Un racconto di Luca Iori
Numero di battute: 2357
Il Discorso Lucio gliel’aveva fatto con poche parole secche, e l’aveva finito così: «Tu adesso vai a casa, anche per un mese, se ti serve. Quando torni devi essere a posto, altrimenti ti caccio». Era alto, grosso, senza neanche un capello bianco. Due mani enormi, da contadino. Nel fine settimana andava ad arare i suoi campi, ed era l’uomo più felice e innocuo del mondo. A casa era la stessa persona placida che osservava le zolle di terra smosse, dall’alto di un Landini quattro cilindri.
Ma dal lunedì al venerdì, Lucio Bianconi era il direttore di stabilimento delle Officine Meccaniche Pilastri. La pressione arteriosa saliva, il tono della voce si comprimeva. Era stato scelto per i suoi modi, bruschi ed efficaci. Li aveva appena usati con Filippo durante il Discorso, anche se era uno dei suoi, uno che gli aveva sempre obbedito come un cane.
«L’infallibilità porta in dono
i suoi privilegi.»
Il lavoro di Filippo non era complicato: recepire i cambi di priorità dell’Unico Grande Cliente, e trasmetterli alla produzione. Riordinare i fogli appoggiati sui pallet delle macchine a cinque assi, stampare i documenti, sollecitare i ritardi. Bisognava essere precisi e insensibili; attenti ai cambi di esponente sui disegni, indifferenti alla noia. Ogni pezzo aveva almeno tre nomi: il codice identificativo, la descrizione tecnica, e il modo in cui veniva chiamato in officina. Due in bella vista sugli ordini, l’ultimo oscuro e inaccessibile ai non iniziati.
Tutti sapevano delle medicine. Riguardo al resto, non c’erano mai stati problemi. L’infallibilità porta in dono i suoi privilegi. Filippo li aveva persi in novembre, mentre il capannone era circondato dalla nebbia. Una minuzia, un tre letto prima di un due. Poteva capitare a tutti, invece era successo a lui, che aveva il fiato dolce all’anice e lo sguardo acquoso. La seconda volta si era giustificato con la voce impastata, troppo profonda. Quelli della finitura avevano detto in giro che ormai cominciava a bere dalla mattina. Così, dopo il terzo errore, Lucio gli aveva fatto il Discorso, e poi era passato un mese.
Alla fine dell’esilio, ho visto Filippo entrare dall’ingresso principale, rasato e ben vestito. Molti sapevano già come sarebbe andata a finire. In un paese nessuno riesce davvero a nascondere le cose. Io ero al centralino, stavo sistemando un computer. Ho sentito l’odore del suo dopobarba, e quello più forte del ginepro.
Luca Iori (1983) è nato a Reggio Emilia, dove vive. Si è laureato in Filosofia, ma lavora come tecnico informatico. Ha pubblicato un racconto nell’antologia Sjette dell’associazione Tapirulan.
Un racconto di Laura Minetto
Numero di battute: 2481
Cammina a passo svelto, la testa incassata nelle spalle come avesse sempre freddo, o cercasse in sé un riparo. Del trasloco nell’attico di fronte al mio si era occupata la moglie, aveva gestito il gran viavai in certi pomeriggi allegri, porte sbattute d’ascensore, mobili strascicati nell’androne. Li invidiavo: avevano un inizio.
Feste fino a notte fonda, e il sabato – li guardavo dallo spioncino – tornavano dalla spesa con le guance arrossate dal freddo e le mani screpolate. Lei rideva agitata, così lontana dai modi di lui, posati e oscuri, gli occhi fermi su parole segrete e impronunciabili; forse congelate dal giorno del volo dalla finestra, a undici anni, attutito per caso dalla tenda di sotto. In famiglia avevano preferito non parlarne mai, come la fuga temporanea di un bambino capriccioso con due fragili ali.
Ora lo vedo uscire la mattina presto, mentre bevo sul terrazzo il primo caffè della giornata. Porta ancora il chiodo nero, inadatto al nostro quartiere di loden e cappotti di cammello: borghese è la radice e non il mio pensiero, credo voglia dirci. Fuma sigarette lunghe, lente a sfarsi, che aspira come latte da una tetta mentre cammina a passo svelto, era il passo di mia madre mi ha detto una volta, la voce gli tremava e ho intuito così la natura del suo sguardo sfuggente. Non reticenza, o vizio, ma timore di entrare, di disturbare. Incoraggiato da me gli occhi brillavano, afferravano un aggancio insperato.
Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante. La sera lei è salita su un taxi, con due valigie e una cassetta di gerani, la vite americana, i due nespoli in vaso. Un furgone giorni dopo ha portato via certi quadri e mobili antichi, è un uomo generoso mi ha detto la portinaia.
«Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante.»
Nelle sere d’estate mette una sedia sul balcone rimasto senza piante, e sta lì a leggere, e a fumare, a guardare la città. Più tardi, oltre la parete, lo sento canticchiare, o tossire, e gli sono grata di quei suoni confortevoli, per me e per lui. Ultimamente lei torna a trovarlo, come per assicurarsi che niente covi sotto la cenere. Ha un cane bianco, lo portano a passeggio e lo tiene lui al guinzaglio. Poi se ne vanno in taxi, lei e il cane, verso sera; da giù lei gli manda un bacio, lui alza la mano per afferrarlo; poi resta un po’ sul balcone, a guardare la città o quel che è stato.
A volte ho come la sensazione che la guardi un po’ troppo, con nostalgia delle ali. Poi però rientra, e lo sento che accende la radio, e si prepara la cena.
Laura Minetto è nata a Genova, ha lavorato a Milano come giornalista e ora vive a Livorno, dove frequenta la scuola Carver e scrive come freelance. È autrice di racconti pubblicati su periodici e antologie, oltre che finalista di concorsi letterari. Ha pubblicato il romanzo L’inizio (Edizioni Il grappolo).
Un racconto di Luca Bertolotti
Numero di battute: 1881
A vent’anni anni il mio sogno era farmi mantenere da una splendida e arrapata quarantenne. Solo che avevo già brutti denti da fumatore e il torso breve di chi da piccolo, passando come una meteora nella società dei consumi, non aveva fatto in tempo a mangiare abbastanza.
Per anni la fretta e l’inappetenza mi avevano allontanato dalla tavola. C’erano stati giorni in cui i miei genitori e mio fratello avevano cenato in tre. «Dov’è quell’animale selvatico?», era mia madre a soffrirne maggiormente. Mio padre invece le diceva di portare pazienza. Nessun bambino in Occidente moriva più di fame.
A dieci anni mica mi prendevano. Un giorno saltò fuori la storia dell’apparecchio. Era mattino. Mi tesero un agguato. Ero tutto sudato. Viscido come un anfibio. Una salamandra umana, ecco cos’ero. Non s’era ancora visto al mondo un essere come me. Riuscii a divincolarmi.
Mio padre cercò di starmi dietro, ma aveva gambe come colonne e una pancia a cuspide da bevitore. Mia madre gli urlava dal balcone: «Là! Là! È dietro il cespuglio…».
«Una salamandra umana, ecco cos’ero.»
«Quando torni. Quando torni stasera, vedrai. Tanto prima o poi dovrai venire a dormire» disse papà. Una furia sembrava. Occhi sottili e capillari esplosi. Cuore al galoppo e polmoni a raschiare il fondo del torace. Quel giorno quasi lo uccisi.
«Spenderemo tutto per tuo fratello!» mi urlò dietro mia madre mentre finalmente guadagnavo l’uscita dal cancello e fendevo a falcate l’erba alta davanti a casa. C’era un sole grandioso. Come potevano tenermi fermo, rimpinzarmi di cibo, raddrizzarmi la bocca e mandarmi a nuoto per la scoliosi? Io correvo verso la luce, il calore.
Ora il mio tempo è fatto di figli coscienziosi che a volte mi svegliano per gli incubi a metà notte. È un soriano che vive in appartamento. È una moglie che mi passa l’ammorbidente nei capelli già grigi ripetendomi che sono ancora giovane.
La conta dei contributi le dà ragione.
Luca Bertolotti (1977) è nato a Milano. È autore di La bambina falena (Fandango, 2018). Vive in Brianza e ha due figli. Ha stampato manichini, saldato ferro, fatto il falegname e da anni lavora in ogni ambito in cui ci siano vernici da spruzzare o anche solo da annusare.
Un racconto di Luca Giommoni
Numero di battute: 2429
Appena scorgo Abel al binario, mi nascondo subito dietro a una ragazza, che, diffidente, si allontana. Abel non ci mette molto a notarmi così come io a realizzare che dovrò condividere il viaggio con le sue esagerazioni dette soltanto per riempire pensieri andati persi tra postumi di sabati in provincia.
