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il principio della fine è la fine del principio

Un racconto di Marco Corvaia
Numero di battute: 2496

Fuori l’aria è acuminata. Ancora. Fa serrare la mascella. Nubi rotonde si estendono fino a perdersi in Svizzera.

Lascia la stanza in cui ha dormito per quattro mesi, abbandona l’albergo in cui ha lavorato per la stagione invernale, al termine del contratto. Non si sente un disertore, né un ergastolano evaso di prigione o una cavia fuggita dal laboratorio, una sensazione di liberatoria sottrazione che preferirebbe percepire, e questo lo turba.

Si sfila di dosso il borsone che porta a tracolla e lo poggia per terra, si volta verso l’ingresso della struttura turistica in cui ha cucinato dodici ore al giorno e considera che, nonostante l’estenuante velocità con cui si è dovuto muovere in quei giorni privi di riposo, il modo migliore per descrivere quell’esperienza sarebbe tramite un film interamente a rallentatore, per enfatizzare ogni dinamica fisica, ogni agitazione dell’ambiente, tutte le trasformazioni organiche. E anche questo gli increspa l’espressione. Chissà se ne esiste uno, si domanda, forse sarebbe un interessante esperimento cinematografico, potrebbe intitolarsi La Terra ruota lentamente; oppure no, sarebbe soltanto un film immerso nella noia, con una scelta tecnica pretestuosa. Riprende il borsone e si allontana prima che qualcuno lo veda ed esca per salutarlo.

Camminando, in discesa tra monti innevati che lo scrutano, lo circondano, lo minacciano, estrae dalla tasca il registratore vocale, lo porta alla bocca e preme rec: «Il principio della fine è la fine del principio». Stop. Ricambia gli sguardi di sfida al Monte Bianco e ha un passo deciso, si sgancia da Courmayeur che è stato un buon posto dove rifugiarsi per un po’. Telefono spento, internet dimenticato, agire per necessità altrui, stancarsi e dormire, riflettere il meno possibile, nessuna vita sociale, intascare l’assegno.

«Telefono spento, internet dimenticato, agire per necessità altrui, stancarsi
e dormire.»

Perfora e trapassa un gruppo di sciatori, qualcuno lo fissa, come sempre; nel giorno in cui smette di crescere comincia a invecchiare e non è una brutta sensazione. La biologia è accettabile. Si sente saldo anche se è dimagrito cinque chili. Possono fissare la sua totale assenza di peluria quanto vogliono, non gli importa più.

Riaccende il telefono, proseguendo il cammino. Attende. Riceve un messaggio... soltanto uno: «È da vigliacchi fuggire così, senza dire una parola. Non so neanche dove sei finito. Non ti perdonerò mai».

Ecco, è arrivata, la sensazione di evasione, tardiva, ormai inopportuna. Il tempismo è tutto in certe faccende, pensa, e spegne il telefono.

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Marco Corvaia (1980) è nato a Palermo. Dopo aver girovagato tra Roma, Bologna, Firenze e Milano, è tornato nella sua città ma non ha ancora capito perché. È l’autore di Pino se lo aspettava. Il racconto della vita e della morte di Padre Puglisi (Navarra Editore). Sue poesie sono state pubblicate in antologie e su Prospektiva, Sagarana e Alibi. Con un amico disegnatore è l’autore del blog a fumetto Nonno Fetish & Nonna Punk.