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il signor lamborghini

Un racconto di Teresio Asola
Numero di battute: 2419

Cappello in testa, l’ambasciatore malgascio all’Onu Zina camminava per la hall che risuonava del suo vocione: telefonava al professor Sachs o a Ban Ki-moon. Con lui, due dirigenti ministeriali e la direttrice Sviluppo economico al ministero degli Esteri, Eliane R., elegante in uno scialle rosso.

«Andiamo» ordinò Zina allegro, braccio levato in alto. Salimmo sul suv presidenziale tra bandiere e lanterne. Zina, seduto davanti, si voltò e sbottò, con sorriso malgascio: «Teresio, com’è che fai di cognome?».
«Asola.»
«Poco italiano» batté il pugno sulla mano.
«Ma lo è. Italianissimo» dissi nella mia lingua.

«Italianissimo» mi fece il verso con accento sulla “o”, euforico per il Millennium Project, o l’imminenza della festa nazionale. «Teresio, ci vuole altro» disse guardando la strada, davanti. Poi l’imponente sagoma scura si volse ancora e una fila di denti bianchi tuonò con largo sorriso: «Ti posso presentare come “signor Lamborghini”?».

Rise, imitato da Eliane e dai due ministeriali. Sorrisi con una smorfia. Lamborghini: io, che nulla sapevo di auto sportive. Le bugie non mi piacciono. Gli domandai: «Presentarmi?».

«Italianissimo» dissi nella mia lingua.»

«Sì.» Scosse le spalle. «Il presidente del Rotary chiamerà in ordine alfabetico. Alla “l” dirà: “Signor Lamborghini”. Tu ti alzi, applauso, ti risiedi.» Rise sonoramente. Approfittando del buon umore gli chiesi di accompagnarlo allo stadio l’indomani, per la festa dell’Indipendenza; l’ambasciatore richiuse il sorriso: «No. Ma ti porto al palazzo presidenziale, a pranzo». Riapparvero i denti, che risero, e sussultò: «Un Lamborghini a palazzo!».

Al ristorante, Zina mi presentò: «Signor Lamborghini». Stringevo mani e raccoglievo occhiate. Tavolo centrale, fra Eliane e l’ambasciatore all’Ue (J. R.). Al buffet, riso e carne di zebù stufata che si scioglieva in bocca. Tutti mi si affollavano attorno.

Eliane mi disse: «Ci siamo».
«Cosa?»
Rise, Eliane. «Te l’ha spiegato Zina. L’appello.»
«Dunque è il momento che...?»
«Sì» annuì sorridendo.
Risi storto.
Esaurita la “i”, il presidente del Rotary cantò: «Signor Lamborghini». Raccolsi un inaudito applauso.

Due suonatori di valiha attaccarono un motivo, accompagnati da un cantante. L’ambasciatore si lanciò a ballare.
«Guarda come danza leggero» disse Eliane. Indicò il diplomatico che si dimenava in pista e mi trascinò per il gomito a un trenino condotto da Zina. Non avevo mai visto un ambasciatore fare il trenino e divertirsi come un bambino.

 

bio-teresio-asola

Teresio Asola (1960, Alba) vive a Torino dove si è laureato in Lingue nell’84. Trentacinque anni di lavoro anche per multinazionali, ventitré da dirigente, tre figli. Approda alla narrativa dopo essersi cimentato in poesie (Diario in frammenti, Aga, 1987) e traduzioni rimaste nel cassetto. Quattro i romanzi pubblicati: Volevo vedere l’Africa (Araba Fenice, 2010), All’orizzonte cantano le cascate (Araba Fenice, 2013), L’alba dei miracoli (Araba Fenice, 2016), Mùnscià (Il Ciliegio, 2017).