Un racconto di Maurizio Ferriteno
Numero di battute: 2481
«Non c’è altra scelta, andranno ammazzati tutti.»
Tu fissi la buccia di mandarino sulla tovaglia. Ti sorprendi a considerare il sottile confine tra la peluria bianca dell’interno e l’arancio lunare della buccia. Le parole di tuo padre ti giungono lontane, liminali. Sei ancora concentrato sul tuo satellite di buccia quando un ululato ti raggiunge inesorabile.
«Uuu! Guarda là, guarda tutta quella gente là.»
Tuo padre mastica la centesima noce, tra le dita residui di gusci, il gomito puntato sul tavolo, la tovaglia raggrumata respinta dal suo addome gonfio. La tv è stata accesa alle tue spalle, tu avevi chiesto ancora una volta di non farlo, sullo schermo donne, bambini, uomini, persone, liberati dal fango, scavano per liberarne altri, si guardano, piangono, parlano, gesticolano verso una telecamera che fatica a mettere a fuoco il viso grandangolare di una donna e sembra volerle sfuggire ma poi ritorna e la riprende da un’altra angolazione.
Tuo padre mastica come stesse masticando le immagini; sei sicuro di aver visto tra un dente e l’altro la donna di prima che veniva risucchiata tra i detriti di noce, spazzata via da una lingua ruvida e scura.
«Andranno ammazzati tutti.»
Tuo padre la spegne, la tv. «Be’ hai sempre detto che ti dà fastidio.» Alza le spalle, lo vedi rimpicciolire, smettere di ruminare e ordinare davanti a sé in uno schema semplice ma regolare frammenti e schegge di gusci.
Tu torni alla tua buccia bicolore. È stato un errore tornare.
«Per Dio!» Tuo padre batte il pugno sul tavolo sconvolgendo l’ordine dei frammenti, solleva la mano destra ed estrae dalla carne un triangolo non euclideo di noce. «È per questo, porco quel maledetto, che saremo costretti a farlo!»
Tu osservi la sua faccia, la sua mano e il simbolo triangolare rimasto inciso nella pelle. Tua madre, eccola, compare dall’oscurità del corridoio portando un caffè.
«Quando si muoveranno» il braccio di tuo padre rotea davanti al tuo naso, «e credimi si stanno già muovendo, tutti questi vorranno venire qui da noi. E noi che faremo? Muri? Credi a me, non ci rimarrà altro da fare.»
Tuo padre spazzola e ordina a ranghi più serrati le schegge, tua madre ti sottrae la buccia, tu fai appena un gesto e apri le labbra senza emettere suoni.
«Nient’altro se non sparare. Sopravvivenza, sì. Sarà meglio per tutti.»
Sei solo, senza buccia, tua madre è tornata e ora posa una mano sulla spalla di tuo padre, annuisce, la testa minuta, il collo sottile dalla pelle scolorita e scollata. È la notte della vigilia di Natale.
Maurizio Ferriteno nasce a Roma nel 1972. Cresce con una passione per la fisica, diventa ingegnere e ora insegna quello che ha studiato e imparato appena al di là del confine. Ha scoperto di non poter fare a meno di una cosa: scrivere.
Un racconto di Luca Pollara
Numero di battute: 2091
Stanotte il cielo era carico di elettricità, lo potevano sentire tutti ma nessuno c’ha fatto caso. Era bianco come quelle lanterne che si fanno volare con dentro una fiamma accesa. Le nuvole sembravano incandescenti.
Ora ne parlano tutti, ma le avevamo già studiate a scuola, quelle nuvole. Il prof era arrivato e aveva detto quest’anno faremo delle ricerche, vi insegnerò a reperire le giuste informazioni e sapere cosa succede, e facevamo queste ricerche tra documenti in inglese.
Uno diceva questo: “Il pyrocumulonembo è una formazione di tipo temporalesco implicata nell’insorgere o aumentare di incendi, nelle sue manifestazioni estreme inietta grandi quantità di fumo e altre emissioni legate alla combustione di biomasse nei livelli più bassi della stratosfera” [Fromm, 2010].
«Era una notte bellissima.»
