Un racconto di Lorenzo Cancelli
Numero di battute: 2438
La chiamavamo Suor Faina e io la odiavo.
Il soprannome se lo erano guadagnato il viso smunto e gli occhietti instancabili che tenevano tutto sotto controllo. A Carmine piaceva, secondo lui metteva di nascosto un certo profumo alla cannella che lo faceva impazzire, ma io di profumi non ci capivo niente, per me puzzava di incenso e tartaro come tutte le suore. Aveva poi una certa passione per far schioccare il nerbo sui nostri corpi quando, secondo lei, meritavamo una punizione terrena, e nel mio caso accadeva piuttosto di frequente, ché ero tra i più grandi e dovevo dare il buon esempio.
Una notte che mi beccò con gli altri in dispensa a fumare una stecca di Camel ci fece mettere in riga sul sagrato e tirò a tutti due ceffoni, ma a me ne rifilò quattro in dritto e rovescio, con un piacere tale che dopo continuò per un po’ a massaggiarsi i palmi. Ci prese le sigarette e girò sui tacchi senza dire altro. Quella me la segnai sul serio, e aspettai che se ne andasse in pellegrinaggio non so dove per entrare nella sua stanza con una copia delle chiavi.
«La chiamavamo Suor Faina
e io la odiavo.»
Era un loculo spoglio e ingiallito, con una sola finestrella rachitica e un crocifisso ritirato in un angolo della parete di fronte al letto. Non riuscivo a trovare dove avesse nascosto le Camel, ma una volta aperto il comodino me ne dimenticai totalmente. Dal cassetto spuntavano una manciata di foto di quando ci avevano portato a nuotare al lago, e in tutte, al centro, c’ero io.
Immagino che mi sarei dovuto sentire scosso, disgustato, forse addirittura terrorizzato, ma se anche ci fosse stato qualcosa di tutto questo dentro di me in quel momento era schiacciato da un’incontenibile euforia, tanto che mi misi a ridere e ballare, da solo, come un cretino. Mi trovò in piedi in mezzo alla sua cella e già iniziava a sbraitare e agitare i polsi, ma quando le sventolai davanti la mia scoperta dovette sedersi sul letto, sussurrando qualcosa a metà tra una breve preghiera e una lunga bestemmia.
«Ti supplico» mormorava tra i singhiozzi.
Ma io dovevo sembrare davvero di marmo, perché quella chinò lentamente il capo e si sciolse il soggolo, lasciando che una chioma nera e scomposta le scivolasse sul petto e sulla schiena, gli occhietti irrequieti fissi su di me. Fui come cera. Probabilmente non se lo aspettava, stracciai le foto. Mi sedetti sul giaciglio al suo fianco, le passai un braccio dietro le scapole e le appoggiai la tempia sulla spalla. Profumava di cannella.
Lorenzo Cancelli (1995), livornese, medico specializzando con refrattario amore per l’arte nelle sue varie forme. Eterno esordiente nella scrittura, nel lavoro, nella vita.