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Un racconto di Piero Arilli
Numero di battute: 2364

Quando quel giorno arrivò, il nonno era l’unico sopravvissuto a tutte quelle carte che avevano definito la sua casa un manufatto attiguo alla strada del demanio marittimo.

Servivano le chiavi del cancello, il nonno lo chiuse a tutta mandata e mi consegnò il mazzo. Lo accompagnai oltre la strada, alla panchina dove era solito sedersi la sera, insieme alla nonna, a guardare il mare, che quel giorno sembrava avere mutuato dal nostro stomaco il suo forte stato di agitazione.

Riattraversai la strada e consegnai le chiavi al funzionario del Comune, che le ritirò con svogliatezza. Avrei voluto spiegargli che la porta principale aveva bisogno di una leggera vibrazione nel cilindro per essere aperta e che quella del capanno era stata persa anni prima, quando ancora la nonna ci custodiva il sapone fatto in casa. Il nonno non le parlò per tre giorni interi.

Il funzionario agitò le chiavi a mezz’aria in direzione della ruspa, che prese ad avvicinarsi. Guardai verso il mare e fui sollevata nel vedere che il nonno ci voltava le spalle, anche se ciò mi diede la certezza che lui non avesse frainteso come avevo fatto io: la casa andava demolita.

«La casa andava demolita.»

Il rumore aspro dei cingoli coprì il mio imbarazzo per avere sperato che abbattere una casa di legno richiedesse più riguardo che demolirne una di cemento. Il nonno l’aveva costruita tutta da solo, asse dopo asse: prima un capanno con due stanze, poi la casa vera e propria, diventata grande troppo presto, il garage, la cuccia del cane, il laboratorio.

Il legno aveva un’anima, nel silenzio notturno parlava, si muoveva, respirava anch’esso quell’aria salmastra che rende gli uomini nati al mare incapaci di starne lontani a lungo.

Da bambina, nei giorni seguenti alle mareggiate, quando la sabbia attraversava la strada fino ad arrivare alla porta di casa, il nonno mi accompagnava nell’esplorazione del reflusso marino e, rigettati sulla spiaggia, trovavamo rami levigati, porzioni di barche, carcasse di ombrelloni dati chissà quando in tributo al vento; poi, nel suo laboratorio, sceglievamo per loro nuove vite.

Prima che la ruspa si avvicinasse al recinto raggiunsi mio nonno dall’altra parte della strada e sedetti al suo fianco, copiandone il verso, spalle alla casa: nelle orecchie il primo straziante lamento del legno, negli occhi il rigetto spumoso delle onde.
Tutto il resto nella sua mano, stretta alla mia.

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Piero Arilli (1967), è nato a Locri (RC) e vive a Livorno. Ha partecipato alla scrittura collettiva del libro Il repertorio dei matti della città di Livorno (Marcos y Marcos 2016, a cura di Paolo Nori), ha pubblicato racconti nelle antologie della Scuola Carver di Livorno, Scarpe Diem (MdS editore 2014), Nomen Omen (MdS editore 2015), Obtorto Collo (Valigie Rosse 2016) e sulla pagina culturale della stampa locale.