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racconto elisabetta ceroni

senza branchie

Un racconto di Elisabetta Ceroni
Numero di battute: 2278

La testa spunta fuori dall’acqua, apro la bocca inspirando rumorosamente, per poi battere un pugno di rabbia che affonda senza incontrare resistenza. Sento i polmoni scoppiare. Non ce l’ho fatta. Mancano due settimane all’esame e i venticinque metri d’apnea sono una delle prove obbligatorie. Mi tolgo gli occhialini e mi avvicino a bordo vasca dove Paolo, il mio allenatore, si inginocchia, si ravvia i capelli ricci sale e pepe e scuote la testa. «Gaia, non è un problema di capacità. Arrivi a venti metri e ti convinci che se non respiri in quell’istante, muori. Non è così. Appena lo senti, devi pensare: non muoio, scivolo. Non muoio, resisto. Sta tutto lì.»

L’apnea è quasi come morire, e io proprio non capisco la teoria che, se sfiori la morte, ti passa la vita davanti. Quando mi tuffo e scivolo in lungo per la corsia, con il corpo che quasi tocca il fondo, a me davanti non passa proprio niente. Sento solo un istinto primordiale, biologico, la necessità del movimento e dell’ossigeno.

«L’apnea
è quasi
come morire.»

Braccia distese in avanti, apertura laterale, spinta indietro, colpo di gambe, e poi di nuovo. Ogni tre bracciate soffio fuori l’aria, che esce in bolle dal naso. Non si spreca, occorre rilasciarla man mano, trattenerla anche se è già scoria. Più ti tieni sul fondo, più scivoli, come un pesce. I pesci però non hanno ricordi, rimorsi, rimpianti. Nuotano e respirano, soprattutto resistono senza imporselo. La vita semplice si vuole, si cerca, si tiene. Vorrei dire a Paolo che la faccenda è più complicata se non hai le branchie, ma annuisco e riprendo fiato.

È di nuovo il mio turno. Inspiro profondamente, mi do una spinta dal bordo e scendo giù. L’istante dell’immersione è il più bello, quando entri in una dimensione che sembra accoglierti e trattenerti. C’è il silenzio delle orecchie tappate, il freddo denso dell’acqua sulla pelle. Scivolo, mi allungo. Basta qualche secondo però per sentire la gola stretta. Non muori, Gaia, mi dico, non muoio, forse resisto, spingo ancora con le braccia. L’importante è scivolare. Andare avanti. Fingere che non manchi l’aria, fingere che non manchi niente. Per la prima volta, sotto, penso: la mia mano che tocca il lato opposto della vasca, lo immagino ed è come se fosse già così. Conto ancora tre, espiro tutto, e manca davvero poco.

ceroni elisabetta

Elisabetta Ceroni (1991) è nata e vive a Torino, dove si è laureata in filosofia. Ha pubblicato racconti sulle riviste inutile, Firmamento, Lahar magazine, Narrandom, lunario, Carie e nelle antologie Racconti dal Piemonte (Historica 2017) e Una come te. Storie di donne straOrdinarie (Ananke lab 2018). Nel tempo libero, scrive sul blog letterario La Biblioteca di Babele.