Pastrengo Agenzia Letteraria

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martin hofer racconto

un giorno via l’altro

Un racconto di Martin Hofer
Numero di battute: 2335

Dice di aver fatto caso alla notifica di arrivo della mail, ma di non averla aperta subito, la mail, perché stava guidando. Era domenica. Il lunedì ricorda di aver lavorato fino a tardi, e poi di essersi trattenuto con un collega nel bar di fronte all’ufficio, tempo di un bicchiere. Non ha cenato, si è addormentato vestito.

Martedì ha tentato di fare spazio nel computer: un messaggio lo informava che la memoria era quasi esaurita. Ha passato in rassegna i documenti salvati, le foto, i video, indeciso su cosa conservare e cosa eliminare. Gran parte del materiale, a suo dire, gli è parso sacrificabile, eppure non è riuscito a trarne una gerarchia, un criterio dal quale far derivare il diritto alla sopravvivenza o all’oblio. Alla fine ha lasciato tutto com’era, ha spento il computer.

Il mercoledì e il giovedì afferma di faticare a distinguerli, a distanza di tutto questo tempo. Ha cenato con dei surgelati, ha bevuto vino, ha promesso a se stesso che a partire dalla settimana successiva avrebbe dato un taglio alle sigarette, ha guardato il secondo tempo di una partita di Premier League trasmessa in replica.

«Fatto sta
che
i giorni
sono passati.»

Adesso non saprebbe stabilire con esattezza cosa tra il vino, i buoni propositi sul fumo e la partita sia avvenuto di mercoledì e cosa sia avvenuto di giovedì. Ricorda soltanto una grande stanchezza, una pesantezza mentale, così la definisce, e che in entrambi i casi ci sono stati i surgelati, di questo è sicuro.

Venerdì ha fatto di nuovo tardi in ufficio, ma prima di andare a letto dice di essersi ripromesso di leggere la mail, la mail di Giovanni, e di rispondere, a quella mail del suo vecchio amico Giovanni che non sentiva da così tanto tempo. Per quale motivo non lo abbia fatto, adesso non è in grado di ricostruirlo.

Fatto sta che i giorni sono passati, e non in modo poi tanto dissimile dai precedenti. Una sequenza talmente esatta da prevedere gli stessi rituali, le stesse ore di straordinario, gli stessi surgelati, le stesse sigarette, gli stessi buoni propositi di smettere, le stesse dimenticanze. Soltanto la memoria del suo computer ha continuato a riempirsi. Lui di quella mail, la mail di Giovanni, si era proprio scordato, almeno fino a quando, una mattina – era ancora domenica – non ha acceso la radio. È stato allora, assicura lui, solo e soltanto allora che dice di aver pensato: Giovanni.

martin hofer racconto

Martin Hofer (1986) è nato a Firenze e vive a Torino. È stato finalista a Esor-dire (2012) e ha partecipato a tre edizioni di 8x8, un concorso letterario dove si sente la voce (2015, 2017, 2018). Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Colla, Cadillac, Flanerì, Verde e inutile. Lavora come ufficio stampa in ambito editoriale. Ha fondato e dirige insieme a Bernardo Anichini L’Inquieto, rivista online di racconti illustrati.

carlo paolo cattaneo racconto

filo da cucire e gesso

Un racconto di Carlo Paolo Cattaneo
Numero di battute: 2463

Trovarono la prima carcassa tra la vegetazione sulla riva del canale artificiale che attraversava la proprietà a nordovest.
Pope esaminò il corpicino bruno coperto di polvere.
«Morto?»
«Sì» disse Pope.
«Ottimo.»
«Può avvicinarsi. Ancora non puzza.»
«Vedo bene anche da qua.»

Pope infilò la carne morta nel sacco di juta. Guardò la polvere biancastra sparsa sul terreno dal vento e poi guardò il canale. Il canale era in secca. «Andiamo.»
«È sicuro lasciare tutto in quello stato?»
«L’esca?»
«Eh.»
«Se la porta via la pioggia» disse Pope. «L’unica cosa di cui preoccuparsi è la carcassa. Quella attira le bestie.»

