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devi trattarmi bene

Un racconto di Francesco Mila
Numero di battute: 2399

Devi trattarmi bene, aveva detto – quando a Roma non avevamo letto e per la prima volta l’avevo trascinata in questa casa, sicché per un futuro assieme esisteva solamente la campagna. Ti devo trattare bene, le avevo risposto – finalmente, dopo aver fatto l’amore, dopo aver rovesciato un’altra coperta di lana grezza ed esserci intrecciati nudi per dimenticarci del freddo.

Ricordo che più tardi, baciandoci, si era messa a piangere. Allora le avevo preso le guance, e ai terminali delle lacrime avevo piazzato dei baci. Ricordo di averle chiesto Perché piangi? – no – Perché non sei felice? E adesso non so, se avesse più paura che rispondendomi le avrei o che non le avrei creduto. Perché voglio morire, aveva detto – mentre quel poco d’ombretto sfumava sugli zigomi aztechi in un viola acquerello.

La mattina lavoravo all’orto mentre lei si occupava dei gatti – venivano a miagolarle sul tetto del capanno, lei metteva in un piatto gli avanzi e ad uno ad uno li portava in paese a sterilizzare; dopo avevano il pelo rasato e tre punti, e per paura che non cicatrizzassero la sera se li tirava dentro.

«l’animale graffiava e aveva l’aria
di soffocare.
»

Una volta, chino sull’orto, avevo sentito uno dei gatti lamentarsi, ed entrando avevo trovato il cotto disseminato di escrementi. Se lo stringeva al petto, sepolta da tre strati di lana grezza, e l’animale graffiava e aveva l’aria di soffocare. Perché fai così? le avevo chiesto. Perché voglio morire – e io mi ero arrabbiato per gli escrementi, a forza le avevo strappato il gatto, tutto nero e forse nemmeno svezzato, dopodiché lo avevo scaraventato oltre la siepe e il gatto non aveva miagolato più.

Un pomeriggio – con l’orto avevo finito presto – l’avevo lasciata leggere ed ero andato in paese a caricare la legna. Vivevamo in campagna da quattro mesi, alle cinque faceva già buio e si vedevano le stelle; la pasticceria era ancora aperta, e pensai, per scusarmi, di comprarle una di quelle paste che a Roma trovavamo da Romoli e che in campagna non avevamo modo di mangiare più. Ricordo di avere pensato ai nomi di stelle che credevo di avere dimenticato – Sirio, Antares, Rigel –, mentre le paste mi cadevano sulla veranda e oltre i doppi vetri brillavano di riflessi lunari i corpicini dei gatti nel punto in cui il pelo cominciava a ricrescere. Dopodiché ricordo un odore forte, avvolgente di gas, e sugli zigomi aztechi l’ombretto asciutto.

bio-francesco-mila

Francesco Mila (1996) è nato a Roma e si divide fra la capitale e il lago di Vico. Studia Lettere moderne presso l’Università La Sapienza e collabora con la rivista YAWP, per cui pubblica racconti, interviste e altro. Possiede un cane, ma segretamente preferisce i gatti. Sogna di vincere un giorno il prestigioso Burroughs Award.