Pastrengo Agenzia Letteraria

Category Archives: Rivista


umberto morello racconto

un albero pieno di buchi

Un racconto di Umberto Morello
Numero di battute: 2392

«Chi vede solo la propria notte rischia di amare una luce qualsiasi.»

Visto che alla frase ci credevamo, abbiamo deciso di mettere su qualche prova, giusto per tenerci aderenti alla realtà. E perché tutto funzionasse, abbiamo stabilito anche che ci serviva un albero. Ma non un faggio, un frassino, un pioppo o un cipresso. Un alberello standard, uno di quelli da cartone animato e che nella vita vera si notano appena; perché tutte le cose troppo particolari coltivano un cuore caotico, e non vengono bene se uno vuole dei campioni accurati.

Così siamo partiti all’una di notte, e dalla collina abbiamo sradicato il più comune degli arbusti. Tronco, rami e chioma perfettamente anonimi. Eccetto che alla luce ci siamo poi accorti di aver tirato via un arboscello pieno di fori.

Ci dispiaceva, ma era inutile tentare un alt. La foto di mamma ci fissava dal cruscotto dell’Ape 50, noi eravamo coperti di terra e in ogni buco della sua corteccia si erano già infiltrati i nostri sentimenti.
«Quest’albero siamo noi» dicevamo tutti.
Quindi siamo andati avanti e lo abbiamo piantato in salotto, fra il sudore e le mattonelle. Noi, lo chiamavamo.

«Che dovrebbe fare un albero
in pigiama?»

Sotto il pigiama, avevamo gli stessi strati di pelle, sia noi sia l’albero, e anche se per lo zio eravamo scemi ad aver piantato un albero nel nostro bilocale; a noi continuava a sembrare che così si dovesse fare. Abbiamo tagliato e limato i rami primari, e poi quelli sotto, infradiciando il tronco con una resina che pare facesse bene alla malattia dei fori. Poi, quando si è sentito meglio, lo abbiamo vestito come noi.

«Che dovrebbe fare un albero in pigiama?» chiedeva lo zio. E anche se non soffriva del tutto, lo si sentiva che non gli faceva affatto piacere vederci, noi e l’arbusto, in quello stato.
«Amare» gli abbiamo risposto tutti e tre, facendoci l’eco a vicenda.
«E?» insisteva a metterci alla prova lo zio.
«E non lo sappiamo. Bisogna aspettare e capire se ci ricambia» ha risposto il più ossuto di noi, ma difendendo le ragioni di tutti; e allo zio quella risposta non era piaciuta.

Persone come lui, come lo zio, si tengono i mali del mondo fra polmone e polmone e fingono che non costi nulla respirare. E però non era vero. Così quando s’è rubato Noi per ripiantarlo in collina, glielo abbiamo detto che se lo aveva fatto, era per amore; che anche dentro al suo buio, ci si poteva innamorare di una luce qualsiasi. E di ridarci l’albero.

bio umberto morello

Umberto Morello (1993) è nato a Genova. Studia Brand Storytelling alla Scuola Holden e Comunicazione e culture dei media all’Università di Torino. Da quattro anni lavora come ufficio stampa e consulente. Ha pubblicato racconti sulle riviste Neutopia e Tuffi. Nel 2018 ha vinto il concorso di poesia Lorenzo Montano per Opera Inedita e il premio della critica Bocconi di Inchiostro. Il suo unico libro è la raccolta di versi Nuvolas (Anterem 2018).

viazzoli marta racconto

baci

Un racconto di Marta Viazzoli
Numero di battute: 2029

Quando era ragazzina sua madre le contava i baci negli occhi ogni volta che rincasava. Guardava in profondità negli occhi scuri della figlia, calava una rete e li pescava, piccoli pesci argentati.  Un’occhiata alle labbra per vedere quanto erano gonfie e aveva la sentenza definitiva.

