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racconto Maruelli

esercizi di inutilità

Un racconto di Stefania Maruelli
Numero di battute: 2441

Fare i conti con la mia mancanza di utilità ha richiesto una sorta di fisioterapia, come se stessi curando un polso slogato. Ecco il mio esercizio: aprivo una porta e immaginavo il mondo ideale. Se ne stava lì, a portata di mano. Aprendo la porta del bagno, commentavo ad alta voce che bella giornata fosse, alla porta della camera da letto raccontavo i miei appuntamenti inventati. Allungavo una mano nell’armadio e dicevo, Che bello, oggi metterò questo vestito.

Facevo pratica con le porte e le ante dopo che Luca se ne usciva per andare al lavoro. Aspettavo di restare sola fingendo di dormire, poi, appena sentivo chiudersi la porta di ingresso, sgattaiolavo fuori dal letto e correvo in cucina, aprivo la dispensa e dichiaravo che avrei fatto una torta – di mele, soffice – da mangiare col secondo caffè. Quindi riscaldavo quello avanzato e lo buttavo giù appena prima di accendermi una sigaretta.

Hai visto che sole? dicevo alla finestra, oggi andrò a fare una passeggiata. Dopodiché la richiudevo e tornavo a letto; non mi alzavo mai prima di mezzogiorno, quando scendevo a ritirare la posta – pacchi di Amazon perlopiù (maschere per il viso, pillole, integratori, sonniferi) – dalla portinaia.

«Aprivo una porta e immaginavo
il mondo ideale.»

Farmi vedere da lei era importante: significava che quella mattina mi ero svegliata, significava che stavo curando quel polso slogato, significava che non ero del tutto inutile. Mi infilavo il cappotto sopra il pigiama, raccoglievo i capelli e mi passavo del rossetto sopra le guance; le sorridevo. Lei mi allungava i pacchetti e intanto mi valutava: se andavo bene mi salutava con un cenno senza smettere di parlare al telefono, se andavo male mi sorrideva e mi apriva il portone – allora ero costretta a uscire e tornare dopo mezz’ora. Capitava almeno un paio di volte a settimana. Mi allungavo fino al bar all’angolo e chiedevo un caffè che bevevo controllando il portone di casa: appena lei usciva, io tornavo.

Il pomeriggio era più lento, lo passavo sui social a controllare la vita degli altri come la portinaia controllava la mia; alle sei aprivo una bottiglia di vino, riempivo un piattino di olive e bevevo sul divano mentre andava il telegiornale. Non sempre era interessante, allora cercavo una malinconia, a volte piangevo pensando a un uomo inventato; quando Luca tornava accendeva le luci, svuotava la spesa, apparecchiava la tavola; io allora infilavo un paio di jeans e passavo di nuovo il rossetto.

maruelli stefania

Stefania Maruelli vive a Milano dove lavora come copy e editor freelance. Ha frequentato corsi di scrittura creativa presso Scuola Holden, Belleville e Bottega di narrazione. Ha studiato editing con Michele Vaccari e con Francesca de Lena. Suoi racconti sono apparsi su inutile, Narrandom, L’Inquieto, L’irrequieto, Risme, Allarmata radura e altre riviste online.

gianfranco martana racconto

la dirimpettaia

Un racconto di Gianfranco Martana
Numero di battute: 2302

Di fronte alla mia finestra c’è un’altra finestra. Separate da una lama d’ombra, sono altissime entrambe, come piante cresciute a dismisura per cercare il sole. A volte noi del vicolo ci affacciamo insieme, attratti da fuochi lontani o grida disperate. In quei momenti sembriamo i passeggeri di due treni fermi da tempo che, inquieti per l’attesa, sporgono la testa come vacche alla rastrelliera, finché non si riparte in direzioni opposte.

La mia dirimpettaia è giovane, non può ricordare i treni coi finestrini che si aprono, e forse non ha mai visto una vacca. Anche la parola “dirimpettaia” dev’esserle ignota, caduta in disuso da quando vivere faccia a faccia non è più un invito a conoscersi. Di fatto, fu proprio così che conobbi la mia prima fidanzata: eravamo due autoritratti nella cornice della finestra e ci guardavamo come se fossimo due opere d’arte.

