Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: settembre 2020


campete dominique racconto

domenichella

Un racconto di Dominique Campete
Numero di battute: 2500

Domenichella se ne stava barricata in casa da tre giorni; era Giovanni a ritirare la posta che, quella mattina, conteneva una busta gialla dell’agenzia immobiliare, grande almeno quanto il tagliere che usavano per affettare il pane.
«Domenichella, questi fanno sul serio, teniamo un guaio grosso grosso» aveva detto.

Tutto era cominciato sei mesi prima, quando la nipote Lauretta era arrivata di corsa a casa loro, con il grembiule da cucina addosso e le mani ancora sporche di farina.
«Zia!» urlava dalla strada. «Zia! Avete sentito il terremoto?»

Domenichella, in effetti, aveva sentito la terra fare una specie di rutto prolungato e poi rimettersi seduta, come dopo una buona cena, ma aveva continuato a ricamare la coperta per la nipote Maddalena che si sposava alla fine del mese.

«Domenichella,
questi fanno
sul serio.»

Qualche giorno dopo, però, aveva notato che sulle pareti della cucina erano apparse delle crepe profonde che tagliavano i muri in tutte le direzioni.

Di notte, quando il marito e le quattro figlie ancora da sposare andavano a dormire, lei cominciava a girare per la cucina, a piedi scalzi e senza accendere la luce. Si avvicinava a quei muri impregnati di umidità e odore di caciocavallo e appoggiava l’orecchio alle crepe con un’espressione assorta e un poco preoccupata.

Una mattina, Giovanni, mentre beveva il suo caffè corretto con Sambuca, aveva lasciato cadere per terra il cucchiaino e non lo aveva raccolto. «Domeniche’, ma che le succede a ’sta casa?» le aveva chiesto.
«Giovanni, io di notte ci parlo con questi muri e se ti dico che è tutto a posto tu mi devi credere» aveva risposto Domenichella, continuando a riempire l’imbuto di carne fresca e finocchietto.
«E cosa ti avrebbero detto i muri?»
«Mi hanno parlato di un cambio, di qualcosa di nuovo che sta per succedere.»

E infatti, dopo solo un mese, Rosina aveva tirato fuori la storia che si voleva sposare, anche se non aveva ancora finito i sedici anni e Peppino un vero lavoro non ce l’aveva. Ma quello sguardo di donna che le era venuto fuori tutto d’un colpo e la rotondità del seno, ogni giorno più evidente, avevano convinto entrambe le famiglie che non si poteva più aspettare.

Quindi si era risolto tutto con un bel matrimonio, semplice per carità, ma di tutto rispetto. Nessun paesano aveva potuto lamentarsi o criticarli. Poi, però, erano arrivati quelli dell’agenzia con l’ingegnere appresso per cercare di convincerli che la loro casa era in pericolo e che dovevano cercarsene un’altra. Ma questa cosa i muri non gliel’avevano mica detta e lei sapeva che non se ne sarebbe mai andata di lì.

bio dominique campete

Dominique Campete (1977) è nata ad Alessandria e da circa sei anni vive a Barcellona. Dorme poco, ride molto e scrive racconti brevi perché le fanno paura i progetti a lungo termine. Si è occupata per molti anni di sostegno alle persone in situazione di vulnerabilità e di progettazione. A Barcellona cogestisce un piccolo spazio educativo basato sulla pedagogia attiva. I suoi racconti sono apparsi su Verde, Cadillac e all’interno di diverse antologie.

Israelachvili-daniele-racconto

la kippah

Un racconto di Daniele Israelachvili
Numero di battute: 2473

«Dài Gabriele, esci dal bagno!» e giù pugni contro la porta. “Dio, come fa a essere così scemo?” si chiede Micael mentre apre la finestra.
«Spegnila subito!»
«Stai scherzando, vero? Hai un figlio di sette anni, vestito come un rabbino, chiuso a chiave in bagno e mi rompi se fumo?»

