Un racconto di Susanna Verni
Numero di battute: 2500
Era stata una pessima settimana per D., e doveva ricordare a se stesso di essere fortunato.
Per D. il cinema horror era un’enciclopedia di disgrazie che non gli erano mai capitate. I film di paura gli facevano ritrovare un rinnovato senso di gratitudine per la sua vita e lo rassicuravano come un abbraccio inaspettato dopo una lite.
A cena ne parlò con Marta, che nonostante detestasse la paura amava D. più di ogni altra cosa, e non sopportava di vederlo con quel suo umore indecente. Marta e D. si amavano da molti anni e condividevano un’empatia soprannaturale, che li costringeva a desiderare l’uno la serenità dell’altro, costi quel che costi.
«Era stata
una pessima
settimana per D.»
Solitamente D. sceglieva il film in base alle sue esigenze, ma quella sera la sua mente era troppo annebbiata per poter decifrare la giusta trama per il suo cruccio. Da quando aveva scoperto il benefico effetto dei film dell’orrore, era riuscito a individuare quali macabre sventure meglio risolvevano un particolare malessere. A corto d’idee, decise di ripescare un classico dal suo archivio, l’intramontabile storia di un killer seriale che trucida persone innocenti.
Dopo cena Marta e D. si spostarono in salotto. Le finestre che di giorno registravano la cronaca del giardino, al buio trasmettevano la replica sbiadita delle loro serate; tuttavia quando guardavano quei film, Marta ordinava a D. di chiudere le tende e serrare quel portale di suggestioni che l’avrebbe tormentata fino alla camera da letto.
La tensione architettata dal regista molestava la sensibilità di entrambi, e se Marta si concentrava su dettagli insignificanti pur di smorzare l’inquietudine, D. iniziava ad avere buoni motivi per sentirsi meglio. Era sollevato che la sua macchina non si fosse mai guastata mentre percorreva un bosco di notte, ed era sollevato che non avesse mai dovuto alloggiare in un albergo semideserto, di cui i giornali riportavano misteriosi omicidi da oltre un decennio. Finora la sua esistenza era riuscita a sorpassare le oscenità del caso, senza mai inciampare in quel terribile scenario.
Dopo settantasei minuti il film raggiunse lo zenit. Marta soffocò il viso in un cuscino, isolandosi in una dimensione di piume e attesa. D. guardò la lama dell’assassino affondare nella carne di quell’innocente, e da ogni ferita inflitta uscivano lapilli di sangue. Si sentì improvvisamente debole, ingoiò saliva dal sapore ferroso. Marta gli chiese se fosse tutto finito, D. si voltò a guardarla.
Era così contento di vedere che si era salvata anche lei.
Susanna Verni è nata a Cattolica nel 1988, e dopo aver provato a vivere a diverse latitudini europee, nel 2017 ha scelto Bologna come casa. Lavora come ufficio stampa, prova a scrivere per il cinema.
Un racconto di Mattia Cecchini
Numero di battute: 2140
Dalle nuvole grigie, a forma di pugno, piovevano grosse gocce fredde. La terra era fradicia, un tappeto di fango trapuntato di pozzanghere. Il cortile era circondato da basse staccionate sbilenche, e in fondo, crivellato dai proiettili, svettava come un gigante il muro delle esecuzioni.
L’impiegato Panne teneva la fronte schiacciata contro il muro e le mani, legate dietro la schiena, erano gelide e senza unghie. Si voltò piano da una parte, in fila accanto a lui c’erano vecchi, donne, bambini; si voltò dall’altra parte, e c’erano storpi, uomini, disertori.
Il vento soffiava freddo contro i condannati, gli gonfiava le casacche zuppe e poi gliele appiccicava al corpo. Alle loro spalle arrivò il plotone d’esecuzione, accompagnato dai latrati dei cani lupo al guinzaglio. I soldati si posizionarono un metro l’uno dall’altro e sferragliarono con i fucili. Erano quasi pronti a sparare.
Dal fondo della fila dei condannati, il generale Zaniero marciava verso la cima. Era chiamato la Bestia del Diavolo.