Abel sistema la custodia con la chitarra e io, da una carrozza di seconda classe, ascolto, anche oggi, il treno riportarmi a casa dopo aver guadagnato il denaro necessario per continuare a lavorare.
Abel sfoglia uno spartito musicale e borbotta una melodia. Mi dice che oggi è la sua ultima lezione. Io mi immagino il sorriso di Virginia Woolf mentre si lascia affogare e dissimulo una certa curiosità.
Abel mi annuncia il suo imminente trasferimento a Berlino per ricongiungersi con la fidanzata già là da settimane. Provo a riprendermi dallo stupore ma già so che, da ora in poi, a ogni aereo che mi volerà sopra la testa, non potrò fare a meno di pensarlo, lì dentro, in viaggio verso possibili lieti fine, a guardare dal finestrino i miei trent’anni spesi a preoccuparmi di disturbare le opportunità.
Mi mostro scettico per capire se fa sul serio e Abel, con un’alzata di spalle, mi cita il Buddha, dicendomi che ci sono solo due errori nella strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire.
«Poi mi lascia
con la mia invidia.»
Prima di scendere, mi saluta come si saluta chi resta indietro, invitandomi a farmi vivo se mai mi trovassi a Berlino. Poi mi lascia con la mia invidia, non più solo per la sua dote di leggere la musica ma anche per la sua risolutezza nel decidere di andarsene.
La sera stessa, decido di redigere una lista di chi ce l’ha fatta e chi no, sperando di farmi stimolare dal potere esplicativo degli sconfitti. E la mattina dopo, tenendomi bene a mente il morire rassegnato, da ispettore doganale, di Melville, riesco a cambiare marca di tabacco, consapevole che una grande impresa inizia con un gesto.
Ci metto del tempo, ma sono quasi a un passo dal guardare le rotaie come un lunghissimo e imprevedibile addio, quando, qualche nuca più in là, vedo Abel aspettare il mio stesso treno.
Berlino è rimandata, dice. Prima deve andare fino in fondo a certe faccende. Oggi, per esempio, deve farsi cento chilometri, andata e ritorno, per riportare, e cambiare, un accendino non funzionante comprato il giorno prima.
Gli chiedo se ha impegni per la sera dopo: vorrei tanto invitarlo a cena.
Abel non va da nessuna parte. Abel rimane.
Luca Giommoni (1985) vive a Firenze e lavora ad Arezzo come insegnante di italiano agli stranieri. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Effe, Narrandom, Spazinclusi, l’Irrequieto, Grado zero, La nuova carne, l’Indiscreto, A Few Words, StreetBook Magazine, Locomotiv. Un suo racconto ha fatto parte della rubrica del Corriere Fiorentino Toscana d’autore, curata da Vanni Santoni. Finalista alla prima edizione del concorso Petrarca.fiv.
Un racconto di Michele Frisia
Numero di battute: 2384
VENDESI zona Loreto ampia mansarda da ristrutturare. Terrazzatissima, luminosissima, libera subito.
Post-it:
Amore, domattina vado a ritirare
gli esami del sangue. Se mi firmi
la delega prendo anche i tuoi
Progetto alternanza scuola-lavoro presso: Studio di commercialisti
Allievo: Martina Camilla Petri
Classe: 3^ Perito Aziendale Corrispondente in Lingue Estere
p. il Dirigente Scolastico: visto si approva
Laboratorio analisi cliniche
Paziente: Ludovica Cervina
Età: anni 37
Provenienza: ambulatorio esterno
Esami beta Hcg: positivi
Referto: gravidanza all’ottava settimana
Sarei interessato alla mansarda zona Loreto, rif annuncio K391. Potete chiamarmi o rispondere a questo SMS? Grazie, Domenico Frigerio
A: studiocommercialisti@frigerio.it
DA: martinacamilla.petri@gmail.com
OGGETTO: malattia
Stamattina ho avuto un leggero malore e per qualche giorno non verrò a svolgere l’alternanza scuola-lavoro.
Grazie, Martina Camilla Petri
«Hai bloccato
il contatto.»
Hai due nuovi messaggi in segreteria. Primo messaggio da Casa Loreto. Secondo messaggio da Agenzia delle entrate.
Post-it:
Amore, ci ho pensato bene
L’unica grande abbastanza
è quella in Loreto
Bacio
Agenzia delle entrate: Domenico, per favore rispondi.
