Pastrengo Agenzia Letteraria

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Un racconto di Olga Campofreda
Numero di battute: 2403

Il giorno in cui mio nonno morì, sulle prime non ci avevo creduto, benché fossi stato io a trovarlo. Se ne stava nel suo letto, immobile e supino, testa alta e labbra un po’ socchiuse come un attore in attesa dell’apertura del sipario. La sera prima ci aveva chiamati intorno al letto, io e i gemelli, che all’epoca avevano solo tre anni. Ci aveva fatto sedere sulle lenzuola a guardare Il padrino con lui, e ogni tanto nel dormiveglia ripeteva sottovoce le battute insieme a Marlon Brando. La maggior parte delle volte la sua voce arrivava in ritardo come una telefonata in cattiva ricezione, ma dava al tutto un effetto di solennità.

La mattina seguente mio nonno era morto e le sue guance rigonfie e discese verso il basso sembravano piene di ovatta così che sulle prime pensai si trattasse di uno scherzo. Di quei giorni ricordo tutto al rallentatore: la cadenza regolare del rosario, il buio, le candele. Era la mia prima morte ed era strana, leggera forse, non particolarmente straziante, come invece l’avevo immaginata dai racconti dei miei compagni di scuola.

«Era la mia prima morte
ed era strana, leggera forse.»

La settimana dopo la maestra mandò a chiamare mia madre a causa di un tema che avevo svolto. La traccia se ne stava scritta in rosso marcato: Che cosa impariamo dalla televisione. In verde avevo riportato il titolo del film, a cadenze irregolari alcune frasi erano sottolineate in blu. La maestra ricordò a mia madre quanto fosse stato inappropriato mostrare Il padrino a un bambino di otto anni, che a questo portava l’esposizione alla violenza reiterata e gratuita, all’appiattimento della percezione, al disfacimento della scala dei valori, e tutto il resto. Rimediai uno schiaffo per aver coinvolto i miei fratelli, poi tornammo a casa.

Alla fine del film mio nonno mi aveva dato dieci euro e mi aveva chiesto di andarmeli a giocare al lotto il giorno dopo ed era giusto così, come ogni domenica. Mentre camminavo verso la tabaccheria avevo pensato che morire è una cosa brutta ma non è del tutto infame, che prima o poi lo sai che deve succedere, tutto sta a ricordarselo ogni tanto e colpa nostra poi se lo dimentichiamo. Mio nonno aveva iniziato a dirci addio dall’inizio della malattia e aveva terminato con i titoli di coda di quell’ultimo film. In fondo era stato bello. Non come mio padre, che senza dire niente una sera non era più tornato. Insieme avevamo visto solo qualche puntata di Dallas, mai per intero. Non ricordo.

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Olga Campofreda (1987) vive a Londra, dove svolge un PhD in Italian Studies. Nel 2011 ha pubblicato Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore), i suoi racconti sono apparsi su Colla, Cadillac e Vicolo Cannery. 

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cena al ristorante cinese

Un racconto di Emidio Colucci
Numero di battute: 2500

Sono al ristorante cinese con Sandra, Enzo e Giulia che stanno parlando dell’università. Sandra tiene l’attenzione su di sé, muove un po’ la testa mentre parla per far danzare le ciocche di capelli che le incorniciano il volto, dice non vedo l’ora che arrivi ottobre e che è felice di partire. Ogni tanto mi guarda, poi vede che la sto ignorando e torna a parlare con gli altri. Io fisso quelli del tavolo all’angolo della sala, una donna di mezza età dall’aria triste insieme a una bambina che le siede accanto e un uomo sulla sessantina.

Sandra continua a promuovere la sua chioma, poi propone di farci una foto per Instagram. Rifacciamo la foto sette volte perché ogni volta qualcuno è uscito male. La settima è la prescelta e anche se io sono venuto fuori che sembro stupido do il permesso di pubblicarla perché mi sono stancato.

«Sta per arrivare, sta per arrivare, adesso arriva.»