Vedere quelle nuvole vecchie di trent’anni in cielo era qualcosa cui essere abituati, come la sigaretta prima di entrare a scuola o la sega di Mirella. E poi c’è stato un lampo, una bomba, è esplosa in cielo e poi in terra. Mi sono affacciato alla finestra sperando di vederne altri, il bosco ha preso una luce da notte di capodanno, esplodeva tra i rami, ci sono stati altri due lampi e le fiamme sono cresciute arrivando fino agli alberi abbattuti davanti casa.
Era una notte bellissima. Sono sceso in cucina e ho visto mio padre tagliare vecchi documenti plastificati e bruciarli nel camino. Faceva caldo, forse anche in cucina. Se le fiamme fossero arrivate abbastanza vicine avrei potuto anche fondare una mia religione come Manson o come Hubbard. Quel lampo era un segno che chiedeva solo di essere interpretato. Mi bastava un segno sulla pelle.
Gli occhi di mio padre si sono posati su di me, ha afferrato il taglierino e ha fatto scattare la lama, clic, ancora avanti, clic clic. Negli occhi gli vedevo bruciare la carta, gli alberi, la nostra casa. Clic. Mi ha fatto segno di avvicinarmi, mi ha passato una mano tra i capelli, l’ho sentita afferrarli e tirarli. La lama riverberava delle fiamme.
«Hai avuto paura dei fulmini, vero? Non ti preoccupare, torna a letto e dormi. Domattina sarà tutto finito.»
Luca Pollara (1986) insegna italiano, storia e geografia. Ha pubblicato racconti su A few words e 404: file not found. Si nutre di libri, scrittura e serie tv. Ama Parigi.
Un racconto di Laura Marinelli
Numero di battute: 2486
Quando infastidivo Ninù, lei urlava. Quando non infastidivo Ninù, lei urlava. Ninù aveva dodici anni e urlava sempre.
«Vai a cambiarle il bavaglino» mi dicevano, e io andavo. A nove anni avevo più paura dei suoi movimenti improvvisi che del buio nel rifugio. Davanti alla finestra, coi suoi occhi impolverati, Ninù guardava fuori. Cosa l’attraeva? mi domandavo. Il gatto si leccava il pelo sopra una maceria, la vecchietta sulla sedia diceva il rosario. Le case avevano i segni dei bombardamenti: i muri, più bassi più alti, segnavano contorni di punte che bucavano il cielo. Dopo la Grande Guerra eccone un’altra, ancora più grande. Per noi invece ogni cosa s’era fatta più piccola: lo stomaco prima e poi il corpo, incurvato dalla paura degli spazi vuoti che il conflitto aveva creato, nella testa, nel cuore e per le strade.
Trafficavo coi lacci del bavaglino cercando di fare il prima possibile: non volevo che Ninù si accorgesse di me. Con lo sguardo andavo a finire sempre lì, ai lati della sua bocca dove il rivolo di saliva scendeva fino al collo.
«Ninù aveva dodici anni e urlava sempre.»
Dopo averle messo la pezza nuova, a volte non ci pensavo e alzavo la voce per farmi sentire da mamma. «Sta bene!» gridavo, disturbando così la quiete di mia sorella.
Ninù allora urlava e mi afferrava il braccio. Divincolarsi dalla sua presa non era difficile, liberarsi dai suoi occhi invece sì: satinati di nero oltre il nero mi restavano dentro anche dopo ch’ero scappato via.
La sera che uccisero Ninù, mamma piangeva.
Al rifugio tutto era buio e Ninù odiava il buio. Nello stanzone, i nostri corpi tremanti sembravano echi ai boati di fuori. Anche il silenzio spaventava, come le bombe; e Ninù era entrambe le cose. Nel buio era l’animale in agguato che gridava all’improvviso.
«Pazza» diceva chi saltava sulle sedie più degli altri.
Quando dopo il rumore dei passi e dei sospiri strozzati, seguì un lungo silenzio, tutti nel rifugio avevano capito cos’era accaduto. Anche mia madre.
La sirena che segnava la ripresa della vita normale riportò la luce nella stanza. Ninù col bavaglino troppo stretto intorno al collo non urlava più. A urlare era rimasta solo mamma, china sul suo cadavere. Saranno le ultime grida, queste? Ringraziavo chi, approfittando del buio, aveva compiuto il crimine. Vergognandomi del mio pensiero raggiunsi mamma. Quando le donne intorno smisero di consolarla e restammo soli, l’abbracciai; poi per suo volere baciai Ninù. La bava sulla sua guancia era gelida, e io mi pulii la bocca senza farmi vedere.