Bianca non riusciva a nasconderle niente e la precisione e la calma di sua madre la irritavano. Si sforzava di comportarsi con naturalezza, ma anche quando mentiva e raccontava di essere stata a casa di qualche compagna di classe non c’era bacio che sfuggisse a sua madre. Allora Bianca si innervosiva e passava ore davanti allo specchio a studiarsi.

Alcune cose avrebbe voluto tenerle per sé, confessarle solo al suo diario, forse a Ludovica, in una di quelle loro serate dense di confessioni. Non vedeva l’ora di imparare a coprirsi, a difendersi. Sognava il giorno in cui sarebbe riuscita a far apparire piatta la superficie del mare nonostante negli abissi guizzassero milioni di pesci d’argento.

«Poi vennero
baci attesi
e violenti.»

Fu un giorno di qualche anno dopo. Gli occhi di Luca avevano indugiato a lungo e mollemente sulle sue labbra, ma lei lo aveva fatto aspettare. Non era sicura che lui le piacesse e la lusingava vedere il desiderio montargli in corpo. Poi vennero baci attesi e violenti. Quando tornò a casa e si sedette a tavola, sua madre le mise davanti un piatto di riso e le chiese come fosse andata la giornata. Non si accorse che Bianca aveva mentito e i baci oltrepassarono senza sforzo le maglie della rete.

Dopo aver chiuso la porta della camera, Bianca si stese sul letto. Avrebbe voluto gioire di quel traguardo ma una tristezza strana, zuccherina, glielo impediva. Un sentimento simile a quello che si prova quando, seduti su un aereo, si guardano le luci di una città farsi lontane nella notte.

Si chiese se a sua madre non importasse più, se avesse perso quel suo potere, o se i baci non le si fossero accovacciati negli occhi come facevano prima. Bianca sentì che qualcosa si era spezzato dentro di lei. Qualcosa che spezzandosi era andato perduto.

Marta Viazzoli bio

Marta Viazzoli (1996) e vive a Bologna dove studia Letterature comparate. Oltre a scrivere racconti, traduce, coltiva orchidee, prepara dolci e legge fino a notte fonda.
È arrivata in semifinale al Premio Campiello Giovani 2017 e in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Ha pubblicato in due antologie pubblicate da Giulio Perrone nell’ambito del progetto Facciamo un libro.

giulio armeni racconto

tu tagli, io decido

Un racconto di Giulio Armeni
Numero di battute: 2487

«Be’? Non vuoi più il tiramisù?»
«No, è che ho paura che se ordiniamo un tiramisù e due cucchiaini ci scambiano per froci.»
«Allora è deciso. SCUSI…!»
«Shhh! Dài, su, lascia sta’…»
«Marie’, a parte che si vede che sei mio figlio. E poi, pure se fosse, tu devi imparare a far valere i tuoi diritti. Specie con gente come questa, che è mille volte peggio di te. E dammi ’sta mano! LA MANO! Ché ti sto spiegando una cosa importante…»

«Pa’, ho capito che sono tuo figlio, ma non c’ho otto anni.»
«Scusa, Marie’, lo sai che… l’ultima volta che ci siamo visti potevo ancora prendertela senza sembrà... scusa. Mo’ però ascolta. Sai perché t’ho portato qua?»
«Per offrirmi venti euro di cocktail?»
«Secondo te… quanta de ’sta gente, qua dentro, ha pippato? Almeno ’na volta.»

«Ma che ne so…»
«Spara.»
«Due su dieci.»
«Davvero così poco?»
«Pa’, perché fai tu la morale a loro? Sei tu che sei uscito di galera.»
«Perché io conosco ’sta gente! E non voglio che fai gli stessi errori miei.»

«Non eri un po’ troppo fluido
con lui?»