Vedo Sandra che giocherella coi tasti e penso che ha proprio un’espressione tenera quando si concentra su qualcosa senza pensare a come appare. Poi lascia il cellulare sul tavolo e il suo viso assume di nuovo una posa alla Kylie Jenner. Sta per arrivare, sta per arrivare, adesso arriva. Eccolo: @xsxandra ti ha taggato in una foto. Apro la notifica, clicco due volte sulla foto senza guardarla e sono finalmente libero.

Enzo, che è alla mia sinistra, mi guarda e mi chiede se va tutto bene. Torno a guardare il tavolo che stavo fissando prima. La bambina si alza dalla sedia e va verso l’uomo, che non ha l’aria di essere suo padre; lui è imbarazzato ma scherza teneramente con lei e le carezza la schiena. La donna abbassa lo sguardo e sfiora la tovaglia del tavolo.

Enzo vede che sto guardando in quella direzione, si avvicina al mio orecchio e mi fa, sussurrando: «Secondo te chi si scopa delle due?». Sopra di loro c’è una grande illustrazione in stile orientale, di tipo dozzinale e che probabilmente non piace neanche ai proprietari; la fisso un po’ per inquietarmi.

Poi arriva la cameriera a prendere le ordinazioni. Giulia mi chiede se ho scelto finalmente dove andare a studiare e soprattutto cosa, io rispondo sì e che ho scelto Grafica d’arte alla fine. Ne è entusiasta, forse più di me; mi chiede il perché della scelta. Non so neanche io il perché, le dico che il piano di studi sembra interessante. Lei concorda e dice che be’, è il minimo. Poi mi illustra i suoi piani per costruirsi un bel futuro. Io penso che finirò per impazzire se continuo a sentir parlare di costruzioni. Allora mi alzo, cerco nella tasca le mie sigarette e vado fuori a fumare.

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Emidio Colucci (2000) è nato e cresciuto a Taranto. Diplomato al liceo artistico, coltiva la passione per l’arte e la scrittura fin da bambino.

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così piccolo e freddo

Un racconto di Silvia Pelizzari
Numero di battute: 2432

«Pensi mai a quella notte?» chiede lei all’improvviso mentre sono seduti sul marciapiede. I loro profili sono illuminati dalle sigarette accese.
Non lo guarda, ma può sentire i muscoli del suo viso irrigidirsi, la mascella indurirsi fino quasi a pulsare.
Lui aspira e butta fuori il fumo girandosi dall’altra parte.
«No, non ci penso mai» dice secco. Poi tira di nuovo, perché non vuole dire altro.
«È passato molto tempo, ma è come un bracciolo che torna a galla, non importa quanto spingo verso il basso.»
«Ci eravamo promessi che non ne avremmo parlato mai più, non capisco perché te ne esci ora con questa storia.»

Lei allora non aggiunge niente, ma non sa come riempire il silenzio e lo spazio tra loro, così piccolo e freddo.
Il carro attrezzi arriverà a breve. Ogni tanto si sente il rumore delle auto che passano e l’aria che si infila tra gli alberi alle loro spalle, prima di uno spiazzo dove la terra è ancora bruciata dall’incendio.

Non sono mai più tornati lì, e a lei sembra strano che la loro macchina si sia fermata proprio in quel punto, dopo così tanti anni, tra tutti i punti possibili su quella strada statale. Quando gliel’ha fatto notare lui ha risposto «È solo un caso», e lei ha annuito, ma ha continuato a pensarci.

«Eravamo
dei ragazzini.»

«Eravamo dei ragazzini» dice lui dopo un po’, e lei è contenta di sapere che in quello squarcio di silenzio lui non abbia spostato lo sguardo altrove. È contenta di sapere che ci ha pensato, anche solo il tempo di dire poche parole. Così rimane zitta, sperando che lui parli ancora.
«È stato un incidente, e noi eravamo solo dei ragazzini.»