Appoggiava il frustino sulla spalla di uno: «Lui sì», passava a quello successivo: «Lui no», poi quella dopo: «Lei sì, lui no, lui sì». Indicava uno per uno chi doveva essere fucilato.
«Era chiamato
la Bestia del Diavolo.»
Il generale Zaniero si avvicinava all’impiegato Panne, e giunto alle sue spalle disse: «Lui no», passò allo storpio accanto: «Lui sì, lui no», e ancora: «Lui sì, lui no, lui sì».
Raggiunta la cima dei condannati, il generale Zaniero infilò il frustino nella cintura, si piantò dritto alla sinistra dei suoi soldati e urlò:
«Puntate! Mirate!».
Il plotone scoppiò a ridere, una grassa risata cariata.
L’impiegato Panne si era pisciato addosso, ma forse non ridevano di lui. Allo storpio accanto, troppo smagrito, erano caduti i larghi pantaloni, e mostrava a tutto il plotone il culo flaccido e raggrinzito.
Il generale ammutolì i suoi soldati, gli bastò un cenno della mano, e comandò a uno di tirare su i pantaloni allo storpio. Quello eseguì di corsa, e quando stava per tornare al suo posto il generale aggiunse:
«Fai in modo che non caschino più».
Allora il soldato legò una corda attorno ai fianchi dello storpio, e tornò in posizione. Pronto a sparare.
Mattia Cecchini (1992) si trasferisce a Berlino nel 2017. Lavora in un ospedale vicino allo zoo e partecipa a vari laboratori di scrittura creativa. Nel 2020 un suo racconto è stato selezionato tra i vincitori del Concorso letterario Racconti Umbri, e nel 2021 sono apparsi altri suoi racconti su Rivista Blam e Split. Nella sua libreria ci sono (quasi) tutte le opere di Dostoevskij, D.F. Wallace e Pontiggia.
Un racconto di Federica Di Gloria
Numero di battute: 2481
Prendo le sigarette, dice, e con uno scatto del pollice aziona la freccia. Vedo il riverbero giallo sul guardrail di destra mentre la scritta “Dorno Est” mi schizza accanto. Imbocchiamo la rampa senza quasi rallentare, e il paesaggio lunare del parcheggio ci risucchia come una navicella di ritorno dallo spazio. Attendo uno schianto che non arriva.
Paolo scende e sbatte lo sportello, lo guardo sparire nell’edificio. Sembra una freccia, Paolo, una punta acuminata lanciata una volta per tutte contro un solo bersaglio. Un’unica traiettoria possibile, dritta, senza deviazioni né pentimenti.
Ora ad esempio sarei scesa con lui, se me l’avesse chiesto. Le coppie fanno così, scendono insieme in autogrill, entrano al bar e scelgono ciambelle di plastica dai nomi americani come se avessero nostalgia dell’Oklahoma, e c’è sempre uno dei due che tiene la mano tra le scapole dell’altro come una fiaccola nella giungla.
Paolo no, non mi chiede mai di scendere in autogrill. Che fare soste non gli piace, dice, che l’autogrill è roba da fessi. A cosa credi che servano tutte quelle caramelle, quei pacchi giganti di qualunque cosa? È così che ti fregano, dice.
«Le coppie
fanno così.»
A me piace, invece. E poi ho fame, e in autogrill fanno il Camogli, che solo a pensarci mi viene voglia di andare. Io poi neanche lo sapevo, che Camogli fosse un posto vero, che fosse un castello sul mare e che quel mare si chiamasse Paradiso, e quando l’ho scoperto ero già al liceo e mi sono sentita un’idiota. Ma quando sei ancora figlio non ti servono mappe e cartine geografiche.
Ci venivamo senza motivo, in autogrill, come si va a passeggio sul lungolago, a guardare lo spettacolo del mondo che passa. Mio padre mi lasciava curiosare da sola tra gli espositori, con la mia borsetta a tracolla, poi fingevamo di incontrarci per caso davanti al bar dove mi dava del lei ridendo e mi offriva il pranzo. Un Camogli per la signorina, per favore. Lo mangiavo in piedi, la fronte schiacciata contro la vetrata del ponte, a guardare le auto scivolare come biglie sotto le nostre suole, masticando sapore di altrove.