«Che c’ha c’sta gente? È gente normale, che si diverte.»
«Per cominciare, sono tutti razzisti.»
«Ah sì? Guarda il bangla col grembiule all’entrata.»
«Si dice bengalese, Mario.»
«Va bene, guardalo. Guarda come gli danno tutti il cinque, appena arrivano e quando se ne vanno. In un altro quartiere di Roma farebbero così?»
«Lo salutano per una questione di fluidità.»
«Di che?»
«Lo salutano perché a Roma Nord la cosa più importante è essere fluidi. Spigliati, co’ la battuta pronta. In realtà lo trattano peggio d’un barbone.»
«Mamma ha detto che tu ai barboni gli andavi a menare.»
«C’era n’idea dietro, Marie’. Ma poi il carcere te le cambia, le idee. C’hai tempo di leggere, d’informarti. Papà tuo s’è evoluto. SCUSI! Scusi, può portarci un tiramisù e due cucchiaini? Grazie.»

«Non eri un po’ troppo fluido con lui?»
«Gli ho dato del lei, Mario. Non si dà del tu a una persona solo per il colore della pelle.»
«Che palle, lo sapevo.»
«Che è?»
«Il bangla. In cucina. Ci ha indicato e s’è dato di gomito con l’altro.»
«Scusami un attimo.»
«Papà, no! Ferm…! Papà!»

***

«Ah, grazie! Ora, Marie’: lo sai come si divide equamente un tiramisù?»
«Perché devi fare ’ste scenate coi poracci?»
«Non è un poraccio, Mario. So’ andato lì a parlargli da uomo a uomo. Prendi il cucchiaino. Ora. Tu tagli le due porzioni, e io decido quale prendere. Così si fa, quando si divide qualcosa.»
«E mo’ che lo licenziano che hai risolto?»
«Ho risolto che c’è un razzista in meno a Roma Nord. L’omofobia è il vero razzismo. Ora taglia. Tu tagli, io decido. Ricorda.»

bio giulio armeni

Giulio Armeni (1994) è per un terzo romano, un terzo napoletano e un terzo pugliese. Ha vinto il premio Bellonci ed è arrivato due volte in semifinale al Campiello Giovani. Nel 2016 si è laureato in Filosofia. Attualmente collabora con le riviste YAWP e Flanerì, ed è founder delle pagine Facebook e Instagram Storia d’aa filosofia coatta.

racconto alessandra balla

la signora adele

Un racconto di Alessandra Balla
Numero di battute: 2398

«De puzza non ce se more ma de freddo sì.»

Me lo ripeteva sempre la bon’anima de mi marito, ma io questo so fà, io so pulì. De ’sta Roma bella, de ’sta Roma dei ricchi, ho visto tutti i cessi. Ho rassettato i letti con le lenzuola pulite, che poi sò più grigie e zozze de quelle de noi poveracci. Ormai da quarant’anni mi sveglio tutte le mattine alle 5, per dare il buongiorno al Colosseo e ai figli degli altri. Per il mio non ce stavo mai. Alle 8 quando Marco s’alzava per andare a scuola, io già avevo fatto due ore di lavoro. Bruno stava dentro al bar con le mani sporche de fumo e i caffè da servì al banco. ’Na vita de sacrifici, con pochi spicci in tasca e tante scale da lavà.

«Buongiorno, signora Adele» me dicevano. Ma io signora non ce so’ mai stata. Ero signora solo pe’ mi marito. Signora me chiamava il commercialista e quei quattro avvoltoi che c’hanno tolto tutto.

«Ma io signora non ce so’ mai stata.»

La domenica era ’na festa. Preparavo la lasagna e la portavo al bar. Magnava de core pure quel ragazzetto secco secco che aiutava nelle mansioni mi marito. Ci mettevamo seduti a un tavolino e ce sembrava de stà al ristorante. E poi Bruno mio faceva er mejo caffè de Roma, mi ci metteva sopra la panna e diceva che era dolce come me. La domenica era il giorno del Signore pure per noi poveracci. Dopo pranzo accompagnavo Marco al parco. Mica giocava, se ne stava seduto a leggè con le gambe incrociate. A Brunetto mio più de ’na volta me so’ permessa de confessà che ’sto figlio nostro non era normale come gli altri, ma lui mentre fumava me tranquillizzava: «Non te preoccupà, ’sto figlio der barista c’ha er cervello de’n astronauta».

