Pastrengo Agenzia Letteraria

Category Archives: Rivista


racconto valentina grazzi

la donaza

Un racconto di Valentina Grazzi
Numero di battute: 2406

Rina fissò la vecchia muta davanti alla stalla. La paura le irrigidì i muscoli e il respiro si fece più corto: aveva otto anni e non sentiva più il freddo pungerle la pelle. Rina non gridò, non ne ebbe la forza. Un grande buco vuoto le affiorò dentro al petto, un dolore simile alle cadute dal mulo con i fratelli. Lo sguardo della vecchia era vacuo eppure tremendo, le vesti nere cadevano a terra sul corpo scarno e pallido, i capelli bianchi erano radi e sporchi. La neve le inzuppava le vesti, i piedi erano scalzi ma la vecchia non sembrava provare fastidio. Sorrise un momento come un lampo estivo sopra la vallata e mostrò i denti gialli.

Rina non la conosceva eppure sapeva chi era.
Era la Donaza.

«Era la Donaza.»

Era gennaio e Rina era stata svegliata per andare a prendere il latte appena munto alla stalla dei Da Pian, vestita a forza mentre i fratelli sognavano nel letto vicino alla porta. La stufa era spenta, la mattina era buia, il padre era uscito da tempo e la tavola veniva fragorosamente sparecchiata dalla cena della sera precedente. Rina era restata in piedi a guardare il ventre della madre spostarsi su e giù per la stanza, aspettando impaziente il recipiente del latte. Sentiva ancora il peso del sonno addosso, il fiato caldo della sorella sulla schiena, la camicia pesante pizzicare le caviglie. Tuttavia sua madre l’aveva spinta fuori di casa in maniera brusca, reclamando il latte e sollecitandola senza delicatezza.

Controvoglia era stata costretta a incamminarsi e ora si trovava di fronte alla Donaza, alla vecchia che si diceva mangiasse i bambini cattivi. Chi lo diceva? Tutti i paesi della valle. Con orrore Rina le guardava gli occhi vuoti, la lingua che correva da una parte all’altra della bocca, bocca che pareva pregustare la carne. Nessuno aveva incontrato la Donaza ma tutti ne conoscevano le fattezze: tutti ne parlavano ma nessuno diceva che assomigliasse a una poveretta. L’unico pensiero che si fece strada in Rina fu quello di non meritarsi quell’incontro: lei era una brava bambina. Faticava, finiva la minestra nel piatto, stentava a leggere e a far di conto, ubbidiva, al contrario dei fratelli e della sorella.

«Ti filo le budella» mormorò la vecchia protendendo le mani.

Rina raccolse le forze, gettò il secchio facendo fracasso e corse verso il tabià vicino. Sentì il canto del gallo e poi un sibilo mentre la paura le rimbombava nelle orecchie.

La Donaza era scomparsa.

grazzi valentina

Valentina Grazzi vive in provincia di Mantova e, dopo la laurea in Lettere moderne, gestisce una piccola libreria nel centro della città. Collabora con la casa editrice Edizioni del Baldo. Ha scritto per le riviste Ammatula e Settepagine, presto apparirà anche su Narrandom.

carmine pignata racconto

velocità di caduta

Un racconto di Carmine Pignata
Numero di battute: 2466

L’uomo dice: non è detto che si muore dal terzo piano. È una questione di velocità, e poi ci sono gli alberi. Considera i rami. Al massimo rimarresti paralizzata, ed è peggio, no? Esistono altre possibilità, dice, molto più efficaci. Trovo sia un modo alquanto bizzarro di persuadere qualcuno a non suicidarsi, ma non sono affari miei, è una cosa tra moglie e marito.

Me ne resto appoggiato alla ringhiera a guardare verso l’alto. Questa è la prima cosa interessante che succede in due mesi che vivo qui.

Della coppia sopra di me so poco. Prima di oggi non li ho mai visti in faccia. Di loro conosco solo i suoni che fanno quando litigano. Sento le urla di lei scivolare attraverso il soffitto e i tentativi dell’uomo di farla ragionare. La sua voce ha la cadenza monotona dell’abitudine. La cosa peggiore però sono i tacchi: un martellare continuo da una parte all’altra della casa, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

«Non è detto
che si muore
dal terzo piano.»

