Pastrengo Agenzia Letteraria

Category Archives: Rivista


racconto mirco roncoroni

autolavaggio

Un racconto di Mirco Roncoroni
Numero di battute: 2435

«Pulire l’auto di qualcuno è come pulirgli la coscienza…»
Mi parlava senza distogliere lo sguardo dalla carrozzeria. Vidi la fronte imperlata di sudore e vapore acqueo, l’idropulitrice imbracciata come un fucile a pompa.
«Quando la restituisci la vogliono trovare linda, immacolata...»

Vidi il labbro inferiore inarcarsi, le narici divaricarsi, un’ombra di disgusto dipingergli gravemente il viso, i nervi a fior di pelle e poi swam! Esplose un colpo di acqua compressa contro la vettura. Vidi le ampie volute al detergente riempire il garage e scheggiarsi di arcobaleno, colpite dai resti del sole penetrati nel rotto della finestra.

Cessato il fuoco d’acqua, la bocca si distese in un ghigno e il fucile scivolò in una sola mano, rivolto a terra gocciolante. Vidi quel corpo scolpito nel vapore, come risorto dagli scarichi, dai rivoli di chimica detersiva che correvano giù nel ventre putrido della terra. Un castigatore generato nel seminterrato fradicio di una stazione di servizio, sul margine di una provinciale tra due rotatorie, tutt’intorno campi e piante di granturco bruciate dal sole.

«Tutt’intorno campi e piante
di granturco bruciate dal sole.»

Bruciassero, quelle figlie di puttana! E tu con loro!
La bestia umana ansimava nella sua tana, in quel pozzo nero di coscienze da ripulire, randagie, irredente. L’idropulitrice il suo fucile, la purga da somministrare.
Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio.
E te lo pianto in gola!
Vidi i suoi occhi spalancati e vuoti guardarmi, due fari spenti nella nebbia. Un fremito freddo prese a galopparmi la schiena.

«Mi segui ragazzo?»
Il suono di quelle parole mi svegliò di soprassalto da un sonno in cui non ero certo di essere caduto. Il vapore diradava e riconobbi la stessa sagoma pingue e inoffensiva che avevo scorto appena sceso nella rimessa.
«Sono i particolari che contano… Gli aloni agli angoli del parabrezza, la maledetta acqua che sgocciola dalle fessure degli specchietti e lascia una riga di calcare sulla portiera, i residui incrostati dei cazzo di insetti spiaccicati sui fanali…»

Mi parlava senza distogliere lo sguardo dalla carrozzeria. Annuii provando ad abbozzare un sorriso complice. Vidi il labbro, le narici e ogni cellula di quel corpo predisporsi a un nuovo colpo, storpiarsi nel riflesso dei cristalli. Tornai sul piazzale della stazione. Il fiato caldo e stagnante del cemento opprimeva il respiro. Oltre i campi di granturco, un grumo di nuvole livide cominciava a rampicare il cielo.

Mirco Roncoroni Bio

Mirco Roncoroni (1989) vive e lavora a Bergamo. È stato caporedattore di Ctrl magazine e coautore del libro Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza (Ctrl Books, 2018). È il vincitore del secondo bando della rivista The FLR per un racconto inedito e del concorso Luberg 2019. Ha fondato il blog Salmuria.

sonia di palma racconto

la bestia

Un racconto di Sonia Di Palma
Numero di battute: 2492

Quando lei gli disse che il loro cane ultimamente le ringhiava contro, che per questo motivo aveva preso a chiamarlo la bestia, lui ribatté che avrebbe dovuto rispettarlo di più a cominciare dal nome, e che forse era soltanto geloso del bambino nato da poco.

Lei, la mattina seguente, prese dalla culla il bambino che piangeva e con le lenzuola da lavare sotto al braccio si diresse giù in cantina, dove trovò la bestia, che appena li vide rizzò il pelo e mostrò i denti, come se li stesse aspettando. Maledisse se stessa per la leggerezza con cui la sera prima aveva affrontato la questione, perché si sentiva ostaggio in casa sua: era evidente che la bestia non la perdeva d’occhio un istante, e sembrava anticipare le sue mosse.

