Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: ottobre 2020


racconto valentina grazzi

la donaza

Un racconto di Valentina Grazzi
Numero di battute: 2406

Rina fissò la vecchia muta davanti alla stalla. La paura le irrigidì i muscoli e il respiro si fece più corto: aveva otto anni e non sentiva più il freddo pungerle la pelle. Rina non gridò, non ne ebbe la forza. Un grande buco vuoto le affiorò dentro al petto, un dolore simile alle cadute dal mulo con i fratelli. Lo sguardo della vecchia era vacuo eppure tremendo, le vesti nere cadevano a terra sul corpo scarno e pallido, i capelli bianchi erano radi e sporchi. La neve le inzuppava le vesti, i piedi erano scalzi ma la vecchia non sembrava provare fastidio. Sorrise un momento come un lampo estivo sopra la vallata e mostrò i denti gialli.

Rina non la conosceva eppure sapeva chi era.
Era la Donaza.

«Era la Donaza.»

Era gennaio e Rina era stata svegliata per andare a prendere il latte appena munto alla stalla dei Da Pian, vestita a forza mentre i fratelli sognavano nel letto vicino alla porta. La stufa era spenta, la mattina era buia, il padre era uscito da tempo e la tavola veniva fragorosamente sparecchiata dalla cena della sera precedente. Rina era restata in piedi a guardare il ventre della madre spostarsi su e giù per la stanza, aspettando impaziente il recipiente del latte. Sentiva ancora il peso del sonno addosso, il fiato caldo della sorella sulla schiena, la camicia pesante pizzicare le caviglie. Tuttavia sua madre l’aveva spinta fuori di casa in maniera brusca, reclamando il latte e sollecitandola senza delicatezza.

Controvoglia era stata costretta a incamminarsi e ora si trovava di fronte alla Donaza, alla vecchia che si diceva mangiasse i bambini cattivi. Chi lo diceva? Tutti i paesi della valle. Con orrore Rina le guardava gli occhi vuoti, la lingua che correva da una parte all’altra della bocca, bocca che pareva pregustare la carne. Nessuno aveva incontrato la Donaza ma tutti ne conoscevano le fattezze: tutti ne parlavano ma nessuno diceva che assomigliasse a una poveretta. L’unico pensiero che si fece strada in Rina fu quello di non meritarsi quell’incontro: lei era una brava bambina. Faticava, finiva la minestra nel piatto, stentava a leggere e a far di conto, ubbidiva, al contrario dei fratelli e della sorella.

«Ti filo le budella» mormorò la vecchia protendendo le mani.

Rina raccolse le forze, gettò il secchio facendo fracasso e corse verso il tabià vicino. Sentì il canto del gallo e poi un sibilo mentre la paura le rimbombava nelle orecchie.

La Donaza era scomparsa.

grazzi valentina

Valentina Grazzi vive in provincia di Mantova e, dopo la laurea in Lettere moderne, gestisce una piccola libreria nel centro della città. Collabora con la casa editrice Edizioni del Baldo. Ha scritto per le riviste Ammatula e Settepagine, presto apparirà anche su Narrandom.

carmine pignata racconto

velocità di caduta

Un racconto di Carmine Pignata
Numero di battute: 2466

L’uomo dice: non è detto che si muore dal terzo piano. È una questione di velocità, e poi ci sono gli alberi. Considera i rami. Al massimo rimarresti paralizzata, ed è peggio, no? Esistono altre possibilità, dice, molto più efficaci. Trovo sia un modo alquanto bizzarro di persuadere qualcuno a non suicidarsi, ma non sono affari miei, è una cosa tra moglie e marito.

Me ne resto appoggiato alla ringhiera a guardare verso l’alto. Questa è la prima cosa interessante che succede in due mesi che vivo qui.

Della coppia sopra di me so poco. Prima di oggi non li ho mai visti in faccia. Di loro conosco solo i suoni che fanno quando litigano. Sento le urla di lei scivolare attraverso il soffitto e i tentativi dell’uomo di farla ragionare. La sua voce ha la cadenza monotona dell’abitudine. La cosa peggiore però sono i tacchi: un martellare continuo da una parte all’altra della casa, a qualsiasi ora del giorno e della notte.

«Non è detto
che si muore
dal terzo piano.»