E c’aveva ragione. Quando vedo Marco in giacca e cravatta venì qua a casa la domenica, me se fanno l’occhi grossi grossi e me commuovo. Marco fa il dottore e a quei ricchi che gli ho pulito i cessi mò lui gli salva il culo, ma lo salva pure ai poveracci come noi che in questa Roma bella non smettono de sperà.

Con le mani un po’ accartocciate e non più svelte come ’na volta, io a pulì so ancora brava. Sto a servizio dalla signora Matilde. Una signora vera per classe e sciccheria. Ma tutte le mattine, dopo che il sole s’alza con me alle 5, come ’sti quarant’anni passati, vado a dà il buongiorno al Colosseo, lo saluto e gli tiro un bacio pure pe’ Bruno mio. Io questo so fà. Io so pulì.

«Ade’, quando me moro, me raccomando, salutame er Colosseo e digli che gli ho voluto bene.»

balla alessandra bio

Alessandra Balla (1990) è nata a Tivoli e vive a Roma. Laureata in Editoria e Scrittura è giornalista pubblicista. Ha lavorato per la redazione cultura de La Repubblica e in diverse riviste di cinema e spettacolo. Questo è il suo primo racconto.

giuseppe-coco-racconto

il ratto di proserpina

Un racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco
Numero di battute: 2416

Il corpo sopra di lei ha smesso di muoversi e ansimare. Adesso Rosaria può cominciare a respirare con regolarità, anche se sente ancora l’afrore acido del sudore del marito che le penetra nelle narici e sulla pelle. Come ogni volta, vorrebbe asportare quel liquido appiccicoso, che l’ha impregnata dentro e tra le cosce.

Si sente devastata e non può fare a meno di ricordarsi quando suo padre, a volte, tornando la sera tardi, ubriaco, nel silenzio della notte e delle mura casalinghe, si strusciava, a turno, con una delle cinque figlie. Senza fiatare, la vittima stava lì ferma a occhi chiusi, a trattenere le lacrime. Li riapriva quando, finalmente, non sentiva più i gemiti rochi, le mani ruvide perquisire il corpo; poi l’allontanarsi dell’odore di vino. Percepiva l’aria della campagna affluire fredda, attraverso gli infissi consunti delle vecchie finestre: carezzava e rinfrescava il corpo, come se lo ripulisse.

Adesso, dopo aver espletato il dovere di moglie vorrebbe uscire, respirare aria fresca, ma non può farlo, non abita più in campagna. Da circa vent’anni vive in città, vicino al porto, in una casa senza terrazzo, senza balcone. Potrebbe affacciarsi per un solo minuto, davanti al portone, fingendo di aspettare l’immediato rientro della figlia, ma andare fuori di notte per una donna sposata è sconveniente, anche se ha quarantadue anni e nella mentalità corrente ha quasi l’età di una nonna, per quanto giovane.

Così Rosaria si rannicchia sul fianco destro, dal suo lato di letto, sente i respiri lunghi e profondi del marito che è precipitato nel sonno e sa che tra poco inizierà a russare. Rimugina e aspetta che rientri la figlia.

«La vita è stata ingiusta con lei.»

In casa, il buio profondo è rischiarato dal rumore degli zampilli della fontana che provengono dalla strada. Rappresenta Nettuno in corteo con cavalli e tritoni, nell’atto di rapire Proserpina. Il rumore dell’acqua le fa venire in mente che le sarebbe piaciuto viaggiare, invece nella sua vita ha fatto solo brevi spostamenti: città-paese, un percorso di non oltre dieci chilometri.

In questa notte di ottobre del 1965, Rosaria sente che la vita è stata ingiusta con lei: non le ha mai donato niente.