Quando arriva il carro attrezzi scambiano con l’uomo frasi di circostanza, e mentre la loro auto viene caricata lei guarda verso lo scheletro della casa in lontananza.
«È tanti anni che è così» dice l’uomo. «Una brutta faccenda.»
«Dicevano che si è trattato di un incidente» trova il coraggio di aggiungere lei.
Lo guarda in faccia, poi torna a fissare i resti della casa.
«Sarà anche stato un incidente, ma intanto quel poveretto è morto di crepacuore, all’idea di non avere più niente.»

Lei allora si volta verso il fratello e vede per la prima volta i suoi occhi spaventati.
Getta a terra la sigaretta e si accerta di spegnerla, preme con forza la punta del piede. Salgono sul carro attrezzi e mentre partono guarda per l’ultima volta la casa, poi appoggia la mano su quella di suo fratello, e quando lui gliela stringe forte, solo allora ritorna a respirare.

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Silvia Pelizzari (1983) è nata sul lago di Garda. Ha scritto per Pagina99, Huffington Post ed è co-direttore editoriale di Finzioni Magazine. Ha partecipato all’antologia Brave con la lingua - Come il linguaggio determina la vita delle donne (Autori Riuniti, 2018). Sta lavorando al suo primo libro.

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grazie

Un racconto di Marco Lazzarotto
Numero di battute: 2484

Ci eravamo fatti una birra al Downpatrick e, mentre io avrei voluto raccontargli di Giulia e dei fatti degli ultimi giorni, Enzo aveva passato tutto il tempo a parlarmi di calciomercato. Poi, in corso Francia, abbiamo sentito le urla dietro di noi.
Siamo partiti di corsa, tanto è bastato a convincere gli scippatori a fuggire.
«State bene?» ho chiesto con il fiatone. «Vi hanno portato via qualcosa?»
«Per fortuna no» ha detto una delle due ragazze. «Siete arrivati in tempo, grazie davvero.»
«Grazie» ha ribadito l’altra, controllando lo stato della borsa di pelle.
Meno male, ho pensato, era finita lì, era stato facile.
Le ragazze scrutavano per terra, alla ricerca di qualcosa caduto durante la colluttazione. Erano giovani e belle, non più di un metro e sessanta e capelli lunghi scuri.

«Se volete» ho detto, «possiamo scortarvi fino a casa.»
Si sono scambiate un'occhiata, poi si sono sciolte in sorrisi sorpresi.
«Davvero? Se potete... abitiamo qui vicino.»

«Te lo racconto un’altra volta.»

Si sono fermate davanti a un palazzo anni Sessanta con un atrio vetrato pieno di piante.
«Papà ti ha dato le chiavi?»
«No. Ha detto di suonare.»
«Grazie ancora. Non sappiamo proprio come sdebitarci.»
«Era il minimo che potessimo fare» ho detto. Anzi, grazie a voi, volevo aggiungere, grazie.
Era andato tutto bene. Poi è intervenuto Enzo.
«Che ne direste di un pompino?»
La ragazza con la borsa di pelle ha urlato, se l’è stretta a sé, mentre l’altra s’è buttata sul citofono. «Papà apri! Apri papà!» Si sono fiondate dentro, lanciandoci un ultimo sguardo pieno di terrore prima di scomparire.

Sono rimasto a fissare le foglie che si agitavano al di là dei vetri.
«Certo che la gente non ha più ironia» ha detto Enzo ridacchiando. «Non la finivano di ringraziare.»
«Forse perché le stavano scippando?»
In silenzio siamo tornati nel punto in cui avevamo sentito le urla.
«Sei proprio un coglione» gli ho detto. «Hai rovinato tutto.»
«Tutto cosa? Dài che un pompino te lo saresti fatto fare. Erano due belle topine.»
«Piantala.»
Finalmente il suo tono è diventato più serio: «Scusa, non ti ho chiesto niente di Giulia». Mi ha posato una mano sulla spalla. «Che hai combinato?»
«Te lo racconto un’altra volta.» Mi sono divincolato e gli ho fatto un cenno di saluto.

