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mongiovì marina racconto

falangi

Un racconto di Marina Mongiovì
Numero di battute: 2449

Quell’estate Caterina era stata inghiottita da vicolo Floresta, tra le due e le quattro del pomeriggio. Per noi era la stagione delle canotte sudate e delle croste sui ginocchi. Quando lasciavamo le case, le mamme ci gridavano di stare attenti agli zingari. Il campo era stato sfollato due anni prima ma il sospetto di un ritorno dei Camminanti era sempre in agguato.

Scendevamo verso le campagne, armati di canne e bastoni. Ci addentravamo negli agrumeti colpendo i rami rugosi degli aranci. Trucidavamo lucertole che sotterravamo tra ciuffi di acetoselle e cuscini di borragine. C’era chi si nascondeva dietro un albero e tendeva un’imboscata. Bum! Qualcuno cadeva, qualcun altro rispondeva al fuoco nemico.

Arrivavamo fino al greto del fiume, cercavamo i ciottoli più piatti, li facevamo rimbalzare sull’acqua. Il fiume, in quel tratto, era più sassi che acqua, che scorreva pigra e verdognola. Catturavamo i girini per il solo gusto di vederli agonizzare e, tra il cicaleggio e il gracidare, echeggiavano le nostre male parole.

«Colpimmo
una, due,
tre volte.»

A volte ci spingevamo oltre, fino alle colline di mano di vecchia. Rocce calanchive che l’acqua e il vento avevano modellato per far vedere, a noi bambini, le lunghe e raggrinzite falangi di streghe. Si infilzavano, come radici, a cercare qualcosa che si perdeva al centro della terra. Una volta provammo a scavare, ai piedi di una di quelle colline. Trovammo delle monete di bronzo e dei pezzi di terracotta. Un tesoro che custodimmo gelosamente, sotto un albero di carrubo.

Sul finire dell’estate, partimmo armati di fionde per una battuta di caccia. Sarebbe stata una strage di lucertole e ramarri, i più abili puntavano a passeri e cardellini. La squadra si inoltrava tra ulivi e aranci, marciavamo sopra l’erba alta, incuranti delle macchie di malva e dei campanelli di vilucchio; risuonavano i muri di pietra al passaggio delle nostre armi da guerra. Vicino al fiume il vento scuoteva i salici e faceva fischiare le canne mentre veloci nuvole bianche ci sorvolavano la testa, creando ombre sull’acqua che rifluiva piano.

Tra la ghiaia e i giunchi, Luigi vide una macchia nera. Corremmo tutti in rappresaglia, caricammo le nostre fionde. Colpimmo una, due, tre volte. Ma la macchia era inerme, stava lì da chissà quanto tempo.

Ci ritrovammo, tutti in cerchio, davanti alla preda. I capelli di Caterina si ramificavano come rampicanti. Sembravano falangi di giovane strega conficcate, come radici, nella terra muta.

Mongiovì Marina

Marina Mongiovì (1982) nasce nella provincia etnea poi, per amore, si trasferisce a Palermo. Ha una laurea in scienze della comunicazione, ha cambiato spesso lavoro e collaborato con testate giornalistiche locali. Oggi fa la mamma, scrive racconti e scatta fotografie.

racconto Gianluca Ferrittu

siamo stati felici

Un racconto di Gianluca Ferrittu
Numero di battute: 2492

Pioviggina ancora. Da quando sono arrivati in città non è successo altro che questo e ora le strade sono fradice. L’acqua stagna nei saliscendi dell’Avenida. Francesco porge il braccio a Elisa, ma lei fa finta di non vedere e accelera il passo.

«Andiamo?» dice lei.

Francesco sospira. Il funerale è a São Domingos e la strada per arrivarci gli sembra infinita. Le gocce piombano giù di traverso, gli bagnano la fronte e le mani. Pensa “Che ci faccio qui?”. Si accende una sigaretta e il fumo si mischia all’odore umido dell’acqua sulla strada.

I due poi scendono a Restauradores, con l’obelisco alto e grigio, il cielo coperto. Le nuvole sopra i tetti appuntiti del Bairro Alto tremano. Francesco le guarda ed è quasi contento che stia piovendo. Che l’azzurro brillante di quel posto non ci sia, nemmeno un lembo.