Laura Marinelli (1978) vive a Roma. Dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Marketing lavora nella grande distribuzione. Il marito e i figli sono contenti quando la vedono scrivere: una donna soddisfatta non rompe le scatole. Ha pubblicato per Narrandom e Historica Edizioni, a breve uscirà su Malgrado le mosche e Split. Altri suoi racconti sono in giro per il web.
Un racconto di Maurizio Minetto
Numero di battute: 2474
«Ho giocato a poker coi cannibali. Per fortuna ho perso solo una mano.»
Me la raccontò appena ci conoscemmo, mostrandomi il moncherino. Poi scoprii che ne sapeva parecchie, tutte allegre come la sua faccia, immobile, lunga, emaciata. Sembrava che non ci fossero abbastanza muscoli per le espressioni.
Forse era di quelli che ridono con gli occhi. Sempre se ti andava di cercargli il sorriso negli occhi dopo un’uscita del genere. Io stesso li avrò incrociati una decina di volte al massimo e non credo di avercelo mai trovato, un sorriso vero e proprio. Tipo quando lo vidi fissare sul giornale la foto di un campo di prigionia israeliano, Umm Khalid mi pare, e c’erano uomini e ragazzi nudi in fila, con le guardie armate intorno, e un virgolettato diceva “adulti e bambini venivano dal kibbutz a guardarci nudi e ridevano”.
Spiccava una ragazzina che rideva di un coetaneo palestinese. E lui sospirò e disse: «Be’, a volte da cosa nasce cosa». E mi rivolse la sua faccia smorta, e uno sguardo che era tutto il contrario. Sbalordito direi. Come quello di un bambino che ha visto un trucco di carte. Non capii se era così che guardava la gente, o se lo fece apposta: ebbi l’impressione che mi scimmiottasse.
«Be’, a volte
da cosa
nasce cosa.»
Quando fui assunto, non so perché scelsi una delle scrivanie vuote accanto alla sua.
Vestiva sempre di nero, aveva sessant’anni, niente famiglia eccetto «un’ex moglie e un ex fratello», così disse, ma risaliva a prima della guerra; aveva perso la mano trent’anni prima in Francia, nel campo di concentramento di Natzweiler (e non ha mai aggiunto più di questo, né gli ho mai domandato altro), comunque era «singolarmente abile a scrivere a macchina», come diceva lui (ed era vero); soffriva di reflusso gastrico, fumava un pacchetto al giorno di sigari Ambasciator Italico alla liquirizia, e amava i libri di Ring Lardner. Me ne prestò pure uno: Prima di sposarti ero molto più in forma. Ce l’ho ancora.
Alle spalle, i colleghi lo chiamavano in diversi modi. Uno era “Allegria”. E non è che avessero tutti i torti. Il giorno che andò in pensione stappò una bottiglia di Franciacorta e raccontò questa: «Un comico ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento muore di vecchiaia e va in paradiso, e appena incontra Dio, gli racconta una barzelletta sull’Olocausto. Dio lo rimprovera: “Non c’è niente da ridere”. E l’ebreo risponde: “Dovevi esserci”».
Ecco, se fosse stato un clown sarebbe stato uno di quelli tristi. Al funerale nessuno si fece avanti per dire due parole.
Maurizio Minetto è nato a Roma nel 1978. Ha pubblicato racconti sulla rivista inutile e sulle antologie di alcuni concorsi letterari, tra cui il Premio Giovane Holden 2017. Nel 2019 ha vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi.
Un racconto di Matteo Candeliere
Numero di battute: 2497
Quando suo marito uscì di casa sbattendo la porta, Atalia non alzò neppure lo sguardo.
Lo sentì vestirsi, prendere le scarpe e la maschera antigas, ma non fece niente per fermarlo. Prodigio invece, da buon ficcanaso, smise di leccarsi il pelo e seguì i movimenti dell’uomo con i grandi occhi gialli. Con un balzo fu in camera da letto, alla finestra che dava sul viale. Tentò di acchiappare con una zampetta una delle gocce di pioggia che ne rigavano il vetro, poi lo vide salire in macchina.
Atalia si svegliò a notte fonda. La stanza era avvolta dall’oscurità e lei aveva i piedi freddi e le formiche a un braccio. Non aveva modo di sapere che ore fossero, ma suo marito non era ancora tornato.