In strada la polizia ha delimitato la zona antistante il palazzo. I vigili del fuoco discutono se sia meglio tirare su la scala o stendere il gonfiabile. Un gruppo di persone si accalca dietro il nastro rosso e bianco. Dai palazzi di fronte qualcuno scatta delle foto. Controllo sul cellulare se qualche giornale ha già riportato la notizia. Sarebbe bello se lì giù ci fosse anche la televisione.

I vigili del fuoco li ho chiamati io quando ho visto una decina di paia di scarpe volare davanti al mio balcone: laccate, scamosciate, col tacco a spillo, stivali, sandali e scarpe da cerimonia. Piovevano giù insieme alle urla. Allora mi sono affacciato e ho visto la donna del terzo piano seduta sul cornicione. I piedi nudi che ciondolavano nel vuoto.

L’uomo ha un approccio distaccato alla cosa. Tiene i gomiti appoggiati alla balaustra e sorride tranquillo a pochi centimetri dalla donna. Insiste a dire che così è inutile, ci sono modi più sicuri per ammazzarsi. Lei dopo un po’ smette di urlare. Sporge di poco la testa. Fissa la strada come se stesse calcolando quante probabilità ha di morire davvero. Il marito allora le allunga una mano e dice che se proprio vuole farla finita possono andare insieme sul terrazzo, da lì la velocità di caduta garantirebbe un risultato sicuro. Fidati, dice.

Le gambe di lei rientrano dietro il cornicione. Entrambi spariscono dalla mia vista e tornano a essere semplici voci. La donna singhiozza: Mi aiuterai? L’uomo risponde: Farò tutto quello che vuoi. Andiamo a prendere le scarpe adesso. Vuoi mica salire scalza?

pignata carmine bio

Carmine Pignata (1982) nasce a Caserta, da dieci anni vive e lavora a Roma. Dal 2017 frequenta il laboratorio permanente sul racconto Trenta Cartelle. Due suoi racconti sono apparsi negli ebook: Passaggi e Lunedì 9, in collaborazione con la Scuola del Libro. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Mag O.

racconto valeria micale

respiro

Un racconto di Valeria Micale
Numero di battute: 2484

Si fece strada in mezzo a bottiglie di plastica e pezzi di polistirolo. I piedi le scivolavano fuori dagli zoccoli, costringendola a rimettersi in equilibrio ogni volta. Scansò un ciuffo di alghe secche e si fermò per riprendere fiato. Undici e quarantanove.

Temeva vocio di bambini, risate sguaiate o, peggio, canne da pesca schierate come alabarde sulla battigia. Scorse, invece, solo un vecchio che leggeva e una giovane donna accanto a lui. Si sistemò poco lontano e andò a bagnarsi i piedi. La sabbia era incandescente. Aprì l’ombrellone e si distese sulla sdraio. Non voleva pensare a niente. Soprattutto, non voleva pensare alle parole taglienti della sera prima. Prese il cellulare dalla borsa e digitò: “Mi sento inutile. Mi sembra tutto inutile”. Dodici e zero quattro.

Incominciò il rituale della vestizione. Infilò la cuffia, inumidì gli occhialini con la saliva e li sciacquò nell’acqua trasparente e quasi ferma. Lo scoglio la aspettava come ogni giorno. Procedette fin quando l’acqua le arrivò alla vita, prese un profondo respiro e si immerse.

«Cola Pesce le venne incontro
e la tirò con sé.»

La stupì l’acqua torbida: non c’erano state mareggiate, eppure non riusciva a vedere il fondo. Contò le prime bracciate, avrebbe preso aria alla terza, dal lato sinistro. Poi un Vajont la schiacciò togliendole il respiro. Si dibatté come un pesce nella rete, schiumando alla cieca. Lo sforzo era sovrumano. Diventò un grumo di istinti: mani che annaspavano, gambe che scalciavano, schiena che si inarcava. Nessun pensiero paura ricordo, niente.

