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il buco

Un racconto di Alice Scuderi
Numero di battute: 2500

Quel maledetto dettaglio. Nella devastazione ancora calda, mi era rimasto solo il particolare più silenzioso. Anche se nulla lo era nella stanza che avevo trovato seguendo l’odore.
Salato, acre, oleoso, così forte da annebbiare i sensi.
Eppure la prima cosa che avevo visto era stata il buco.

«Come il buco?» mi aveva chiesto senza celare la stizza il commissario.
Io non sapevo che dire, le parole mi scivolavano via in rivoli fangosi, si perdevano a valle e io ero rimasta con in mano solo un coltello e l’immagine del buco.
Un po’ sfrangiato ai bordi, ma netto proprio lì dove aveva subito più pressioni.

Cosa avrebbero pensato se gli avessi detto che il mio primissimo pensiero, prima che la visione dell’orrore passasse dai miei nervi ottici alla corteccia e poi alla mano, era stato: «Quante volte ti avevo detto di cambiarle?».

«La prima cosa che avevo visto era stata il buco.»

Portava pantaloni di tweed in inverno, camicie che si stirava perfettamente da sola, si faceva la piega ogni mattina, mentre fuori era ancora buio e io l’aspettavo in cucina con il caffè già pronto. E poi il buco. Io lo sapevo che nonostante tutta la faticosa ricerca della perfezione che le avevo insegnato, non eliminava quel particolare dissonante. Non si vedeva, lo sentiva solo lei, un segnale invisibile agli occhi miei e di suo padre, di una sfida che non avevo capito, almeno fino a quel momento.

Dal buco il mio sguardo si era spostato più su, al suo corpo nudo, appoggiato ad altri corpi nudi: il suo quadro preferito di Bosch aveva preso possesso della stanza. Quella surrealtà disturbante mi aveva assalita, io mi ero solo difesa, tagliando, lacerando la tela viva. Il rosso aveva coperto tutto.

Mi voltai, ma ormai era fatta: ciò che pensavo di sapere s’era sciolto, il ventre in cui pensavo di averla cresciuta si raggrinzì all’istante. Il coltello cadde a terra senza fare alcun rumore.

«Si ricorda cosa ha fatto dopo?» La voce del commissario arrivava distorta, come da una radio non sintonizzata.
«Gliel’ho rammendato, cos’altro potevo fare? Lasciare che la trovassero con il calzino bucato?»

Lo avevo sfilato dal piede ancora caldo, non m’importava sporcarlo di sangue. Dovevo sistemare quell’ultima situazione, il resto era già fatto.
Il commissario mi guardava, muto, giocherellava nervoso con un buco che aveva sul colletto della giacca. Provai pena per lui, un altro disadattato.

«Perché?» mi disse solo.
«Quando il buco è troppo grande, non resta che tagliare tutto.» Mi strinsi al ventre il calzino, sembrava nuovo. Sorrisi, mentre mi infilava le manette.

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Alice Scuderi (1985), lombarda di origine e toscana d’adozione, nasce come biologa ma vuole morire come scrittrice. Scrive racconti brevi che ha pubblicato in diverse raccolte edite da Delos Book, finalista in alcuni concorsi letterari nazionali, non è mai apparsa su riviste prestigiose né ha frequentato scuole di grido. Per questo scrive sul sito Donne Difettose, creato insieme a due amiche scrittrici “difettose” come lei.