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poco

Un racconto di Sara Micello
Numero di battute: 2484

In famiglia a fregarci era la statura.
Foto dopo foto perdevamo centimetri. La nostra ombra era più alta di noi.
Portavamo addosso una corporatura in discesa: mio padre cedeva di millimetri, per via dei capelli caduti; mia madre di decimetri, a causa della spina dorsale rammollita. Io e mia sorella, in posizione eretta, rimpicciolivamo: sguardo basso e bocca all’ingiù.
In un modo o nell’altro, tutti e quattro tendevamo a calare.
Quando le nostre otto spalle combaciarono, immortalammo il momento.

La foto esiste ancora e profuma di muffa. Formato A1, vecchia quanto il rullino rimasto a sviluppare dal fotografo. È chiazzata d’olio, come se mia madre l’avesse presa per carta assorbente in seguito a una frittura di calamari.
Il bordo inferiore ha le rughe, nessuna data scritta, nessuna didascalia. Il retro è giallognolo, con il marchio Kodak PAPER riprodotto all’infinito; alcune lettere sono recise. Un po’ come noi.

«La foto
esiste ancora
e profuma
di muffa.»

Salutiamo l’obiettivo indossando tuta e scarponi da sci. Gli unici colori sono i nostri, il resto è bianco neve: bianca la palma nana in primo piano, bianchi i carrubi sul fondo; bianca la nuca di mio padre, bianche le sopracciglia di mia madre.
Abbiamo busti ridotti, scapole striminzite, siamo un metro e cinquantanove ciascuno.
Sembriamo una famiglia adolescente.

Al lato sinistro, mio padre ha cinquant’anni e un femore marcio. La stazza è da uomo di mare, la mano destra che alza in cielo sta tremando. Il sorriso è a mezzi denti, gli occhiali sono ancora quelli di vetro spesso.
Accanto c’è Mamma, ossatura friabile, anche cedevoli. I seni le profumano di latte, la bocca di nicotina. La pelle è glabra, i polsi cigolano.
Segue mia sorella, la mano sinistra alta alle nuvole, speculare a quella di Padre. Gli scarponi sprofondano nel nevischio sporco. Gli occhi sono cinesi, gli zigomi sanno di lacrime asciutte. Indossa un berretto che le oscura i capelli tinti di viola.
Davanti, al centro, la sottoscritta. Le guance sono piene, la dentatura è sgarbata. In testa un cappello intrecciato a maglia e le mani sudano nei guanti d’una taglia in più.

Mi accorgo solo ora di quanto siamo piccoli.
Mio padre è poco per i pantaloni che indossa e il petto di mia madre non riempie il cappotto sgualcito.
Siamo tozzi, di alto c’era solo la voce.
Urlavamo dalla cucina al letto per dirci Buongiorno e Buonanotte. Ci scambiavamo baci nani, carezze lillipuziane. Gli attimi d’affetto erano brevi quanto noi.

Solo questo posso dire. Eravamo troppo bassi per volerci bene.

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Sara Micello (1992) è nata in Puglia. Si è laureata in Editoria e Pubblicistica e attualmente frequenta il Master in Tecniche della narrazione alla Scuola Holden di Torino. Su Sai Scrivere cura la rubrica Nomi d’autore.