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prizzitano racconto

pila 

Un racconto di Maria Giulia Mancuso Prizzitano
Numero di battute: 2500

Lo sparo del cannone non aveva più dignità dello sputo sul marciapiede. E così Elvira Spadaro si era messa a riempire il selciato con la sua saliva marcia e luminosa.

Sulla spiaggia due giovani scioglievano braccia e canne alla ricerca di trofei, già sicuri che tornati a casa, con i sacchetti pieni di pesci rachitici, le loro madri li avrebbero chiamati eroi indefessi della quotidiana battaglia contro la noia.

E a Elvira pareva che allungare la bava fino a terra e raggomitolarla da capo fosse un po’ come pescare. Lanciare la rete e tirarla indietro. Gustare la possibilità di una raccolta conquistata con la violenza.

«Chi mali fannu
sti pila?»

Quando all’istituto tecnico quattro ragazze l’avevano rinchiusa dentro il gabbiotto per toccarle la barba sul viso e accorciarla con la pinzetta, «Chi mali fannu sti pila?», «Elvira, laria sei e fai schifo», e continuare a infilare le mani in mezzo alle cosce, «Finitila, che male mi faciti!», «Elvira, e sennò che ci fai?», e onorarla infine, come una santa, dell’inserimento di una zucchina modificata geneticamente (che non era stagione, che la stagione delle zucchine l’estate è), e «Ahi, chi mali ho fatto io?», «Elvira, cu stu cannuni ora sì che qualcosa rappresenti», Elvira Spadaro aveva pensato ai cannoni del lungomare di Pace. Quelli che avevano difeso, secondo alcuni, il regno dall’invasione e, secondo altri, spinto quel regno ad arrendersi.

A qualcosa erano serviti, aveva pensato Elvira Spadaro: un cannone era un cannone, qualsiasi fosse la ragione della sua esistenza. Anche a lei non era importato che per tutta la vita l’avessero chiamata “bidella”, quando invece il suo lavoro era “insegnante di chimica”. Sempre di esistere, si trattava. Nel mondo, soprattutto, esistere.

Poi, al suono della prima serranda che si apriva al giorno, i pescatori si erano girati e l’avevano vista. «Elvira c’è», «Quella co cannuni nmenzu i cosci». Ed Elvira aveva iniziato a sorridere, che la nuova forza riconosciuta se la meritava, che le altre femmine non ce l’avevano. Ma poi uno di loro: «I fimmini che manco fimmini sono, cu tutta da barba ’nta faccia, ne stu munnu non ci potrebbero stare», e a Elvira sulla testa di quello le era venuta voglia di sputare, e di potere o non potere non se ne parlava più.

Alla fine si racconta che pure la spiaggia era sparita in mezzo all’acqua del mare e alla saliva di Elvira; e, nella miscela, anche i due pescatori. Sul fondo, si dice, dove i pesci rachitici dormono, spezzettati e disciolti dentro la culatta impolverata dei cannoni.

prizzitano bio

Maria Giulia Mancuso Prizzitano (1992) è nata a Palermo, cresciuta a Enna e maturata a Roma, dove si è laureata in cinematografia. A diciassette anni, per due racconti, è stata premiata dal presidente Napolitano e da Umberto Eco. Codirige documentari e, dopo aver conseguito un master in editoria, ha fondato con altre quattro ragazze Momo servizi editoriali.