Dottor Frigerio: Ciao. Ho visto che sei malata, spero nulla di grave.
Agenzia delle entrate: Ho bisogno di vederti.
Dottor Frigerio: Eravamo rimasti diversamente, ricordi?
Agenzia delle entrate: Ti devo parlare cazzo. È successa una cosa. Domani riesci?
– Hai bloccato il contatto –
A: agenzia 4, Milano sud
DA: sede centrale
OGGETTO: richiesta di mutuo integrativo
La presente direzione, dopo l’analisi della documentazione presentata dai coniugi Domenico Frigerio e Ludovica Cervina, finalizzata all’acquisto (in regime di comunione dei beni) dell’abitazione civile foglio 37, mappale 111, piano 5°, cat. A/2, da ristrutturare, fornisce parere POSITIVO per la cifra di euro 480.000.
Hai sette nuovi messaggi in segreteria. Tutti da Agenzia delle entrate.
Post-it:
Amore, l’appuntamento in
banca è domani alle 10
Filippo, scusa se ti scrivo a quest’ora ma è urgente. Domani non vengo in studio, però tu dovresti sentire l’avvocato per liberarci della Petri, la ragazzetta della scuola. Lavora male e combina solo disastri
Domenico, considera il problema risolto 😉
Laboratorio analisi cliniche
Paziente: Martina Camilla Petri
Età: anni 16
Provenienza: ambulatorio esterno
Esami beta Hcg: positivi
Referto: gravidanza all’ottava settimana
Michele Frisia (1976), lombardo, laureato in fisica teorica e giurisprudenza, attualmente è perito balistico. Il suo primo libro, un saggio, uscirà nell’autunno 2019 per Dino Audino Editore. Alcuni suoi racconti sono stati o saranno pubblicati su riviste quali Nazione indiana, Carie, Verde e Risme. In passato scriveva racconti di genere e sceneggiature di lungometraggi e serie. È stato editor di alcuni romanzi pubblicati da case editrici indipendenti.
Un racconto di Maria Giulia Mancuso Prizzitano
Numero di battute: 2500
Lo sparo del cannone non aveva più dignità dello sputo sul marciapiede. E così Elvira Spadaro si era messa a riempire il selciato con la sua saliva marcia e luminosa.
Sulla spiaggia due giovani scioglievano braccia e canne alla ricerca di trofei, già sicuri che tornati a casa, con i sacchetti pieni di pesci rachitici, le loro madri li avrebbero chiamati eroi indefessi della quotidiana battaglia contro la noia.
E a Elvira pareva che allungare la bava fino a terra e raggomitolarla da capo fosse un po’ come pescare. Lanciare la rete e tirarla indietro. Gustare la possibilità di una raccolta conquistata con la violenza.
«Chi mali fannu
sti pila?»
Quando all’istituto tecnico quattro ragazze l’avevano rinchiusa dentro il gabbiotto per toccarle la barba sul viso e accorciarla con la pinzetta, «Chi mali fannu sti pila?», «Elvira, laria sei e fai schifo», e continuare a infilare le mani in mezzo alle cosce, «Finitila, che male mi faciti!», «Elvira, e sennò che ci fai?», e onorarla infine, come una santa, dell’inserimento di una zucchina modificata geneticamente (che non era stagione, che la stagione delle zucchine l’estate è), e «Ahi, chi mali ho fatto io?», «Elvira, cu stu cannuni ora sì che qualcosa rappresenti», Elvira Spadaro aveva pensato ai cannoni del lungomare di Pace. Quelli che avevano difeso, secondo alcuni, il regno dall’invasione e, secondo altri, spinto quel regno ad arrendersi.
A qualcosa erano serviti, aveva pensato Elvira Spadaro: un cannone era un cannone, qualsiasi fosse la ragione della sua esistenza. Anche a lei non era importato che per tutta la vita l’avessero chiamata “bidella”, quando invece il suo lavoro era “insegnante di chimica”. Sempre di esistere, si trattava. Nel mondo, soprattutto, esistere.
Poi, al suono della prima serranda che si apriva al giorno, i pescatori si erano girati e l’avevano vista. «Elvira c’è», «Quella co cannuni nmenzu i cosci». Ed Elvira aveva iniziato a sorridere, che la nuova forza riconosciuta se la meritava, che le altre femmine non ce l’avevano. Ma poi uno di loro: «I fimmini che manco fimmini sono, cu tutta da barba ’nta faccia, ne stu munnu non ci potrebbero stare», e a Elvira sulla testa di quello le era venuta voglia di sputare, e di potere o non potere non se ne parlava più.