Da un po’ di tempo, la gente del vicolo sporge la testa ogni sera per cantare. Dicono che attenui l’ansia, ma io ci credo poco, e mi affaccio solo se si affaccia lei, canto solo se canta lei. Se non conosco le parole faccio finta, se lei storce la bocca lo faccio anch’io, e la guardo negli occhi con occhi che ridono, per insinuare malevolmente che certe canzoni sono più un danno che un rimedio.

«Di fronte alla mia finestra c’è un’altra finestra.»

Oggi è apparsa nella sua cornice con un grazioso broncio di sonno e una maglietta stropicciata. «Appena svegliata?» Ha fatto di sì con la testa sull’attacco di Azzurro. «Di notte non dormo e di giorno finisce che crollo. Cantiamo? Mi accorgo di non avere più risorse senza di te...» Abbiamo cantato, abbiamo applaudito con sciocca commozione e, ritirando le nostre teste, siamo tornati a quello che restava delle nostre vite.

Dopo un po’ sono tornato alla finestra per lasciare sul davanzale una manciata di ceci, come promemoria di un’idea per una di quelle notti in cui neanch’io riesco a dormire. Se riuscirò a trovare il coraggio, mi alzerò dal letto allo spegnersi delle ultime voci del vicolo e li lancerò uno alla volta sul vetro della sua finestra finché non sarà venuta ad aprirla; a quel punto, se non me la richiuderà sul muso, le parlerò delle teste che sporgono dal treno inalando un’aria di ferro, della stalla tiepida e scura dei miei nonni e dei dirimpettai che, in un tempo lontano, si davano reciproco sollievo dall’insonnia.

Martana Gianfranco

Gianfranco Martana è nato a Napoli nel 1971. Cresciuto a Salerno, si è trasferito prima a Brighton e poi a Valencia. È dottore di ricerca in Italianistica. Autore di una quarantina di racconti pubblicati in riviste italiane e spagnole, è stato finalista al Premio Solinas con la sceneggiatura Mammaliturchi!, che a breve uscirà in forma di romanzo presso Inknot Edizioni. Il suo primo romanzo è stato Un’opera di bene (Ellera, 2015).

racconto fedeli dario

il bambino eroe

Un racconto di Dario Fedeli
Numero di battute: 2450

Le macchine che stendevano il bitume ringhiavano, gli operai vociavano, ma lei ancora se ne stava rannicchiata sotto le coperte.

Lui sarebbe rimasto a guardarla per ore, ma invece corse a spalancare la finestra: voleva che ogni rumore esplodesse nella stanza. Ma neanche quello fece tornare in vita la bella addormentata.
Allora le scosse piano una spalla. «Rossella.» Niente. «Rossella»; una supplica sbiadita gli colorava le labbra.

Alessandro guardò l’orologio: erano le 7:10. Diede subito le spalle a quella figura nel letto, simile a una bambola di pezza, e raggiunse con ampie falcate la camera di Ginevra e Daniele. Aprì piano la porta e poi poggiò una mano sui corpi addormentati dei fratelli.

«Chi è pronto per dei pancake con la nutella?» ed entrambi scattarono come due molle.
«Io, io!» squittirono in coro.
«Chi finisce di prepararsi per primo se ne becca due in più!»

«Voleva che ogni rumore esplodesse.»

Neanche venti minuti dopo, Ginevra e Daniele erano a tavola, lindi e puliti. Alessandro mise i pancake nei piatti dei fratelli, lasciò loro il controllo della nutella, sperando che non si sporcassero.

Poi si precipitò in bagno per prepararsi. Mentre si lavava i denti, fissò il suo riflesso: le labbra gli tremarono, ma poi il bitume che bruciava qualche piano sotto di lui cominciò a scorrergli nella pancia, e lì si mescolò e rimescolò; l’umida debolezza che ricopriva Alessandro arse come una strega sul rogo.

