratto.»
I ragazzi si baciano ancora in piedi. Le mani di lei sono fresche sul suo collo, quelle di lui un po’ sudate: una salda sul viso candido, l’altra in ricognizione lungo la schiena.
«Ah l’amour!» La Ragazza con l’orecchino di perla sorride.
«SCOPARE SCOPARE SCOPARE» inneggia la città che sale.
«Ah» sospira il figliol prodigo.
La foga li spinge sul letto e cominciano finalmente a sbucciarsi.
Le Marilyn sono incontenibili.
«Questa ragazza ha proprio gli occhi buoni!» La Ragazza con l’orecchino di perla è raggiante.
«Questa ragazza ha proprio gli occhi» puntualizza Jeanne.
Via le t-shirt, via il reggiseno. La testa di Giacomo, bacio a bacio, va giù.
«Ma sai che tanto male alla fine…» Adamo si interrompe.
«Sei proprio un maschilista di merda.»
«SCOPARE SCOPARE SCOPARE» inneggia la città che sale.
«Ah» sospira il figliol prodigo.
«Aspetta un attimo.» La ragazza parla zittendo tutti. «Possiamo spegnere la luce?»
«Perché?» chiede Giacomo.
«Con tutti questi poster mi sento osservata.»
Benedetta Marinelli è nata a Campobasso nel 2000. Attualmente vive a Roma dove studia Lettere Classiche all’università La Sapienza. Collabora come redattrice con il magazine Fyah. Si è classificata semifinalista alla sezione giovani del Premio Campiello 2022. Le sue uniche certezze sono il libro sul comodino e il basilico sulla pizza.
Un racconto di Simon Trumpet
Numero di battute: 2486
Quella richiesta, fatta dalla moglie, risuonava nella sua mente: «Sai caro, forse dovremmo comprare un condizionatore». Anche quel giorno il termometro segnava cinquanta gradi. Le ombre dei grattacieli si fondevano sull’asfalto bollente. Già, pensava, il sesto condizionatore, in effetti, avrebbe portato un po’ di fresco nella loro calda casa.
Il bus era in ritardo. Il traffico non scorreva e il suo grosso cappello non riusciva per nulla a proteggerlo da quei nefasti raggi solari. Decise allora di avviarsi a piedi, verso la metro. Lungo il marciapiede respirava un po’ di refrigerio uscente dai negozi. Declinò l’idea di fermarsi in uno di essi per rifiatare. Era in ritardo e il suo vestito zuppo di sudore. Si chiese come fosse possibile lavorare in quelle condizioni. Era insostenibile, quel calore. Eppure sapeva bene che la produzione non poteva fermarsi.
«Anche quel giorno
il termometro segnava cinquanta gradi.»
Scese nelle viscere della terra e in pochi minuti arrivò a destinazione, fermata Vulcano. Salì sulla cresta del cratere. Il suo capo subito l’accolse felice. Gli indicò i grafici. C’era molta attività, quel giorno. Sbuffi di calore si sollevavano altissimi nel cielo. Avrebbe voluto mettersi la tuta ignifuga, almeno per alleggerirsi un po’ da quel fuoco. Ma il suo superiore pareva non avere occhi, se non per quei bei segnali di fumo.
La lava usciva copiosa e il vapore spingeva le turbine al massimo della velocità. Laggiù, lontano dalla città, i boschi bruciavano. Nessuno avrebbe consumato acqua per spegnerli. Quando qualcuno distrasse il capo, poté cambiarsi per lavorare. Non ebbe pause, se non per fumare una sigaretta, fino alle sette.
I suoi colleghi recuperarono le automobili, mentre lui ridiscese nella bollente metro. Sottoterra non si respirava. Giunto a casa, ascoltando il giornale, tirò un sospiro di sollievo, sentendo che nessuno era morto a causa di quel caldo anomalo degli ultimi tre anni. La centrale geotermica aveva lavorato a pieno regime. Non ci fu nessun black-out o calo di energia. Fossero tutte così le giornate, pensò. Guardò la moglie, affaticata a caricare la lavastoviglie. Accese così, col telecomando, tutti e cinque i macchinari.
«Sai, le disse, forse dovremmo prendere un altro condizionatore.» Anche se le sue parole furono in parte mangiate dal rumore. Lei sorrise. «Ti stiro il piumone per stasera» urlò. Poi corse a fare la lavatrice, non prima di dare un’ultima passata veloce con l’aspirapolvere mentre le luci della città si accendevano per illuminare, a giorno, la notte.