Pope uscì dall’avvallamento dove scorreva il canale e raggiunse l’uomo.
«Dice che ne troveremo altri?»
«Sicuro. Non ci sarà da camminare troppo.»
«Benissimo.»

A venti metri trovarono una seconda carcassa. Pope la infilò nel sacco e continuarono.
«Quanti pensa che ne troveremo?»
«Difficile a dirsi.»
«Una decina?»
«Magari anche di più.»
«Non saranno mai abbastanza. Quei bastardi si riproducono di continuo.»

«Quei bastardi
si riproducono di continuo.»

«Eccone un altro.»
«Creature schifose.»
«Tenga aperto il sacco» disse Pope.
«Dio, come puzza.»
«Guardi, si sono mangiati un po’ di budella. Dev’essere stato un gatto selvatico.»
«Lo metta via.»
«Hanno lasciato fegato e polmoni.»
«Dio santo.»
«Dopo il primo morso avranno sentito che c’era qualcosa di strano e hanno lasciato perdere.»
«Gatti, dice?»
«Probabile.»
«Peccato, mi piacciono i gatti.»
«Oh, non moriranno. Non ne hanno mangiato abbastanza per morire.»
«Meglio.»
«Avranno le budella arrotolate per un giorno o due, quello sì.»

Arrivarono al casale prima di mezzogiorno e i cani cominciarono a latrare. Sentivano l’odore di carne morta.
«Cosa ne fa delle carcasse?»
«Legna e benzina.»
«Bene.»

«Ci sono un paio di esemplari niente male» disse Pope. «Bisogna vedere in che stato è la coda. Se la coda è rimasta bella e gonfia, allora si possono impagliare.»
«Non so chi vorrebbe una cosa del genere.»
«Oh, ma un sacco di gente. Sono delle belle creature da arredo.»
«Sono animali schifosi. Pantegane glorificate.»
«Uno con una buona coda si vende al prezzo di una settimana di lavoro.»
«Non mi interessa.»
«Buona giornata, allora. Tenga i cani lontani dal canale fino alla prima pioggia.»
«Torna domani?»
«Sì.»
«Ne troveremo come oggi?»
«No. Sono creature che imparano alla svelta. Ne troveremo la metà. Il giorno dopo solo un paio. Poi le esche saranno inutili.»
«Come ci liberiamo degli altri?»
«Vedremo» disse Pope e si incamminò verso casa. Sulla strada comprò gesso e filo da cucire.

bio carlo paolo cattaneo

Carlo Paolo Cattaneo (Milano, 1994). Laureato in Economia Aziendale, consegue un master in Marketing. Vive a Milano. Scrive.

Mario Greco Racconto

taglio corto

Un racconto di Mario Greco
Numero di battute: 2262

Suo padre gli stava spiegando i rudimenti della potatura. «È un po’ come tagliare i capelli» diceva. Aveva ragione. Bastava vedere come maneggiava il seghetto. Un vero coiffeur. Aveva ottant’anni e ancora saltellava sugli ulivi come un fringuello.

Lui raccoglieva i rami e li ammucchiava. Poi provò anche lui a salire su un ulivo. Arrivò quasi in cima e si accorse che non soffriva più di vertigini. Non riusciva a crederci. Il vuoto sotto di sé non gli incuteva nessun timore. La nebbia che copriva il paese si stava diradando e cominciavano a spuntare i primi tetti, il campanile, le punte dei cedri della villa comunale. Lassù, tra gli ulivi, i merli in amore sbattevano le ali e si rincorrevano; la brina si scioglieva e le rocce esposte a est luccicavano. 

Si tolse i guanti e il cappello. Salì ancora più in alto. I rami lì erano più sottili e tremolavano sotto il suo peso. Suo padre lo guardò e gli disse di non fare lo sbruffone. Aveva cinquant’anni e suo padre lo trattava ancora come un ragazzino. 

«È un po’
come tagliare
i capelli.»