Paolo torna in auto e mette in moto senza guardarmi. Vorrei ricordarmi ancora la sua voce, ogni tanto. Telefonargli, magari. “Un giro a Camogli, papà?” E portarlo ancora qui, a Dorno Est, a contare biglie. E farmela spiegare bene, stavolta, quella storia assurda di uscite sbagliate, inversioni e vicoli ciechi.
Paolo accelera, io fisso lo specchietto retrovisore: l’autogrill ci si squaglia dentro in un secondo.
Federica Di Gloria (1974) è nata a Palermo, dove si è laureata in Lettere Moderne. Giornalista, nei suoi primi quarant’anni di vita si è divisa tra cronaca e letteratura. Oggi insegna Lettere in un liceo di Mantova, coordina una webradio studentesca, si occupa di libri e gruppi di lettura a scuola. Ha all’attivo due esperienze di scrittura collettiva: È la stampa, bellezze! (Leima, 2019) e Tina. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020). Con un suo racconto ha vinto una borsa di studio per un corso della scuola Belleville. Nel tempo libero legge, scrive e ascolta metal.
Un racconto di Francesco Ferrara
Numero di battute: 2500
«Il disegno che hai fatto» dice la maestra, «cosa rappresenta?»
La bambina guarda i cartelloni appesi alle pareti, tamburella con le dita sui braccioli della sedia.
«Sei tu il topolino giallo al centro del disegno?»
«Sì.»
«E cosa fa il topolino giallo?»
La bambina alza le spalle.
«Non lo sai?»
«No.»
«Sta dormendo?»
«No.»
«Si nasconde?»
«Ehm… sì.»
«Dove si nasconde?»
«Qui.»
«Qui, sotto l’albero?»
«Mmm.»
«Perché il topolino si nasconde sotto l’albero?»
La bambina si guarda le unghie. Fa un lungo sibilo con le labbra strette.
«La tua mamma» chiede la maestra, «è il maialino blu?»
La bambina indica il foglio sulla scrivania. «No, questo è il mio papà.»
«È il tuo papà?»
«Mmm.»
«E cosa fa
il topolino giallo?»
«E cosa fa il maialino blu?»
La bambina scuote piano la testa.
«Lo hai disegnato tu, dovresti saperlo. Cosa sono queste?»
«Boh.»
«Boh non è una risposta ammessa.»
«Non lo so, maestra.»
«D’accordo.»
La maestra si volta a guardare l’orologio sulla parete. «Il maialino blu sta forse piangendo?» chiede.
«Sì.»
«Perché piange il maialino blu?»
La bambina si gratta la crosticina sul gomito fino a farla sanguinare.
«Piange spesso il maialino blu?»
«Ehm… sì.»
«Quando il maialino piange, il topolino va a nascondersi?»
La bambina fa di sì con la testa.
«Perché ha paura?»
«No.»
«Perché è arrabbiato?»
«No.»
«E allora perché?»
La bambina guarda in basso, incrocia i piedi, la punta delle scarpe sfiora il pavimento.
«L’uccello grande e nero, qui in alto, è la mamma?»
«Mmm.»
«Cosa sta facendo l’uccello nero?»
«Niente.»
«Niente?»
«Niente.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«Non sta sgridando il topolino giallo?»
La bambina fa di no con la testa.
«Sgrida il maialino blu?»
«No no.»
«Ho capito.»
La maestra si appoggia allo schienale della sedia, tira fuori dal cassetto l’astuccio con i colori. «Disegnare ti piace, non è vero?»
«Mmm.»
«Ti va di fare un altro disegno?»
«No.»
«Non vuoi?»
La bambina arriccia un po’ il naso.
«Vuoi farne uno a casa, me lo porti domani?»
«No, non voglio disegnare più.»
«Come vuoi.»
La maestra rimette l’astuccio nel cassetto. La madre della bambina si affaccia sulla porta, la maestra le fa segno di aspettare fuori.
«Allora non vuoi dirmi cosa fa l’uccello nero?»
«No.»