«Ti fa male!»
«Non tanto quanto gliene faccio io quando aprirà questa cazzo di porta» e giù un’altra serie di pugni, dopo aver lanciato la sigaretta fuori dalla finestra. Gli viene una gran voglia di bestemmiare ma si trattiene. Fa tre respiri profondi, poi appoggia la fronte contro la porta del bagno. «Gabri, anche a me manca il nonno, ma che senso ha vestirsi come lui? Tu non sei ebreo. La mamma è cattolica e ci manda pure a scuola dai Barnabiti…»
«Io sono ebreo! Come il nonno!» urla Gabriele dal bagno.

Micael sospira, mentre scaccia l’immagine di loro due al galoppo verso scuola. Lui sul cavallo e Gabriele con le mani legate che striscia sull’asfalto. «Già era strano spingere quella dannata carrozzina dalla casa di cura fino alla sinagoga, con il nonno tutto vestito di nero e quella kippah sempre in testa e poi» con un tono di voce ancora più basso «se vai a scuola vestito così, ti prenderanno tutti per il culo.» Anche se mentre lo dice in realtà sta pensando: “Ci prenderanno tutti per il culo”.

«Io sono ebreo! Come il nonno!»

Torna verso la finestra e si accende un’altra sigaretta. Mentre guarda la striscia di fumo allontanarsi, gli tornano in mente quei cerchi così perfetti che uscivano come ciambelle dalla bocca di suo padre. Uno spettacolo, che però suo fratello non aveva mai visto. Dopo averla spenta sul davanzale, rimane lì a fissarla mentre cade nel vuoto. “Sarebbe bello se almeno una volta, dopo aver toccato terra, rimbalzasse e tornasse su” pensa, e allunga una mano sporgendosi leggermente in avanti. Dopo aver aspettato inutilmente grida: «Fanculo!», poi chiude la finestra e torna davanti alla porta del bagno per dire a suo fratello che va bene, se vuole a scuola può anche andarci vestito così, che lo accompagna lo stesso.

Sente il rumore di una chiave che gira, ma la porta rimane chiusa. Quando Micael abbassa la maniglia lo trova seduto a terra. Indossa un gilet nero sopra una camicia bianca e tra le mani stringe la kippah del nonno. Sotto ha solo un paio di mutande dalle quali partono due gambe magrissime. Mentre si china per togliergli la kippah dalle mani si accorge che sta piangendo. Lo prende in braccio e, dopo avergliela messa sulla testa, insieme escono dal bagno.

Daniele Israelachvili

Daniele Israelachvili (1978) scrive i suoi primi racconti durante le lezioni di Microeconomia all’università, ma per anni non lo dice a nessuno perché ai suoi occhi è come se suonasse l’ukulele nudo. Quest’anno suoi racconti sono apparsi o appariranno su ’tina, Risme, Blam, Bomarscè, Clean e Narrandom.  

giulia sarli racconto

churchill

Un racconto di Giulia Sarli
Numero di battute: 2421

Catia e Nichi giocano a pallone vicino all’acqua. Vorrei stare con loro ma fa troppo caldo, sento il peso del pelo sul corpo. La mamma sotto l’ombrellone mi bagna la testa ogni tanto.

«Dovevamo lasciarlo a casa, non vedi che sta male?» dice il papà.
«Ma non può stare da solo, Churchill è solo un cucciolo!»

Annuso la sabbia. Provo a leccarla. Eccì! Dei granelli mi sono rimasti incollati alla lingua. Avanzo. TUM TUM. Che cos’è questo rumore?

TUM. Mi guardo intorno. È vicino al muretto che delimita la spiaggia. Lo raggiungo e inizio a scavare. Il rumore si fa più forte. TUM TUM. Sento qualcosa di morbido contro i polpastrelli e mi fermo. TUM. Ora il battito è continuo. TUM. Sembra. TUM. Un cuore. Lo prendo in bocca, porto il mio trofeo dalla mamma, glielo appoggio sulla salvietta e aspetto. TUM. Lei guarda. TUM. Caccia un urlo. D’istinto, riprendo il cuore e corro sulla battigia. I bambini si piegano a guardare. Catia dice «Bleah!» e si copre gli occhi con le mani; Nichi ha negli occhi lo sguardo di quando taglia la coda alle lucertole. TUM. Sento il rumore dell’acqua che viene. Il mare mi avvolge le zampe. Scatto via.