A casa, quella sera, disse a sua moglie che dovevano iniziare a guardare il futuro con più ottimismo, che presto avrebbe trovato un nuovo lavoro e tutto si sarebbe rimesso a posto. Sua moglie stava lavando i piatti. Scrollò le spalle. Faceva sempre così. Lui le parlò della potatura, le disse che con un po’ di impegno avrebbe imparato, che non ci poteva essere maestro migliore di suo padre, che aveva perfino scoperto di non soffrire più di vertigini. Le parlò anche dei merli, cercò addirittura di imitarne il canto.

«Ridicolo» fece lei.

Fu un bisbiglio, ma lui sentì e nonostante questo continuò, imperterrito. «Potresti venire anche tu, qualche mattina» le disse. «Ti farebbe bene uscire da questa casa per un po’.»

Lei con quelle scrollate di spalle o con qualche battutina era capace di spegnere qualsiasi entusiasmo, ma lui non si arrendeva, non si arrendeva mai. Le andò dietro. Lei si stava sfilando i guanti. Le accarezzò i capelli. Lei scrollò di nuovo le spalle. In modo involontario questa volta, come se fosse percorsa da un brivido.

Sussurrò: «Basta, smettila».

«Dovresti tagliarli» disse lui. Attorcigliò una ciocca di quei lunghi e sottili capelli neri tra le dita. «Un taglio corto» disse. «Un bel taglio corto. Ci staresti benissimo.»

bio mario greco

Mario Greco è nato nel 1959 a Sant’Arsenio, dove risiede. Nel 2011 ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria del Premio Chiara per una raccolta di racconti inediti. Nel 2016 un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Dieci racconti per Piero Chiara (Macchione editore). Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Tuffi, Carie e Grado Zero.

racconto Antonio Francesco Perozzi

attrazione tubulare

Un racconto di Antonio Francesco Perozzi
Numero di battute: 2257

Così m’inchinai verso lo scarico della doccia e non accettai più compromessi.

Che importava essere nudo? Che importava l’acqua addosso e la percezione strana di una pelle che trascorre in liquido? Avrei visto il fondo – forse – e avrei scoperto un modo tutto diverso di provare la vita – forse.

Tra me e la voragine c’era mezzo metro, ormai; anche meno. Vedevo i rivoli trasparenti costruire un vortice, attorno alle piccole conche trapezoidali, con una geometria troppo precisa per essere fatta di fluido, per essere naturale.

«Scesi di dieci centimetri.»

Ma pensavo con inquietante semplicità: era geometricamente perfetto – dunque era vero. Era geometricamente perfetto – dunque era più reale di tutto ciò che avessi mai conosciuto. Mentre scendevo di dieci centimetri al minuto, provai a stilare il catalogo di tutte le esperienze della mia vita, messe in fila una dietro l’altra: l’asilo e un Pikachu di gomma; le elementari e una compagna col naso sporco; religione a seconda ora il sabato; le spille dei Clash e dei Rancid sullo zaino; Margherita che sapevo ora consegnasse pizze il venerdì sera; una sua forcina sul mio cuscino; i soldi di Amazon strappati coi denti…

(Scesi di dieci centimetri.)

Che ragione c’era di credere ancora alla vita reale? Sul vetro che avevo intorno s’era formata una patina di vapore depositato. Non potevo vedere oltre, non potevo: il mio accappatoio, verde e blu, semplicemente non era mai esistito.

(Scesi di dieci centimetri.)

Stava lì, nella colonnina d’aria tra il mio medio e la voragine, tutto il senso del mondo. Non m’importava neanche più avere dei capelli, ad esempio: che farsene del riccio morbido nell’assoluta bassezza del niente?

(Scesi di dieci centimetri.)

Quando ero ormai vicinissimo, m’accorsi di macchie calcaree sul metallo dello scarico: le avrei attraversate senza remore; non ci sarebbe stata incrostazione, finalmente, nel mondo di là.

(Scesi di dieci centimetri.)

Il medio toccò per primo: non mi sorpresi per niente nel farmi idrico anch’io, nel sentire il braccio intubarsi, poi la spalla, finalmente la testa. Il mio corpo seguì una sinusoide contro la gravità e alla fine anche i talloni, e gli alluci, mi seguirono giù, nello scarico della doccia.