La maestra fa oscillare la penna tra il pollice e l’indice. «Avvicinati, per favore.»
La bambina si sporge in avanti.
«Se hai qualcosa da raccontarmi, io sono qui, ti ascolto, capisci cosa voglio dire?»
«Ehm… sì.»
La maestra annuisce, lenta.
«Maestra…»
«Dimmi, che c’è?»
«Posso uscire adesso?»
«Sì, certo, la mamma è lì che ti aspetta.»
La bambina salta in piedi. Corre al banco a prendere lo zaino. «A domani, maestra.»
«A domani.»
Francesco Ferrara (1985) tempra il suo carattere nella provincia napoletana più cupa e opprimente. Dopo la laurea in Filologia Moderna, inizia a scrivere per il teatro. Tra i suoi spettacoli Ritratto di uno di noi (2018) e Fog (2020). Ha fondato il collettivo Mind the step. Alcuni suoi racconti sono apparsi su Tre Racconti, Carie, Narrandom.
Un racconto di Anna Paola Lacatena
Numero di battute: 2474
16.30.
Quadrifogli, monete, cornetti, dollari. Suona la sveglia.
Vinci.
Giallo, verde. Verde intenso.
Vinci.
Biglietti, piccoli e grandi.
Gioca.
Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Un biglietto, due, tre. Coccinelle, staffe, mazzette, soldi.
Bonus, premi, regalo.
Gioca.
Gratta.
Vinci.
La recita della bambina. Devo andare. Non iniziano mai in orario. Ce la faccio. Un tesoro, un viaggio, fortuna, miliardi.
50, 100, 1000.
Vinci.
Gratta.
È per sempre l’isola. Donne. Solo donne belle.
Gioca.
Vinci.
Gratta.
Cinque, dieci, venti euro. Verde intenso.
Vinci.
Gioca.
Slot. Videolottery. La leva, i soldi. Tanti. Li devo trovare per vincere. Sono le 17 e 27. Non mi guardare. O giochi o te ne vai! Non me ne frega niente di te. Non me ne frega niente di me.
Gioco.
«Gioca.
Vinci.
Gratta.»
Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Altro giro. Limoni, ciliegie, prugne e campanelle. 7,7,7.
Vinci.
Scendono le monete. Suonano. Devo andare. La bambina aspetta. Lei è così bella. La recita. Gioco ancora. Solo un altro po’. Schiaccia lo start. Fragole, mele, uva. Fa bene la frutta.
BAR, BAR, BAR.
Ho vinto!
Gioco solo questo. Magari appena un altro po’... Il Jackpot. Dammi il Jackpot.
Basta. Una sola partita. La bambina. Mi cerca in platea. Le dico che ho trovato traffico. Se vinco le faccio un regalo. Sono solo le 18 e 20. Metti altri soldi.
Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Solo questi.
Gioco.
Non vinco.
Scalda la mano. Conta fino a otto.
Aspetta. Adesso! Schiaccia lo start. Nooo! Non era otto.
Riprovo.
Con la mano sinistra. Metti la moneta ma prima baciala. Dopo questa me ne vado. L’ultima. Decido io. Lei recita, io fingo. Mi trovo giusto per il finale. Applaudo forte. La mia bambina è stata brava. Mi cerca. Sono le 19 e 13. Non è l’ultima partita. Decido io quando. Non ora. Mi porta bene. È nata il 13.
Gioco.
Voglio giocare. Non posso farne a meno.
Perdo.
Perdo e perdo ancora.
Cavolo, solo per un numero. Ci sono andato vicino. Non fa niente se non vinco. Vinco se gioco. Se gioco perdo. Mi sento vivo se vinco o se perdo. Vivo e mi sembra di vincere. Vinco me stesso nel momento in cui perdo. Perdo me stesso nel momento in cui gioco.
Gioco me stesso.
Divertimento assicurato!
Sono le 20 e 11. La mia bambina è a casa. Ho lavorato. Non mi hanno fatto uscire prima. C’ero ma lei non mi ha visto. Bugie. Sono bravo a raccontarle.
Ho vinto ma non ho più soldi.
Sono le 20 e 50.