Non sapendo che fare, raggelata, pian piano fece le scale a ritroso, reggendosi alla ringhiera con una mano e sorreggendo il figlio con l’altra. Una volta arrivata in cima cercò di chiudere la porta per potersi mettere al sicuro, ma la bestia in tre balzi la assalì. Cadde a terra e sbatté la testa, mentre la bestia schiumando bava tirò via il bambino in lacrime da sopra il corpo di lei. Lo trascinò nella sua cuccia, dopodiché tornò dalla donna intontita, le ringhiò contro e affondò i denti nel suo polpaccio.

«La bestia
non la perdeva d’occhio
un istante.»

Il marito, rincasato in quel momento, vedendo la scena si scagliò contro l’animale, e gli ruppe in testa un pesante soprammobile. Poi chiamò i soccorsi, e a quel punto non poté che prendere atto della minaccia. Ricordò quando lo aveva preso con sé, terzo di una cucciolata di sette, di cui il proprietario voleva sbarazzarsi dicendo che era strano, perché ringhiava a tutti quelli che si avvicinavano alla madre o ai fratelli, come se avesse un talento speciale per l’accudimento. Eppure, da quando viveva con lui gli aveva dato solo affetto incondizionato, e proprio per questo aveva deciso di portarselo nella nuova casa dopo essersi sposato. Purtroppo adesso era tutto cambiato, e così a malincuore lasciò che le autorità veterinarie lo sopprimessero.

Tempo dopo, una mattina, quando per fortuna tutto sembrava essere dietro le loro spalle, la donna si svegliò, e notò che era proprio una bella giornata. Di quelle da ricordare. Tirò via le lenzuola dal letto e prese dolcemente il figlio dalla culla per non svegliarlo. Scese in cantina e indisturbata, dato che non c’era più la bestia a impedire quello che voleva fare da tempo, si avvicinò alla lavatrice, aprì l’oblò, infilò dentro suo figlio, e azionò il tasto di accensione della macchina.

sonia di palma bio

Sonia Di Palma (1979) nasce e vive a Fucecchio, in provincia di Firenze. Laureata in Giurisprudenza, è allieva della Scuola Carver di Livorno. La sua prima raccolta di racconti uscirà per la casa editrice Valigie Rosse nel 2020.

racconto stefano morleschi

l’ attesa

Un racconto di Stefano Morleschi
Numero di battute: 2048

Bazzicando a vela il Mediterraneo ero capitato su un’isola dove la gente, forse per sfuggire il sole martellante, trascorre le giornate dentro il proprio garage, sovente trasformato in vera abitazione, o magari bottega. In ogni caso una sorta di osservatorio, affacciato sul piccolo mondo costituito da uno scorcio di strada. Nel complesso una popolazione chiusa, diffidente.

Soltanto con due anziani, anche loro intenti a sbirciare l’esterno seduti nell’ombra del garage, ero riuscito a scambiare qualche parola. Il più vicino alla strada era un uomo corpulento, sulla settantina, l’altro, accovacciato sopra uno sgabello in penombra sul fondo del box, sembrava più asciutto, forse un po’ meno attempato. Una specie di calzino nero gli rivestiva quel che restava di una delle mani.

Il loro garage, piccolo, quasi interamente occupato da una Vauxhall scarlatta – probabile residuo della dominazione britannica – per metà ricoperta da un telo, pareva l’unico destinato alla sua vera funzione.

«Ma voi qui
che cosa fate?»

Quello che colpiva lì dentro, però, erano le pareti, tappezzate a perdita d’occhio di fotografie di volti, perlopiù in bianco e nero, formato tessera. Alcune ricordavano certi annunci funebri.