Cola Pesce le venne incontro e la tirò con sé. Un banco di acciughe li affiancò, poi scartò all’improvviso e scomparve. Tra un luccichìo di cicirella, riconobbe l’enorme sagoma scura dell’Orcaferone adagiata sul fondo. Le colonne, però, non le vedeva, e com’era possibile che mentre Cola Pesce era con lei la terra non crollasse? Ma non aveva il tempo di avere paura né di chiedersi il perché e il per come, che lui la trascinava più veloce. Si unirono al girotondo vorticoso del Satiro danzante e fu allora che udì la voce di suo padre pronunciare il suo nome. Lo cercò con lo sguardo, ma vide solo pulviscolo d’alga che riluceva colpito dai raggi del sole. Infine, fu risucchiata da gorghi scuri e scivolò senza opporre resistenza, spinta da una forza che avrebbe potuto polverizzarle le ossa.

Una mano la afferrò. Fu colpita da una luce accecante e il fuoco le inondò i polmoni. Poi una voce disse: «È una femmina! Ora di nascita: dodici e zero nove».

Aprì gli occhi e respirò.

micale valeria bio

Valeria Micale, biologa, è nata e vive a Messina, dove lavora presso il Consiglio nazionale delle ricerche. Autrice di lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali, ha scoperto da poco che le piace raccontare storie. Suoi racconti appaiono o appariranno su Malgrado le mosche, Bomarscé e Micorrize, oltre che nell’antologia sul tema del femminicidio Caro maschio che mi uccidi (Fusibilia 2019).

fratta alessandro racconto

gelati al limone, una favola

Un racconto di Alessandro Fratta
Numero di battute: 2331

Questa è, non è una favola – ciò che segue, una volta c’era, dopo, non ci sarà.

In giorni di dolce apocalisse, ancora vive tra le montagne una piccola confraternita [si tratta di un anacronismo, di quelli ben incistati nella propria epoca, tanto da lasciare intendere che fuori tempo sia tutto il resto].

La confraternita ha le caratteristiche che mille altre storie hanno narrato: non saranno ripetute. Solo un dettaglio, sfuggito alle altre, sarà detto.

Un pollaio.
Al suo interno, un numero imprecisato di galline.
Al suo interno, un numero preciso di galline ammalate: una.

«Tutti conoscono la morale.»

Sarà presa, messa fuori dal pollaio. Perché le altre non si ammalino, perché tutte le altre, di numero indefinito, possano vivere. Una sola gallina, nel cuore della notte, si trova all’esterno di un pollaio, tra le montagne, in giorni di dolce apocalisse. Malata, tuttavia, una gallina esplora ogni centimetro di spazio circondante il pollaio, per entrare nel luogo che le è precluso per sempre.

L’indomani, all’alba, un pollaio. Al suo interno, un numero imprecisato di galline vive, sane. Al suo esterno, un numero preciso di galline ammalate: non una.

Tutti conoscono la morale.

Ma la volpe non ha mangiato la gallina. La volpe si è rifiutata di mangiare una mallina galata. Una mallina galata? Una pallina gelato. Una pallina gelata è un cattivo pasto per chiunque. E una volpe prova più simpatia per una gallina malata che per un numero indefinito di galline sane, che desidera solo mangiare.

Così, una volpe e una gallina malata si trovano a vagare insieme tra le montagne, in giorni di dolce apocalisse. Vengono sorprese da un cacciatore.

La volpe sarà poi imbalsamata e per molti anni risiederà nella camera del cacciatore, finché la sua giovane moglie, turbata dal ghigno della piccola bestia, non chiederà di rimuoverla.
La gallina malata, invece, non essendo trofeo per cacciatori, è quel giorno risparmiata. Ma non quando la malattia compirà infine il suo corso.

All’interno del pollaio, le galline sane, dopo aver prodotto un numero indefinito ma sufficiente di uova, sono spennate e bollite.