«Cos’è
cambiato?»

«Cos’è cambiato?» chiede Elisa guardando la piazza.
«Hanno rifatto la facciata dell’Altis?»
«Forse.»

I taxi girano intorno alla piazza. Gruppi di turisti si muovono in macchie di ombrelli colorati. Due vecchi arrivano dalla travessa accanto. Un lustrascarpe si appoggia al corrimano metallico del metrò, in attesa.

A Francesco sono rimasti dei ricordi sfocati di quel posto. Una volta in quella piazza erano innamorati, ridevano. Ora vorrebbe dire a Elisa: “È triste ricordare”, oppure “È triste farci caso”. Ma invece dice solo: «Ci aspettano da qualche parte?».

«Direttamente lì.»

Allora si incamminano verso Rossio. Passano davanti al Teatro Nacional. L’altra piazza pombalina è distesa accanto, in alto c’è il granito del Carmo. Il vento arriva dal fiume, gli scuote le giacche scure. Elisa si tocca il ventre, come se ci fosse ancora qualcosa di vivo dentro. Come se la loro tragedia non fosse successa.

Francesco la vede e dice: «Hai freddo?».

Lei scuote la testa. Sarà la pioggia, ma nessuno cammina a Rossio. I gazebo delle padarias si gonfiano bruschi, la chiesa è già oltre l’angolo della praça. Ne scorgono i cornicioni rotondi e alti della facciata e l’albero davanti.

Fuori le persone li riconoscono, li abbracciano. Dicono: «Querido, como estás?». E a Francesco sembrano invece dire: “Perché qui? Perché noi?”. La cantilena dura comunque poco: il portone è aperto e li inghiotte uno a uno. Francesco è l’ultimo della fila. Tentenna un secondo sulla soglia prima di entrare. Guarda l’acqua battere sui lampioni spenti, quello che si intravede di Travessa do Forno. Anche lì siamo stati felici, pensa. Poi da dietro una mano gli afferra il braccio, lo convince a entrare.

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Gianluca Ferrittu è nato nel 1994 e vive a Lisbona. Oltre che su Pastrengo, suoi lavori sono apparsi su L’inquieto, Tuffi, Risme e ItalianDirectory. Il suo racconto Un lavoro pulito ha vinto nel luglio 2018 il (fu) Premio Treccani Web come eccellenza del giorno in lingua italiana. 

lombardi rizzo racconto

la sorella

Un racconto di Annalisa Lombardi e Helena Rizzo
Numero di battute: 2497

Uscii di casa, passai per via San Giovanni in Porta, gli occhi bassi ai basoli scuri e levigati; in alto le immagini dei quarti di bue fuori dalla macelleria, i motori dei condizionatori, i muri sbrecciati e non intonacati. Tagliai sotto Porta San Gennaro e fui subito a via Foria. Dove sei? Maledettissimo pezzo di stella, cadendo hai colpito il mio cuore, lo sai? – Gigi D’Alessio usciva da una delle finestre.

Mamma mi aveva chiesto di andare a prendere Alessia all’aeroporto. 
Recuperai la macchina – le chiavi mi caddero a terra due volte prima di ingarrare la toppa – e andai verso l’Albergo dei Poveri.
Che aveva da fare a Napoli mia sorella?  

«Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata.»

Alessia, la ricercatrice, con gonna e giacca fin dal liceo. Alessia, che mi faceva fare la serva, mentre lei si teneva per sé la parte della signora quando giocavamo al teatro. Quella che alle feste veniva invitata a ballare da tutti i miei compagni, tarchiata, ma con gli occhi magnetici e un caschetto perfetto di capelli lisci. 
Alessia – che al nostro migliore amico chiedeva: chi preferisci, me o mia sorella? – era anche quella con cui mangiavo il gattò di patate di nonna nel lettone, mentre parlavamo fitto fitto dei maschi. Tutto insieme, tutto mischiato. 
Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata. 

Mentre guidavo, accostai con le quattro frecce accese ed entrai in un bar. Chiesi un bicchiere di plastica e poi andai in bagno. Feci pipì nel bicchiere e rimasi a guardare la cartuccia del test di gravidanza per un eterno minuto. Ecco, le linee c’erano. 
Avevo un calore nel petto che si irradiava, e io me lo volevo prendere tutto, quel calore, ma ora dovevo andare da Alessia. 