«Chi sono?»
Mi rispose l’uomo corpulento, con uno sguardo ilare: «Sono tutti morti!».
Anche il monco, annuì divertito.
«Tutta gente dell’isola? Vostri parenti?»
L’omone annuì, poi scosse la testa: «Non solo…» allargando le braccia in un gesto che pareva includere una generosa porzione dell’umanità defunta.

A campione, mi indicò alcuni di quei volti. Si andava dai semplici cittadini a Adolf Hitler, passando per Stalin, Churchill o la Thatcher. Fra i trapassati, oltre a politici e isolani, riconobbi un pilota di Formula 1, attori, e qualche celebre cantante del passato.

«Ma voi qui che cosa fate?»
«Aspettiamo.»
«Aspettate cosa?»
Giù una risata.
Accennarono alla parete, appuntando gli sguardi che fino a un attimo prima, nella penombra del garage, circolavano a vuoto, sull’unico spazio rimasto libero sui muri.
E giù un’altra risata.
Lì, in effetti, c’era posto per due.

stefano morleschi foto

Stefano Morleschi (1954) è nato a Genova. Ha pubblicato la raccolta Rue de l’Aiguillerie (Moby Dick, 2013), suoi racconti compaiono nell’antologia Mangia, Scrivi, Eataly (Eataly, 2015), curata dalla scuola Holden, e in Rivista Letteraria n.4-5. È autore anche di aforismi pubblicati con gli editori Josef Weiss e Pulcinoelefante.

alberto lucchini racconto

il sogno di nullità

Un racconto di Alberto Lucchini
Numero di battute: 2345

Il pazzo del paese se ne stava al bar come tutti i giorni. Fuori il tempo non prometteva sole, ma lui era seduto sulla sua sedia e di fronte teneva un bicchiere di bianco. Se ne stava a osservare la poca vita attorno a lui, e nient’altro. Lo si vedeva sempre in giro e chiedeva di accendere. Si chiamava Nullità. Quando mi capitava di passare per il paese era una presenza fissa, con la sua faccia persa e incisa dagli anni.

Un giorno, era l’inizio di aprile se non sbaglio, mi fermai con il mio furgone di fronte a un negozio. Nullità mi passò vicino e mi chiese se avessi da accendere. Non parlava, sussurrava, come se la sua presenza al mondo andasse giustificata.

«Ce ne andiamo
a spasso.»

«Ce ne andiamo a spasso» gli dissi. Nullità non disse nulla e salì.

Partimmo e arrivammo a Lugano. Parcheggiai vicino al lago, con le montagne in lontananza a fare da cornice. Nullità osservava tutto come una bestia impaurita e chiedeva di accendere. Quando ripresi il furgone ci dirigemmo verso Nord. A Düsseldorf ci mettemmo lungo il Reno a bere birra sotto un sole tiepido e Nullità era affascinato dalle grosse navi merci che battevano il fiume.

Il giorno dopo virammo verso Amsterdam. A Nullità piacevano molto i ponti sull’Amstel e la gente sfrecciare in bicicletta. Vidi che era meno spaventato e annusava l’aria con curiosità. La sera in piazza Dam ci fermammo in un ristornate argentino. Nullità si fece portare due porzioni di patate arrosto e una bistecca. Digerito il tutto riprendemmo il furgone e cambiammo rotta, verso Sud. Tornammo sui nostri passi e arrivammo a Praga e poi verso l’infinita costa francese e arrivammo a Barcellona. Lasciammo l’auto sul lungo mare e ci buttammo sulle Ramblas. Ci fermammo a mangiare in una trattoria molto piccola. Ordinammo due enormi porzioni di paella, una con il nero di seppia. Le mangiammo irrorandole con il limone e Nullità per la prima volta sorrise alla vita.