Ancora non può sapere della burla che la vita le ha preparato: tra nove mesi, appesantita, anche dalla vergogna di partorire a quell’età, avrà qualcuno su cui scaricare insoddisfazione e risentimenti, da poter tenere accanto come un marito e un servitore fedele.

coco giuseppe bio

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco (1966) è nato a Catania e vive a Firenze. Ha pubblicato alcuni saggi e testi divulgativi sullo stile di vita etico, tra i quali Sowa Rigpa (Infinito Edizioni, 2010), insieme a Franco Battiato, e Il pasto gentile (Infinito Edizioni, 2012). Ha frequentato alcuni corsi online della Scuola Holden.

racconto giorgia tolfo

meduse

Un racconto di Giorgia Tolfo
Numero di battute: 2289

Si erano date appuntamento per un caffè senza sapere che bar avrebbero scelto o che saluto avrebbero usato.

Non sapevano, allora, che a posteriori sarebbero tornate a ripensare a quell’incontro con insistenza, cercando di mettere a fuoco i dettagli che nel loro accadere erano sembrati irrilevanti, come la maglia o l’espressione indossata, o il colore del cielo quando avevano appoggiato la mano sulla porta del locale. Però ricordavano il freddo – quello non si poteva dimenticare perché era stato eccezionale anche per i giornali – che era svaporato dai cappotti nell’istante in cui erano entrate nel bar ed erano state avvolte da un’umidità che profumava di cornetti appena sfornati ed era appiccicosa come certi umori.

Avevano scelto il tavolo nell’angolo, in disparte ma non troppo fuori vista, e si erano sorprese ad allungare la mano sullo schienale della stessa sedia. 
Avrebbero poi raccontato che quello era stato il momento in cui avevano capito, l’una all’insaputa dell’altra, la sfida che si sarebbero lanciate, una sfida che in quel momento non esisteva che nella forma di uno dei futuri possibili, una delle tante configurazioni che le conseguenze del loro incontro avrebbero potuto assumere.

Una ragazza con una camicia a quadri aveva portato loro il caffè che avevano ordinato con distrazione, senza pensare, prese com’erano dalla conversazione che era sbocciata vivace dopo aver preso posto una di fronte all’altra.

«Però ricordavano
il freddo.»

Erano bastate poche domande di circostanza per capire che avevano camminato spesso sotto gli stessi portici, che si erano riparate dalla pioggia sotto gli stessi archi, che se ora abitavano in due mondi fisici diversi, i loro pensieri ne occupavano uno in comune. Amavano gli stessi libri, ma una preferiva il ritmo nervoso della punteggiatura, l’altra la lunghezza dei periodi, una il respiro del racconto, l’altra i dettagli di certe descrizioni.

I loro sogni erano proibiti, o come avrebbero ammesso a posteriori, proibiti in quel momento, in quel contesto, gli uni agli occhi dell’altra.
Ma attratte da questi, sedevano immobili, fissandosi, cercando di vedersi oltre gli sguardi che si lanciavano, desiderando guardare ed essere guardate, sapendo che prima o poi, come meduse di una personale mitologia tragica, avrebbero finito per decapitarsi a vicenda.

tolfo-giorgia

Giorgia Tolfo è nata a Marostica nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l'Università di Bologna, scrive su varie testate online, tra cui Finzioni e minima&moralia, ed è programmatice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).

racconto gaetano moraca

cinque e una punta

Un racconto di Gaetano Moraca
Numero di battute: 2460

Cesarino quella mattina aveva aperto gli occhi ancora prima che la luce scivolasse sotto le veneziane. A dirla tutta era la stessa cosa ogni giorno, dopo che verso le 5.30 andava a fare l’ultima visita al gabinetto. Poi si ricoricava nel suo lato e con le mani dietro la testa si metteva a fissare il soffitto tinteggiato di recente. E pensava alla sua casa in Abruzzo e ai pomodori che piantava nell’orto sul retro. Pensava ai pomodori e pure ai fagioli, Cesarino, che era stagione anche per quelli.