Arrivato sotto casa, ho alzato lo sguardo verso le nostre finestre, dove non passava neanche il più timido bagliore di una luce accesa. Evidentemente, Giulia aveva deciso di non tornare. Non ancora.
«Che coglione» ho detto mentre tiravo fuori le chiavi dalla tasca. «Che coglione.»

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Marco Lazzarotto (1979) è nato a Torino. Ha pubblicato i romanzi Le mie cose (Instar 2008, finalista al primo Arturo Bandini Opera Prima) e Il ministero della Bellezza (Indiana 2013). Suoi racconti sono usciti su Delos Science Fiction, ’tina, Effe e Colla.

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il telefono

Un racconto di Ida Amlesú
Numero di battute: 2065

Questo racconto è stato originariamente pubblicato in persiano, sull’ultimo numero della rivista iraniana Dastan Mag.

Quando il telefono squillò, il signor Arminio era seduto davanti a un tavolo e pensava. Pensava, nell’ordine, all’America, intesa come continente e non come nazione, ai cani da tartufo, agli idraulici, alle svedesi purché molto bionde, a certi tramonti che si vedono solo dal lungomare, al suffragio universale, e in ultimo all’arrosto con patate che lo aspettava nel forno, gentile omaggio del reparto cibi pronti del supermercato.

Se avesse risposto, avrebbe forse dato inizio a una conversazione così.
Pronto.
Chi parla?

«Chi parla?»

Parlo io. Sono io. Oggi è il sei aprile 1955. Siamo seduti su una panchina e pensiamo che il mondo è troppo piccolo e troppo grande, e che le nostre forze basteranno a vincerlo. Il sole batte su una vetrina e disegna cose e colori che non esistono. Ma quella vetrina noi non la vediamo. Abbiamo un’età che non è la nostra e ci capiamo guardandoci, senza una parola. Siamo giovani e non sappiamo che tutto finirà non nel peggiore, ma solo nel più banale dei modi. Mi hai comprato un ciondolo che non rappresenta nulla, e a me piace. È come se ancora io non avessi un nome: non c’è bisogno di chiamarmi. Sono sempre dove tu sei. E tu con me. Non partirai, non te ne andrai, resterai qui con me come promesso. Non incontrerai nessun altro amore, nessuno ti chiamerà mai per nome. Resterai innominato come io ti ho fatto, e il tuo nome sarà solo: amore. E anche il mio.

A che serve dire chi parla. Non abbiamo nome, perché non ce ne siamo mai andati. Siamo ancora lì, su quella panchina, in quel sei aprile 1955, di fronte a una vetrina muta che si riempie di forme e colori che non esistono. Siamo seduti e pensiamo che il mondo, questo fottuto schifoso mondo, è troppo piccolo e troppo grande e non basterà una forza erculea per domarlo e vincerlo.

Sei tu. Sono io. Parlo io.

Ma il signor Arminio non rispose. Il signor Arminio stava pensando all’America, ai cani, agli idraulici, alle biondissime svedesi, a quei tramonti impossibili in qualunque luogo che non sia il mare, e alle patate, unico grande amore di quel pezzo di arrosto da supermercato.

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Ida Amlesú (1990) è nata a Milano, ha vissuto tra Milano, Parigi e Mosca, dove lavora attualmente come insegnante. Laureata in Filologia Slava e Letteratura Russa, si è dedicata per anni al canto lirico. Suoi racconti sono apparsi sul blog Piazzaemmezza, sulle riviste Nuovi Argomenti e Colla, sull’antologia Ypsilon Tellers (Feltrinelli, 2015). Con il suo romanzo d’esordio, Perdutamente (Nottetempo, 2017), ha vinto il Premio Salerno. Alcune sue traduzioni sono apparse su Nazione Indiana e Nuovi Argomenti.