In tempi record, lasciò Ginevra e Daniele alle elementari, poi raggiunse il parcheggio della scuola media; una macchina lo superò: Leonardo Svani scese, la madre gli porse la cartella, lo abbracciò e gli diede un bacio sulla fronte.

Quando si girò e vide Alessandro, Leonardo s’intirizzì e si allontanò dalla madre, che corrugò la fronte; Alessandro distolse gli occhi, due tizzoni ardenti, e salì la scalinata che lo portò al cancello della scuola.

I suoi compagni di classe gli andarono incontro appena lo videro, le loro battute si arrampicavano le une sulle altre. E Alessandro si ubriacò di quelle attenzioni.

Ma poi arrivò Leonardo, e lui ripiombò nel pozzo pieno di mancanze che tentava di scalare da quando il padre era fuggito con la badante della nonna.

«Leonardo» chiamò Alessandro, punto da qualcosa in mezzo al petto. «Attento che i bacetti della mami non ti facciano fare tardi in classe», e tutti scoppiarono a ridere.

Ma per quanto quelle risate accarezzassero Alessandro, il bitume gli entrava a forza in bocca.
E lui non poté fare altro che ingoiarlo.

fedeli dario bio

Dario Fedeli, classe 1996, è l’autore del romanzo distopico Choiceless (Bookabook). È attivo sia su TikTok sia su Instagram, social che gli permettono di tenersi in contatto con la sua community di lettori. In ogni attimo di tempo libero, si dedica alla scrittura e alla lettura.

racconto Taboga Paola

senza parole

Un racconto di Paola Taboga
Numero di battute: 2449

Lei legge un libro.
Lui, il giornale.
Il sole svagato dell’inverno filtra dal finestrino con una strana, prepotente negligenza.

Lei si alza per abbassare le tendine.
Lui solleva lo sguardo in automatico. Quel tanto che basta per notare una figura esile annegata nei pesanti pantaloni grigi. Il movimento della ragazza riempie lo scompartimento di un profumo fresco: muschio bianco.

Lei riprende il libro guardando il compagno di viaggio che però è quasi del tutto nascosto dal giornale.
Sembra un abat-jour, pensa. Le gambe come base, il giornale come paralume.
Sorride.

«Lei legge un libro. Lui, il giornale.»

Lui gira la pagina e, senza volerlo, nota il viso della ragazza.
Basso, chino sulle pagine fitte. Un viso quasi da intuire.
La fragranza di muschio persiste. Gli piace quell’odore pulito.
Ricomincia a leggere. Ma le parole gli sfuggono, sembrano macchine che sfrecciano veloci e vanno via.
E poi i caratteri prendono a muoversi, quasi fossero attirati da quel richiamo fragrante di muschio, e si raccolgono ai lati del giornale. Al centro, in quella nuova pagina bianca, adesso, c’è il viso della ragazza.
Abbassa di poco il giornale per riuscire a osservarla, di nascosto.
Ha capelli chiari e sottili, pettinati in modo da lasciare libera la fronte, che è alta, con due rughe piccole al centro. Segni di pensieri antichi e persistenti.
E vede le sopracciglia. Lievi e ordinate come cerniere chiuse.

Lei si sposta con un rumore gentile e lui distoglie subito lo sguardo, si imbarazza.
Finge di riprendere la lettura.
Ma poi, con un gesto quasi esasperato, abbassa di nuovo il giornale.
Vede il naso diritto, le palpebre azzurrine – ha la pelle sottile – gli zigomi rotondi.
Un’inutile, qualsiasi ragazza giovane e per bene.
Normale, come una mela un po’ rossa e un po’ gialla.
Ma la fronte e le sopracciglia, no. Ecco. Ecco cos’è.
Quella ragazza ha la stessa fronte e le stesse sopracciglia di sua madre.
E quello stesso profumo.