La mattina dopo Nullità cominciava a essere stanco, lo notai fissando quella sua faccia estranea al presente. Guidai ininterrottamente e senza pause e arrivammo al paese mentre le campane della chiesa suonavano per la messa. Lasciai Nullità di fronte al solito bar. Scese dal furgone e si girò verso di me chiedendomi di accendere. Come al solito gli allungai la mano con l’accendino e lui dopo aver aspirato il fumo della sigaretta mi disse soltanto:
«Grazie».

Alberto Lucchini bio

Alberto Lucchini è nato a Pavia nel 1983. Dopo la laurea ha deciso di fare l’impiegato come hobby, spaziando dal politetrafluoroetilene microporoso ai bagni mobili fino alla microincapsulazione. Ha pubblicato un racconto sulla rivista Grado zero.

racconto donata cucchi

ho perso il cane

Un racconto di Donata Cucchi
Numero di battute: 2436

«Ho perso il cane.» Lo disse d’un fiato, con coraggio, mentre guidava. Lo disse con coraggio e forse sfida, nell’odore umido di novembre che entrava dal finestrino un po’ abbassato, le foglie malate, la sua voce incrinata, il profumo della sigaretta. Fuma quando è in difficoltà, quando qualcosa si sposta dall’asse che lei faticosamente tiene centrata, ogni giorno con sforzo, ogni momento potrei dire, mentre i suoi occhi dilatati, verdi e d’oro si muovono nel turbine delle parole, nella provvidenza della sua intelligenza – che sempre la salva – sempre o quasi – o forse mai – in quella lotta che è la sua vita, un travaglio multiforme di inquietudine, paura, debolezze improvvise, angoscia che arriva imprevista e prevedibile a cena, di notte, al mattino nel disordine della nostra casa dove lei in vestaglia di lana cammina spettinata e bellissima tra il bricco del tè, il computer acceso, gli appuntamenti con i pazienti che riceve nella stanza azzurra dove anch’io sono stato.

Era stata la mia psicologa, ci credereste, c’eravamo conosciuti così, andavo da lei due volte a settimana. La prima cosa era il suo sorriso sulla porta, la seconda il soggiorno con i resti del pranzo, la tovaglia sul tavolo per metà, i giochi della gatta sparsi su un parquet di rovere.

«Poi, di nuovo,
il mondo cambiava.»

Mi irritava allora che il mio cane non potesse entrare. Era un bassotto insolitamente mite, molto piccolo e leggero. Non avrebbe ringhiato alla gatta, la strega sottile che scivolava verso l’alto su mobili e scaffali, avrei potuto tenerlo in braccio, che fastidio le dava. Invece il mio cane restava fuori e la gatta scorrazzava dentro, io guardavo la parete slavata del suo studio e pensavo che la mia vita doveva essere diventata proprio patetica se avevo scelto di fare affidamento su una così. Poi, di nuovo, il mondo cambiava. Era il modo in cui nel parlare lei sfilava all’improvviso l’elastico dai capelli scuri, era il suo mutare in creatura temibile e veggente.

«Ma tu perché me l’hai affidato?» Questo invece lo disse con rammarico e crudeltà, a un semaforo, mentre frenava. Si voltò nel suono della domanda, difficile individuare su quale parola, sulla curva del punto interrogativo potrei dire. Era una jazzista in tutta la sua pazzia. Certo, una jazzista, lo capii in quel momento. Sapeva i tempi. Prendeva quello che c’è – non solo le note felici, liquide e magnifiche, ma tutto, la sua fatica, la mia miseria, l’ambiguità di quella perdita – e rilanciava.

Donata Cucchi bio

Donata Cucchi (1974) è laureata in filosofia e lavora per Zanichelli dal 2005. Ha collaborato con diverse case editrici e scrive articoli di arte e cultura per «La Ricerca», di Loescher. Da alcuni anni si dedica alla fotografia e alla pratica teatrale. Vive a Bologna.

racconto matteo gravina

drink

Un racconto di Matteo Gravina
Numero di battute: 2491

Se avesse potuto osservare la scena dall’esterno, l’avrebbe definita triste. Nessuno che non abbia sbagliato un numero incalcolabile di scelte nella vita se ne sta fermo a un tavolo di un bar a fissare il drink mezzo vuoto con lo sguardo vuoto per davvero. Avrebbe voluto ricominciare di nuovo, e lo voleva perché era proprio a quel tavolo che era iniziato, quando lei aveva sorriso.

