Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Diego Rossi - racconto

giorni di lupa

Un racconto di Diego Rossi
Numero di battute: 2495

Fu N* per primo a parlarmi della lupa. L’aveva vissuta da giovanotto a Mazara, dove s’imbarcava su una paranza già stinta allora e più volte ricalafatata. Giungeva inavvertita a frapporsi alla linea di costa, aggravando le manovre d’attracco ai pontili e costringendo gli equipaggi a prolungati stalli. Ormeggiati in quell’acquerugiola fetida che pareva materializzarsi dall’immota superficie marina, i pescatori si lisciavano le barbe inquieti. Taluni lanciavano formidabili «Oooh» alle imbarcazioni che navigavano alla cieca, e delle volte qualcuno suonava la brogna, liberando un lugubre lamento in quel latte d’opale che s’era fatto il crepuscolo. Leggende narravano di barche inghiottite dalla lupa e mai risputate. Nei miseri abituri, le femmine stringevano al seno la prole quando vedevano tornare la tenebra prima dei mariti.

Tempo dopo mi ritrovai a parlare della lupa con F*. Nel suo primitivo paese, un qualche gomitolo di casupole nei pressi di Letojanni, si manifestava talvolta alle porte dell’estate, affiocando la tersa luce ionica: s’abbuiavano allora i volti degli anziani, e i fanciulli per le strade ammutolivano. «Lupa ppi Santu Vitu, pòi chiùdiri u trappìtu» mormoravano le vecchie sgranando i rosari. La lupa invadeva gli oliveti, martoriando le mignole nel momento cruciale della produzione del frutto: gli spettri della fame e della miseria vagavano dunque liberi in quella lattiginosa condanna sorta dal mare.

Ero rapito dai racconti di un mondo che persisteva solo nella memoria dei vecchi. Nel mio mondo fatto d’informazioni e scienza, la lupa era una semplice nebbia da avvezione, un comune fenomeno prodotto dal passaggio di aria umida e calda sopra la superficie fredda del mare.

«Leggende narravano di barche inghiottite dalla lupa e mai risputate.»

Ma la scienza non mi sostenne nel mio primo incontro con la lupa, un mattino che mi arrampicavo per un sentiero sulle alture di Castellammare. Una densa striscia giallastra aleggiava sulla costa e avanzava a sbuffi verso l’entroterra: i paesi del litorale sparivano sotto quella coltre mentre salivo, e ben presto la misteriosa presenza mi fu addosso. Ciò che provai in quei momenti nelle fauci della lupa non posso tradurlo in parole. C’era dentro come un’emanazione, un odore, o forse un ricordo: qualcosa di antico l’abitava. M’arrestai confuso, appiattendomi contro una parete rocciosa, e attesi che la lupa mi scivolasse di dosso. Quando il mondo si rifece normale, la scienza riprese il suo dominio e io tornai a vivere d’informazioni. Ma non ho più parlato con nessuno della lupa.

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Diego Rossi (1977) vive in Toscana. Nel 2009 ha pubblicato la raccolta di poesie Supernove (ArtEventBook). Nel 2016 ha collaborato alla stesura del libro collettivo Repertorio dei matti della città di Livorno (Marcos y Marcos), e un suo racconto è comparso nell’antologia Obtorto Collo (Valigie Rosse). Collabora con il gruppo elettro-acustico Il Ritorno di Carla.