Sentivo solamente – lontano – il picchiettare di gocce grosse sulla ceramica.

bio antonio francesco perozzi

Antonio Francesco Perozzi (1994) vive a Vicovaro, in provincia di Roma. Si è laureato in Filologia moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo Sanguineti e il decostruzionismo. È autore del romanzo Il suono della clorofilla (L’Erudita 2017) e dell’opera poetica Essere e significare (Oèdipus 2019, prefazione di Francesco Muzzioli). Suoi racconti e poesie sono apparsi in antologie e riviste.

eugenio-biasetti-racconto

adamo

Un racconto di Eugenio Biasetti
Numero di battute: 2499

Un uomo si sveglia nel cuore della notte ed esce di casa. È la sua prima notte, anche se probabilmente una serie di altre notti l’hanno già preceduta. Cammina per un bel pezzo e si ritrova in un quartiere di periferia. Non saprei dire con precisione dove, ma d’altra parte dettagli di questo genere non sono utili ai fini del mio racconto.

All’angolo di una strada poco trafficata l’uomo viene introdotto in un vecchio edificio. Entra senza timore ed è accolto dalla tenutaria della casa, che forse lo stava già aspettando. Nessuno dei due dice niente finché la donna non invita l’ospite a seguirla per le scale. Mentre salgono verso l’ultimo piano si rivolgono parole che ormai non ricordo. Forse la tenutaria ci tiene a far sapere le regole di quel posto, o i prezzi assegnati a ognuna delle ragazze. Le vergini costano il doppio, ma lui ha espressamente richiesto una di loro.

Arrivati in cima all’edificio si fermano davanti alla porta dell’unica stanza visibile nel corridoio. La signora consegna le chiavi all’uomo, ripetendogli alcune raccomandazioni; poi svanisce nella penombra delle scale dalle quali erano saliti.

«Le vergini
costano il doppio.»

Quando l’uomo entra vede che la ragazza sta già dormendo, completamente nuda. Decide di stendersi al suo fianco e cerca di attenuare ogni movimento, per non rischiare di svegliarla. È giovanissima, e non senza curiosità l’uomo inizia a indagare quel pallido corpo. Ha l’aspetto di una statua ma nonostante questo la sua carne sembra morbida come un frutto. È subito assalito dal desiderio di toccarla e comincia a sfiorare la sua pelle, partendo dal sottile strato delle palpebre chiuse. Procede delicatamente, non volendo farle del male. Ma arrivato all’altezza della pancia, una scoperta insospettabile lo fa quasi rabbrividire. Il ventre immacolato della ragazza si estende liscio e regolare, senza che un pur minimo segno possa far presagire la traccia della passata presenza di un cordone ombelicale attaccato a lei.

Il desiderio è più forte della paura e tenta di svegliarla. Sente delle vaghe parole che lo smarriscono ancora più di quella scoperta. In quel momento l’uomo si sveglia e capisce di essere nella propria camera da letto, con la moglie che dorme al suo fianco. Avverte un’angosciosa sensazione e preso da un irresistibile impulso infila lentamente la mano sotto la tiepida veste della moglie. Procede con cautela, non senza tremare. Il suo ombelico non c’è, ma l’uomo capisce che sta ancora sognando. Sogna, ora me ne rendo conto, di essere un tardivo Adamo.

biasetti-eugenio-bio

Eugenio Biasetti (1996) nasce a Fabriano e vive a Roma, dove frequenta Lettere moderne alla Sapienza. Tra un esame e l’altro, ama scrivere racconti o plagiare quelli altrui, spesso senza una vera giustificazione estetica.

racconto lorenzo nord

la clessidra

Un racconto di Lorenzo Nord
Numero di battute: 2416

Per quanto riguarda la mia storia, i prologhi sono tre. Comincerei col quando, servendomi del loro tempo: secolo numero ventidue. Seguirei spiegando di cosa parlo, ossia la scoperta del metodo per decodificare in lingua umana il sistema comunicativo dei Muridi. Concluderei specificando perché lo racconto: questa, infatti, non è la storia della mia vita, ma della mia comprensione.