Lei, continua a leggere.
Ogni tanto però, si muove: accavalla le gambe, cerca qualcosa nella borsa, sposta i capelli.
Non sa di sprigionare profumo, di evocare ricordi. Ma avverte delle piccole scosse ovunque, soprattutto dentro gli occhi, fino nelle sopracciglia, sulla fronte, alla radice dei capelli. Indizi sparsi di felicità.
Prova a guardare l’uomo abat-jour ma, di nuovo, non riesce a vedergli la faccia. Può solo immaginarla.
Nel frattempo, aspetta. Perché lei sa, senza saperlo davvero.
La ragazza sa che l’uomo abat-jour si sta illuminando.

bio taboga paola

Paola Taboga è giornalista. Adora leggere e scrive per tenersi compagnia. Ha vinto alcuni concorsi letterari, fra gli ultimi Racconti nella rete 2023. Ha pubblicato Storie di Storie (MobyDick 2009). Altri sono usciti su varie riviste, fra le più recenti Nazione Indiana e, prossimamente, Crack.

racconto Simone Massara

la questione del gotico
maniscalco stanco

Un racconto di Simone Massara
Numero di battute: 2457

Un maniscalco gotico, stanco d’esser maniscalco, leggeva un romanzo seduto in poltrona presso la finestra. Non prestava attenzione al libro. Sul tavolo al suo fianco, un bicchiere mezzo vuoto era illuminato dai chiari raggi solari fluttuanti attraverso il vetro della finestra. Gli attrezzi arrugginiti riposavano sul bancone, in fondo, e il caminetto ardeva dolce, languido nelle sue stesse braci.

Ma il maniscalco attorcigliava le meningi, come le gotiche edere miniate nei codici, attorno a una domanda. La domanda gli pareva sciocca. Eppure al tempo stesso così pregnante. Lo assillava quando la evitava; una zanzara, che torna a ronzare nell’orecchio, gli occhi appena chiusi, in una notte d’estate. Non trovava risposta, scacciava la domanda, e questa ritornava. Gli occhi inciampavano sul romanzo, e il bicchiere era sul tavolino, gli attrezzi abbandonati lì, in fondo alla sala, il caminetto ardente all’angolo, le ombre sul legno del pavimento parevano scricchiolare, e la domanda era: “Cosa fa un maniscalco?”.

Tremava tutto. “Cosa fa un maniscalco? E, per di più, se è anche gotico? Cosa lavora? Che attrezzi usa? Chi va dal maniscalco?”

«Cosa fa un maniscalco?»

Perché, a dirla tutta, forse il nostro maniscalco gotico, stanco della sua vita da maniscalco, questa parola designante il suo mestiere la conosceva solo per sentito dire, per le fiabe, i vecchi libri, le leggende… Lui stava lì seduto a leggere, ed era un maniscalco. Immobile, inamovibile era; mentre la realtà scalciava.

Fuori brillava il sole, una luce ineluttabile (impossibile sbagliarsi su quanto fosse reale quella luce!), eppure lui era sempre lì e faceva sempre di mestiere il maniscalco. Era mai possibile una cosa del genere? E come ci era arrivato, poi, a fare il maniscalco? C’erano degli studi? Aveva un diploma da maniscalco? Un certificato, una patente, un riconoscimento qualsiasi della gilda dei maniscalchi? E tutto questo ripetere quella parola, lunga e strana, dal suono spezzato, non la rendeva assurda, allucinante?

Allucinato, sentiva il suo corpo in migliaia di particelle immerse nel viscoso elemento di un tempo bloccato in un presente eterno, paradossale, ed era spaventato oltre l’inverosimile, mentre manteneva il suo atteggiamento discreto, lì accanto la finestra, col suo romanzo in grembo, e dentro un tremendo terremoto lo sventrava. Il nostro maniscalco. Neanche una lacrima. Ma tutto quello spavento. Quell’Etna nel torace. Quella domanda: così strana e vera. Così ingiusta.

Massara Simone bio

Simone Massara è nato a Messina, e tra Sicilia e Calabria ha trascorso gran parte del suo tempo. Adesso passeggia a Roma, dove studia anche Filologia moderna.