Poggiò una mano sulla pancia di Prodigio e la sentì alzarsi e abbassarsi al ritmo regolare del sonno.
«Ehi» gli disse. «Svegliati un po’. Dobbiamo cercare papà.»
«Ehi, svegliati
un po’. Dobbiamo cercare papà.»
Indossò la maschera soltanto perché l’aveva presa anche lui. Non le piaceva respirarci attraverso: puzzava di plastica e le riempiva la testa di brutti pensieri. Cercò le chiavi a tentoni così come aveva fatto per le scarpe e la giacca, mentre Prodigio miagolava forte e le si strusciava sulle gambe.
«E smettila di miagolare, che già fare le cose al buio è un casino. Cos’è, vuoi venire anche tu?»
Ancora un miagolio e una strusciatina.
Voleva essere della partita.
Fuori faceva un gran freddo. Prodigio le camminava di fianco come un soldatino, con il pelo già tutto bagnato. Fu coraggioso, quella notte. Quando lei gli chiese se volesse essere preso in braccio, lui non si voltò neppure a guardarla. Era un po’ preoccupata, Atalia: gli animali sono resistenti, ma girare per troppo tempo senza maschera non è una buona idea. C’è un motivo per cui nessuno porta più il cane a spasso. C’è un motivo per cui tutti preferiscono i gatti.
Procedettero fino alle acque limacciose del fiume. Suo marito poteva essere soltanto lì.
L’auto era parcheggiata sotto gli alberi, tra i giunchi e i rifiuti.
Atalia aprì la portiera e si sedette con Prodigio sul sedile del passeggero. L’abitacolo sapeva di fumo e di vecchi vestiti bagnati. Cercò lo sguardo di suo marito dietro la maschera antigas, oltre il velo della disperazione, ma non trovò nulla.
«Hai visto? C’è anche Prodigio. È stato coraggioso. Povero, non ha neanche la maschera lui.»
Per un tempo che sembrò a entrambi lunghissimo restarono zitti, poi Atalia udì dei singhiozzi provenire da dentro il bocchettone della maschera di suo marito, attraverso la plastica e il ferro.
Prodigio faceva le fusa.
Matteo Candeliere è nato a Torino nel 1990. Si è laureato in psicologia e suona la chitarra in una band che si chiama Gli Alberi.
Un racconto di Gioia Conforti
Numero di battute: 2500
Dormire, svegliarsi, dormire ancora, svegliarsi. Dormire troppo, non avere sonno. Dormire poco, avere sonno. Suona la sveglia. Nello specchio si allarga una luce. Dal soffitto cadono stelle. L’uomo senza occhiali cammina per la strada. Ingoia tutto quello che riesce a catturare con lo sguardo. Le sue leccornie preferite portano jeans aderenti. Nessuno dubita della sua integrità. L’uomo senza occhiali sembra un tipo a posto. Lavora in ufficio. Ogni mattina doccia, ogni sera doccia. Nessun lezzo di petrolio, né di whisky o golden virginia.
Mattoni di carboni ardenti, interiora di volatili, inguardabili donne accessoriate di bambini con le ruote. Spazzini, cani che portano fuori i padroni, camion della spesa a domicilio. Per l’uomo senza occhiali ogni passo è oltraggio ai propri piedi. In sogno vive circondato da giovanissime concubine dentro vasche di olio di cocco. L’olio di cocco è politicamente corretto. Politicamente. Corretto. Come fosse possibile qualcosa di.
La moglie dorme nel letto matrimoniale senza il marito. Il marito non dorme. Niente cuccia. Per fortuna non ha figli. La moglie è un incidente di percorso. Incidente, ne è pieno il mondo. Di percorso, come quello che fa tutte le mattine per andare al lavoro. La sua casa dista due isolati dalla banca dove trascorre la maggior parte dell’ore grigie della sua esistenza.
«Dormire, svegliarsi,
dormire ancora, svegliarsi.»
Le altre ore grigie sono il resto del tempo. Bianche quando affonda le dita nella carne di Melissa. Melissa non vuole, e questo lo eccita. Nessuno avrebbe il coraggio di respingere uno come lui. Le ore bianche sono come la manna, e la cocaina. L’uomo senza occhiali adora il bianco, anche se la sua anima è nera. Ogni tanto la sbircia con la coda dell’occhio: una melma putrida e oscura, immobile in un silenzio che grida. Quel vuoto è saturo, tanto che appena ci spinge un poco dentro la faccia sente immediata la necessità di scappare. Manca aria. Manca tutto.
