Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: aprile 2020


Mario Greco Racconto

taglio corto

Un racconto di Mario Greco
Numero di battute: 2262

Suo padre gli stava spiegando i rudimenti della potatura. «È un po’ come tagliare i capelli» diceva. Aveva ragione. Bastava vedere come maneggiava il seghetto. Un vero coiffeur. Aveva ottant’anni e ancora saltellava sugli ulivi come un fringuello.

Lui raccoglieva i rami e li ammucchiava. Poi provò anche lui a salire su un ulivo. Arrivò quasi in cima e si accorse che non soffriva più di vertigini. Non riusciva a crederci. Il vuoto sotto di sé non gli incuteva nessun timore. La nebbia che copriva il paese si stava diradando e cominciavano a spuntare i primi tetti, il campanile, le punte dei cedri della villa comunale. Lassù, tra gli ulivi, i merli in amore sbattevano le ali e si rincorrevano; la brina si scioglieva e le rocce esposte a est luccicavano. 

Si tolse i guanti e il cappello. Salì ancora più in alto. I rami lì erano più sottili e tremolavano sotto il suo peso. Suo padre lo guardò e gli disse di non fare lo sbruffone. Aveva cinquant’anni e suo padre lo trattava ancora come un ragazzino. 

«È un po’
come tagliare
i capelli.»

A casa, quella sera, disse a sua moglie che dovevano iniziare a guardare il futuro con più ottimismo, che presto avrebbe trovato un nuovo lavoro e tutto si sarebbe rimesso a posto. Sua moglie stava lavando i piatti. Scrollò le spalle. Faceva sempre così. Lui le parlò della potatura, le disse che con un po’ di impegno avrebbe imparato, che non ci poteva essere maestro migliore di suo padre, che aveva perfino scoperto di non soffrire più di vertigini. Le parlò anche dei merli, cercò addirittura di imitarne il canto.

«Ridicolo» fece lei.

Fu un bisbiglio, ma lui sentì e nonostante questo continuò, imperterrito. «Potresti venire anche tu, qualche mattina» le disse. «Ti farebbe bene uscire da questa casa per un po’.»

Lei con quelle scrollate di spalle o con qualche battutina era capace di spegnere qualsiasi entusiasmo, ma lui non si arrendeva, non si arrendeva mai. Le andò dietro. Lei si stava sfilando i guanti. Le accarezzò i capelli. Lei scrollò di nuovo le spalle. In modo involontario questa volta, come se fosse percorsa da un brivido.

Sussurrò: «Basta, smettila».

«Dovresti tagliarli» disse lui. Attorcigliò una ciocca di quei lunghi e sottili capelli neri tra le dita. «Un taglio corto» disse. «Un bel taglio corto. Ci staresti benissimo.»

bio mario greco

Mario Greco è nato nel 1959 a Sant’Arsenio, dove risiede. Nel 2011 ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria del Premio Chiara per una raccolta di racconti inediti. Nel 2016 un suo racconto è stato pubblicato nell’antologia Dieci racconti per Piero Chiara (Macchione editore). Altri suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Tuffi, Carie e Grado Zero.

racconto Antonio Francesco Perozzi

attrazione tubulare

Un racconto di Antonio Francesco Perozzi
Numero di battute: 2257

Così m’inchinai verso lo scarico della doccia e non accettai più compromessi.

Che importava essere nudo? Che importava l’acqua addosso e la percezione strana di una pelle che trascorre in liquido? Avrei visto il fondo – forse – e avrei scoperto un modo tutto diverso di provare la vita – forse.

Tra me e la voragine c’era mezzo metro, ormai; anche meno. Vedevo i rivoli trasparenti costruire un vortice, attorno alle piccole conche trapezoidali, con una geometria troppo precisa per essere fatta di fluido, per essere naturale.

«Scesi di dieci centimetri.»