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piscina vuota di notte

Un racconto di Claudio Bello
Numero di battute: 2306

C’è un tipo seduto vicino alla piscina. Indossa una camicia a fiori e degli occhiali dalla montatura trasparente, che gli stanno malissimo. Siede poi in maniera scomposta: la gamba destra è distesa, l’altra è rivolta invece verso la propria pancia, come in un nodo stretto male. Non è un bell’uomo; piuttosto si direbbe quel curioso esemplare di maschio che, a seconda dei casi, può suscitare tenue interesse oppure disgusto.

Vicino a lui, ormai irrimediabilmente gonfiate dall’umidità, sono poggiate alcune riviste: se ne intravede una sui mondiali di calcio appena cominciati; un’altra è di stampo pornografico; sulle rimanenti, disperse alla rinfusa lì intorno, non perderemo tempo a dilungarci. Si aggiunga 1) che è notte, 2) che il tipo è solo, irrimediabilmente solo, 3) che nella piscina non c’è acqua.

«Si aggiunga
che nella piscina
non c’è acqua.»

L’uomo ha un rapporto singolare con l’acqua: premettendo che per natura non è né malinconico né riflessivo, l’acqua, chissà perché, riesce per magia a trasmettergli emozioni particolari che, con quel pizzico in più di solennità, potremmo senza problemi definire emozioni poetiche, metafisiche, perfino religiose. Che il famigerato senso della vita risieda nell’acqua, per lui è cosa indubbia. Ora, c’è un problema che lo attanaglia: ben conoscendo la propria reazione alla presenza dell’acqua, come dovrebbe sentirsi, invece, di fronte al segno chiarissimo della sua assenza, una piscina vuota? Come dovrebbe comportarsi?

Suda copiosamente: il sudore, è ovvio, ricorda l’acqua, e lui potrebbe forse riempirci la piscina, ma è troppo stupido per pensarci. Ogni tanto dà uno sguardo alla rivista pornografica, soprattutto non sorride mai. La piscina vuota è comunque meglio di un mare vuoto, si dice. O di un oceano cavo. Suda. Poi un grillo accorda la voce, e un urlo di giovane donna tagliuzza il silenzio.

Quando ancora non è alba, ma quasi, l’uomo si alza: sembra risoluto. Si toglie di dosso quegli orrendi occhiali, strappa una pagina dalla rivista pornografica e ve li avvolge dentro. Si intravede un seno stropicciato. Posato a terra il fagotto, eccolo che si avvia. La piscina vuota è sempre vuota, e non dà segno di volersi riempire. Il tipo lo sa, così sale in fretta gli scalini, ondeggia un po’, e finalmente si tuffa dal trampolino. Veramente un bel tuffo di testa.

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Claudio Bello (1993) è nato a Brindisi ma è cresciuto tra quelle rovine contorte e polverose chiamate Roma. Laureato in Lettere, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza. Ha pubblicato la raccolta di racconti Come un groviglio (L’Erudita, 2017), ed è attualmente tra i finalisti del Premio Chiara Giovani 2018.

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eleganza

Un racconto di Giovanni Zagni
Numero di battute: 2471

La domenica mattina, quando ero bambino, mio padre mi portava a fare un giro mentre la mamma andava in chiesa. Anche mio padre andava in chiesa, ma non nella stessa della mamma, e il motivo, avrei scoperto molti anni dopo, era che aveva litigato con il parroco sulla comunione ai divorziati. I miei genitori non erano divorziati, ma mio padre era così, tendeva a prendere sul personale questioni di principio che non interessavano a nessuno. Era buono, serio, rigido. Quindi io andavo a messa la sera con lui, in un’altra chiesa, e la domenica mattina andavamo giù insieme per corso Buenos Aires, a piedi, a guardare le vetrine.

Non compravamo mai nulla. Non ricordo di essere mai entrato, con lui, in un negozio di scarpe o di vestiti o di biciclette. Per me, le cose in vetrina erano come i quadri di un museo.

