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rumori

Un racconto di Carmelo Vetrano
Numero di battute: 2499

Erano sempre i rumori che le ingarbugliavano il tempo. Nel buio della stanza ne aveva sentito uno: poteva essere stato suo figlio, ma Francesco non rientrava quasi mai così presto. A suo marito, stando al ritmo con cui russava, era evidente che non gliene fregava proprio. Sentiva la sua voce anche senza doverlo interpellare. Siamo stati giovani pure noi, no? E lascialo divertire. Lei era stata giovane? Lei era giovane, ma non nel modo che intendeva suo marito. Spostò il piumone – non proprio il piumone, quello più leggero, il piumotto, come diceva qualcuno; ma che cazzo. Infilò le pantofole e andò in corridoio. Silenzio.

La porta della stanza di Francesco era proprio lì. La apriamo? La apriamo. Per lo spostamento d’aria se ne era aperta un’altra, forse quella della cucina. Dentro, la luce del lampione entrava sfruttando le fessure della tapparella, calava sugli angoli dell’armadio, del comodino, e sulle curve del piumone, che era gonfio. Sei qui. Sotto, Francesco undicenne che dormiva con la bocca spalancata. Un’abitudine che non aveva più.

«Erano sempre
i rumori che le ingarbugliavano il tempo.»

Si ritrasse, richiuse piano e puntò la cucina. La porta era aperta a metà. La spinse con forza – un altro spostamento d’aria, un’altra porta che si apriva – e trovò suo marito, seduto, che guardava la tv. Addosso lo stesso giubbino verde che aveva nella foto della vacanza in montagna del duemilacinque. Non senti caldo? Lui tenne gli occhi sullo schermo, fece un gesto con la mano sinistra. Un incontro di pugilato. Due neri. Erano anni che non lo seguivi.

Un altro rumore: questa era la porta d’ingresso. Le sembrò che tutte le altre si spostassero all’unisono. Suo marito era scomparso, insieme ai pugili. Francesco era invece sulla soglia della cucina. Capelli in disordine, occhi pesanti. Mamma, che ci fai qui? Che strana sensazione, farsi riprendere da suo figlio. Avevo sete. Andò al frigo, aprì lo sportello facendo tintinnare le bottiglie. Suo figlio si avvicinò. Ho sete anch’io. Gli passò la bottiglia. Ora suo marito era di nuovo lì, in piedi e in pigiama. Che succede? Non era facile rispondere. Aveva la testa piena di parole, tutte in disordine. Poteva dire qualcosa sull’incontro di pugilato, o su Francesco che dormiva di là? Non era pronta per questo. Non era mai sicura di quello che le succedeva, così non diceva niente; gli altri potevano fraintendere, metterla in difficoltà. Meglio essere cauti. Non poteva sapere come l’avrebbero presa, sapendo che lei era l’unica, in quella casa, per la quale il tempo non esisteva.

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Carmelo Vetrano (1975) è originario di San Pancrazio Salentino (BR), ma vive a Verona dal 2006. Ha collaborato con la rivista ex-libris, ha pubblicato racconti in un’antologia dell’editore Manni e sulle riviste In-edito e Cadillac Magazine.