Ma pensavo con inquietante semplicità: era geometricamente perfetto – dunque era vero. Era geometricamente perfetto – dunque era più reale di tutto ciò che avessi mai conosciuto. Mentre scendevo di dieci centimetri al minuto, provai a stilare il catalogo di tutte le esperienze della mia vita, messe in fila una dietro l’altra: l’asilo e un Pikachu di gomma; le elementari e una compagna col naso sporco; religione a seconda ora il sabato; le spille dei Clash e dei Rancid sullo zaino; Margherita che sapevo ora consegnasse pizze il venerdì sera; una sua forcina sul mio cuscino; i soldi di Amazon strappati coi denti…

(Scesi di dieci centimetri.)

Che ragione c’era di credere ancora alla vita reale? Sul vetro che avevo intorno s’era formata una patina di vapore depositato. Non potevo vedere oltre, non potevo: il mio accappatoio, verde e blu, semplicemente non era mai esistito.

(Scesi di dieci centimetri.)

Stava lì, nella colonnina d’aria tra il mio medio e la voragine, tutto il senso del mondo. Non m’importava neanche più avere dei capelli, ad esempio: che farsene del riccio morbido nell’assoluta bassezza del niente?

(Scesi di dieci centimetri.)

Quando ero ormai vicinissimo, m’accorsi di macchie calcaree sul metallo dello scarico: le avrei attraversate senza remore; non ci sarebbe stata incrostazione, finalmente, nel mondo di là.

(Scesi di dieci centimetri.)

Il medio toccò per primo: non mi sorpresi per niente nel farmi idrico anch’io, nel sentire il braccio intubarsi, poi la spalla, finalmente la testa. Il mio corpo seguì una sinusoide contro la gravità e alla fine anche i talloni, e gli alluci, mi seguirono giù, nello scarico della doccia.

Sentivo solamente – lontano – il picchiettare di gocce grosse sulla ceramica.

bio antonio francesco perozzi

Antonio Francesco Perozzi (1994) vive a Vicovaro, in provincia di Roma. Si è laureato in Filologia moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi dal titolo Sanguineti e il decostruzionismo. È autore del romanzo Il suono della clorofilla (L’Erudita 2017) e dell’opera poetica Essere e significare (Oèdipus 2019, prefazione di Francesco Muzzioli). Suoi racconti e poesie sono apparsi in antologie e riviste.

eugenio-biasetti-racconto

adamo

Un racconto di Eugenio Biasetti
Numero di battute: 2499

Un uomo si sveglia nel cuore della notte ed esce di casa. È la sua prima notte, anche se probabilmente una serie di altre notti l’hanno già preceduta. Cammina per un bel pezzo e si ritrova in un quartiere di periferia. Non saprei dire con precisione dove, ma d’altra parte dettagli di questo genere non sono utili ai fini del mio racconto.

All’angolo di una strada poco trafficata l’uomo viene introdotto in un vecchio edificio. Entra senza timore ed è accolto dalla tenutaria della casa, che forse lo stava già aspettando. Nessuno dei due dice niente finché la donna non invita l’ospite a seguirla per le scale. Mentre salgono verso l’ultimo piano si rivolgono parole che ormai non ricordo. Forse la tenutaria ci tiene a far sapere le regole di quel posto, o i prezzi assegnati a ognuna delle ragazze. Le vergini costano il doppio, ma lui ha espressamente richiesto una di loro.

Arrivati in cima all’edificio si fermano davanti alla porta dell’unica stanza visibile nel corridoio. La signora consegna le chiavi all’uomo, ripetendogli alcune raccomandazioni; poi svanisce nella penombra delle scale dalle quali erano saliti.

«Le vergini
costano il doppio.»

Quando l’uomo entra vede che la ragazza sta già dormendo, completamente nuda. Decide di stendersi al suo fianco e cerca di attenuare ogni movimento, per non rischiare di svegliarla. È giovanissima, e non senza curiosità l’uomo inizia a indagare quel pallido corpo. Ha l’aspetto di una statua ma nonostante questo la sua carne sembra morbida come un frutto. È subito assalito dal desiderio di toccarla e comincia a sfiorare la sua pelle, partendo dal sottile strato delle palpebre chiuse. Procede delicatamente, non volendo farle del male. Ma arrivato all’altezza della pancia, una scoperta insospettabile lo fa quasi rabbrividire. Il ventre immacolato della ragazza si estende liscio e regolare, senza che un pur minimo segno possa far presagire la traccia della passata presenza di un cordone ombelicale attaccato a lei.