Racconto Rudi Capra

g e g²

Un racconto di Rudi Capra
Numero di battute: 2116

Tra i casi più interessanti mi è capitata G., una paziente di cinquantasette anni, avvocato. Venne da me in tacchi alti e tailleur di Armani, si sdraiò e disse: «Tutto è cominciato al funerale di R., mio marito, con cui ero sposata da ventitré anni. Lì notai una donna col mio stesso vestito. Era strano perché R. me lo aveva portato da un viaggio a Parigi. YSL, inconfondibile. Pensai che fosse una coincidenza. Finché rividi la stessa donna in metropolitana con un Panama identico a quello che R. mi aveva portato da Cartagena.

Fu allora che mi rivolsi a un investigatore privato, che la mise grossomodo in questi termini: “Signora, suo marito ha una relazione extraconiugale da ventisei anni con la stessa donna, G²., insegnante di filosofia al liceo Galvani, nubile. Spesso lo raggiungeva in viaggio…”».

«Tutto è cominciato al funerale di R.,
mio marito.»

Parlando con me nelle sessioni, G. non riusciva a non considerare quei ventitré anni di matrimonio un lungo, spregevole inganno, e così metà della sua vita. Dopo un lungo silenzio suggerii che la guarigione di un caso del genere dipendeva da uno sforzo importante: dovevano cominciare una terapia di coppia, G. e G²., che affrontasse l’elaborazione del lutto e la natura sdoppiata, bifronte di quella relazione.

Con mia grande sorpresa, accettò. Tornò accompagnata da G². e la terapia durò quasi un anno. Concludemmo che R. aveva sempre amato la stessa donna, che però erano due persone diverse, che R. provava a riunire in un’unica figura facendo con entrambe le stesse esperienze, regalando loro gli stessi oggetti. Non dovevano sentirsi amate a metà, piuttosto gioire di avere un’altra persona con cui condividere la perdita di R. Nell’ultima seduta si abbracciarono.

Tempo dopo lessi sul giornale che G². si era uccisa. Cocktail di sonniferi. La polizia venne a parlare con me. Quella notte non riuscii a dormire. Guidai fino a casa di G. Suonai, ma non aprì. Al mattino chiamai i pompieri e la trovarono nella vasca, l’acqua rossa ancora tiepida.

Forse aveva bisogno di G². per tollerare la perdita di R. O forse aveva solo paura che G². lo incontrasse prima di lei in un posto in cui non poteva raggiungerlo.

rudi capra bio

Rudi Capra è ricercatore in filosofie dell’Asia orientale e critico cinematografico, attualmente a Torino. Ha diverse pubblicazioni all’attivo e due monografie, una sul pensiero interculturale e una sul cinema di Nicolas Winding Refn. Suoi saggi e racconti sono apparsi anche su L’Indiscreto, Risme, Singola, Digressioni, Le parole e le cose.

racconto andrea ballotti

olaf

Un racconto di Andrea Ballotti
Numero di battute: 2498

E chissà dove avevano buttato Ida. Chissà se anche lei l’avevano riempita di botte. Chissà se ce l’aveva fatta resistere. Passando le dita sotto la guancia sentiva il sangue raggrumato anche se l’occhio, a tastarlo così, alla cieca, non pareva tanto gonfio. La maglia era fradicia di sudore e il caldo, poi, non faceva per niente bene alla sua tisi. Quando i campi si ingiallivano e le lucciole si moltiplicavano, sfilando nella notte, Remo bestemmiava più forte e sperava che l’autunno ricominciasse presto.

Provò a sdraiarsi, aiutandosi coi gomiti e con le mani aperte. Fuori dalla finestra i grilli cantavano e si vedevano un paio di stelle, inutili e sbrilluccicose. Senza motivo, gli tornò in mente il vecchio Donati della Cascina E’ Mulèn.

«Anche lui, dopotutto, credeva in qualcosa.»

Il Donati gli aveva detto che il grano era venuto su robusto e che il raccolto sarebbe stato grasso. Così gli aveva detto e non c’era motivo di dubitarne. Il Donati era un tipo preciso e quando si metteva sul portico a riprendere un po’ di fiato pareva uno che credeva sul serio alla falce che taglia la spiga e alle vacche che tirano l’aratro. Non era una cosa da poco. E poi, lui sì che aveva il cuore buono e quando lo vedeva arrivare lo salutava alzando il berretto di paglia e correva subito a casa a prendere il fiasco del lambrusco.