Ogni animale comunica, però gli umani sono gli unici ad aver costituito le scienze per i linguaggi. Ci hanno insegnato a produrre segni, che le intelligenze artificiali traducono poi per loro in significati.

«Io sono il migliore comunicatore
della mia specie.»

Io sono il migliore comunicatore della mia specie, uno dei primi ad aver imparato; pertanto, uno dei favoriti. Loro quindi vogliono mantenermi in esercizio: appendono ogni due settimane, frontale alla mia gabbia, un quadro dallo sfondo bianco, sopra cui è scritto un aforisma. Dopo averlo letto, io devo comporre un breve saggio, spiegando cosa ho capito. Di solito, ci impiego tre giorni, poi loro interpretano. Ignoro se i significati che intendiamo noi Mures siano i medesimi dei Sapiens.

Come tutti i topi laureati, convivo con la mia riproduttrice. Agli umani, infatti, è sempre piaciuto affiancare compagnie esteticamente notevoli a esemplari intellettualmente dotati. Io e lei siamo separati da un vetro: entrambi abbiamo la possibilità di scegliere quando interagire, ma bisogna capire come attivare il meccanismo che regola il funzionamento della parete divisoria, e lei non sa farlo. In generale, non agisce con cognizione, ma le sono molto affezionato. Non sa parlare come me. Tuttavia, tende a “dimostrare affetto”.

La vita, per quanto mi riguarda, è sempre trascorsa; a volte l’ho pure trovata noiosa. Ieri, invece, è accaduto qualcosa d’inaspettato: per la prima volta, ho avuto difficoltà nella comprensione del nuovo aforisma appeso al muro. È il verso di un poeta tedesco, che paragona un bacio tra due amanti a una clessidra. Mi ha molto colpito questa immagine e ci ho ragionato. Quando l’ho capita, ho provato una diversa forma di felicità. Mi sono voltato e ho guardato raggiante la mia riproduttrice, smanioso di comunicarle l’amore… Ma lei mi fissava e nulla più: non vedevo espressione, non percepivo interazione; tant’è che ogni tentativo di risvegliarle sentimenti diversi dalla riproduzione è stato vano. «È come se tu non fossi qui con me» le ho mormorato.

In quel momento, mi si è spezzato il cuore.

lorenzo nord foto

Lorenzo Nord è nato nel 1990. Da adolescente, più di tutto l’annoiavano le tematiche politiche e sociali. Dopo la laurea voleva schivare il settore pubblico, poi si è ricordato di aver studiato Scienze politiche. Legge dal 2004 ed è appassionato di letteratura novecentesca.

racconto giulia scialpi

essere docili

Un racconto di Giulia Scialpi
Numero di battute: 2408

La mano di un dio maligno ci ha torto il polso e ha gelato il tempo. Il giorno prima, con uno scatto dei tuoi, mi hai comprato guanti bianchi per toccare le cose. Dicevi: «Può essere anche divertente», ma non è divertente.

Il giorno uno mi hai detto: «Lo sapevo», ci siamo guardati sconvolti, e poi abbiamo sistemato i piatti nella credenza. Il giorno due abbiamo litigato. Hai trovato in camera mia un cd, un vecchio regalo, e hai voluto farmelo buttare. Colpa mia. Il giorno tre ho messo in ordine la libreria, finalmente, come la volevo. È venuta bella. Ho pensato a quante cose lette e volute in questi anni e a quanto volevo che questi anni non finissero mai.

Il giorno quattro sei andato a fare la spesa e sono rimasta ad aspettarti. Il giorno cinque ho incontrato qualcuno per le scale, dopo sono rientrata e sono rimasta in ascolto delle voci dal pianerottolo.

«Il giorno dieci ho visto il mio quartiere vuoto.»