Supero una spiaggia e quella dopo ancora. Traccio una linea di fuga a tendini tesi. Più avanzo e più la sabbia si svuota di corpi.

«TUM TUM.»

Raggiungo il silenzio di una riva deserta. Quasi. In fondo, appoggiata agli scogli, la figura di un uomo. Mi avvicino. È vestito come quando fa freddo. Indossa un impermeabile, in testa un cappello da pescatore. La camicia azzurra, tutta lisa, ha i bottoni aperti che lasciano al sole il collo cotto. La faccia è per metà coperta da una barba disordinata. Sembra stia dormendo, non si accorge che mi sono avvicinato. Lascio cadere il cuore e abbaio. L’uomo apre gli occhi. TUM. Mi vede. TUM. Vede il cuore. TUM TUM.

«Il mio cuore!»

Lo afferra tra le mani e lo inghiotte. Io abbaio forte. «Shhh aspetta!» Si mette l’indice davanti alla bocca. Vedo l’unghia lunga e nera, simile a un coltello. Restiamo in silenzio. TUM. Sentiamo. TUM. Il rumore. TUM TUM. Ha ripreso. Mi avvicino al petto dell’uomo, è da lì che viene. Ci schiaccio contro il muso.

«È il mio cuore, erano anni che lo cercavo. Adesso posso tornare a casa, finalmente!»

Lo annuso, gli salgo su una gamba, gli lecco una guancia.

«Churchill!» Sento la voce della mamma e dei bambini.

L’uomo intrufola le dita nel pelo della mia testa in una carezza. Si alza in piedi, entra in acqua e scompare nel mare.

Sarli Giulia Bio

Giulia Sarli è nata a Bergamo nel 1987. È laureata in Lettere e collabora con La Balena Bianca. Legge e scrive tutti i giorni.

besi stefano racconto

il succo di frutta avvelenato

Un racconto di Stefano Besi
Numero di battute: 2453

La mamma entrò in camera e vide un’enorme distesa di mattoncini Lego: i bambini avevano rovesciato il cesto. Sembrava una pozzanghera colorata. Suo figlio ne toccava il bordo come se avesse paura di bagnarsi. Il suo amichetto Gianni invece era nel centro, immerso nei mattoncini come se nuotasse.

«Volete del succo di frutta?»
Gianni emerse dal mare di plastica e alzò le braccia: «Sì!».
Fulvio invece restò in silenzio.
«Tu non lo vuoi, Fulvietto?» chiese ancora la donna.

Il bambino scattò con la testa come se si accorgesse solo in quel momento della sua presenza. «Sì... grazie» disse strizzando gli occhi e agitando le mani nella sua direzione come un prestigiatore. 

La donna tornò in cucina un po’ preoccupata: nemmeno dopo aver scartato un regalo Fulvio sapeva dire “grazie”. Cosa stava succedendo? Riempì di succo di frutta due bicchieri e li portò ai bambini.
«Ecco qui» disse poggiandoli sulla piccola scrivania.
Gianni continuava a nuotare nei mattoncini. Fulvio restava come prima di lato. Forse, pensò la donna, a mio figlio i Lego non piacciono così tanto.

«Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.»

Appena la madre andò via dalla stanza Fulvio prese i bicchieri e senza farsi notare li annusò. Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.

«Ecco, tieni» disse porgendone uno a Gianni.

L’amichetto lo prese e si scolò il succo in un sorso. Fulvio, invece, fece solo il gesto, ma non bevve. Evitò anche di bagnarsi le labbra, meglio non rischiare.

«Com’è? Buono?» chiese.
«Buonissimo» disse Gianni. Poi posò il bicchiere e riprese subito a giocare.
Fulvio restò immobile a fissarlo in modo tanto insistente che Gianni chiese: «Che c’è?», e lo costrinse a distogliere l’attenzione.

Allora Fulvio studiò il fondo del bicchiere dell’amico e vide che erano rimaste poche gocce. L’ha davvero bevuto tutto, pensò. Bene. Riprese a giocare con un mattoncino per volta, ma in realtà osservava con attenzione Gianni. Lo guardò a lungo cercando di non farsi notare. Lo guardò per interi minuti, ma non accadde nulla.