La confraternita [rimasta un anacronismo ancora per qualche tempo] è poi scomparsa, in giorni di dolce apocalisse, lasciando solo qualche traccia di sé, tra silenziose montagne.

Le montagne, infine, sono state lappate dalle lingue di fuoco di una stella morente.

fratta alessandro

Alessandro Fratta (1990) è nato a Verona e ha vissuto a Oxford, Cork e Bordeaux, dove attualmente risiede. Suoi racconti sono apparsi su CrapulaClub, Clean Rivista e Housefire. Paga l'abbonamento a Netflix lavorando per una piccola casa editrice di scienze animali.

campete dominique racconto

domenichella

Un racconto di Dominique Campete
Numero di battute: 2500

Domenichella se ne stava barricata in casa da tre giorni; era Giovanni a ritirare la posta che, quella mattina, conteneva una busta gialla dell’agenzia immobiliare, grande almeno quanto il tagliere che usavano per affettare il pane.
«Domenichella, questi fanno sul serio, teniamo un guaio grosso grosso» aveva detto.

Tutto era cominciato sei mesi prima, quando la nipote Lauretta era arrivata di corsa a casa loro, con il grembiule da cucina addosso e le mani ancora sporche di farina.
«Zia!» urlava dalla strada. «Zia! Avete sentito il terremoto?»

Domenichella, in effetti, aveva sentito la terra fare una specie di rutto prolungato e poi rimettersi seduta, come dopo una buona cena, ma aveva continuato a ricamare la coperta per la nipote Maddalena che si sposava alla fine del mese.

«Domenichella,
questi fanno
sul serio.»

Qualche giorno dopo, però, aveva notato che sulle pareti della cucina erano apparse delle crepe profonde che tagliavano i muri in tutte le direzioni.

Di notte, quando il marito e le quattro figlie ancora da sposare andavano a dormire, lei cominciava a girare per la cucina, a piedi scalzi e senza accendere la luce. Si avvicinava a quei muri impregnati di umidità e odore di caciocavallo e appoggiava l’orecchio alle crepe con un’espressione assorta e un poco preoccupata.

Una mattina, Giovanni, mentre beveva il suo caffè corretto con Sambuca, aveva lasciato cadere per terra il cucchiaino e non lo aveva raccolto. «Domeniche’, ma che le succede a ’sta casa?» le aveva chiesto.
«Giovanni, io di notte ci parlo con questi muri e se ti dico che è tutto a posto tu mi devi credere» aveva risposto Domenichella, continuando a riempire l’imbuto di carne fresca e finocchietto.
«E cosa ti avrebbero detto i muri?»
«Mi hanno parlato di un cambio, di qualcosa di nuovo che sta per succedere.»

E infatti, dopo solo un mese, Rosina aveva tirato fuori la storia che si voleva sposare, anche se non aveva ancora finito i sedici anni e Peppino un vero lavoro non ce l’aveva. Ma quello sguardo di donna che le era venuto fuori tutto d’un colpo e la rotondità del seno, ogni giorno più evidente, avevano convinto entrambe le famiglie che non si poteva più aspettare.

Quindi si era risolto tutto con un bel matrimonio, semplice per carità, ma di tutto rispetto. Nessun paesano aveva potuto lamentarsi o criticarli. Poi, però, erano arrivati quelli dell’agenzia con l’ingegnere appresso per cercare di convincerli che la loro casa era in pericolo e che dovevano cercarsene un’altra. Ma questa cosa i muri non gliel’avevano mica detta e lei sapeva che non se ne sarebbe mai andata di lì.

bio dominique campete

Dominique Campete (1977) è nata ad Alessandria e da circa sei anni vive a Barcellona. Dorme poco, ride molto e scrive racconti brevi perché le fanno paura i progetti a lungo termine. Si è occupata per molti anni di sostegno alle persone in situazione di vulnerabilità e di progettazione. A Barcellona cogestisce un piccolo spazio educativo basato sulla pedagogia attiva. I suoi racconti sono apparsi su Verde, Cadillac e all’interno di diverse antologie.

