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le stelle della sardegna

Un racconto di Michele Crescenzo
Numero di battute: 2384

L’uomo schiaccia il piede sull’acceleratore dell’auto a noleggio. Scorge Palau in lontananza. La pineta trema nella foschia del tramonto. Alcuni motorini si muovono lungo il porto, gironzolano come moscerini della frutta.

Quella è la terra della sua infanzia. Saranno decenni che non ci torna.
L’auto rallenta, la fretta è sparita.

L’uomo stacca la mano dal volante e si massaggia il collo stretto nel colletto della camicia bianca. Sospira. Quando andavano via i vacanzieri, la Sardegna si trasformava lentamente nella terra dei silenzi, delle stelle limpide e dei Re Magi. Quando era bambino, Nazareth e Betlemme non erano affatto in Medio Oriente ma nel cuore dell’isola, erano uno di quei paesi con i vimini fuori dalle porte e le case con i tetti a punta che ricordavano tanto le stalle. Quelli con le donne che indossavano scialli scuri e gli uomini silenziosi, sempre silenziosi come se nascondessero dei segreti. Di notte le stelle erano grandi e luminose, di una luce così abbagliante che era ovvio che i Re Magi ne avessero seguita una per orientarsi.

Da bambino, lui e il padre puntavano una stella e inventavano storie su quello che sarebbe successo se le avessero inseguite.
A quell’età, tutto quello che desiderava era partire con lui per rincorrerne una.

«L’auto rallenta,
la fretta è sparita.»

L’auto esce dalla strada principale e ne inizia una secondaria. Una nuvola di polvere si alza dalla via coperta di ghiaia e aghi di pino. Un gruppo di capre pascola all’ombra di una quercia da sughero.
L’uomo abbassa il finestrino. Sente l’odore, un misto di salsedine e catrame riscaldato dal sole. Se si fermasse potrebbe sentire anche lo zolfo, il salmastro e il mirto.

Suo padre d’estate era sempre assente. Un anno gelataio, l’altro anno bagnino, l’altro ancora ormeggiatore nel porto della Maddalena. Lo ricorda mentre diceva che quella non era vita e che aveva bisogno di un lavoro stabile. Ripeteva ad alta voce che doveva andare a lavorare nel continente mentre la madre si preoccupava e il nonno si innervosiva.

L’uomo poggia il piede sul freno. L’auto rallenta fino a fermarsi. Esce dall’auto. Si toglie la giacca nera e la cravatta scura. Doveva venire qui. È questo il posto giusto per dire addio al padre.

Si strofina gli occhi con i palmi delle mani. Alza lo sguardo verso l’alto. Piccole stelle bianche si intravedono appena su un cielo rosso come un livido. Tra poco saranno visibili e saprà dove andare.

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Michele Crescenzo (1997) è di Napoli, ma vive e lavora a Milano. Organizza eventi letterari alla libreria Gogol&Company. Gestisce Ti ho Rivista, tabloid sul mondo delle riviste indipendenti italiane. Ha tradotto articoli ed estratti per Satisfiction. Ha pubblicato racconti su antologie (In viaggio e Memoracconti) e riviste letterarie (Carie, ’tina, Talking Milano). Ha vinto il Premio Chatwin nella sezione racconti. Sta lavorando al suo primo romanzo.