Vado a cercare altri soldi.
La mia bambina.
Venghino signori venghino!
Anna Paola Lacatena è sociologa e giornalista pubblicista. È autrice dei libri Resto umano. Storia vera di un uomo che non si è mai sentito donna (Chinaski, 2014); Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (con Giovanni Lamarca, Carocci, 2017; vincitore del Premio Fortuna e secondo classificato al Premio Nabokov per la saggistica); Il rischio del piacere. Le sostanze psicotrope dall’uso alla patologia (Carocci, 2019). Ha vinto numerosi premi letterari, è stata la più bugiarda d’Italia nel 2014 e nel 2018 (Campionato Italiano della Bugia, sezione letteraria).
Un racconto di Giuseppe Tursi
Numero di battute: 2158
Entrai al bar Delfi con mia moglie una mattina d’inverno. All’interno c’era poca gente, mentre lei si accomodava al solito posto, di fianco alla finestra, io ordinai due caffè e la raggiunsi.
Mia moglie prese il giornale appoggiato sul tavolo e iniziò a sfogliarlo. Io guardavo fuori, verso la strada. Fiocchi di neve volteggiavano come piume e iniziavano a ricoprire la superficie dell’asfalto. Mia moglie commentava ad alta voce le notizie più importanti della giornata. C’era stato un incidente non so dove, e qualcuno doveva essere stato arrestato per un motivo che non mi degnai di ascoltare.
La porta dietro le mie spalle si aprì. Una ventata di aria gelida mi colpì il collo poi ridiscese verso il basso, facendomi rabbrividire. Il ticchettio delle scarpe si allontanò dalla porta che si richiuse. La scia di profumo, che seguì la persona appena entrata, mi ricordò Letizia.
«Hai ragione, amore.»
Mi voltai. Dalla mia posizione riuscivo a vedere solo le sue spalle. Dai lineamenti sottili poteva essere lei, ma non ero certo. La donna ordinò qualcosa, la sua voce fu inghiottita dal tintinnare delle tazze e dal vociare delle persone.
Il barista, prima di servire la donna, ci portò la nostra ordinazione. Mia moglie spostò il giornale, e sciolse lo zucchero nel caffè. Io mi voltai un’altra volta, la donna aveva la testa rivolta verso il basso, sul cellulare.
«Guarda che se aspetti si raffredda» disse mia moglie.
«Hai ragione, amore» risposi.
Erano tre anni che non vedevo Letizia. Me la sognavo ancora di notte. Volevo vedere i suoi occhi, le sue labbra e dirle che non ero più lo stupido di un tempo, quello che si era lasciato scappare l’amore della sua vita.
Mia moglie mi parlava, ma la sua voce perdeva di consistenza. Avevo aguzzato i miei sensi per cercare di captare dei movimenti familiari della donna. Sentii che cercava delle monete nel portafoglio, poi salutò e si avviò verso l’uscita. Era il momento giusto per vederle il viso, ma proprio quando mi stavo per voltare, mia moglie mi afferrò la mano e l’appoggiò sul suo ventre. «Senti come si muove» disse.
La porta alle mie spalle si aprì e, mentre la scia di profumo mi inebriò, sentii mio figlio scalciare.
Giuseppe Tursi (1988) è nato a Bari ma è cresciuto a Bologna. Nella vita fa l’operaio, le sue passioni sono la lettura e la scrittura. Ha pubblicato un racconto sulla rivista Blam e collabora con il sito Thrillernord.it
Un racconto di Ottavia Marchiori
Numero di battute: 2495
Fuori dal consultorio il buio precoce da orario solare ha già consumato i bordi del pomeriggio fondendosi con gli strati di caligine accumulata sui palazzi, sulle auto parcheggiate lungo il viale, sui tigli strozzati dallo smog. Il freddo non è d’aiuto, anzi. Avrei fatto meglio a usare i bagni dell’ambulatorio appena finita la visita ma non volevo rimanerci un minuto di più, là dentro. Tutto quello che voglio è andare a casa.