Il giorno sei il collegio si è svuotato. Qualcuno dei rimasti ha fatto ancora in tempo a tornarsene. È stato il giorno che abbiamo fatto il bucato, rimesso in ordine tutto. Abbiamo scoperto che hai un accendino per ogni tasca di ogni tuo cappotto e ci ha fatto ridere; pure se era un po’ triste. Il giorno sette ho iniziato a scrivere la tesi, senza sapere bene dove volevo andare, ma solo per andare. Il giorno otto ho contato le persone che vedevo in giro per strada, io dalla finestra, e le ho invidiate. Ho chiuso la finestra e ho pensato che è un pugno nello stomaco provare invidia per le cose normali.

Il giorno dieci, andando al supermercato, ho visto il mio quartiere vuoto. Era proprio mio, ancora mio, ma stavolta sembrava finto, inerte. Il giorno dopo ho perso il conto, ho usato le dita, poi ti ho detto: «Due settimane!», e pensato che il giorno che arriverà l’evento che non succede avremo di nuovo otto anni e sarà il giorno di Natale.

Oggi mi sono svegliata e la tua voce mi ha detto: «Questo tempo ci impone intimità». Sono scesa in cortile a pensarci. Mi sono immaginata le case intorno, tutte piene di respiri; me le sono sentite addosso. Mi ha dato gioia il silenzio, e guardare un muro d’edera. Non ho pensato che ero sola, pure se il gatto è sparito dal giardino, lasciando delle impronte nella terra secca. Il pulviscolo molleggiava nei fasci di sole. Ho stretto un po’ gli occhi, poi reclinato la testa e pensato che ho bisogno di diventare docile. E che in silenzio, anche questo tempo, come un gatto, se ne andrà.

scialpi giulia bio

Giulia Scialpi (1997) è nata a Taranto. Studia Italianistica alla Scuola Normale di Pisa, dove si è laureata nel 2018. Spesso scrive. Un suo racconto è di prossima pubblicazione su narrandom.it.

racconto giuseppe marrone

mio fratello e lapocalisse

Un racconto di Giuseppe Marrone
Numero di battute: 2469

La prima volta che incontrai mio fratello, mi disse che il mondo sarebbe finito. Lo avevano appena cavato fuori dall’incubatrice.
Nell’inquietudine suscitata dall’annuncio, ben visibile sul volto di tutti, il medico di turno volle tranquillizzarci. La precocità linguistica del piccolo sconfinava nel paranormale, ma a conti fatti non c’erano motivi per allarmarsi.
«E la fine del mondo?» domandò papà. «Le sembra normale che ne parli?»
Non ricevette risposta.

Lo chiamarono Luca.
Un’occasione sprecata. Poteva essere il primo caso al mondo di neonato che sceglie il proprio nome.

«E la fine del mondo?»

Seguirono lunghi, strani anni. Più strani che lunghi, a esser sinceri. E non furono anni felici.
Per quanto lo pregassimo di smetterla, Luca condiva con dispettoso compiacimento ogni giornata con le sue apocalittiche profezie. Una tragedia svegliarsi la mattina e aggiungere al pensiero della scuola la sua vocina già più matura della mia che mi ricordava la fine imminente.
E poi le profezie quotidiane… Non per forza tragiche, ma fastidiose, da manicomio.
Cominciò coi Mondiali 2010.
«Ultimi nel girone» annunciò.
Io e papà protestammo. Eravamo campioni in carica, diamine!

Da quel momento fu un continuo.
Quando scoprii il mondo delle scommesse, pensai di aver fatto centro. Ma, come poteva prevedere i risultati delle partite, Luca poteva prevedere anche che avrei speculato sul suo dono, e si divertì sei mesi a fornirmi gli esiti sbagliati, finché non seppe che mi ero arreso.

Come regalo per i miei quindici anni, cominciai a vedere uno psicologo.
Come regalo per i suoi sette, Luca cominciò a vedere un prete. Si sperava di fargli sputar fuori il diavolo o il santo che portava in corpo. Ma sapeva recitar bene, tanto che alla fine il prete consigliò a mamma e papà di farsi pure loro un giro dal mio psicologo.
Raccolsero il consiglio.