In strada la polizia ha delimitato la zona antistante il palazzo. I vigili del fuoco discutono se sia meglio tirare su la scala o stendere il gonfiabile. Un gruppo di persone si accalca dietro il nastro rosso e bianco. Dai palazzi di fronte qualcuno scatta delle foto. Controllo sul cellulare se qualche giornale ha già riportato la notizia. Sarebbe bello se lì giù ci fosse anche la televisione.

I vigili del fuoco li ho chiamati io quando ho visto una decina di paia di scarpe volare davanti al mio balcone: laccate, scamosciate, col tacco a spillo, stivali, sandali e scarpe da cerimonia. Piovevano giù insieme alle urla. Allora mi sono affacciato e ho visto la donna del terzo piano seduta sul cornicione. I piedi nudi che ciondolavano nel vuoto.

L’uomo ha un approccio distaccato alla cosa. Tiene i gomiti appoggiati alla balaustra e sorride tranquillo a pochi centimetri dalla donna. Insiste a dire che così è inutile, ci sono modi più sicuri per ammazzarsi. Lei dopo un po’ smette di urlare. Sporge di poco la testa. Fissa la strada come se stesse calcolando quante probabilità ha di morire davvero. Il marito allora le allunga una mano e dice che se proprio vuole farla finita possono andare insieme sul terrazzo, da lì la velocità di caduta garantirebbe un risultato sicuro. Fidati, dice.

Le gambe di lei rientrano dietro il cornicione. Entrambi spariscono dalla mia vista e tornano a essere semplici voci. La donna singhiozza: Mi aiuterai? L’uomo risponde: Farò tutto quello che vuoi. Andiamo a prendere le scarpe adesso. Vuoi mica salire scalza?

pignata carmine bio

Carmine Pignata (1982) nasce a Caserta, da dieci anni vive e lavora a Roma. Dal 2017 frequenta il laboratorio permanente sul racconto Trenta Cartelle. Due suoi racconti sono apparsi negli ebook: Passaggi e Lunedì 9, in collaborazione con la Scuola del Libro. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Mag O.

racconto valeria micale

respiro

Un racconto di Valeria Micale
Numero di battute: 2484

Si fece strada in mezzo a bottiglie di plastica e pezzi di polistirolo. I piedi le scivolavano fuori dagli zoccoli, costringendola a rimettersi in equilibrio ogni volta. Scansò un ciuffo di alghe secche e si fermò per riprendere fiato. Undici e quarantanove.

Temeva vocio di bambini, risate sguaiate o, peggio, canne da pesca schierate come alabarde sulla battigia. Scorse, invece, solo un vecchio che leggeva e una giovane donna accanto a lui. Si sistemò poco lontano e andò a bagnarsi i piedi. La sabbia era incandescente. Aprì l’ombrellone e si distese sulla sdraio. Non voleva pensare a niente. Soprattutto, non voleva pensare alle parole taglienti della sera prima. Prese il cellulare dalla borsa e digitò: “Mi sento inutile. Mi sembra tutto inutile”. Dodici e zero quattro.

Incominciò il rituale della vestizione. Infilò la cuffia, inumidì gli occhialini con la saliva e li sciacquò nell’acqua trasparente e quasi ferma. Lo scoglio la aspettava come ogni giorno. Procedette fin quando l’acqua le arrivò alla vita, prese un profondo respiro e si immerse.

«Cola Pesce le venne incontro
e la tirò con sé.»

La stupì l’acqua torbida: non c’erano state mareggiate, eppure non riusciva a vedere il fondo. Contò le prime bracciate, avrebbe preso aria alla terza, dal lato sinistro. Poi un Vajont la schiacciò togliendole il respiro. Si dibatté come un pesce nella rete, schiumando alla cieca. Lo sforzo era sovrumano. Diventò un grumo di istinti: mani che annaspavano, gambe che scalciavano, schiena che si inarcava. Nessun pensiero paura ricordo, niente.