Schioccando la lingua si tirò su, appoggiandosi al muro con due colpi di tosse che rimbombarono nello sterno come dentro a un enorme pozzo vuoto. Almeno, gli avessero lasciato il pacchetto di Macedonia e l’accendino. Niente. Afa appiccicosa e buio tutto intorno. Immaginò, sorridendo, che anche del buio si fidasse il Donati. Chissà se credeva anche alla morte o si accontentava di aspettare e basta.

Lui, Remo Cecchi, nome di battaglia Olaf, credeva che uccidere fosse una cosa facile anche se, quando sedeva su un paracarro a guardare la campagna, si chiedeva se quella terra così piatta e asciutta meritasse tanto sangue scivolato dentro. Poi pensava alle schiene rotte dei contadini, ai figli perduti, alle madri infiacchite, e allora si sentiva più tranquillo e si addormentava senza tormentarsi troppo.

Anche lui, dopotutto, credeva in qualcosa. Credeva che la sua Glisenti 1910 non si inceppasse mai e credeva che quel porco fascista di Leonida se l’era meritate quelle due pallottole sparate a bruciapelo in pieno petto. Buttò indietro la testa e immaginò che con un po’ di fortuna l’avrebbero fucilato il giorno dopo e avrebbero lasciato il corpo sul terrapieno, al sole di quell’ultima schifosa estate.

Andrea Ballotti

Andrea Ballotti è nato a Siena cinquantun anni fa. Laureato in Filosofia con un master in Letteratura e Editori, continua a vivere nella città del Palio. Ha una compagna, una figlia di quattro anni e una di quindici mesi. Ha praticato alpinismo per più di vent’anni. Come sport estremi, adesso, si dedica al disordine casalingo e al lancio del pannolino nell’indifferenziata.

Ratto Luciana Racconto

papà, chi salvi?

Un racconto di Luciana Ratto
Numero di battute: 2490

«Papà, se io e Marco stiamo annegando, chi salvi?»
Detesto queste domande che non hanno risposta.
«Allora? Chi salvi?» va all’attacco, non molla la presa.
«Salvo tutti e due.»
«Non puoi, devi scegliere.»
«Non posso scegliere, cucciola, siete entrambi miei figli. Un padre non può scegliere.»

La chiamo cucciola, ma già mi sto irritando. Questa necessità di sentirsi coccolati, di sentirsi unici e di sentirselo dire… Con un secondo figlio l’amore raddoppia, così dicono; così dicono di raccontarlo ai primogeniti, ma adesso due occhi da peluche mi supplicano di scegliere lei e lasciare andare l’altro.

«Non posso scegliere. Provo a fare Superpapà.»
«Anche se Marco è dispettoso?»
«Anche se Marco è dispettoso.» Il discorso è chiuso per me.

Sembra convinta. Poi torna all’attacco, in modo diverso: «Allora stiamo annegando io e te. Ti metti in salvo o salvi me?».
Mi chiede di scegliere tra me e lei. Questa è più facile, ma è un tranello. Vorrei rispondere che salverei lei, sempre lei, senza alcun dubbio lei. Ma so anche che non è la risposta giusta per Giulia.
«Salvo tutti e due, amore mio.»
«E se non ci riesci?»
«Ci riesco.»
Elimino le possibilità. Solo certezze. Almeno per ora. Non è pronta.

Sembra soddisfatta. Poi aggiunge: «Perché poi io sennò come faccio senza di te?».
Già, come farebbe? Chi le preparerebbe la colazione, chi le darebbe il bacio della buonanotte, chi la consolerebbe dopo un pianto, chi l’aiuterebbe a rialzarsi dopo una caduta, chi…?
«Sapresti cavartela, amore mio.»
«No.»

«Sapresti cavartela,
amore mio.»