«Che cazzo!» mi avrebbe detto, «ma sei pazza? Che ti sei presa a fare una laurea, se poi devi stare a casa a fare bambini?»
Il suo odore, dolce e pungente, già lo sentivo e mi nauseava. Il caldo nella macchina mi mangiava la faccia. «Sei arrivata tardi!» già la sentivo, nella mia testa, sbraitare. Girai la macchina e parcheggiai su un marciapiede. Dovevo camminare. 

M’infilai in via Santa Maria di Costantinopoli, poi mi buttai su via Toledo, percorrendola tutta, a passo svelto, in apnea, e di lì arrivai a piazza Plebiscito e giù fino al mare. Sul molo c’era qualcuno sulle sedie di plastica a prendere il sole. 

Sincronizzai il battito con quella lentezza tutt’intorno, ero madida di sudore. Cercai nella borsa un fazzoletto, le chiavi dell’auto caddero ancora per terra. Restai impalata a fissare quella ferraglia d’argento e mi venne voglia di ridere.

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Annalisa Lombardi si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli e, arrivata a Milano, ha lavorato nell’editoria. Da quando ha quarant’anni lavora nel no profit e scrive. Ha pubblicato un reportage dall’Uganda su Topolino e ha scritto di Pirandello, Kafka, Fenoglio e Saramago per la collana Panoramica Letteratura di Centauria.

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Helena Rizzo si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli ed è docente di Italiano nella scuola secondaria. In passato ha lavorato nel cinema, per lo più come assistente alla regia, per i film, tra gli altri, di Ruggero Cappuccio (Rien va), Stefano Incerti (Gorbaciof), Giuseppe Gagliardi (Tatanka), Alessandro Piva (I milionari), e si è diplomata alla scuola di sceneggiatura Tracce s.n.c.

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la casa che brucia

Un racconto di Giacomo Zibardi
Numero di battute: 2446

Un giorno la casa cominciò a bruciare. Nessuno sa quando. Da quel giorno la casa non ha smesso di bruciare. Un fenomeno incomprensibile che sfugge alla cosiddetta letteratura scientifica. La casa brucia senza consumarsi. I muri, i serramenti, la porta, i pavimenti, la mobilia, tutto sopravvive nel rogo. È la particolare natura di una fiamma perpetua a conservare la casa? O è la natura particolare dei materiali con cui la casa è costruita a conservare la fiamma? 

Comunque nulla, al momento, assicura con dati scientifici inequivocabili che la casa arderà per sempre senza bruciare. Tant’è che, talvolta, piccoli oggetti della casa sono stati trovati combusti, inceneriti. Cose di poco conto, come uno stuzzicadenti.

«La casa brucia senza consumarsi.»

La particolare temperatura delle fiamme che avvolgono la casa, circa ventitré gradi, ha reso possibile trasformare il sito in un’attrazione turistica. Così lo scorso mercoledì mi sono messo in macchina. Dalla città ci vuole un’ora e mezza. Lasciate le strade a scorrimento veloce ci si incunea nella campagna che precede il delta del fiume. Terre senza legge. Un piatto orizzonte agricolo. Adesso che è inverno la nebbia galleggia sopra i campi. Forse l’inferno è fatto così. Pieno di freddo. Non caldo. Un freddo che brucia.

Da qualche parte in mezzo a questo inferno la casa che brucia è un faro di fuoco. Si vede, per così dire, da lontano, e sembra un sogno o un’allucinazione. Da vicino, invece, ha tutto un altro aspetto. È estremamente reale, vera, viva. Due piccole finestre, la porta nel mezzo. Le lingue di fuoco danzano fin sopra il tetto. Hanno un colore ora arancione, ora violaceo, ora blu e giallo.

Siamo un gruppo di sei persone. Ci viene descritta in breve una storiella sull’origine dell’incendio. Prima di entrare bisogna indossare una speciale tuta ignifuga, dei sovrascarpe di feltro, e cospargersi il volto con una pomata. La ragazza che ci guida è molto gentile. Serve a non scottarsi, dice, la visita durerà un quarto d’ora.