«Era buono,
serio, rigido.»

Non so nemmeno quando, o come, mio padre fece capire che anche solo l’ingresso, preludio all’ancor più implausibile acquisto, non erano cosa per me, per noi. Ma succedeva ogni tanto che, la sera, mia mamma dicesse qualcosa mentre eravamo a cena noi tre, in cucina, e mio padre voltasse lo sguardo come per fissare un punto lontano fuori dalla finestra, pensoso e tranquillo come sempre. Diceva: «Non ce lo possiamo permettere»; oppure: «Eh, se ce lo potessimo permettere».

Mi vestivo sempre con cose di seconda o terza mano che mia mamma recuperava chissà dove. Così per anni il massimo dell’eleganza per me è stata una Polo azzurra. L’avevo comprata lì in corso Buenos Aires l’ultimo anno delle superiori. Chissà per quale colpo di fortuna, mi ero ritrovato in tasca duecentomila lire. Forse un qualche parente lontano e mai più rivisto. Il negozio mi fece l’impressione di un posto troppo grande e pulito, roba da ricchi. Provai la Polo in fretta, perché avevo paura di far perdere tempo alla commessa. Comprai anche un paio di jeans il cui prezzo mi sembrava favoloso. Mentre pagavo, non riuscivo a togliermi dalla testa l’impressione che mi stessero fregando.

Il giorno dopo, tornai a casa da scuola indossando il mio completo nuovo. Avevo pensato di tenerlo per qualche occasione migliore, che so, un’uscita con una ragazza, ma poi mi ero detto che vestirmi così per un giorno non lo avrebbe rovinato troppo.

All’ingresso in salotto mio padre, ancora in abito da lavoro, mi guardò e poi abbassò gli occhi sugli scarponi sporchi di vernice. «Che sior» disse nel suo dialetto: senza ironia, ma come stupefatto. Fu come se la vergogna mi dovesse sopravvivere.

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Giovanni Zagni (Mantova, 1986). Ha un dottorato in Filologia romanza, lavora a Milano come giornalista. È il direttore del progetto di fact-checking Pagella Politica. Questo è il suo primo racconto.

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fino a tre

Un racconto di Riccardo Meozzi
Numero di battute: 2497

L’amore finì quando un amico ci parlò di convivenza e Giulia mi scostò la birra dalla bocca, che colpì le gengive e tagliò la carne. Persi un po’ di sangue, e per qualche minuto non parlai.
In bagno, mentre mi tamponava la bocca con un asciugamano, Giulia disse che avevo bevuto troppo. Mentre lei continuava a parlare e premeva la stoffa sulla carne viva io guardavo la parete. Sentivo il piacevole formicolio del dolore e quello alla punta delle dita, quando l’alcol è in circolo ma non fa ancora biascicare.

Mi sforzavo di ascoltare le sue ragioni.
«Finiscila con le sbronze del sabato. Non sei un sedicenne.»
«Ma no amore, non sono ubriaco.»

Giulia continuò a premere, ma non parlava più. Era meglio il silenzio piuttosto che portare avanti una serie di rimproveri sempre più sbiaditi. Aveva un buon profumo, lo stesso da un anno, che teneva in una boccetta sopra il comodino e che non mancava mai di indossare. Le donne adulte le riconosci dal profumo, pensai, come gli uomini che hanno appena bevuto.

«Nessuno conosceva questa storia, neppure Giulia.»

Quand’ero bambino un’amica di mia madre aveva sposato un alcolista. Mia madre le voleva bene, e le prometteva di andare a trovarla. Quando usciva per andare dall’amica diceva a mio padre che era per una buona causa, che non voleva farla sentire sola. A quel punto entrambi scuotevano la testa, dicevano che l’amica era una poveretta, e che essere un alcolista ti trasforma in un mostro. Rimasto solo con mio padre, poi, vibravo di paura per mia madre, così sicura e tranquilla nell’avventurarsi nella tana del mostro. La sua pietà mi lasciava perplesso.