Il tono è secco. Forse la discussione è chiusa. Ora posso tornare a leggere gli ultimi aggiornamenti mail mentre preparo la cena.

«Papà?»
«Che c’è?» Di nuovo a disposizione.
«Se Jack e Marco stanno annegando, chi salvi?» Una nuova variazione sul tema.
«Marco» taglio corto; la risposta è facile.
«Nooo!» piagnucola. «Povero Jack. Devi salvare Jack, Marco sa nuotare.»
«Anche Jack sa nuotare, inoltre è un cane.»
«È il mio cane.» È disperata.
«Ma Marco è tuo fratello.»

«Papà?»
«Dimmi.» Sono stanco.
È tardi, la cena non è pronta, non ho risposto a tutte le mail. Giulia non demorde.
«Io Marco non lo voglio come fratello.»
Incasso il colpo.

«Papà?»
«Dimmi.»
«Perché quando è nato Marco hai scelto di salvare lui e non la mamma?». Sapevo che saremmo arrivati qui.
«Ha scelto mamma, è stata lei a dire di salvare Marco. Perché già lo amava prima che nascesse.»
«E io? Non mi voleva bene?»
«Certo. Ti amava più di ogni altra cosa.»

«E allora perché…» Lascia la frase a metà, poi riprende: «Papà?»
«Dimmi.»
«Tu non lo fare.»

ratto luciana

Luciana Ratto è nata e cresciuta a Palermo, è laureata in Lettere Moderne e ha conseguito un dottorato in Storia dell’Europa Mediterranea. Insegna in una scuola secondaria di primo grado e ama il suo lavoro. Nel 2021-2022 ha frequentato la scuola di scrittura Belleville.

Davide Diperna racconto

l’ amore ai tempi del nido vuoto

Un racconto di Davide Diperna
Numero di battute: 2474

Oggi è stata una lunga giornata, diceva Guido, e subito Gina capiva che voleva fare l’amore. Il rituale seguiva una formula inveterata: Gina allungava il braccio fuori dalle coperte e diminuiva l’intensità della lampada riducendola a quella di un crepuscolo morente. Era un compromesso negoziato agli inizi del matrimonio, quando ancora litigavano fra luce e buio. Guido, invece, infilava la mano nel cassetto, premeva fuori dal blister una pillola di Spedra e la deglutiva con mezzo bicchiere d’acqua a temperatura ambiente. A quel punto Gina si alzava e così, per abitudine, faceva cautamente scattare la serratura della camera da letto per non svegliare i ragazzi che tanto non c’erano più.

Ultimati i preparativi, si ritrovavano nel letto, in silenzio, con le coperte fino al mento e una trentina di minuti da ingannare. Non si guardavano mai durante quel frangente. Nicchiavano fin quando Gina, giudicando i tempi maturi, poneva fine agli indugi facendo scivolare la mano sul basso ventre di Guido. Sfruculiava i genitali per una manciata di secondi poi, incoraggiata dall’aumento del flusso sanguigno, afferrava il membro e lo stringeva con pudore circospetto.

«A parte il cigolio delle molle,
non si sentiva
un fiato.»

Così Guido le si capovolgeva sopra e dava inizio all’amplesso. A parte il cigolio delle molle, non si sentiva un fiato. Gina pensava a Dario, l’ultimo, quello che lavorava in Inghilterra. Si chiedeva se avesse mangiato, come se ci fosse la più remota possibilità che ciò non accadesse. Pensava a Salvo, il grande, al suo lungo precariato e al terzo nipotino in arrivo. Anche a quello di mezzo pensava, Marco, quello sfasato, che più di tutti occupava i suoi pensieri e per cui pregava tutte le sere.

Dall’altra parte Guido non pensava a niente. Esercitava ogni sua facoltà per non sottomettersi all’ebbrezza del sesso. Tratteneva il fuoco dentro, perché a rilasciarlo si sarebbe mostrato debole. Per decenza Gina manteneva un profilo altrettanto basso, almeno all’inizio. Poi, però, con l’approssimarsi del piacere, si faceva scappare dei fievoli gemiti che prontamente soffocava per non svegliare i ragazzi che tanto non c’erano più.