A un certo punto si era alzato ed era andato in cucina a preparare la caffettiera, quella che aveva comprato sua moglie Luisella più di trent’anni prima e che lui si era portato appresso perché tutti gli altri caffè gli sapevano di bruciato. Aveva acceso la televisione ma non l’ascoltava perché doveva contare i cucchiaini per riempire la moka: cinque e una punta era la misura perfetta di Luisella, «di meno viene sciacquato, di più viene bruciato». Poi aveva aperto la finestra, si era seduto su una sedia e si era acceso una sigaretta, mentre alcuni politici con gli occhi assonnati parlavano della questione dei migranti.

Cesarino non doveva fumare, lo sapeva. Suo figlio Stefano non gli raccomandava altro dopo l’infarto: «Ti hanno preso per i capelli, d’ora in avanti per il tuo bene non devi toccare né sigarette, né caffè». E poi, per non lasciarlo da solo, gli aveva affittato un bilocale nella città dove viveva con la moglie e lì lo aveva fatto trasferire. Due anni prima, a un incrocio dove la lampadina del semaforo si era fulminata, Luisella era stata investita da un’auto ed era morta sul colpo. Il cuore di Cesarino non si era fatto trovare preparato.

«Di meno viene sciacquato,
di più viene bruciato.»

Non appena la caffettiera aveva iniziato a gorgogliare si era alzato di scatto e si era versato il caffè in una tazzina. Ne restava parecchio perché la moka di Luisella era per quattro. Poi si era seduto sul gabinetto coi cruciverba, si era fatto la barba con calma, si era lavato e vestito ascoltando lo sferragliare dei tram sotto al suo palazzo. Quando era tornato in cucina l’orologio non segnava nemmeno le 8.30. In paese a questo punto sarebbe andato nell’orto o alle poste, ma nella nuova casa non c’era spazio nemmeno per un vaso e Stefano per non farlo stancare gli pagava tutte le bollette col telefonino. Cesarino quella mattina si era avvicinato al lavello, aveva svuotato la moka e l’aveva risciacquata. Poi si era messo a fare di nuovo il caffè, attento a non perdere il conto.

bio gaetano moraca

Gaetano Moraca (1987) nasce in una cittadina di provincia situata al centro della Calabria, ma ora vive a Milano. Scrive su Style Magazine del Corriere della Sera, Esquire, Wu Magazine e altri. Lavora nel campo della comunicazione digital, qualsiasi cosa voglia dire.

racconto-flavia-montecchi

quello che non mi dirai

Un racconto di Flavia Montecchi
Numero di battute: 2463

Anche quella mattina non era andato a scuola e questa volta aveva finto di avere moltissima tosse. Talmente violenta che gli avrebbe impedito di parlare e, ne era certo, avrebbe ricoperto di batteri tutti i suoi compagni, maestra inclusa. La mamma di Mattia aveva sorriso senza che lui potesse notarlo, poi gli aveva carezzato la testa e aveva improvvisato un rimprovero: è l’ultima volta questa che resti a letto.

Clara quindi era tornata in cucina e, scuotendo la testa, aveva ripreso con la lista della spesa. Avrebbe comunque avuto bisogno di una mano e tutto sommato era contenta che il figlio fosse rimasto a casa. Il ristorante, a pochi metri da dove abitavano, doveva essere rifornito e al centro commerciale bisognava andarci con la macchina, per trasportare le cose più pesanti; detersivi, saponi, scatole di pasta, conserve. Poi si sarebbero fermati al mercato per la frutta e la verdura fresche, per il banco del pesce e per quello della carne. Clara ne avrebbe approfittato per un po’ di shopping, un rossetto diverso dal solito, le scarpe nuove per il figlio.

A mezzogiorno lo aveva svegliato, Mattia alzati devi accompagnarmi a fare la spesa; contro ogni sua aspettativa Mattia si era alzato subito e con il broncio in viso aveva raggiunto il bagno, in silenzio. Clara si era messa quindi a rifargli il letto e mentre gli chiedeva se volesse fare colazione, si rattristava nel vederlo di nuovo così rabbioso.