Alla pensilina dei bus c’è una donna di mezza età, i capelli color mandarino, aggrappata al suo trolley per la spesa. Urla parole piene di consonanti dentro al suo cellulare mentre il pannello alle sue spalle dice che il sette arriva tra tre minuti.
«Tutto quello
che voglio
è andare a casa.»
La vescica mi si tende in uno stimolo continuo da giorni. È normale nelle prime settimane, ha detto il dottore. Sposto il peso del corpo prima su una gamba poi sull’altra, in una danza sbilenca e propiziatoria per non farmela addosso, le suole delle Dr. Martens che scrocchiano sul catrame. Sono quelle che mi hai regalato tu. A mia madre ho detto che me le ha prestate Cecilia, una che fa l’ultimo anno al liceo ma in un’altra sezione. Cecilia, da un po’ di tempo a questa parte, mi presta un sacco di cose senza saperlo.
La sagoma del sette si avvicina, si ferma a inghiottire me e la signora col carrellino poi torna a riallinearsi alla scia luminosa del traffico. Mi lascio cadere su uno dei sedili in fondo, guardo fuori ma il vetro mi restituisce solo il mio riflesso. A quest’ora sarai ancora in ufficio. Ti mando un WhatsApp, dimmi quando posso chiamarti. Avrei bisogno di un tuo abbraccio, adesso, ma con te è sempre per favore, permesso, è tutto un calibrare tempistiche, cesellare equilibri. Saper aspettare, saper stare al mio posto, inventare balle per far sega a scuola. Dopo le otto di sera, niente messaggi per carità, che non si sa mai. Ci vediamo solo alla luce del giorno, che ironia. Anche se poi rimane trattenuta dalle tende di una camera di qualche motel fuori città.
Il bus sa di gomma bruciata, conto le fermate che mancano e quando non ne manca più nessuna, mi metto a correre verso casa. Mia madre non è ancora rientrata, meglio così. Mi chiudo in bagno, piscio vetro e chiodi ma poi provo un enorme sollievo. Il cellulare vibra sul lavandino, sei tu che scrivi scusa, stasera non ho proprio tempo, ho una cena dai miei suoceri. Sergio Ufficio Acquisti ti risponde: chiamami per favore domani, appena puoi, dobbiamo parlare. Visualizzi e tutto quello a cui ho diritto è un pollice in su.
Ottavia Marchiori è nata a Broni (PV) nel 1980. Vive a Parma dove si è laureata in Lingue e Letterature straniere. È stata ideatrice e curatrice di un blog letterario dedicato a Jean-Claude Izzo. Suoi racconti sono inclusi nelle raccolte Una giornata di Hemingway in val Trebbia e Incontri ravvicinati di un diverso tipo (Officine Gutenberg) e Cinquantatré vedute del Giappone (Idrovolante). Altri racconti sono pubblicati o saranno pubblicati su Il Timoniere, Cedro Mag e Rivista Blam. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati nelle antologie Haiku tra meridiani e paralleli – V stagione (FusibiliaLibri) e Poesie di Strada (Idrovolante). È collagista e alcune sue opere sono ospitate su Verde.
Un racconto di Martin Hofer
Numero di battute: 2407
Uno di noi guida nella notte con un braccio fuori dal finestrino, l’altro non ha mai preso la patente. Uno di noi accelera quando scatta l’arancione, l’altro si aggrappa forte alla maniglia. Uno di noi cerca le sigarette rovistando alla cieca nel cruscotto, l’altro sta cercando di smettere. Uno di noi si fa la barba da un pezzo, l’altro è glabro. Uno di noi copre la bocca quando ride, l’altro mastica sempre a bocca aperta. Uno di noi evita il contatto visivo, l’altro non chiede mai permesso.
Uno di noi accende l’aria condizionata, l’altro fa notare che con il finestrino abbassato non serve a niente. Uno di noi ha scelto il dove, l’altro il chi. Uno di noi afferma di avere le prove che Dio non esiste, l’altro preferisce non approfondire. Uno di noi porta l’apparecchio mobile, l’altro lo ha chiuso anni fa in un cassetto che non ha mai più riaperto. Uno di noi accosta vicino al marciapiede, l’altro gira la manovella e abbassa il finestrino. Uno di noi ha perso il padre quando era piccolo, l’altro il cellulare nuovo una sera che era sbronzo. Uno di noi continua a guardare la strada come se stesse ancora guidando, l’altro sporge il collo fuori dal finestrino.