E lei sorrise ancora, comparendo da dietro l’angolo della sala e camminando verso il suo tavolo. Era bella come il primo giorno.

«Che bevi?» chiese appena seduta.
«Gin e soda. Un Tom Collins» disse assaggiandolo. «Ricordi questo posto?»
Lei, senza chiedere permesso, gli rubò un po’ di drink. «Ci siamo conosciuti qui.»
«Quattro anni fa. Mancava poco a Capodanno.» 
Lei annuì con forza. «Sarebbe più corretto dire che ci siamo conosciuti alla tua festa.»
«Ma così diventa una storia banale.»
«Che storia?»
«La nostra.»

Lei decise di prendere un altro sorso del suo drink. «Scrivi ancora quindi?» chiese.
«No, non più. Non ho più molti pensieri per la testa.»
«È un bene o un male?»
«Non so. Servono, anche se è una cosa che mi hai sempre rimproverato.»

«Vuoi sapere
una cosa strana?»

«Sei qui per recriminare?» chiese lei guardandolo di traverso.
«No» rispose convinto. «Volevo solo evocare un nostro ricordo. Ho come l’impressione che avremmo potuto averne di più» rifletté lui.
«Abbiamo fatto molte cene romantiche però» gli fece notare e bevve. «Una anche qui, in effetti.»

Lui sorrise e si riprese il bicchiere con più ghiaccio che liquido. «Vuoi sapere una cosa strana?»
Annuì con gli occhi aperti come quelli di una bambina a cui si sta per raccontare qualcosa di incredibile.
«Non mi è mai piaciuto il gin. Né la soda. Non berrei né l’uno né l’altra. Però questo mi piace.»
«Pensi stiano bene insieme?»
Lui prese una profonda sorsata, quasi a finirlo. Ma ne rimase ancora un po’ sul fondo. «Non sono ingredienti facili, però magari possono trovare il loro equilibrio.»

Lei sorrise dolcemente. Gli accarezzò le dita che tenevano il bicchiere e glielo rubò dalle mani. Lui riconobbe lo sguardo della sfida. Strinse il vetro tra le labbra con forza, esitando. Poi mandò giù il Tom Collins fino all’ultima goccia. «E ora che farai?»

Sapeva la risposta a questa domanda nel preciso momento in cui lei si era seduta. «Credo proprio che me ne prenderò un altro. Lo vuoi?»
Lei girò la testa di lato, sorridendo e abbassando il mento così da mostrare il profilo e le linee del sorriso sulla guancia.
La guardò a lungo, e senza distrarsi fece un cenno al cameriere.

gravina matteo bio

Matteo Gravina (1996) è nato a Bassano del Grappa ed è da sempre appassionato di storia antica. Ha frequentato il biennio di Storytelling e Perfoming Arts alla Scuola Holden e attualmente studia Scienze Politiche all’Università degli Studi di Padova.

racconto de pascale daria

una ristrutturazione

Un racconto di Daria De Pascale
Numero di battute: 2470

All’inizio era come se spostassero dei mobili.
Mi svegliavo all’una, alle due del mattino, e rimanevo ad ascoltare il rumore di divani e armadi che strisciavano sul pavimento. Seguivo le linee della greca sul soffitto della mia stanza e aspettavo che il sonno tornasse.
Poi sembrò più come una ristrutturazione.

Dal mattino fino al tardo pomeriggio si trascinava, batteva, spezzava sopra la mia testa, e quei rumori violenti, sempre inaspettati, mi martellavano le tempie, mi disturbavano in un modo istintivo che non avrei saputo spiegare.