Simon Trumpet conosce la scrittura da adolescente e non l’ha più abbandonata. Laureatosi in Lettere sogna di divenire bravo quanto i suoi idoli C. Palanhiunk e P.K. Dick. Ha pubblicato la raccolta di racconti Al di là del nulla (Aletheia). Altre storie sono apparse su Lahar Magazine. Vive, studia e lavora all’estero.
Un racconto di Antonio Giugliano
Numero di battute: 2488
Dovevamo andare a prendere l’acqua al pozzo. Io e la capra. La capra si chiamava Askenatze.
Era nata il giorno che ci fu il bombardamento della casa degli Haskbel, il 37 settembre. Noi c’eravamo salvati per caso, disse zio Hebron, solo perché un coso di missile era caduto venti metri più in là. Zio Hebron aveva tutti i denti verdi. Gli piaceva il tè. Ne beveva a litri. Era il fratello di mia madre. La casa degli Haskbel non esisteva più. E neanche loro.
Ma a quell’epoca c’erano tante di quelle bombe che non ne potevi tenere il conto. E nemmeno delle case distrutte. Vedevi il giorno dopo un cartoccio sfigurato di ossa bruciacchiate. Gente morta. Però spezzettata. Hai visto mai un morto a pezzi e bruciacchiato? In fondo a me non me ne importava. Io ero vivo. Zio Hebron non l’avrebbe mai potuto capire. Ma io sì. Ero un bambino, no? Io lo sapevo che il buon dio mi avrebbe sempre salvato dai bombardamenti. I bombardamenti era una cosa dei grandi, io che c’entravo?
«Hai visto mai
un morto
a pezzi
e bruciacchiato?»
Hai visto mai un morto a pezzi e bruciacchiato? In fondo a me non me ne importava. Io ero vivo. Zio Hebron non l’avrebbe mai potuto capire. Ma io sì. Ero un bambino, no? Io lo sapevo che il buon dio mi avrebbe sempre salvato dai bombardamenti. I bombardamenti era una cosa dei grandi, io che c’entravo?
Askenatze invece era una capra irriverente. Oddio, era ubbidiente, ma ogni tanto voleva fare di testa sua. Nel senso che anche se io la chiamavo, voleva per forza di cose andare dove non si poteva andare. E io la riprendevo: «Askenatze! Askenatze!» gridavo.
Le piaceva andare a brucare le foglie di fico.
«Ma non lo vedi che le foglie di fico sono troppo alte per te?»
Lei saltellava intorno al fico.
E allora ci salivo io, sul fico, e strappavo le foglie per darle ad Askenatze.
Dovevamo fare due o tre chilometri per arrivare al pozzo. Io mi portavo sulle spalle la tanica da venticinque litri, però a casa gli dicevo che la mettevo sulle spalle di Askenatze. È che mi piaceva vederla sgambettare libera. Si metteva ad annusare ogni cespuglio. C’erano le piante di mirto e di pepe. Le piaceva soprattutto la pianta di pepe. L’annusava e starnutiva. E mi faceva ridere. Era proprio una scema. Dopo aver annusato la pianta di pepe starnutiva e mi guardava con quell’aria propria di chi ti dice: “Ma che è successo?” e io mi facevo delle grandi risate.
Comunque non c’era proprio da stare allegri, disse zio Hebron. Ora sarebbero arrivati i nemici e dovevamo sloggiare e avremmo dovuto andare più a Nord, dove non c’è acqua, e avremmo dormito guardati dalle stelle. Ma noi c’avevamo il sacco a pelo. E io vedevo le stelle e me le guardavo tutta la notte e dicevo buon dio tu guardaci dalle stelle e guarda soprattutto Askenatze che è scema e non capisce niente e basta che si mangia le foglie di fico.
Lei è contenta così.
Antonio Giugliano ha pubblicato i romanzi Love kaputt (Augh! 2017), La valigia del venerdì (Freccia d’oro 2020) e Topi (WriteUp 2022). Alcuni suoi racconti sono stati accolti in antologie e in diverse riviste letterarie, tra le quali Crapula club, L'Irrequieto Quaerere, Split. Per il mese di settembre 2022 è prevista l'uscita del suo quarto romanzo, Nembutal.
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