Alla fine si racconta che pure la spiaggia era sparita in mezzo all’acqua del mare e alla saliva di Elvira; e, nella miscela, anche i due pescatori. Sul fondo, si dice, dove i pesci rachitici dormono, spezzettati e disciolti dentro la culatta impolverata dei cannoni.
Maria Giulia Mancuso Prizzitano (1992) è nata a Palermo, cresciuta a Enna e maturata a Roma, dove si è laureata in cinematografia. A diciassette anni, per due racconti, è stata premiata dal presidente Napolitano e da Umberto Eco. Codirige documentari e, dopo aver conseguito un master in editoria, ha fondato con altre quattro ragazze Momo servizi editoriali.
Un racconto di Giovanni Buttitta
Numero di battute: 2489
Gino le lecca la fica, Franca se la lascia leccare. L’effetto sonoro della lingua di lui mentre strapazza il clitoride, un po’ indolente, di lei, risulta a entrambi molesto.
Lui sbava, s’intrufola, vaga, ritorna indietro. Senza una linea.
«Gino…»
«Uuuh.»
«Domani, lo porti tu Paolino in palestra?»
Gino si stacca, alza lo sguardo, inquadra, andando oltre due seni flosci, un’espressione d’attesa. Dice: «Va bene». Poi, inspira, valuta la tenuta dell’erezione e la regolarità del ritmo cardiaco. Non percepisce aritmie. Inarca la schiena, s’immerge, ritorna al lavoro.
A Franca l’inclinazione della schiena di Gino ricorda il salto con gli sci dal trampolino; e, di rimando, passa in rassegna: suo padre, una tv in bianco e nero, l’eurovisione, gli sci inclinati, la sospensione, un atterraggio; e lei bambina.
Franca stacca sul culo grasso, sospeso in aria, di suo marito; scarta la nuca – di un rosa intenso (tre gradazioni) – sudata, spessa, rasata a zero. Sente la barba che le sta irritando l’interno coscia, emette due gemiti di circostanza.
«Lui sbava, s’intrufola, vaga, ritorna indietro.»
Gino si rialza un filo cianotico, ha il cazzo dritto pronto per l’uso e un pelo pubico appiccicato sotto lo zigomo. Franca lo nota, guarda la pancia; afferra e ripone, senza un motivo, il cellulare abbandonato sul letto.
Lui dice: «Girati».
Franca si gira.
Gino rivaluta di nuovo i suoi battiti, nulla di anomalo. Guarda giù in basso, avvista Franca e ne scandaglia parte del corpo. Affronta i polpacci e un paio di varici; l’area, allargata, di cellulite che dalle cosce continua sul culo. Sfuma lo sguardo sui fianchi pesanti, si ferma lì e si concentra sull’ano.
Gino la penetra mentre lei pensa: “Domani-dentista”.
Gino reitera e lei ripete: «Oh, sì… oh, sì…».
Lui sente il dovere di scaldare l’ambiente, vaglia l’abuso di un “quanto sei troia!”; teme, però, di non risultare credibile.
Si astiene e ripiega su un’ansimante variazione di ritmo.
Lei contrappone un timido: «Ancora…», mentre si chiede se non sta esagerando; pensa a Marisa e a cosa dice di suo marito e si convince che la sua amica è proprio una stronza.
Gino si aggrappa ai fianchi di Franca, le fissa ancora il buco del culo, rimbalza molle sulla sua carne e, poco dopo, eiacula un tot.
Estrae il cazzo, rimane a guardarla.
Passano circa dieci secondi, Franca non varia ancora la posa, resta sui gomiti e sulle ginocchia. Gino si stravacca sul lato destro; lei, un po’ sorpresa, s’appiattisce pigra sul letto.
Franca galleggia, cerca lo sguardo di suo marito, sorride incerta.
Gino si alza.
Giovanni Buttitta inizia a far circolare i suoi lavori nel 2015. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste (Ammatula e Settepagine); altri all’interno di raccolte collettive (Edizioni Leima). Nel 2017, si aggiudica il primo premio del concorso letterario 88.88; è stato tra i finalisti del premio letterario Zeno (2015 e 2017 – sezione “racconti brevi”).
