Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

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Un racconto di Jacopo Cirillo
Numero di battute: 2500

Prima di spezzare il pane e tranciare la carne, Daniel versò del vino a terra, mormorando una preghiera al Grande Spirito; poi rendemmo grazie agli antenati, all’Orso e all’Aquila. La terra non aveva ancora assorbito tutto il sangue degli acini e noi, sacrileghi, già bevevamo caffè e arrotolavamo sigarette con l’erba di Nino, il più grande coltivatore di marijuana in questa parte di mondo, poco sopra il New Mexico, poco sotto al niente.

Daniel accese un grande fuoco vicino all’hogan, la capanna in cui si svolgevano i riti: era il master of peyote, l’unico che potesse somministrare il pane degli dei a chi ne fosse degno. Noi non lo eravamo. Nonostante questo, ci raccolse attorno a sé e raccontò la storia dell’orso.

«Gli occhi dell’orso erano inespressivi.»

Tanto tempo fa, Daniel viveva insieme alla sua famiglia in una piccola capanna di tronchi d’albero. Una mattina vide un orso gigantesco che lo guardava, immobile, sul limitare della foresta. La stessa sera, tornando a casa, l’orso era ancora lì. Dieci giorni di sguardi e paure, come tra innamorati.
Una notte, l’orso si avvicinò alla capanna, si arrampicò sui tronchi di legno e salì sul tetto; sotto dormivano i figli di Daniel. L’animale provò a portarglieli via, il padre si svegliò in tempo.
La mattina dopo l’orso era ancora lì, immobile, con gli occhi puntati nei suoi. Daniel pulì il fucile con mani tremanti e, procedendo per tentennamenti, camminò verso l’animale. Gli occhi dell’orso erano inespressivi, mostravano solo i meccanismi della natura. Daniel alzò la canna, poi l’abbassò, poi l’alzò di nuovo, si risolse e gli sparò in testa.
I didn’t want to piss off the Great Spirit, piagnucolò, rifugiandosi colpevole nell’hogan. Passarono ore prima che uscisse. Prese un lungo coltellaccio, si avvicinò alla carcassa dell’orso, lo scuoiò e tornò nella capanna, rimanendoci per tre giorni. Alla terza notte, notte di luna piena, Daniel riemerse con tre piccoli mantelli di pelle d’orso, quelli che ora sono appesi all’ingresso della casa nuova, vicino ai cappotti. Svegliò i bambini, li vestì con le pelli e ballarono tutta la notte attorno al fuoco, per chiedere perdono e invitare lo spirito dell’Orso a vivere con loro.

La storia, così com’era cominciata, finì in uno sbuffo di fumo, lasciandoci tutti in preda di quel momento. Sentivamo distintamente lo Spirito aleggiare e non avevamo paura, così come ci aveva insegnato il maestro del peyote. Poi un muoversi tra le foglie, un orso correva contro di noi, a fauci spalancate. Nessuno riuscì a muovere un muscolo.

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Jacopo Cirillo (1982) vive e lavora a Milano. Autore e collaboratore di Topolino, ha fondato nel 2008 il progetto letterario Finzioni. Scrive di libri e serie tv su numerose testate online e ha appena finito il suo primo libro.