Nessuno però sembrava accorgersene. Salendo con la spesa in ascensore, chiesi alla signora dell’attico se avesse sentito quei vicini, la signora delicata dal sorriso tremolante e il marito imponente e compassato. Lei scosse il caschetto biondo.
«No, ma in questi casi si informa il condominio. È proprio così forte?»
Scossi a mia volta la testa, e lei prese a parlare del tempo.
Mi chiesi se fossi l’unica a vivere lì dentro.

Un giorno incrociai l’uomo del piano di sopra. Pensai subito di parlargli del rumore, ma poi lo guardai meglio: aveva addosso vestiti lisi, sporchi, macchiati in più punti, e delle occhiaie spesse gli incombevano sul volto smagrito. Portava un borsone marrone, che strinse di più a sé quando mi vide.

«Doveva essere
un brutto momento.»

Doveva essere un brutto momento, così gli lanciai solo un’occhiata sostenuta, a cui lui rispose scrutandomi con gli occhi sgranati. Solo quando fu uscito mi raggiunse l’odore che si era lasciato alle spalle: una puzza greve e collosa, come di fogna ma più marcia, che non avevo mai sentito prima. Tanto nauseante che mi è rimasta dentro: posso ancora sentirla nelle narici come allora.

Il rumore cessò, ma quell’odore si diffuse nel palazzo: prima solo al piano di sopra, poi per le scale, finché non ebbe invaso ogni angolo.
Fu questo a farli muovere.
Un pomeriggio tornando vidi il portone transennato, le macchine gialle e blu della polizia ferme in strada con i lampeggianti accesi. In piedi tutt’intorno vicini e curiosi.

Mi fermai accanto alla signora dell’attico.
«Sono entrati nell’appartamento sopra il tuo» mi spiegò a bassa voce, poi mi guardò con la bocca contorta da un disgusto affettato. «Non sai cos’hanno trovato.»

Non erano lavori di ristrutturazione.
L’uomo che avevo incrociato in ingresso aveva ucciso la moglie e aveva continuato a infierire sul corpo per settimane, martoriandolo pezzo per pezzo sopra la mia testa.
Poi era sparito nel nulla: ero stata io l’ultima a incontrarlo.

Bio De Pascale Daria

Daria De Pascale (1989), nata in Puglia e cresciuta a Trento, da sette anni vive a Roma, dove ha studiato Informazione, Editoria, Giornalismo. Collabora con Flanerí.

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le malelingue 

Un racconto di John Satriano
Numero di battute: 2452

Ai tempi del califfo Ma’mun, nella casa di Ahmad al-Daylami, il sultano di Kaskar, le punizioni per comportamenti scorretti venivano inflitte alle concubine in modo esemplare. La sultana stessa governava l’harem, e prendeva decisioni disciplinari dopo essersi consultata con altre donne e ragazze che godevano della sua fiducia.

Ora, due ragazze in particolare erano feroci rivali nell’attirare su se stesse le attenzioni di Ahmad al-Daylami. Si chiamavano Jumanah e Haifa. Ciascuna ragazza, naturalmente, era invidiosa di qualunque segno di favore che l’altra riceveva dal loro padrone. Spesso si scatenavano aspri litigi, e le cose che si dicevano direttamente e anche dietro le spalle l’una dell’altra erano di solito piuttosto cattive. Le due ragazze divennero note come “le malelingue”. Si arrivò al punto in cui non passava giorno senza che tra loro scoppiasse qualche terribile discussione.

Alla fine le altre donne e ragazze non le sopportarono più, e Jumanah e Haifa vennero portate alla presenza della sultana e delle sue consulenti per essere giudicate. Le due rivali sputarono accuse malevole l’una contro l’altra davanti al tribunale, e tale era il livore che dimostrarono reciprocamente che nessun’altra prova contro di loro fu necessaria: il loro comportamento le condannò da solo.