Una volta mia madre mi portò con sé. Avevo sette anni, mio padre era a Vienna ed era inverno. Ero terrorizzato, e le tenni la mano per tutto il tragitto. Quando entrammo nella casa dell’alcolista sua moglie ci fece accomodare e mi mise in mano un Game Boy. Era sola, e abbracciò mia madre. Per un po’ mi concentrai sulle loro chiacchiere, ma alla fine persi interesse e giocai.

Quando il marito della donna entrò sobbalzai e mi venne da piangere. L’uomo, più piccolo di mio padre, baciò mia madre sulle guance e si avvicinò alla moglie.
«Come stai?» gli chiese lei. «Va meglio?»
Lui le sorrise e si sedette con loro. Parlarono come fanno gli adulti in presenza dei bambini, abbassando la voce e incurvando le spalle.

Nessuno conosceva questa storia, neppure Giulia, che rimaneva in silenzio. Dopo qualche minuto tolse l’asciugamano e diede un’occhiata alla gengiva. Aveva l’aria indifferente, e mi decisi a contare fino a tre.
Uno, due, tre. Fine.

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Riccardo Meozzi (1994) è nato a Città di Castello. Studia Italianistica all’università di Bologna, dove vive. Suoi racconti sono usciti nell’antologia La Paura (Autodafé edizioni) e nelle riviste L’Irrequieto e Verde.

Luigi Tuveri racconto

verso casa

Un racconto di Luigi Antioco Tuveri
Numero di battute: 2494

Dopo le sette c’è un autobus ogni mezz’ora. Anna torna dal lavoro e cammina. Abita in un monolocale alle case nuove, quelle costruite oltre il capolinea della metropolitana. Molte abitazioni sono vuote e spesso arriva gente nuova. Per capire che persone siano, Anna guarda cosa esce dai camion e pensa che le sarebbe piaciuto fare un trasloco vero, arrivare con qualcuno, invece il giorno che ha lasciato la casa della madre, l’è bastato riempire qualche valigia. L’ha aiutata il fratello a portar la roba.

Dopo l’ultima fermata ci sono campi incolti, orti abusivi e auto posteggiate. I marciapiedi terminano in nodi di cespugli e cumuli d’immondizia. È un territorio di topi e di cornacchie, di fumo che si alza nella macchia suburbana, di odori acri che pungono la gola. Sono stati costruiti anche edifici che forniranno servizi alla comunità, ma per ora sono inutilizzati. Sacchi amniotici gonfi d’aria morta con nessuno dentro se non, immagina Anna, echi strozzati dalle esalazioni delle vernici.

In piedi sui telai di rinforzo con cui hanno ingabbiato i fusti di giovani alberelli d’arredo urbano, ci sono i ragazzi. Stanno in branco a urlare verso le finestre del carcere minorile. Fumano, bevono birra, si speronano con le bici a noleggio del municipio. Sono giovani e arrabbiati, tatuati. Rasati, meticci, segnano le panchine coi coltelli.

«A ogni piano, Anna esprime
un desiderio.»

Anna passa in mezzo, la strada è quella. Sente le parolacce, i rutti, le grida di vendetta. Il fatto che nel branco, di solito, ci sia qualche ragazza la rassicura. Un passo dopo l’altro supera quel muro, attraversa uno spiazzo, cammina di fianco alle ruspe e avvista il palazzo. Sorpassa le fermate che avrebbe potuto fare con l’autobus, prende le chiavi dalla borsa, osserva il tasto intonso del citofono ed entra nel giardino condominiale. Alza gli occhi per vedere quanti sono i vetri illuminati, magari è arrivato un nuovo inquilino, una nuova famiglia. Segue i labirinti tra le aiuole ancora da seminare ed entra nell’androne.