L’uomo senza occhiali odia il suo vuoto e il suo odio nutre il suo vuoto. Lo odia così tanto che finisce per soffocarlo con la purezza altrui e finisce per soffocare la purezza altrui. Così tutto è pari. Tranne lui. Mai pari. Mai al passo. Neppure quando percorre il marciapiede pisciato dai cani che lo condurrà al lavoro. Attraversa la strada sempre sulle strisce. Stringe il manico duro della cartellina di pelle di bue marrone con le mani curate. Gli piacciono le cose dure. Attraversando la strada schiaccia una piantina che ha vinto l’asfalto. La pianta è ancora viva. Lui è già morto.
Gioia Conforti nasce a Firenze, dove vive e scrive. Ha pubblicato racconti in antologie (Favole e Fiabe e Racconti Toscani, Historica Edizioni), ha vinto il concorso per il miglior racconto al Giallo Festival 2019, e ulteriori suoi scritti si trovano online. Da quando era piccola ha subito il fascino della scrittura e del potere che questa ha nel condurre l’uomo oltre la realtà.
Un racconto di Andrea Franzoni
Numero di battute: 1870
Se potessero sparire, adesso, pensò la madre dopo l’ennesimo litigio con i due figli. «Guardatevi un cartone, preparo la cena» ordinò secca, lasciando i ragazzi sul divano, mentre la televisione illuminava i loro volti pallidi e tristi.
In cucina la madre cominciò a disfare la spesa e pensò alla durezza della sua vita, alla stanchezza che la divorava pezzo per pezzo, ogni giorno. Quand’era l’ultima volta che un uomo le aveva detto che era bella, che sarebbe andato tutto bene, che era giusta così com’era?
«Se potessero sparire adesso.»
La scatola delle uova le scivolò – crack –, tuorli e albumi cominciarono a colare sul pavimento in una chiazza lenta e vischiosa. Non ne poteva più e anche qualcosa dentro di lei si ruppe, si espanse, fino a farle credere che sarebbe morta. Aveva conosciuto un dolore simile per due volte nella sua vita ma il suo corpo lo aveva dimenticato, il dolore di mettere al mondo. Lottò con tutta la sua forza per tenere dentro il dolore che voleva uscire. Lo sputò fuori vomitandolo sul pavimento della cucina: era una massa nera come una melassa di petrolio. La macchia cominciò a organizzarsi, a ricomporsi secondo uno schema. Diventò un corpo, nero e lucido, la figura nera di una donna incorniciata da un orlo luminoso come un sole eclissato.
Dove sono? La domanda della cosa esplose direttamente nel cervello della madre. La cosa non aveva bocca, nel suo volto chiuso come la notte non si aprivano buchi per vedere o parlare. Parlava direttamente nella testa della madre, perché la madre e la cosa erano sempre state insieme, fino a quel momento, l’una nell’altra.
Non puoi averli, io non volevo, io non credevo, pensò la madre.
La figura nera si mosse, traballante e malferma come l’immagine distorta di una vecchia Vhs. La madre sapeva che la cosa nera avrebbe preso i bambini. Li avrebbe portati dove erano già stati una volta, molto tempo prima, prima di nascere.
Andrea Franzoni nasce a Bologna nel 1982. Dottorando in teologia presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, è proprietario insieme alla moglie di una libreria per bambini e ragazzi nella provincia di Bologna. Ha pubblicato diversi racconti su antologie prevalentemente a tema horror.
Un racconto di Harald Lang
Numero di battute: 2491
Doveva essere solo una rapina, dannazione! Una rapina da quattro soldi, poi. Che bisogno c’era di mettersi in mezzo? Perché agitarsi per un’insignificante filiale della Banque Postale frequentata solo da vecchi per ritirare la pensione? Tutto sarebbe filato liscio e per il meglio se fosse stata un po’ più attenta. Se solo non avesse sottovalutato la giovane Marie (questo il nome che aveva letto sulla targhetta agganciata al tailleur blu) che da dietro il bancone aveva tentato di premere il grosso tasto rosso dell’allarme.