Un pomeriggio che ci lasciarono soli, lo inchiodai in un angolo con l’intenzione di dargliele di santa ragione.
«La devi finire» gli urlai. «Non è vero che prevedi. Tu non prevedi niente.»
Luca mi fissava.
«Hai presente gli elastici?» mi domandò.
«Gli elastici?»
«Il tempo è come un elastico. Si tira e si stinge, può sembrar lungo, può sembrar corto. Eppure, sempre dello stesso elastico si tratta. Io non prevedo. Vedo l’elastico nella sua interezza, so che un giorno si spezzerà.»
Mi prese la mano chiusa a pugno.
«Se ti concentri» mi disse, «puoi vederlo anche tu, il tempo.»

E lo vidi davvero, come un elastico che si tira e si stringe, che prima o poi si spezza.

bio giuseppe marrone

Giuseppe Marrone (Sorrento, 1996) studia Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha partecipato alla traduzione dal latino del Regimen Sanitatis Salernitanum, poi pubblicata in Naturalmente sani. Il nuovo Regimen della Scuola Medica Salernitana (EUTòPIA, 2017). Ha pubblicato le raccolte di poesie Sulla riva (Oèdipus, 2018) e Gesta barbarorum (Ensemble, 2019).

racconto costanza ghezzi

non basta un piumone

Un racconto di Costanza Ghezzi
Numero di battute: 2430

Dopo la festa quello che sarebbe stato il mio futuro marito mi portò a casa sua. Avevo bevuto molto, anche lui credo. Non ricordo quasi nulla.
Fine anni Settanta. Credevamo nella rivoluzione, indossavamo l’eskimo come reduci.
Io lo dovevo condividere con mio fratello, la taglia era la sua.
Il prof di Filosofia, in un mattino grigio di marzo arrivò in classe con la notizia del rapimento di Moro.
Il mio compagno mi guardò incredulo, esultammo dal penultimo banco: pieno sostegno alle BR. Non sapevamo di essere stati fregati.

Ascoltavamo musica, scazzavamo di politica.
I ragazzi facevano gli spiritosi.
Le ragazze bevevano forte e finivano con tutti.
Vomitavamo a turno.
Noi, gli invincibili, sulle note di Vedi Cara.
Sarei rimasta a dormire nel casino. Lui si oppose perché non si fidava.

Una casa ricca, una casa calda anche di notte.
Estrasse il letto dal cassettone. La stanza era piccola, e ci si muoveva a fatica. Sopra la mensola c’era un sax di ottone ossidato. Suonava: chitarra, armonica, flauto. Pensava di essere bravo ma io non ero in grado di giudicare.
Mettemmo il piumone dentro il sacco profumato di ammorbidente, mia madre lavava ancora con il sapone di Marsiglia.

«Ascoltavamo musica, scazzavamo
di politica.»

Era la prima volta che vedevo un piumone: una nuvola caldissima fatta di leggerezza. Sua madre era tedesca.
A casa mia dormivo con le coperte abruzzesi, pesanti e ruvide, color merda di mucca a fiori bianchi. Entravo nel letto gelato, mi svegliavo ancora più infreddolita e indolenzita. Mamma le aveva comprate all’Aquila, credeva di avere fatto l’affare della vita.
Il piumone fu una scoperta.

Mi addormentai.
All’una fui svegliata. Lui parlava nel corridoio con la madre: «Letizia è rimasta a dormire da noi. Era tardi e non ho potuto avvertire…».
Sembrava incazzata.
Faticavo a svegliarmi: il caldo mi avvolgeva. Quando rientrò gli dissi che volevo andare via, non volevo incontrare i suoi.

Mi accompagnò a casa con la Diane rossa; l’unico del gruppo ad avere una macchina di proprietà.
Avevo in bocca lo strano sapore dell’alcol.
In bagno trovai le mutande sporche di sangue. Avevo avuto il mio primo rapporto. O forse qualcosa di simile. Non con lui. Doveva essere stato con quello che aveva la barba alla Che, i denti bianchissimi. In più si sbronzava con classe.
Dopo pranzo giocai a tombola.