Israelachvili-daniele-racconto

la kippah

Un racconto di Daniele Israelachvili
Numero di battute: 2473

«Dài Gabriele, esci dal bagno!» e giù pugni contro la porta. “Dio, come fa a essere così scemo?” si chiede Micael mentre apre la finestra.
«Spegnila subito!»
«Stai scherzando, vero? Hai un figlio di sette anni, vestito come un rabbino, chiuso a chiave in bagno e mi rompi se fumo?»

«Ti fa male!»
«Non tanto quanto gliene faccio io quando aprirà questa cazzo di porta» e giù un’altra serie di pugni, dopo aver lanciato la sigaretta fuori dalla finestra. Gli viene una gran voglia di bestemmiare ma si trattiene. Fa tre respiri profondi, poi appoggia la fronte contro la porta del bagno. «Gabri, anche a me manca il nonno, ma che senso ha vestirsi come lui? Tu non sei ebreo. La mamma è cattolica e ci manda pure a scuola dai Barnabiti…»
«Io sono ebreo! Come il nonno!» urla Gabriele dal bagno.

Micael sospira, mentre scaccia l’immagine di loro due al galoppo verso scuola. Lui sul cavallo e Gabriele con le mani legate che striscia sull’asfalto. «Già era strano spingere quella dannata carrozzina dalla casa di cura fino alla sinagoga, con il nonno tutto vestito di nero e quella kippah sempre in testa e poi» con un tono di voce ancora più basso «se vai a scuola vestito così, ti prenderanno tutti per il culo.» Anche se mentre lo dice in realtà sta pensando: “Ci prenderanno tutti per il culo”.

«Io sono ebreo! Come il nonno!»

Torna verso la finestra e si accende un’altra sigaretta. Mentre guarda la striscia di fumo allontanarsi, gli tornano in mente quei cerchi così perfetti che uscivano come ciambelle dalla bocca di suo padre. Uno spettacolo, che però suo fratello non aveva mai visto. Dopo averla spenta sul davanzale, rimane lì a fissarla mentre cade nel vuoto. “Sarebbe bello se almeno una volta, dopo aver toccato terra, rimbalzasse e tornasse su” pensa, e allunga una mano sporgendosi leggermente in avanti. Dopo aver aspettato inutilmente grida: «Fanculo!», poi chiude la finestra e torna davanti alla porta del bagno per dire a suo fratello che va bene, se vuole a scuola può anche andarci vestito così, che lo accompagna lo stesso.

Sente il rumore di una chiave che gira, ma la porta rimane chiusa. Quando Micael abbassa la maniglia lo trova seduto a terra. Indossa un gilet nero sopra una camicia bianca e tra le mani stringe la kippah del nonno. Sotto ha solo un paio di mutande dalle quali partono due gambe magrissime. Mentre si china per togliergli la kippah dalle mani si accorge che sta piangendo. Lo prende in braccio e, dopo avergliela messa sulla testa, insieme escono dal bagno.

Daniele Israelachvili

Daniele Israelachvili (1978) scrive i suoi primi racconti durante le lezioni di Microeconomia all’università, ma per anni non lo dice a nessuno perché ai suoi occhi è come se suonasse l’ukulele nudo. Quest’anno suoi racconti sono apparsi o appariranno su ’tina, Risme, Blam, Bomarscè, Clean e Narrandom.  

giulia sarli racconto

churchill

Un racconto di Giulia Sarli
Numero di battute: 2421

Catia e Nichi giocano a pallone vicino all’acqua. Vorrei stare con loro ma fa troppo caldo, sento il peso del pelo sul corpo. La mamma sotto l’ombrellone mi bagna la testa ogni tanto.

«Dovevamo lasciarlo a casa, non vedi che sta male?» dice il papà.
«Ma non può stare da solo, Churchill è solo un cucciolo!»

Annuso la sabbia. Provo a leccarla. Eccì! Dei granelli mi sono rimasti incollati alla lingua. Avanzo. TUM TUM. Che cos’è questo rumore?