Uno di noi crede nel Destino, l’altro nella sfortuna. Uno di noi ha un canino scheggiato, l’altro un’unghia incarnita.
«Uno di noi
crede nel Destino.»
Uno di noi ha piagnucolato questa sera, l’altro ha respirato forte dal naso. Uno di noi ha detto Che abbiamo fatto? Cosa hai fatto?, l’altro ha lasciato partire un bel ceffone.
Uno di noi ha inserito la retromarcia, l’altro ha aiutato a fare manovra. Uno di noi ha alzato a tutto spiano l’autoradio, l’altro l’ha abbassata con un gesto categorico. Uno di noi ha bofonchiato Ecco, è la fine, l’altro ha pensato Ma se abbiamo appena cominciato. Uno di noi ha riacceso l’autoradio e ha cantato la canzone che stavano trasmettendo inventando le parole, l’altro è scoppiato a ridere.
Uno di noi ha ammesso Mi è venuta un po’ fame, l’altro ha buttato lì una proposta. Uno di noi ha accostato di fronte al furgoncino dei panini, l’altro ha cercato il portafoglio nello zaino.
Uno di noi ha tirato dritto, l’altro si è girato per un istante verso il bagagliaio. Uno di noi ha ordinato, l’altro ha occupato il tavolo. Uno di noi ha preso un panino con la salsiccia senza cipolle, l’altro pure. Uno di noi ha fatto canestro con la cartaccia unta del panino e ha detto Così va meglio, l’altro ha annuito, poi ha mancato il secchio.
Martin Hofer (1986) è nato a Firenze e vive a Torino. È stato finalista a Esor-dire (2012) e ha partecipato a tre edizioni di 8x8 (2015, 2017, 2018). Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Colla, Cadillac, Flanerì, Verde, inutile, Pastrengo e Friscospeaks. Lavora come ufficio stampa in ambito editoriale. Ha fondato e dirige insieme a Bernardo Anichini L’Inquieto, rivista online di racconti illustrati.
Un racconto di Irene Bonino
Numero di battute: 2391
L’ultimo giorno d’estate il cielo continuava a cambiare forma dietro le persiane mentre un vento metallico alzava le foglie da terra e le gettava contro gli alberi e sulla strada. Tutto quello che fino a poco prima splendeva nel sole adesso era nudo nella luce grigia, le case coi muri vecchi, le macchie di cespugli nella valle, la terra bianca che si ammucchiava contro il cancello.
Da qualche mattina l’aria era fredda e il tramonto si spegneva prima dietro le montagne.
La valigia chiusa accanto alla porta le lasciava il tempo di preparare un caffè – quello per lui lo coprì col piattino della tazza per non farlo raffreddare – e di versare gli occhi sullo schermo del telefono. Cancellò due settimane di fotografie cominciando dalla sua preferita, quella di loro due in Vespa. Lei lo abbracciava da dietro e nel cielo ancora chiaro brillava già una piccola luna bianca.
Ne aveva scattate tante perché le piaceva, in quei pochi giorni, guardarle facendo finta che fosse la sua vera vita: d’altra parte erano le sue foto, e l’uomo che stava facendo la doccia prima di accompagnarla in stazione era stato, in tutte le immagini, accanto a lei, mai più distante di un braccio.
«Tra poco, invece, sarebbe stato lontanissimo.»
Tra poco, invece, sarebbe stato lontanissimo: lui e la sua casa a metà di una collina, la loro piccola confidenza. Così lontano che in certi giorni di novembre, davanti al computer o sulla strada per il supermercato, le sarebbe sembrato vagamente irreale. La storia che aveva inventato per stare via di casa, con i dettagli, le coincidenze e gli aneddoti che la rendevano credibile, sarebbe diventata familiare come le cose ripetute molte volte e, alla fine, abbastanza vera.