«Furono giudicate colpevoli di aver turbato l’armonia della casa.»

Furono giudicate colpevoli di aver turbato l’armonia della casa: un reato grave. La loro punizione, come abbiamo detto, doveva essere esemplare. E potevano scegliere tra due possibilità: o dichiarare la punizione che ognuna avrebbe voluto vedere inflitta sull’altra, o accettare insieme una punizione inflitta loro in comune da parte del tribunale. Nel primo caso, sarebbe stata applicata la pena ritenuta più raffinata, e la ragazza a essa sottoposta sarebbe diventata la schiava dell’altra. Nel secondo caso, entrambe avrebbero avuto soltanto la punizione comune. E in tutti e due i casi i battibecchi dovevano finire. Jumanah e Haifa erano feroci rivali, ma sagge. Accettarono la punizione inflitta dalla corte.

Quella sera, nella camera da letto del loro padrone, mentre la sultana stessa e Ahmad al-Daylami le guardavano dal loro divano, sorseggiando vino e scambiandosi carezze, le due ragazze, nude, giacevano intrecciate sotto di loro su un tavolino basso coperto di velluto nero, mentre ciascuna muoveva la sua lingua, la sua lingua malvagia, tra le gambe della rivale, fino a che tutte e due non avessero avuto il loro piacere, l’una dall’altra.

JohnSatriano (1)

John Satriano (1954) è uno scrittore e traduttore. Nato a Chicago, ha pubblicato racconti e articoli su riviste italiane e straniere, fra cui Nuovi Argomenti, Panta, Antaeus e Magic Realism.  Le sue traduzioni sono state pubblicate su Harper’s Magazine, Grand Street, City Lights Review e molte altre riviste.  Fra gli autori tradotti: Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Manganelli ed Ennio Flaiano.

arzenton edoardo racconto

incontri ravvicinati del tipo armeno

Un racconto di Edoardo Arzenton
Numero di battute: 2482

Che mi risulti, vi è un unico incontro storicamente documentato, documentato in modo certo, tra terrestri e alieni, un incontro avvenuto molte migliaia di anni fa nel territorio dell’odierna Armenia, nei pressi del fiume Aras o Araxes, e le cose sono andate come segue.

L’umano, l’armeno, è nudo nel fiume, si sta lavando dopo settimane di pascolo delle greggi, quando d’un tratto una luce abbagliante cala dal cielo e squarcia le nuvole. Il tuono che ne segue accompagna l’urlo di un essere che sembra apparire dal nulla sulla sponda sinistra del fiume. L’armeno, immobile per la paura, si è pisciato addosso e ora l’orina scorre a valle trascinata dall’acqua.

«E le cose sono andate come segue.»

Durante i minuti (o i secondi) in cui nessuno dei due parla o si muove, un uccello dal piumaggio arancione simile a un condor, incuriosito dal rumore, viene a posarsi su di un ramo per guardare la scena, ed è a quel punto che l’essere proveniente dallo spazio profondo si erge in tutta la sua altezza, un’altezza considerevole, tanto che l’uccello arancione, abituato agli armeni, che sono bassini, preferisce scansarsi verso la punta del ramo come a dire se butta male io me la filo, poiché la creatura intergalattica è possente come tre armeni uno sopra l’altro.

Poi il terrestre e l’alieno si guardano in un modo che l’uccello arancione, se sapesse comunicare, e comunque in base alla sua esperienza a contatto con gli umani, definirebbe straordinariamente tenero, ignorando che l’uomo e la creatura vedono l’uno negli occhi dell’altro molte cose, alcune incomprensibili: nuclei di stelle morenti, verdi foreste sconfinate, civiltà iper-tecnocratiche, deserti di sabbia, cuccioli di creature estinte uscire assonnati dalle caverne alla fine dell’inverno, ciclopi a bordo di hovercraft, un airone che con le zampe solletica la superficie di un lago.