TUM. Mi guardo intorno. È vicino al muretto che delimita la spiaggia. Lo raggiungo e inizio a scavare. Il rumore si fa più forte. TUM TUM. Sento qualcosa di morbido contro i polpastrelli e mi fermo. TUM. Ora il battito è continuo. TUM. Sembra. TUM. Un cuore. Lo prendo in bocca, porto il mio trofeo dalla mamma, glielo appoggio sulla salvietta e aspetto. TUM. Lei guarda. TUM. Caccia un urlo. D’istinto, riprendo il cuore e corro sulla battigia. I bambini si piegano a guardare. Catia dice «Bleah!» e si copre gli occhi con le mani; Nichi ha negli occhi lo sguardo di quando taglia la coda alle lucertole. TUM. Sento il rumore dell’acqua che viene. Il mare mi avvolge le zampe. Scatto via.

Supero una spiaggia e quella dopo ancora. Traccio una linea di fuga a tendini tesi. Più avanzo e più la sabbia si svuota di corpi.

«TUM TUM.»

Raggiungo il silenzio di una riva deserta. Quasi. In fondo, appoggiata agli scogli, la figura di un uomo. Mi avvicino. È vestito come quando fa freddo. Indossa un impermeabile, in testa un cappello da pescatore. La camicia azzurra, tutta lisa, ha i bottoni aperti che lasciano al sole il collo cotto. La faccia è per metà coperta da una barba disordinata. Sembra stia dormendo, non si accorge che mi sono avvicinato. Lascio cadere il cuore e abbaio. L’uomo apre gli occhi. TUM. Mi vede. TUM. Vede il cuore. TUM TUM.

«Il mio cuore!»

Lo afferra tra le mani e lo inghiotte. Io abbaio forte. «Shhh aspetta!» Si mette l’indice davanti alla bocca. Vedo l’unghia lunga e nera, simile a un coltello. Restiamo in silenzio. TUM. Sentiamo. TUM. Il rumore. TUM TUM. Ha ripreso. Mi avvicino al petto dell’uomo, è da lì che viene. Ci schiaccio contro il muso.

«È il mio cuore, erano anni che lo cercavo. Adesso posso tornare a casa, finalmente!»

Lo annuso, gli salgo su una gamba, gli lecco una guancia.

«Churchill!» Sento la voce della mamma e dei bambini.

L’uomo intrufola le dita nel pelo della mia testa in una carezza. Si alza in piedi, entra in acqua e scompare nel mare.

Sarli Giulia Bio

Giulia Sarli è nata a Bergamo nel 1987. È laureata in Lettere e collabora con La Balena Bianca. Legge e scrive tutti i giorni.

besi stefano racconto

il succo di frutta avvelenato

Un racconto di Stefano Besi
Numero di battute: 2453

La mamma entrò in camera e vide un’enorme distesa di mattoncini Lego: i bambini avevano rovesciato il cesto. Sembrava una pozzanghera colorata. Suo figlio ne toccava il bordo come se avesse paura di bagnarsi. Il suo amichetto Gianni invece era nel centro, immerso nei mattoncini come se nuotasse.

«Volete del succo di frutta?»
Gianni emerse dal mare di plastica e alzò le braccia: «Sì!».
Fulvio invece restò in silenzio.
«Tu non lo vuoi, Fulvietto?» chiese ancora la donna.

Il bambino scattò con la testa come se si accorgesse solo in quel momento della sua presenza. «Sì... grazie» disse strizzando gli occhi e agitando le mani nella sua direzione come un prestigiatore. 

La donna tornò in cucina un po’ preoccupata: nemmeno dopo aver scartato un regalo Fulvio sapeva dire “grazie”. Cosa stava succedendo? Riempì di succo di frutta due bicchieri e li portò ai bambini.
«Ecco qui» disse poggiandoli sulla piccola scrivania.
Gianni continuava a nuotare nei mattoncini. Fulvio restava come prima di lato. Forse, pensò la donna, a mio figlio i Lego non piacciono così tanto.

«Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.»

Appena la madre andò via dalla stanza Fulvio prese i bicchieri e senza farsi notare li annusò. Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.