Lo sposai, quello del piumone, tre anni dopo. Mi ero innamorata del piumone e del caldo di casa sua.
Andò male.
Non basta un piumone a sostenere l’amore.

ghezzi costanza

Costanza Ghezzi vive, legge, scrive e lavora ad Albinia, nella Maremma toscana. Lettrice insaziabile e editor, collabora con autori e autrici locali. Ha fondato un’agenzia letteraria, Thàlia, dando voce a un sogno. Crede nei Diritti umani ed è impegnata nel Centro antiviolenza della Provincia.

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lo spiazzo dietro laniene

Un racconto di Adriano Giotti
Numero di battute: 2497

Mentre camminiamo, lo zaino inizia a pesarmi sulla schiena, ma lui non fa cenno di prendermelo. Nessuno nel quartiere osa alzare lo sguardo su di lui. Il mio amico Michele l’altro giorno mi ha detto che mio padre è l’invidia di tutti, non ce l’ha nessuno un padre figo come il mio. Non gli ho risposto che spesso non ce l’ho neanche io, un padre come il mio. Mentre camminiamo sento che gli squilla il cercapersone. Succede sempre quando stiamo assieme, ma stavolta non risponde. Mi carezza la testa e mi spinge dentro un bar.

Prendi quello che vuoi, mi dice.
Ci sediamo al bancone, c’è odore di pastarelle. Io prendo un tramezzino tonno e uovo, lui una Peroni da 66. Mi guarda mangiare, mentre beve la sua birra. Il cercapersone gli squilla di nuovo. Persino il barista glielo fa notare, ma mio padre dice che non fa niente.

Mi porta allo spiazzo. Quello dietro l’Aniene, vicino a dove fa la curva. È il suo posto preferito. Non c’è niente, solo erba e palazzi in lontananza. Una volta mi aveva raccontato che c’era una roulotte, ci viveva un pazzo dentro. E un giorno morì bruciato perché si addormentò con la sigaretta accesa.

Togliti lo zaino, mi dice.
Lo tolgo, lo butto sull’erba.
Togliti anche il giubbotto, mi dice.
Ubbidisco.
Spicciati, vieni qua, mi dice.

«Adesso colpiscimi.»

Mi fa vedere come mettermi in posizione, la gamba sinistra sempre più avanti della destra per poter colpire con il destro. Mi insegna il gioco di equilibrio. L’uno di fianco all’altro, mi sento la sua copia in miniatura, mi chiedo se diventerò mai forte quanto lui. Il suo bicipite è grosso quasi come la mia testa.

Adesso colpiscimi, mi dice.
Lo colpisco dove arrivo. Alla bocca dello stomaco. Mi faccio male alla mano.
Riprovaci, mi dice.

Gli viene da ridere mentre lo colpisco di nuovo. Mi fanno male le nocche, mentre mi ripete di colpirlo. Poi mi prende la faccia con la mano e mi allontana. Mi ripete di colpirlo, ma le mie braccia mulinano senza andare a segno, non c’arrivo, è troppo lungo il suo braccio. La sua mano sa di ferro e di sporco. Provo a morderla, lui la solleva all’improvviso e io perdo l’equilibrio e cado a terra.

Alzati, mi dice. Spicciati.
Mentre mi rialzo, mi scaglio contro di lui, che si sposta, ci riprovo, ma si sposta di nuovo.
Concentrati cazzo, mi dice, sto qua davanti a te.

Mi afferra di nuovo per la testa. Stringe. Sento le sue unghie cacciarmisi dentro la pelle. Urlo. Ma lui non la smette. Gli vedo gli occhi, lo sguardo lontano, freddo.
Fino a quando il cercapersone squilla di nuovo. E lui molla la presa.

giotti adriano bio

Adriano Giotti (1984) è nato a Firenze ma vive a Roma. Laureato in Teoria della comunicazione e Master in Scrittura alla Scuola Holden. Il suo cortometraggio Mostri è stato selezionato nella cinquina dei David di Donatello 2017. Il suo primo lungometraggio Sex Cowboys ha vinto il premio come Miglior Film Italiano al RIFF – Rome Independent Film Festival. Sta finendo di scrivere la sua prima raccolta di racconti, storie che al cinema non gli farebbero mai girare.