Evidentemente però le intenzioni della creatura spaziale sono quelle di ripartire al più presto, perché prima del tramonto, senza nessun altro accadimento di rilievo, sparisce com’è apparsa, con un grido dilaniante e uno spettacolare lampo che acceca permanentemente l’uccello, il quale da quel momento avrà bisogno di aiuto anche per i voli più brevi, non potrà più cacciare, né seguire i suoi simili nel periodo della migrazione o ammirare il suo meraviglioso piumaggio. Di lui si prende quindi cura l’armeno, che lo veglia fino al giorno in cui non riesce più a battere le ali, dopodiché lo spenna e con le sue carni nutre la propria famiglia per quasi una settimana.

Edoardo Arzenton bio

Edoardo Arzenton (1988) vive a Vicenza, è sposato e lavora nel mondo della finanza.
Ha pubblicato racconti sulle riviste Gradozero e Yawp. Scrive su un blog che non segue nessuno e in meno di tre anni riuscirà a finire il suo romanzo. Forse. 

salvini rachele racconto

autogrill

Un racconto di Rachele Salvini
Numero di battute: 2315

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui si sarebbe seduto sull’ultima panca della chiesa, in silenzio; che avrebbe stretto tante mani salate dal sudore di inizio luglio, dal velo di sale portato dal libeccio, dalle lacrime scivolate dietro dignitosi occhiali da sole.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui avrebbe accantonato tutte le parole che lei gli aveva detto, non ti amo più, non è questa la vita che voglio, ho conosciuto un altro; e che, dopo anni, lui si sarebbe presentato lo stesso al funerale della nonna di lei.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui avrebbe sorriso a tutti, senza alcuna pretesa, dopo essersi alzato al mattino presto e aver guidato da Milano fino a Livorno, fermandosi a un paio di autogrill lungo la strada, per un caffè o per fare pipì; le interminabili ore di guida che si srotolavano come una patetica caricatura della sua vita dopo lei: anni passati con un buco da riempire tra le distrazioni del lavoro, della vita sociale, di altre relazioni fallite.

«Nessuno sapeva – men che meno io.»

Nessuno sapeva – men che meno io – che nella sua camicia un po’ stropicciata dopo il viaggio e nelle sue occhiaie avrei visto i miei ultimi anni fatti di pizza riscaldata guardando Netflix sul letto, di disavventure su Tinder, di grottesche interazioni con gli ubriachi del bar, di ore passate ad ascoltare amiche disperarsi per relazioni complicate, di momenti in cui mi guardavo allo specchio e dicevo, sono perfettamente contenta di andarmene per i fatti miei incontro al resto della mia vita.

Nessuno sapeva – men che meno io – che avrei infilato i miei dignitosi occhiali da sole nonostante non avessi versato una lacrima per la prevedibile morte, e avrei pensato che in tutto il ciarpame – per ogni grottesca interazione, ogni amica disperata, ogni disavventura su Tinder – c’era qualcuno con la camicia stropicciata e le occhiaie, seduto sull’ultima panca di una chiesa.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lei lo avrebbe abbracciato, lo avrebbe ringraziato, gli avrebbe detto un non dovevi di circostanza; gli avrebbe lanciato un ultimo sguardo mentre lui sorrideva ancora e diceva che avrebbe passato il resto della giornata al mare, prima di ripartire da Livorno a Milano, guidando per ore con un buco da riempire, fermandosi ogni tanto a un autogrill lungo la strada, per un caffè o per fare pipì.

Rachele Salvini foto

Rachele Salvini ha venticinque anni ed è dì Livorno, ma da due anni vive in Oklahoma, dove sta facendo un dottorato in Inglese. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Spaghetti Writers e inutile, mentre altri stanno per essere pubblicati su Risme e Voce del Verbo. La sua traduzione del racconto di Aimee Parkison When Petals Fall on Asphalt Roads sarà pubblicata sul prossimo numero di Lunario.