«Ecco, tieni» disse porgendone uno a Gianni.

L’amichetto lo prese e si scolò il succo in un sorso. Fulvio, invece, fece solo il gesto, ma non bevve. Evitò anche di bagnarsi le labbra, meglio non rischiare.

«Com’è? Buono?» chiese.
«Buonissimo» disse Gianni. Poi posò il bicchiere e riprese subito a giocare.
Fulvio restò immobile a fissarlo in modo tanto insistente che Gianni chiese: «Che c’è?», e lo costrinse a distogliere l’attenzione.

Allora Fulvio studiò il fondo del bicchiere dell’amico e vide che erano rimaste poche gocce. L’ha davvero bevuto tutto, pensò. Bene. Riprese a giocare con un mattoncino per volta, ma in realtà osservava con attenzione Gianni. Lo guardò a lungo cercando di non farsi notare. Lo guardò per interi minuti, ma non accadde nulla.

Quando la madre tornò in camera per vedere come andavano le cose, Fulvio la prese per una mano e la trascinò in cucina.
«Che succede?» chiese la donna.
«È vivo» disse Fulvio.
«Cosa dici, tesoro mio?»
«Gianni è ancora vivo.»
«Certo che è ancora vivo. Perché non dovrebbe?»

Fulvio capì che la madre non aveva sentito il messaggio. Non era telepatica. Non sapeva neanche che Gianni aveva rovesciato tutti i Lego a terra.
«Che mamma inutile» disse.
Poi tornò di corsa da Gianni. Doveva escogitare un nuovo piano.

besi stefano

Stefano Besi (1979) è laureato in psicologia e lavora nel campo della formazione esperienziale. È stato insegnante di grafologia e pasticcere professionista (specializzato nella produzione del gelato). Ha un blog che aggiorna di rado ma con piacere: www.controversi.net. Non sa suonare uno strumento e non sa guardare attraverso i muri, ma ci sta lavorando.

Racconto Maniscalco Anna

radici comuni

Un racconto di Anna Maniscalco
Numero di battute: 2184

Il giorno che la mia amica è andata a vivere con il suo fidanzato ha nevicato per la prima volta, quell’anno. Ho guardato fuori dalla finestra, la tazza di tè già troppo carico in mano, pensando che al mattino si sarebbero sconfortati – il camion con gli scatoloni bloccato nel traffico, la fanghiglia sui marciapiedi – ma alla sera si sarebbero seduti sul divano appena spacchettato, sotto una lampadina ancora nuda, e avrebbero visto i fiocchi che continuavano a cadere su quello che finalmente era il loro balcone.

Non sono mai stata brava con il bricolage, non so disegnare, ritagliare, incollare, spennellare, ma ho fatto sviluppare un vecchissimo rullino con le nostre foto da piccole: due neonate minuscole, messe una accanto all’altra nella culla e totalmente indifferenti a ogni altro essere umano nei dintorni.

«Ecco, per te,
un tetto, una vita,
un amore.»

Avrei attaccato le foto con delle mollettine a un filo di luci di Natale, l’avevo già visto in tante case diverse, e sapevo che non le sarebbe importato avere una cosa che non fosse unica, solo sua.

La settimana prima del trasloco abbiamo fatto un sopralluogo, noi due. Ha controllato che le piastrelle in cucina non si fossero scheggiate dopo la posa, che non ci fossero più cavi in vista. Abbiamo passato lo straccio per togliere la polvere d’intonaco che era sfuggita ai teloni di protezione. Tutto aveva un odore eccitante e insopportabile. Il forno, senza nessun alone, lo specchio del bagno senza ditate; non un segno sui muri, tutto le veniva consegnato immacolato, con l’unico imperativo di goderselo. Ecco, per te, un tetto, una vita, un amore.

Le ho chiesto se le servisse altro, e mi ha risposto che voleva un gatto, per avere qualcuno di cui prendersi cura. Ha detto, scherzando, che ero sempre stata la sua quercia, e ora che andava da sola nel mondo voleva restituire qualcosa.