«È l’ultima volta
questa che resti
a letto.»

Mattia dal bagno ringhiò di no, poi uscì e strattonò con il passaggio la madre china sulle lenzuola, Clara quasi non scivolò in terra: ma sei matto! urlò al figlio che non rispose, poi si rassettò e gli ordinò di sbrigarsi; niente colazione visto come si era comportato. Mattia, senza sforzarsi di fingersi influenzato, aspettò che la madre si allontanasse dalla camera per aprire la portafinestra che dava sulla strada, dove da giorni rovinava inosservato la vecchia balaustra; quindi si sporse fuori.

Negli ultimi mesi qualche cosa in lui era cambiato, si sentiva solo e incompreso e coltivava una rabbia silenziosa che non riusciva a esprimere in nessun modo, se non quello di covare una terribile vendetta per essere venuto al mondo. Mamma, puoi venire un secondo? Ho visto una cosa, aveva gridato a Clara dalla camera. La madre smise di sbrigare le sue ultime faccende e raggiunse il figlio vicino alla portafinestra, si sporse fuori guardando il punto indicato senza capire, e non si sentì mai più così leggera come in quel momento.

Flavia

Flavia Montecchi (1985) è nata a Roma. Event project manager e creativa, lavora nel campo degli eventi, tra musica e arte contemporanea. Gestisce ladisordinata.it e cura etiquette, una rubrica di short-story a puntate su Gagarin Orbite Culturali. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Colla e sulle antologie Repertorio dei matti della città di Roma (Marcos y Marcos, 2015), Az (Tapirulan Edizioni, 2016).

gabriele galloni racconto

omero bifronte

Un racconto di Gabriele Galloni
Numero di battute: 2199

La crisi iniziò quando una mattina la donna vide suo marito lavarsi i denti con più accanimento del solito. Pensò che dietro quell’accanimento ci fosse qualcosa di sbagliato.

Giunse alla conclusione che quell’accanimento era un segnale dell’Abisso; uno dei tanti modi che l’Abisso poteva scegliere per annunciarsi. Lo disse al marito. Il marito non capì. La donna notò del sangue nel lavandino.

Disse: «Ti fai sanguinare le gengive di tua spontanea volontà. C’è qualcosa che devi dirmi». Il marito continuava a non capire e riprese a lavarsi i denti.

La donna se ne andò in camera da letto. Per tutto il giorno si rifiutò di uscire. Pensò che suo marito volesse, attraverso quell’accanimento prima e attraverso il sangue poi, comunicarle qualcosa della massima urgenza.

Da ragazzina le avevano insegnato che l’Abisso era un cielo tappezzato di fotografie senza significato. Suo marito era un appassionato di fotografia. Fece due più due. Suo marito doveva essere senza dubbio un messaggero dell’Abisso.

«Suo marito doveva essere senza dubbio
un messaggero dell’Abisso.»

A sera, quando uscì dalla camera da letto, andò dai vicini e chiese loro se sapessero qualcosa a proposito dell’Abisso e dei suoi messaggeri.

I vicini dissero che l’Abisso non aveva più bisogno di messaggeri, essendosi autodichiarato estinto e non manifestando la sua presenza da innumerevoli lune. Però, se proprio era così preoccupata, poteva andare al CIA (Centro Informazioni Abisso) e domandare lì.

Al CIA le dissero che l’Abisso aveva una volta avuto molti messaggeri e che tutti i messaggeri erano fotografi, sì, ma ormai erano anni che l’attività dell’Abisso era cessata. La donna tornò a casa. Suo marito, per questioni di lavoro, non sarebbe tornato prima di due o tre giorni.

La donna invitò a cena un’amica di lunga data e dopo che ebbero mangiato le raccontò i suoi sospetti sul marito. L’amica di lunga data le consigliò di accendere un falò purificatore. Aspettarono le tre del mattino.