Cola Pesce le venne incontro e la tirò con sé. Un banco di acciughe li affiancò, poi scartò all’improvviso e scomparve. Tra un luccichìo di cicirella, riconobbe l’enorme sagoma scura dell’Orcaferone adagiata sul fondo. Le colonne, però, non le vedeva, e com’era possibile che mentre Cola Pesce era con lei la terra non crollasse? Ma non aveva il tempo di avere paura né di chiedersi il perché e il per come, che lui la trascinava più veloce. Si unirono al girotondo vorticoso del Satiro danzante e fu allora che udì la voce di suo padre pronunciare il suo nome. Lo cercò con lo sguardo, ma vide solo pulviscolo d’alga che riluceva colpito dai raggi del sole. Infine, fu risucchiata da gorghi scuri e scivolò senza opporre resistenza, spinta da una forza che avrebbe potuto polverizzarle le ossa.

Una mano la afferrò. Fu colpita da una luce accecante e il fuoco le inondò i polmoni. Poi una voce disse: «È una femmina! Ora di nascita: dodici e zero nove».

Aprì gli occhi e respirò.

micale valeria bio

Valeria Micale, biologa, è nata e vive a Messina, dove lavora presso il Consiglio nazionale delle ricerche. Autrice di lavori scientifici pubblicati su riviste internazionali, ha scoperto da poco che le piace raccontare storie. Suoi racconti appaiono o appariranno su Malgrado le mosche, Bomarscé e Micorrize, oltre che nell’antologia sul tema del femminicidio Caro maschio che mi uccidi (Fusibilia 2019).

fratta alessandro racconto

gelati al limone, una favola

Un racconto di Alessandro Fratta
Numero di battute: 2331

Questa è, non è una favola – ciò che segue, una volta c’era, dopo, non ci sarà.

In giorni di dolce apocalisse, ancora vive tra le montagne una piccola confraternita [si tratta di un anacronismo, di quelli ben incistati nella propria epoca, tanto da lasciare intendere che fuori tempo sia tutto il resto].

La confraternita ha le caratteristiche che mille altre storie hanno narrato: non saranno ripetute. Solo un dettaglio, sfuggito alle altre, sarà detto.

Un pollaio.
Al suo interno, un numero imprecisato di galline.
Al suo interno, un numero preciso di galline ammalate: una.

«Tutti conoscono la morale.»

Sarà presa, messa fuori dal pollaio. Perché le altre non si ammalino, perché tutte le altre, di numero indefinito, possano vivere. Una sola gallina, nel cuore della notte, si trova all’esterno di un pollaio, tra le montagne, in giorni di dolce apocalisse. Malata, tuttavia, una gallina esplora ogni centimetro di spazio circondante il pollaio, per entrare nel luogo che le è precluso per sempre.

L’indomani, all’alba, un pollaio. Al suo interno, un numero imprecisato di galline vive, sane. Al suo esterno, un numero preciso di galline ammalate: non una.

Tutti conoscono la morale.

Ma la volpe non ha mangiato la gallina. La volpe si è rifiutata di mangiare una mallina galata. Una mallina galata? Una pallina gelato. Una pallina gelata è un cattivo pasto per chiunque. E una volpe prova più simpatia per una gallina malata che per un numero indefinito di galline sane, che desidera solo mangiare.

Così, una volpe e una gallina malata si trovano a vagare insieme tra le montagne, in giorni di dolce apocalisse. Vengono sorprese da un cacciatore.

La volpe sarà poi imbalsamata e per molti anni risiederà nella camera del cacciatore, finché la sua giovane moglie, turbata dal ghigno della piccola bestia, non chiederà di rimuoverla.
La gallina malata, invece, non essendo trofeo per cacciatori, è quel giorno risparmiata. Ma non quando la malattia compirà infine il suo corso.

All’interno del pollaio, le galline sane, dopo aver prodotto un numero indefinito ma sufficiente di uova, sono spennate e bollite.

La confraternita [rimasta un anacronismo ancora per qualche tempo] è poi scomparsa, in giorni di dolce apocalisse, lasciando solo qualche traccia di sé, tra silenziose montagne.

Le montagne, infine, sono state lappate dalle lingue di fuoco di una stella morente.

fratta alessandro

Alessandro Fratta (1990) è nato a Verona e ha vissuto a Oxford, Cork e Bordeaux, dove attualmente risiede. Suoi racconti sono apparsi su CrapulaClub, Clean Rivista e Housefire. Paga l'abbonamento a Netflix lavorando per una piccola casa editrice di scienze animali.