Quando la madre tornò in camera per vedere come andavano le cose, Fulvio la prese per una mano e la trascinò in cucina.
«Che succede?» chiese la donna.
«È vivo» disse Fulvio.
«Cosa dici, tesoro mio?»
«Gianni è ancora vivo.»
«Certo che è ancora vivo. Perché non dovrebbe?»

Fulvio capì che la madre non aveva sentito il messaggio. Non era telepatica. Non sapeva neanche che Gianni aveva rovesciato tutti i Lego a terra.
«Che mamma inutile» disse.
Poi tornò di corsa da Gianni. Doveva escogitare un nuovo piano.

besi stefano

Stefano Besi (1979) è laureato in psicologia e lavora nel campo della formazione esperienziale. È stato insegnante di grafologia e pasticcere professionista (specializzato nella produzione del gelato). Ha un blog che aggiorna di rado ma con piacere: www.controversi.net. Non sa suonare uno strumento e non sa guardare attraverso i muri, ma ci sta lavorando.

Racconto Maniscalco Anna

radici comuni

Un racconto di Anna Maniscalco
Numero di battute: 2184

Il giorno che la mia amica è andata a vivere con il suo fidanzato ha nevicato per la prima volta, quell’anno. Ho guardato fuori dalla finestra, la tazza di tè già troppo carico in mano, pensando che al mattino si sarebbero sconfortati – il camion con gli scatoloni bloccato nel traffico, la fanghiglia sui marciapiedi – ma alla sera si sarebbero seduti sul divano appena spacchettato, sotto una lampadina ancora nuda, e avrebbero visto i fiocchi che continuavano a cadere su quello che finalmente era il loro balcone.

Non sono mai stata brava con il bricolage, non so disegnare, ritagliare, incollare, spennellare, ma ho fatto sviluppare un vecchissimo rullino con le nostre foto da piccole: due neonate minuscole, messe una accanto all’altra nella culla e totalmente indifferenti a ogni altro essere umano nei dintorni.

«Ecco, per te,
un tetto, una vita,
un amore.»

Avrei attaccato le foto con delle mollettine a un filo di luci di Natale, l’avevo già visto in tante case diverse, e sapevo che non le sarebbe importato avere una cosa che non fosse unica, solo sua.

La settimana prima del trasloco abbiamo fatto un sopralluogo, noi due. Ha controllato che le piastrelle in cucina non si fossero scheggiate dopo la posa, che non ci fossero più cavi in vista. Abbiamo passato lo straccio per togliere la polvere d’intonaco che era sfuggita ai teloni di protezione. Tutto aveva un odore eccitante e insopportabile. Il forno, senza nessun alone, lo specchio del bagno senza ditate; non un segno sui muri, tutto le veniva consegnato immacolato, con l’unico imperativo di goderselo. Ecco, per te, un tetto, una vita, un amore.

Le ho chiesto se le servisse altro, e mi ha risposto che voleva un gatto, per avere qualcuno di cui prendersi cura. Ha detto, scherzando, che ero sempre stata la sua quercia, e ora che andava da sola nel mondo voleva restituire qualcosa.

Le ho risposto che non poteva mica diventarmi una persona matura nell’arco di una settimana, quella doveva essere l’unica cosa mia. Però mi ha fatto tenerezza. È vero che sono nodosa, e che mi ergo da sola sulla mia collina; mi piace la vista dall’alto, qualche volta.

Le ho messo una mano sulla testa, e le ho detto: «È l’ultima volta che ti faccio ombra, mia giovane amica».

Anna Maniscalco Bio

Anna Maniscalco (1992) si è diplomata in Cinema alla Scuola Holden e in Arti del Racconto alla IULM. Nata a Modena, ora vive a Milano, si muove nell’editoria e collabora con ilLibraio.it. Ha scritto di film su Sushiettibili.eu e ha pubblicato racconti su Abbiamo le prove, inutile, L’Inquieto. Ha creato la newsletter La cinefila della domenica.