Dentro: spazi anonimi. Il tavolo di legno sgraffignato, un piano cottura arrugginito. Dei bicchieri. I colori delle pareti inalterati, bianchi. Tutto è annegato nelle fiamme. Si percepisce un leggero tepore. Il fuoco sembra finto. Una proiezione. Quanto pesa una fiamma? Cerco di afferrarne una. Forse è il mondo che va a fuoco. Forse tutto brucia, ogni cosa, tutto, ogni cosa è preda dell’incendio. Come è possibile sopravvivere nel rogo? Vivere nell’indifferenza della fiamma?

zibardi giacomo bio

Giacomo Zibardi (1993) è nato a Milano. Talvolta vive a Roma per lavoro. Ama passeggiare nei centri commerciali e nei cinema multisala. Altri suoi racconti si trovano su Nazione Indiana. 

racconto Annalisa Maitilasso

tornate a trovarci, inshallà!

Un racconto di Annalisa Maitilasso
Numero di battute: 2500

Avevamo affittato una casa bianca con la porta blu nel quartiere più visitato di Rabat. Le stradine, concave e verniciate di bianco, rispedivano al mittente le luci e i rumori; tutto rimbalzava come su un lenzuolo teso. Il gallo dei vicini, la mattina, ci sembrava di averlo nel letto, in mezzo a noi. Tu strizzavi gli occhi, assonnato, cercando riparo contro le mie ascelle.

«’Sto cazzo di gallo, tutte le mattine» protestavi.

Un attimo dopo, sentivamo lo spazzino col suo tramestio esuberante. Sarebbe stato meglio andare a vivere in uno dei quartieri borghesi del centro. Ma io volevo stare lì in mezzo alle foto dei turisti. La nostra porta era la più fotografata di tutta la Kasba. Era di un blu che entrava e usciva di continuo dagli obbiettivi dei telefonini, un blu trasognato in grado di penetrare nei ricordi delle vacanze.

«La nostra porta era la più fotografata di tutta la Kasba.»

La casa dentro era poco luminosa, nonostante la terrazza. Sembrava una grotta sottomarina. Ci abitavamo io, te e una colonia di scarafaggi. Li scacciavo, loro tornavano. Non riuscivo a farci l’abitudine: appena entrata in una stanza, frugavo subito negli angoli a caccia di movimento. Quella casa bellissima e fotografatissima ci sfiniva. Era piena di vita, di fantasmi, di rumori, dei figli dei vicini che si arrampicavano per venire a giocare nella nostra terrazza. Anche tu sognavi scarafaggi, sognavi cavallette, sognavi galli con la testa di turisti e le mie ciabatte ai piedi.

«Andate via» gridasti un pomeriggio a un paio di bambini.

«E dài, lasciali stare» feci io, con un sorriso ipocrita: ero felice di vederti con i nervi a fior di pelle. Finalmente uguale a me. Snervato dalla bellezza brulicante di quest’angolo di Marocco, stufo del blu, dei rumori, delle pareti spesse cinquanta centimetri eppure permeabili come membrane smagliate. Questa bellissima casa che avremmo raccontato ai nostri figli, una stranezza esotica di quando eravamo giovani, sapete, la porta era su tutte le cartoline…

Ce ne andammo un mattino, dopo aver salutato lo spazzino, abbracciato i vicini – «Tornate a trovarci, inshallà!» – e coperto i bambini di regali, matite e caramelle. Ci trasferimmo in un appartamento vicino alla stazione di cui controllammo subito che gli infissi fossero ben saldi e il pavimento lucido. Ero triste, mi sentivo stranamente svuotata, addirittura esiliata, lontana da quel piccolo microcosmo accogliente. Tu guardavi incredulo la mia faccia tirata, finché sulle pareti lisce, color ocra, non ci parve di vedere il guizzo di una creaturina veloce.

maitilasso annalisa bio

Annalisa Maitilasso, trentanove anni, vive in Spagna, è antropologa di formazione. Lavora in una ONG che si occupa di persone rifugiate. Ha vissuto in città diversissime: Bamako, Tolosa, San Francisco, Rabat, Tokyo, Venezia. Da molti anni risiede a Madrid. Ha vinto diverse borse di studio per partecipare ai corsi della scuola Belleville, tra cui un terzo premio al concorso Molto forte, incredibilmente lontano. Suoi racconti usciranno sulle riviste Blam e Grande Kalma. Ha un blog di liste in cui ogni tanto scrive per tenersi in allenamento: https://strangerlists.wordpress.com

