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scacco al re

Un racconto di Domenico Varipapa
Numero di battute: 2500

Ho giocato a scacchi fino al 2005, quando avevo trentacinque anni. Smisi perché durante le partite ero capace di fumare un pacchetto di sigarette. Finché era consentito fumare nei luoghi pubblici ne accendevo una ogni volta che schiacciavo il timer per passare la mossa all’avversario. Poi misero il divieto, così incominciai a scegliere il tavolino che dava sulla finestra del circolo, in modo da poter fumare fuori e guardare dentro. Col tempo mi accorsi che avrei dovuto scegliere tra gli scacchi e le sigarette. Ero stato bravo a scorgere il problema, ma non altrettanto a trovare la soluzione, infatti smisi di giocare.

Non mi piaceva andare a scuola e ogni tanto prendevo la corriera e andavo a Reggio Emilia, nel circolo in cui si trovavano gli scacchisti. Mi divertivo a giocare con un professore di Italiano, che mentre sistemava i pezzi sulla scacchiera mi rimproverava di non essere a scuola, poi incominciava a giocare e si dimenticava di tutto. Avevo tredici o quattordici anni, non sapevo a memoria le aperture, però avevo una visione eccezionale, e non perdevo quasi mai. Il professore un giorno mi disse che sarebbe passato un suo conoscente, un campione, e che avrei dovuto sfidarlo. Accettai.

Il professore mi aveva avvisato che il suo amico avrebbe avuto poco tempo per me, perché era di rientro da un torneo importante in Ungheria. Arrivò poco prima di pranzo, mi guardò, non si aspettava che fossi un ragazzino, poi si rivolse al professore: «Lo batto veloce e andiamo a mangiare».

«Lo batto veloce
e andiamo
a mangiare.»

Appena si sedette mi venne addosso una ventata di acqua di colonia che mi diede fastidio quanto il suo sorrisetto borioso. Incominciammo. Mosse veloci, aggressive, senza paura di sacrificare pezzi. Mezzora dopo il professore, che stava lì a guardare, disse che all’osteria li avrebbero dovuti aspettare ancora per un po’, lui non gli rispose, nemmeno io. A un certo punto mi chiese dove abitavo. «A Gualtieri» risposi, e lui si mise a ridere, «in mezzo alla palude» disse. Passò ancora qualche minuto, poi dovette decidere se sacrificare la regina o la torre assieme al cavallo. Un quarto d’ora dopo aveva perso. Il sorriso era sparito assieme all’acqua di colonia. Giocammo ancora, quasi fino alle tre, poi dissi che dovevo tornare a casa. Il campione era nervoso e sudato.

«Ci sono altri che giocano lì da voi?»
«Quasi tutti» risposi.
«E sono forti?»
«Molto.»
«Allora potremmo organizzare un torneo?»
«Meglio di no.»
«E perché?»
«A Gualtieri non gioco, perdo sempre.»

Quel giorno il campione se ne andò senza pranzare.

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Domenico Varipapa (1988) vive a Gualtieri. Insegna Italiano e opera nel campo socio-educativo. Ha pubblicato un romanzo dal titolo Talento e dice, da un pezzo, di averne ultimato un altro che forse qualcuno pubblicherà o forse no.