Perché non l’aveva fatta stendere come tutti gli altri? Una debolezza imperdonabile che aveva rischiato di far saltare tutto per aria. Per fortuna il maledetto pulsante sporgeva un poco dal pavimento e la giovane Marie vi era quasi inciampata sopra. Per fortuna la neoassunta Marie non aveva retto la tensione e Claire si era immediatamente resa conto che stava succedendo qualcosa. Se n’era accorta per tempo. Una frazione di secondo prima. Un istante ancora e non ne sarebbe più uscita. Mai avrebbe voluto sparare! Ma si erano messi in mezzo per provare a fermarla… cos’altro avrebbe dovuto fare?
Procedeva con passo veloce lungo la Senna cercando di non dare nell’occhio. Si voltò di scatto. Dietro, tre morti e uno scorcio di Parigi che sembrava incantevole in quel tramonto rosso di fine ottobre. Infilando le piccole mani sotto la giacca sgualcita sgattaiolò tra la folla.
«Mai avrebbe voluto sparare!»
La metropolitana era senza dubbio la via più sicura. A Boulogne-Billancourt, fermata “di banlieue”, il respiro era tornato normale. La paura di essere fermata era svanita e il battito nuovamente entro i limiti. Pensava al caldo lettuccio nel monolocale in Rue de Sèvres, da poco diventato la sua nuova casa. Avrebbe preso due pastiglie e ci avrebbe dormito su. Presto avrebbe dimenticato tutto. O almeno ci avrebbe provato, come tante altre volte, confidando su quella vitale capacità del tempo di lenire i ricordi. Al mattino Paul sarebbe passato presto per la gita in campagna con l’auto nuova e non si sarebbe accorto di nulla. Mai avrebbe sospettato che la sua Claire... Clac.
Non fece in tempo a sollevare la testa che due manette le avevano già bloccato i polsi. All’uscita di Boulogne-Billancourt, fermata “di banlieue”, nel punto esatto in cui le scale mobili riemergono sul viale, il suono freddo del metallo stretto forte attorno alle piccole mani metteva fine alla carriera di Claire Dumont, meglio conosciuta come la petite banlieusarde, la più famosa rapinatrice di Francia.
Harald Lang è Martino Olivo (Udine, 1980). Astrofisico di formazione, sviluppatore software di professione, divora letture di ogni tipo. E scrive. Per sintetizzare ciò che ha visto del mondo nella prima metà della vita.
Un racconto di Domenico Varipapa
Numero di battute: 2500
Ho giocato a scacchi fino al 2005, quando avevo trentacinque anni. Smisi perché durante le partite ero capace di fumare un pacchetto di sigarette. Finché era consentito fumare nei luoghi pubblici ne accendevo una ogni volta che schiacciavo il timer per passare la mossa all’avversario. Poi misero il divieto, così incominciai a scegliere il tavolino che dava sulla finestra del circolo, in modo da poter fumare fuori e guardare dentro. Col tempo mi accorsi che avrei dovuto scegliere tra gli scacchi e le sigarette. Ero stato bravo a scorgere il problema, ma non altrettanto a trovare la soluzione, infatti smisi di giocare.
Non mi piaceva andare a scuola e ogni tanto prendevo la corriera e andavo a Reggio Emilia, nel circolo in cui si trovavano gli scacchisti. Mi divertivo a giocare con un professore di Italiano, che mentre sistemava i pezzi sulla scacchiera mi rimproverava di non essere a scuola, poi incominciava a giocare e si dimenticava di tutto. Avevo tredici o quattordici anni, non sapevo a memoria le aperture, però avevo una visione eccezionale, e non perdevo quasi mai. Il professore un giorno mi disse che sarebbe passato un suo conoscente, un campione, e che avrei dovuto sfidarlo. Accettai.
Il professore mi aveva avvisato che il suo amico avrebbe avuto poco tempo per me, perché era di rientro da un torneo importante in Ungheria. Arrivò poco prima di pranzo, mi guardò, non si aspettava che fossi un ragazzino, poi si rivolse al professore: «Lo batto veloce e andiamo a mangiare».
«Lo batto veloce
e andiamo
a mangiare.»