Salirono sulla terrazza e diedero fuoco al coniglio della donna. Il coniglio, bruciando, correva di qua e di là. L’amica della donna disse che così, al buio, sembrava una stella cadente che avesse smarrita la via. La donna fu d’accordo.

Rimasero a fissare la carcassa bruciata dell’animale fino all’alba.

foto gabriele galloni

Gabriele Galloni è nato nel 1995 a Roma, dove vive. Le sue raccolte di versi sono: Slittamenti (Alter Ego-Augh! Edizioni 2017, nota introduttiva di Antonio Veneziani), In che luce cadranno (Rplibri 2018). 

racconto irene chias

fantagroupieautofiction ucronica

Un racconto di Irene Chias
Numero di battute: 2490

È chiaro che quello serio fra i quattro è Paul.

Alcune delle sue canzoni sono fra le mie preferite, e forse ci proverei, se non fosse evidente che non mi sopporta, anche perché mi ritiene motivo di distrazione e cazzeggio per la band. Lui è concentratissimo, percorre la strada a testa bassa per raggiungere l’obiettivo, ma spesso deve incazzarsi con gli altri che preferiscono passare le notti a ridere, calarsi in trip fantasmagorici, fare sesso con tipe come me. Gli altri tre sono molto più concilianti. Sono miei alleati, anche se io in cuor mio do ragione a Paul: loro, con o senza me fra i piedi, sono troppo dispersivi e caotici.

John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me. Ma quando mi vede mi fa festa, mi offre da fumare, si lascia andare a fantasticherie visionarie. L’altro giorno, esagerando un po’, gli ho detto che considero In My Life la più bella dichiarazione d’amore che sia stata mai scritta. Lui masticando una chewing-gum vecchia, sulla quale aveva fumato e bevuto, mi ha detto: sì, è bella, ma Girl lo è di più. E mentre lo diceva non ero neanche sicura che lo stesse pensando. Ma forse sì, perché proprio di Girl dirà che è stata scritta immaginando Yoko, questa ragazza da sogno che doveva ancora entrare nella sua vita. Forse John sa viaggiare come me. O forse è solo bravo a sognare.

Io mi sono rassegnata a essere un elemento di contorno qui con loro, una delle tante, anche se vorrei essere diversa, almeno per qualcuno. E questo qualcuno non sarà comunque Ringo, che invece ci prova di continuo. Non dico che non sia sexy, è stato anzi quello che più mi ha colpito quando li ho visti tutti e quattro insieme. Ma è davvero un carrarmato ubriaco, un collezionista che perde il conto, non saprebbe raccontare quello che gli è successo ieri, mentre Paul dall’alto guarda e giudica.

«John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me.»

Per fortuna che poi c’è lui, tenerezza profumata di ghirlanda e incenso. Se avesse lo stesso metodo di Paul, sarebbe il numero uno. John ha un talento potente e sbandato, e non ha bisogno di sistematicità. Ma George, quello che di musica capisce di più e in musica approssima di meno, sì. Credo di amarlo davvero. E credo che lui ami me. È quell’amore pulito e arioso che non teme paragoni, non ha bisogno di esclusiva, non deve vincere niente e quindi contro niente si deve battere. Non ho neanche bisogno di dirgli che Here Comes the Sun mi scalda il cuore ogni volta che ne sento gli arpeggi iniziali, o che, a chiunque pensasse mentre la scriveva, Something è dedicata a me.

bio irene chias

Irene Chias è nata a Erice (TP). I suoi racconti sono apparsi su «Nuovi Argomenti», su «Granta Italia», sulle pagine siciliane di «la Repubblica», su «Il primo amore» e in diverse antologie. Ha pubblicato i romanzi: Sono ateo e ti amo (Elliot, 2010); Esercizi di sevizia e seduzione (Mondadori, 2013), vincitore del Premio Mondello Opera Italiana e del Premio Mondello Giovani; Non cercare l’uomo capra (Laurana, 2016).