Guido no. Piuttosto rimaneva in apnea. Anche alle porte dell’orgasmo difendeva la sua virilità con il silenzio, come gli aveva insegnato la vita. Quella sera, poi, una volta arrivati, vennero, insieme, come al solito. Era una benedizione di cui non erano pienamente consapevoli. Da quando i ragazzi avevano lasciato il nido vuoto era cambiato tutto: tutto tranne l’amore.

bio Davide Diperna

Davide Diperna nasce a Foggia nel ’98. Dopo il diploma classico girovaga fra Roma, Praga e Città del Capo dove lavora, studia e impara un po’ di tutto. Oggi studia Letteratura Anglosassone con un’enfasi in Scrittura Creativa negli Stati Uniti.

dicarolo racconto

la traversata

Un racconto di Giancarlo Dicarolo
Numero di battute: 2492

Talvolta un tiepido ricordo persiste nei recessi della memoria e opera tenace come un tarlo. Il tenue sole di un esordio d’estate riscaldava la mia testa calva e mi riportava alla mente un episodio della mia adolescenza. Nel villaggio di pescatori dove soggiornavo d’estate, avevo più volte osservato i giovani virgulti di quella rude generazione misurarsi nell’impresa di attraversare a nuoto l’ingresso del porto.

Come una lucertola al sole, fingevo di non vedere le chiassose combriccole che compivano la traversata. Così la chiamavano. Simulavo disinteresse, ma invidiavo quelle epiche spedizioni ed ero certo di non essere da meno.

«Non volli testimoni.»

Il martellare cadenzato e oppressivo di quei pensieri mi tormentò sino a quando mi sentii pronto per l’impresa. Non volli testimoni, così una mattina quieta di un agosto torrido, al sorgere del sole, dopo aver sciorinato una serie di scuse puerili alle zie che mi ospitavano, mi allontanai per ritrovarmi sulla punta estrema del molo maggiore da cui vedevo chiaramente il punto di arrivo.

Una strana euforia mi pervase. Mi tolsi la maglietta e la nascosi con le ciabatte in un anfratto della scogliera. Mi preparai al tuffo decisivo su di una chianca che lambiva l’acqua calma del porto. Chiusi gli occhi per trovare la concentrazione mentre il sole ormai caldo mi scaldava la fronte. Poi, come richiamato da una forza superiore, mi lanciai in mare con un tuffo a pelo d’acqua.

Riemersi qualche metro più avanti in direzione del piccolo faro e iniziai a nuotare vigorosamente. Un senso di energia e una vitalità senza limiti mi spinse per molti minuti verso la meta, mentre una profonda commozione per il mio virile coraggio mi pervadeva.

Circa a metà del tragitto commisi l’errore di rallentare e di fermarmi. In quel punto il mare era nero e un po’ agitato e, osservando il piccolo faro che avrei dovuto raggiungere, ebbi l’impressione che fosse lontanissimo. Dominai il panico che sentivo salire dentro di me e che mi paralizzava le membra. Mi dissi che ero stato sfortunato, la giornata era inadatta e il mare troppo inquieto. Non mi arrendevo, semplicemente rimandavo l’impresa. Tornai e risalii sugli scogli che iniziavano a popolarsi di bagnanti.

Steso al sole mi consolai dicendo a me stesso che avrei potuto farlo in qualunque altro giorno. Continuo a scorrere il giornale dei miei ricordi e mi chiedo se nello sfavillare di quella estate remota e nella mia vile resa non si origini la crepa dolorosa che percorre ancor oggi la mia vita infelice.

dicarolo giancarlo

Giovanni Carlo Generoso Dicarolo nasce a Foggia nel ’59. Dopo una breve esperienza di lavoro presso la televisione nazionale come collaboratore del giornalista Mino Damato, intraprende la professione di insegnante di Latino e Greco che tuttora esercita. È presente su Instagram e TikTok con il profilo “latinointernos”, dove parla di cultura classica e lingua latina. È appassionato di narrativa e di poesia in versi.