Appena si sedette mi venne addosso una ventata di acqua di colonia che mi diede fastidio quanto il suo sorrisetto borioso. Incominciammo. Mosse veloci, aggressive, senza paura di sacrificare pezzi. Mezzora dopo il professore, che stava lì a guardare, disse che all’osteria li avrebbero dovuti aspettare ancora per un po’, lui non gli rispose, nemmeno io. A un certo punto mi chiese dove abitavo. «A Gualtieri» risposi, e lui si mise a ridere, «in mezzo alla palude» disse. Passò ancora qualche minuto, poi dovette decidere se sacrificare la regina o la torre assieme al cavallo. Un quarto d’ora dopo aveva perso. Il sorriso era sparito assieme all’acqua di colonia. Giocammo ancora, quasi fino alle tre, poi dissi che dovevo tornare a casa. Il campione era nervoso e sudato.
«Ci sono altri che giocano lì da voi?»
«Quasi tutti» risposi.
«E sono forti?»
«Molto.»
«Allora potremmo organizzare un torneo?»
«Meglio di no.»
«E perché?»
«A Gualtieri non gioco, perdo sempre.»
Quel giorno il campione se ne andò senza pranzare.
Domenico Varipapa (1988) vive a Gualtieri. Insegna Italiano e opera nel campo socio-educativo. Ha pubblicato un romanzo dal titolo Talento e dice, da un pezzo, di averne ultimato un altro che forse qualcuno pubblicherà o forse no.
Un racconto di Eloisa Morra
Numero di battute: 2500
Si erano incrociati per la prima volta al meeting di facoltà per neoassunti, ma non l’aveva notato. Bizzarro tornare da ricercatrice nel dipartimento che l’aveva vista matricola dopo il dottorato all’estero: tutto era familiare e insieme strano, come le traslocazioni cromosomiche studiate nel paper di Nature che ne aveva favorito il ritorno. Per il nuovo associato era diverso: apparteneva all’ultima generazione in grado di percorrere l’impervia traiettoria accademica senza troppi sbalzi sulla carta geografica.
Per intuire ci fossero tutti i requisiti era bastato uno sguardo e qualche chiacchiera. «Ti ammiro, sai?» le aveva detto alludendo al suo rientro; in quel momento aveva pensato la capisse. Insieme erano belli, in più d’una persona si era girata a guardarli durante le loro passeggiate sulla Dora; non esser solo lei al centro degli sguardi le dava sollievo quanto sentirne i passi misurati, anche se un bacio non c’era ancora stato.
Una volta li sorprese la pioggia: chiusi in un caffè il pomeriggio d’autunno era passato senza che se ne accorgessero, poi lui prese a guardarla come volesse dipingerla.
«Ho visto una tua foto compromettente» bisbigliò scherzoso.
«Quella sul sito del dipartimento? Oddio.»
«Quella in cui fai Ofelia.»
«Ah, Vogue!»
«Di un ragazzo avrebbero mai detto lo stesso?»
Di quel giorno lontano non ricordava che un dettaglio, il suo sguardo stupito allo specchio quando il parrucchiere le aveva allestito un faux bob che da lisci aveva reso i capelli mossi e fruscianti come foglie.
«Quanti anni avevi?»
«Diciotto?»
«Eri creatura.»
«Eoni fa. Però divertente, un giorno da luna park.»
Quello era l’effetto che le aveva fatto quel mondo: starci un paio d’ore, poi di corsa scappare a lavarsi i denti dopo lo zucchero filato. Eppure riguardando quell’immagine vedeva solo una ragazza in sangallo che sorride della sua pelle troppo chiara, vulnerabile a una luce non diversa dai neon del laboratorio. Le venne in mente la didascalia apposta sul giornale pochi mesi prima dello shooting, quando unica nel suo liceo aveva ottenuto cento e menzione.
«Bella e intelligente. Di un ragazzo avrebbero mai detto lo stesso?» E gli lanciò uno sguardo eloquente.
L’associato però sembrò non capire: «Stavi bene con i capelli mossi. Sbarazzina».
Lei lo guardò socchiudendo gli occhi: prima di pronunciare quel «devo proprio andare» era già fuori dal bar, e a lunghi passi si era affrettata sul Lungofiume. Fuori aveva smesso di piovere, la superficie scura delle pozzanghere rivelava foglie rosso-oro: sarebbero rimaste fino a domani.
Eloisa Morra è autrice del saggio Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet 2014, Special Mention Edinburgh Gadda Prize 2015); suoi racconti e articoli sono apparsi su Los Angeles Review of Books, Alias – il manifesto, Nazione Indiana e Flash Art. Insegna Letteratura italiana e Cultura visuale all’Università di Toronto.
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