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la veranda

Un racconto di Gabriele Di Fronzo
Numero di battute: 2500

Dopo qualche giorno che l’uomo se n’è andato via di casa, non sappiamo chi delle due sia quella rigorosa e chi quella conciliante, chi è morbida e chi scorbutica anche senza ragioni. Eppure non c’è approssimazione, la nostra prodezza è femminile, svola tra i marmi della cucina come spezie seccate al piccolo vento di un amore settembrino. So che prima o dopo lei ne sentirà il bisogno fino a domandargli di tornare, ma per ora lui è chissà dove a cercare un appartamento vuoto. Non c’entra nessun diverbio, è lei che ha deciso che avendo me può fare a meno dell’uomo. Per questo passiamo i primi giorni a dire ogni male che si merita, che lei ha smesso di amarlo, e che abbiamo fatto bene a mandarlo via.

La tenevo per mano, ci facevamo spazio tra i mobili della cucina e attraversando l’ingresso la conducevo verso il finestrone rivettato del salone. Giravamo lente su noi stesse. A chi ci avesse guardate, avremmo dato l’idea di donne a una festa di compleanno antica.

«Si tratta di dimenticare
che esiste altro
oltre noi.»

Nessun accordo semplice si è potuto avanzare in quella casa, da parte di chiunque delle due. Meno male c’era la preghiera. Si tratta di dimenticare che esiste altro oltre noi. Parliamo dell’uomo come corpo in mare sparito. «Oggi non voglio parlare di lui», ha detto anche stamani la donna. Lo ripete sempre, io accetto le sue bugie perché bisogna accettare che chi sta male menta. So, però, che ogni tanto si vedono, quando io esco e dico che starò via per un paio d’ore. Capita quando ho delle visite mediche o vado in chiesa. La donna chiama l’uomo al telefono e questo si sbriga ad arrivare. Non ha più le chiavi: gli aprirà lei, già senza la biancheria per quanto a lui piacesse toglierle il reggiseno, le calze e le mutandine, ma qui prevale l’esigenza ad altre manie, chiuderà la porta di casa con una doppia mandata e se lo porterà a letto. Che poi, se io dovessi tornare, non se ne farebbero nulla di una o due mandate: busserei e chissà come lei si disferebbe dell’uomo nel letto. Ma, visto che temo che non se ne disferebbe e anzi lo prenderebbe a pretesto per farlo ritornare a casa, se le dico che sto fuori un paio d’ore, rincaso perlomeno dopo tre ore.

Quando ieri mattina, dopo la messa, sono tornata a casa, un carabiniere mi ha fermata davanti al portone del palazzo. Non mi voleva lasciar entrare, finché non gli ho indicato sul citofono il cognome della persona da cui ero attesa. Ha fatto uno sguardo atroce. Nell'androne c’erano alcuni condomini che, parlando della nostra veranda, la definivano bella e alta.

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Gabriele Di Fronzo (1984) è nato a Torino. Collabora con L'Indice dei Libri del Mese e Rivista Studio. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus. Il grande animale (nottetempo 2016, Premio Augusta, Premio Volponi Opera Prima, Finalista Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) è il suo primo romanzo. (Foto di Stefano Saporito.)