Un racconto di David Bonanni
Numero di battute: 2005
Quella notte aveva dormito decisamente male, forse per via del rubinetto della cucina che continuava a gocciare sul fondo del lavello, nonostante avesse cambiato la guarnizione due giorni prima. Qualcuno col vizio di romanzare la quotidianità avrebbe detto che ne aveva abbastanza delle sconfitte per riuscire a tollerare altre perdite.
Si alzò e si diresse verso il bagno, non accese neanche la luce. Quando ne uscì aveva la vescica vuota e la testa piena di pensieri. Si infilò i suoi soliti panni, compreso quel paio di jeans che avevano un disperato bisogno di un giro di lavatrice. Aprì la porta di casa e venne subito investito da una folata di vento freddo. Non ebbe alcuna reazione, tanto meno esitò a mettersi in cammino.
Procedeva sbilenco ma deciso, come se avesse fretta di raggiungere qualcosa o qualcuno, come se la città avesse già messo in moto tutti i suoi consueti ingranaggi, come se non fossero le sei del mattino.
Rocco ti sei fatto fregare, continuava a ripetere a sé stesso. Ti ha giocato proprio un brutto scherzo, si diceva quasi comprensivo. Rocco, sei stato un vero coglione, chiosava sfinito.
«Era il giorno giusto per farlo.»
Si sentiva schiacciato, cazzo se lo era, ma adesso camminava col piglio di chi ha deciso di venirne fuori. Era il giorno giusto per farlo.
Quando arrivò in prossimità della stazione di servizio aveva tutta l’aria di uno sul punto di commettere una sciocchezza. Probabilmente lo pensò anche il tipo che stava estraendo la pistola del gasolio perché vedendolo si irrigidì in una posa innaturale. Rocco gli passò davanti bofonchiando qualcosa, poi si infilò deciso dentro al chiosco del bar.
Lei era di spalle, intenta a stringere il braccio della macchina del caffè. Lui non era ancora arrivato al bancone quando si girò di scatto, come se lo avesse visto in un riflesso o per un misterioso istinto di sopravvivenza.
«Che diavolo ci fai qui?» gli domandò. «Perché sei venuto?» aggiunse algida.
Fu allora che Rocco pronunciò quelle parole. Fu in quel preciso momento che ne venne fuori davvero.
David Bonanni (1975) è nato e vive a Roma. Dopo la laurea in Economia ha cominciato a occuparsi di fisco e non è più riuscito a uscirne. Ama la scrittura, ma per circa vent’anni non ha buttato giù una riga. Ora intende recuperare il tempo perduto.
Un racconto di Elisabetta Ceroni
Numero di battute: 2278
La testa spunta fuori dall’acqua, apro la bocca inspirando rumorosamente, per poi battere un pugno di rabbia che affonda senza incontrare resistenza. Sento i polmoni scoppiare. Non ce l’ho fatta. Mancano due settimane all’esame e i venticinque metri d’apnea sono una delle prove obbligatorie. Mi tolgo gli occhialini e mi avvicino a bordo vasca dove Paolo, il mio allenatore, si inginocchia, si ravvia i capelli ricci sale e pepe e scuote la testa. «Gaia, non è un problema di capacità. Arrivi a venti metri e ti convinci che se non respiri in quell’istante, muori. Non è così. Appena lo senti, devi pensare: non muoio, scivolo. Non muoio, resisto. Sta tutto lì.»
L’apnea è quasi come morire, e io proprio non capisco la teoria che, se sfiori la morte, ti passa la vita davanti. Quando mi tuffo e scivolo in lungo per la corsia, con il corpo che quasi tocca il fondo, a me davanti non passa proprio niente. Sento solo un istinto primordiale, biologico, la necessità del movimento e dell’ossigeno.
«L’apnea
è quasi
come morire.»
Braccia distese in avanti, apertura laterale, spinta indietro, colpo di gambe, e poi di nuovo. Ogni tre bracciate soffio fuori l’aria, che esce in bolle dal naso. Non si spreca, occorre rilasciarla man mano, trattenerla anche se è già scoria. Più ti tieni sul fondo, più scivoli, come un pesce. I pesci però non hanno ricordi, rimorsi, rimpianti. Nuotano e respirano, soprattutto resistono senza imporselo. La vita semplice si vuole, si cerca, si tiene. Vorrei dire a Paolo che la faccenda è più complicata se non hai le branchie, ma annuisco e riprendo fiato.