Le ho risposto che non poteva mica diventarmi una persona matura nell’arco di una settimana, quella doveva essere l’unica cosa mia. Però mi ha fatto tenerezza. È vero che sono nodosa, e che mi ergo da sola sulla mia collina; mi piace la vista dall’alto, qualche volta.

Le ho messo una mano sulla testa, e le ho detto: «È l’ultima volta che ti faccio ombra, mia giovane amica».

Anna Maniscalco Bio

Anna Maniscalco (1992) si è diplomata in Cinema alla Scuola Holden e in Arti del Racconto alla IULM. Nata a Modena, ora vive a Milano, si muove nell’editoria e collabora con ilLibraio.it. Ha scritto di film su Sushiettibili.eu e ha pubblicato racconti su Abbiamo le prove, inutile, L’Inquieto. Ha creato la newsletter La cinefila della domenica.

racconto amelii niccolo

la cantina

Un racconto di Niccolò Amelii
Numero di battute: 2485

In superficie si sta bene, entra parecchia luce dalle ampie vetrate del salone, l’aria circola con frequenza regolare, il panorama si delinea sinuoso dal parapetto della veranda e i colori del tramonto si stagliano quotidianamente all’orizzonte dipingendo bagliori impressionisti sulle pareti. Non c’è alcun problema di connessione o di segnale in superficie, i suoni si percepiscono con chiarezza, il cibo è buono e abbondante. 

Ogni servizio è a portata di mano, ogni piccolo lusso o vizio può essere soddisfatto con un po’ di pazienza e fortuna. Ecco perché tutti vogliono rimanere in superficie e si applicano con abnegazione, costanza e una punta di benevole arroganza affinché tale volontà non venga mai delusa.

«Ecco perché tutti vogliono rimanere in superficie.»

La cantina invece fa paura, se ne parla sommessamente in rare occasioni, a bassa voce prima di addormentarsi e per pochi minuti. Nessuno è mai risalito dalla cantina, perciò coloro che vengono prescelti per scendere le scale sono consapevoli che probabilmente non rivedranno i loro cari, gli amici o lo scintillio tenue del sole all’alba. Con lo sguardo abbassato e il volto contrito in una smorfia di tristezza indicibile si incamminano mesti, cadenzando i passi e i saluti. A volte qualcuno urla, strepita, si sdraia scalciando sul pavimento prima di essere risucchiato dall’oscurità della scala, ma più frequentemente la lunga processione si svolge in silenzio.

Sebbene mi ritenessi intoccabile e mi crogiolassi nella convinzione del tutto vana di poter resistere in superficie per il resto della mia esistenza, un giorno sono stato chiamato, io solo, irrevocabilmente. Ho pianto, ho serrato i pugni, ho invocato i santi e lanciato le maledizioni più audaci, tempestato l’aria di bestemmie e ingiurie, eppure a nulla è valsa la mia furia disperata. Mi hanno scortato senza parlare sino alla scala, io solo, non era mai successo prima. La scala era lunga, di una pendenza vorticosa e i gradini consumati e pieni di buchi, una sostanza vischiosa ricopriva gran parte del corrimano. Non ho avuto la forza di voltarmi indietro un’ultima volta e, arrivato stremato alla soglia della cantina, loro mi hanno afferrato le braccia e mi hanno portato dentro, respiravo a fatica.

Non sono mai più risalito in superficie, ci ho provato nei primi tempi di prigionia, ma i miei tentativi di fuga sono sempre stati scoperti o braccati. Per questo motivo ho deciso ben presto di rinunciare. Mi sono abituato, in fin dei conti nella cantina si vive bene, ora il buio è la mia luce.

Amelii Niccolò

Niccolò Amelii (1995) è laureato in Editoria e scrittura all’Università La Sapienza e ha fondato il sito di critica e cultura Quaderni contemporanei. Ha pubblicato articoli su Nazione Indiana, Poetarum Silva, Flanerí, Diacritica, Frammenti; racconti su Altri Animali, Clean, Blam. Ha partecipato alla XXXIII edizione del Premio Calvino.