Il treno partiva alle dieci e qualcosa, e anche il resto era prevedibile: i saluti fuori dalla stazione, una schiena che si allontana, il peso improvviso della valigia nella mano. Ma, pure dentro quel senso di fine di tutto, sarebbe rimasta una donna composta: avrebbe letto un libro seduta dritta e guardato dal finestrino la campagna che diventava città. In certi momenti il vetro le avrebbe restituito il riflesso della sua faccia e lei l’avrebbe usato per aggiustare l’espressione di chi ha lavorato molto e finalmente torna a casa. Sapeva, mentre finiva il caffè, che sulla banchina avrebbe cercato la testa chiara di suo marito in mezzo alla gente. Stava per cominciare l’autunno, e lei avrebbe preso fiato, e sarebbe scesa sorridendo.
Irene Bonino è nata ad Asti nel 1983 e vive a Milano. Laureata in Giurisprudenza, giornalista, ha collaborato con diverse testate e ora si sta dedicando a un romanzo.
Le piace scrivere da quando ha imparato a farlo.
Un racconto di Luca Tosi
Numero di battute: 2358
Sono tempi che alle persone gli è scivolata la testa dal collo. Scuole dell’obbligo, università: siamo pieni di istruiti. Tutta gente che ha tenuto una corona d’alloro sulla capoccia. Ma trovare uno che pensa con la sua testa è raro. Mi chiedo: i pensieri che faccio sono miei o no? Ognuno ha le sue magagne, ovvio. Però c’è una questione che sta sopra tutto. Ho l’impressione che ultimamente non ci pensi nessuno. La libertà, dico. Che ti vien da pensare, urca! Paroloni.
A me vengono in mente i giaguari che galoppano sulla terra arida. Ma uomini liberi non riesco a immaginarli. Ho dovuto far sacrifici, io. Braccine corte per anni; ristorante una volta a settimana e zero vacanze. Scoccia, ad agosto, quando gli altri vanno a Ibiza e tu inchiodato a casa. Però adesso, se qualcuno mi chiedesse, cos’è per te la libertà? Una risposta ce l’avrei. Scendere in garage, dalla mia Cagiva. Le accarezzo la sella, do un colpo di spugna al telaio, così brilla. La metto in moto, solo un paio di minuti. Mi scalda il sangue.
Sgobbo tutta la settimana, ma la domenica arriva sempre. La tiro fuori, di mattina, e parto. Vado a San Marino, là le strade sono disegnate bene e alla dogana c’è quel cartello enorme: “Benvenuti nell’antica terra della libertà”. Ogni volta mi si rizza il pelo.
«Ogni volta
mi si rizza il pelo.»
Con l’asfalto che si srotola sotto e l’aria che mi pulisce, sto benissimo. Domenica, appena arrivato a San Marino, ho parcheggiato vicino a un parco e mi son messo a petto nudo. C’ero solo io. Occhi chiusi in fronte al sole, la luce mi trapassava; un giallore entrava a dipingermi il cervello. Ho pensato: ha fatto il suo tempo, Berlusconi, ma chissà come mai i suoi partiti li aveva chiamati Casa delle Libertà e Popolo della Libertà. Poi ho riaperto gli occhi, e sulla mia mano c’era una coccinella. Una meraviglia, così piccola. Come si fosse agitata per un qualche motivo, ha sbattuto le ali ed è volata via. Mi sono rimesso il casco, e accesa la Cagiva stavo per ripartire.
Di botto mi è salita l’ansia: la domenica già sul finire, un’altra settimana che comincia, dover lavorare, e bagarre di noie che mi trascino dietro. Sono pensieri che mi chiudono sotto assedio. Ho avuto paura di soffocare dentro il casco. Subito me lo son tolto, e nel buttarlo a terra, la visiera che si spaccava, ho capito una cosa: come si starebbe bene, senza testa. Quella sì, sarebbe libertà.
Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990. Vive a Bologna e lavora come ghostwriter. Suoi racconti sono apparsi su Futura (Corriere della Sera), Il primo amore, Nazione indiana, Crapula, Verde, Tuffi, Lahar magazine, inutile, Zest letteratura sostenibile e altri.
Commenti recenti