Il desiderio è più forte della paura e tenta di svegliarla. Sente delle vaghe parole che lo smarriscono ancora più di quella scoperta. In quel momento l’uomo si sveglia e capisce di essere nella propria camera da letto, con la moglie che dorme al suo fianco. Avverte un’angosciosa sensazione e preso da un irresistibile impulso infila lentamente la mano sotto la tiepida veste della moglie. Procede con cautela, non senza tremare. Il suo ombelico non c’è, ma l’uomo capisce che sta ancora sognando. Sogna, ora me ne rendo conto, di essere un tardivo Adamo.

biasetti-eugenio-bio

Eugenio Biasetti (1996) nasce a Fabriano e vive a Roma, dove frequenta Lettere moderne alla Sapienza. Tra un esame e l’altro, ama scrivere racconti o plagiare quelli altrui, spesso senza una vera giustificazione estetica.

racconto lorenzo nord

la clessidra

Un racconto di Lorenzo Nord
Numero di battute: 2416

Per quanto riguarda la mia storia, i prologhi sono tre. Comincerei col quando, servendomi del loro tempo: secolo numero ventidue. Seguirei spiegando di cosa parlo, ossia la scoperta del metodo per decodificare in lingua umana il sistema comunicativo dei Muridi. Concluderei specificando perché lo racconto: questa, infatti, non è la storia della mia vita, ma della mia comprensione.

Ogni animale comunica, però gli umani sono gli unici ad aver costituito le scienze per i linguaggi. Ci hanno insegnato a produrre segni, che le intelligenze artificiali traducono poi per loro in significati.

«Io sono il migliore comunicatore
della mia specie.»

Io sono il migliore comunicatore della mia specie, uno dei primi ad aver imparato; pertanto, uno dei favoriti. Loro quindi vogliono mantenermi in esercizio: appendono ogni due settimane, frontale alla mia gabbia, un quadro dallo sfondo bianco, sopra cui è scritto un aforisma. Dopo averlo letto, io devo comporre un breve saggio, spiegando cosa ho capito. Di solito, ci impiego tre giorni, poi loro interpretano. Ignoro se i significati che intendiamo noi Mures siano i medesimi dei Sapiens.

Come tutti i topi laureati, convivo con la mia riproduttrice. Agli umani, infatti, è sempre piaciuto affiancare compagnie esteticamente notevoli a esemplari intellettualmente dotati. Io e lei siamo separati da un vetro: entrambi abbiamo la possibilità di scegliere quando interagire, ma bisogna capire come attivare il meccanismo che regola il funzionamento della parete divisoria, e lei non sa farlo. In generale, non agisce con cognizione, ma le sono molto affezionato. Non sa parlare come me. Tuttavia, tende a “dimostrare affetto”.

La vita, per quanto mi riguarda, è sempre trascorsa; a volte l’ho pure trovata noiosa. Ieri, invece, è accaduto qualcosa d’inaspettato: per la prima volta, ho avuto difficoltà nella comprensione del nuovo aforisma appeso al muro. È il verso di un poeta tedesco, che paragona un bacio tra due amanti a una clessidra. Mi ha molto colpito questa immagine e ci ho ragionato. Quando l’ho capita, ho provato una diversa forma di felicità. Mi sono voltato e ho guardato raggiante la mia riproduttrice, smanioso di comunicarle l’amore… Ma lei mi fissava e nulla più: non vedevo espressione, non percepivo interazione; tant’è che ogni tentativo di risvegliarle sentimenti diversi dalla riproduzione è stato vano. «È come se tu non fossi qui con me» le ho mormorato.

In quel momento, mi si è spezzato il cuore.

lorenzo nord foto

Lorenzo Nord è nato nel 1990. Da adolescente, più di tutto l’annoiavano le tematiche politiche e sociali. Dopo la laurea voleva schivare il settore pubblico, poi si è ricordato di aver studiato Scienze politiche. Legge dal 2004 ed è appassionato di letteratura novecentesca.