È di nuovo il mio turno. Inspiro profondamente, mi do una spinta dal bordo e scendo giù. L’istante dell’immersione è il più bello, quando entri in una dimensione che sembra accoglierti e trattenerti. C’è il silenzio delle orecchie tappate, il freddo denso dell’acqua sulla pelle. Scivolo, mi allungo. Basta qualche secondo però per sentire la gola stretta. Non muori, Gaia, mi dico, non muoio, forse resisto, spingo ancora con le braccia. L’importante è scivolare. Andare avanti. Fingere che non manchi l’aria, fingere che non manchi niente. Per la prima volta, sotto, penso: la mia mano che tocca il lato opposto della vasca, lo immagino ed è come se fosse già così. Conto ancora tre, espiro tutto, e manca davvero poco.
Elisabetta Ceroni (1991) è nata e vive a Torino, dove si è laureata in filosofia. Ha pubblicato racconti sulle riviste inutile, Firmamento, Lahar magazine, Narrandom, lunario, Carie e nelle antologie Racconti dal Piemonte (Historica 2017) e Una come te. Storie di donne straOrdinarie (Ananke lab 2018). Nel tempo libero, scrive sul blog letterario La Biblioteca di Babele.
Un racconto di Salvatore Santagati
Numero di battute: 2486
Nella gara d’arte contro il grande puparo questa volta vincerà Edoardo Nevo, il suo disegno mette a posto tutto e tutto andrà come lui l’ha disegnato.
Lo definisce, strologando analiticamente gli ultimi pezzetti di futuro e vincendoli al caos, mentre nascosto nella falsa solitudine dei sedili posteriori perdona questo vile maggio in cambio d’aria fresca. Spalanca il finestrino e ringrazia il traffico che degli uomini se ne frega, perché l’ha arrestata lui l’ultima immagine della città alla sua sinistra. Straluna gli occhi, nulla deve scordare: è una nave in bottiglia, Modica; è una nave regia con il lusso della sera, le case come un mondo capovolto, i lumi gocce di pianti astrali, spiriti gialli custoditi per l’eterno.
È stato scortese rimanerci solo un giorno, allora la inserisce nel suo magnum opus e s’assicura che qui in estate ci tornerà con Glo Glo. Prima però le dirà che aveva ragione, che l’urgenza di firmare il mondo è per gli stronzi del nuovo millennio, poi fitteranno la loro personale goccia di luce e la guarderanno dal balcone, fino all’autunno, arresi alla felicità.
«È una nave in bottiglia, Modica;
è una nave regia con il lusso della sera.»
E questo suo melanconico conato verrà fuori, pure se cumulato in un unico sputo di vomito, in un botto di dolore inumano. Squarcerà il vanitoso stemma d’essere diverso, né lui né gli altri avranno bisogno della sua musica e senz’angustia spaccherà a martellate, a pugni forse, lo Steinway dell’aula ventitré e chi vi si metterà in mezzo; getterà tutto quello che ha composto in un vuoto di memoria, libero. Ogni posto sarà casa per Edoardo, mai più partirà per gli infiniti viaggi, non si vedrà contro la bufera guardiana che da sempre lo attende in quell’assurdo proibito ciglio dove giorno e notte s’è recato, coi suoi spasmi, a trovar nulla.
Sceglierà bendato un qualche Buddha in saldo e un bel gazebo per non morire di sole, ma sarà bello anche scottare in spiaggia, infuocarsi il naso d’acqua salata per un errore d’apnea, e il Mediterraneo guardarlo fino a stomacare. Sarà pelle, occhi, naso, lingua, orecchie. Nulla più.
Il traffico scorre, e Claudio davanti pesta arrabbiato il pedale. Modica muore lenta, Edoardo per fortuna ha completato il suo capolavoro.
Cento metri d’asfalto e alla sua destra si svela in lamiera e sirene la causa del grande ingorgo. Tutti guardano il disastro curiosi di pena. A Edoardo sfugge un canto irriflesso, troppo forte. Si giustifica come i bambini, si dice che questo non valeva, che non era pronto. Sono tutti disgustati a vederlo così, senza umanità.
Salvatore Santagati (1993) è nato a Catania e vive a Motta Sant’Anastasia.
I suoi racconti sono apparsi sul quotidiano La Sicilia e sulla rivista Rapsodia.
Sta scarabocchiando il suo primo romanzo.
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