Il monolocale è all’ultimo piano. L’ascensore è fuori uso, ha detto il geometra che prima devono collaudarlo. Sono dieci piani. A ogni piano, Anna esprime un desiderio. Le piace fare questo gioco: tampona la fatica, le ferite, la trattiene in un respiro piacevole. Al sesto piano, una porta si apre di colpo. Anna si ferma. Ciao, le fa con la mano una bimba minuscola. Si sorridono. Anna poi prosegue: i piedi sugli scalini e i desideri tra la pancia e gli occhi. Dalla finestrella del pianerottolo entra la luce.

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Luigi Antioco Tuveri (Milano, 1964). Perito Industriale, tre figli. Ha pubblicato racconti in riviste e raccolte. Tra questi: L’altra porta (Terre di Mezzo), La terra al tempo dei mondiali (Autodafé), Che ti fummo affidati dalla pietà celeste (Cadillac). 

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a pagina 174

Un racconto di Michele Giordano
Numero di battute: 2347

Il professore guarda il libro davanti a sé.
«Andate a pagina 174» dice.
Disciplinati, gli studenti eseguono.
«Oggi parliamo di meraviglioso e di strano. Lo studioso bulgaro Tzvetan Todorov sostiene che la narrativa fantastica riguarda da una parte storie tratte da un mondo estraneo alla realtà di tutti i giorni...»
«Come la favola dei tre porcellini che abbiamo letto ieri?» domanda Aloia.

«Oink!» commenta Bucci.
«Sì» conferma il professore, ignorando lo spiritoso, «bravo Aloia.» Poi aggiunge: «dall’altra parte, la narrativa fantastica riguarda storie in apparenza saldamente ancorate alla realtà quotidiana…».
«Oink!» insiste Bucci.
«Va bene, Bucci» dice il professore senza scomporsi, «ti sei meritato una nota» e si accinge a scriverla al computer di classe.

«Utente» chiede il computer.
«Giordano.»
«Password.»
«nespola.»
Si aspetta il solito «Benvenuto, Giordano Michele», ma legge «Benvenuto, Lupo Michele». Che pasticci fa il server?

«Benvenuto,
Lupo Michele.»

Ma non fa in tempo a pensarci sopra: le mani sulla tastiera sono diventate pelose e le dita hanno grinfie adunche. Solleva lo sguardo: una ventina di porcellini, seduti ai banchi, grugnisce.
Sente un prepotente languore. Deglutisce senza volerlo, mentre i porcellini ammutoliscono. Prova più disappunto o più appetito? Gli spiace mangiare i suoi studenti, ma neanche tanto.
Prova a resistere. Facile a dire. Guarda Romani: che bocconcino! E Aloia? Bravo, ma soprattutto buono. Ha fame. Una fame da lupo.

Un momento, però. Quel residuo di professor Giordano che resiste in Michele il Lupo concepisce un pensiero. Guarda il libro sulla cattedra aperto a pagina 174 e legge: «L’avvenimento strano si spiega come illusione dei sensi o come proiezione della psiche umana, in quanto esseri misteriosi e fenomeni inspiegabili si inseriscono in una realtà apparentemente normale».
Freneticamente scorre il libro fino a pagina 338: «Il termine realismo viene applicato a opere del Medioevo, dell’Ottocento e del Novecento, che mirano a ricreare in letteratura situazioni di vita e personaggi verosimili, inseriti in un determinato contesto spaziale e temporale (in caso contrario, siamo nell’ambito del fiabesco e del fantastico)». A questo punto guarda gli studenti.

«Ragazzi» dichiara, «parliamo del realismo.»
«Ma stavamo parlando dello strano» protesta Aloia.
«Meglio di no» risponde il professore, «credetemi, è meglio di no.»

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Michele Giordano (1952) è nato a Milano e ha dedicato molti dei suoi anni (ma non tutti) all’insegnamento. Ha pubblicato un romanzo (Come i funghi sbronzi d’acqua, Robin 2011) e un racconto lungo ricavato da una storia vera (Una selvaggia normalità, Franco Angeli 2012). Il suo sito personale è parolescritte.it.