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esilio

Un racconto di Giulio Papadia
Numero di battute: 2415

Lungo il fiume, tra due ponti, in una lingua di terra in continuo e incessante modificarsi, la quintessenza della città. Secoli fa vi sorgevano gli argini per contenere le piene, oggi l’area è stata riqualificata concedendo permessi per l’apertura di locali. È il luogo più frequentato dai giovani, nei weekend le notti sono infestate da diecimila anime chiassose. Di giorno, la calma apparente.

Chi ci arriva si aspetta ancora la vecchia città industriale, invece una superficiale opera di bonifica l’ha resa un gioiellino chic: il centro aristocratico s’è fatto il lifting, le periferie sono state spinte sempre più fuori da un immaginario pomerio della decenza.

Nessuna faccia amica nel raggio di chilometri, destinato a non socializzare con nessuno in quella ostile terra straniera spruzzata di torpore decadente. Ero perso fra viuzze insignificanti e vialoni alberati. Pioveva, m’ero riparato sotto un portico annerito dall’umidità.

«Noi giovani,
e avrà avuto il doppio della mia età.»

Mentre me ne stavo per i fatti miei, mi si avvicinò un tale, chiedendomi indicazioni.
«Non sono di qui» latrai.

Il tale, anziché spostarsi altrove, mi strinse la mano, mi ringraziò e attaccò a parlare. Era del Sud come me, diceva, non era abituato a quella babilonia di grande città.
L’uomo, i capelli unticci e gli occhi verdognoli, iniziò a guardarsi indietro. «Hai visto chi c’è seduto al tavolino?» mi fece, indicando il caffè alle nostre spalle. Era l’allenatore della squadra campione d’Italia. Parlava fitto al telefono, mantenendo un tono basso.
«Ragazzo mio, che merda di tempo. Sono arrivato ieri e sto diventando pazzo. Qua sono tutti sciroccati, brutta aria per noi giovani, vattene e non tornare.»

“Noi giovani”, e avrà avuto il doppio della mia età. Saltava da un argomento all’altro, lanciandosi su immaginarie liane di parole. Tutte quelle ciarle mi avevano colpito come un jab di Ali, lasciandomi rintronato. Decisi di troncare lì, e lo salutai col calore che si può riservare a uno sconosciuto.

Mi allontanai, poi quel botto.

Un camion aveva spiaccicato il mio amico, lo aveva travolto e scaraventato lontano quindici metri, più che un cristiano ormai sembrava un sacco dell’immondizia pieno di scarti da macelleria. Avea le cervella a l’aura sparse.

L’allenatore, anziché accorrere sul luogo del sinistro, continuava a sbraitare al telefono. Voleva un’ala destra e un centravanti di manovra, altrimenti si sarebbe dimesso a inizio agosto, all’acme del ritiro estivo.

papadia giulio bio

Giulio Papadia (1994) è salentino. Redattore di Mangialibri, collabora con La Balena Bianca. Ha pubblicato recensioni e saggi su riviste accademiche come Oblio e Sinestesieonline, ma anche su Il Rifugio dell’Ircocervo. Suoi racconti sono apparsi su Spore, Blam, Coye, altri usciranno su Malgrado le mosche e Specularia. Ha fondato la rivista letteraria Salmace.

racconto matteo quaglia

di incerte territorialità

Un racconto di Matteo Quaglia
Numero di battute: 2212

Senti, sta succedendo davvero.

Ogni mattina mi sveglio dieci minuti prima di quanto desideri per versare il latte a Milli. Milli è la gatta che Samanta non si è portata dietro, sebbene le avesse giurato amore eterno. Io e Milli ci capiamo, sotto questo aspetto, così non mi è mai seccato lottare contro pigrizia e piumone e soddisfare la sete di quella palla di pelo arancione.

Ieri mattina mi accingevo al solito rituale. La sveglia ha vibrato sotto il guanciale (sì, lo so che le radiazioni e via dicendo, ma, per come la vedo ora, le conseguenze di questa brutta abitudine non sarebbero nemmeno il peggio che mi potrebbe capitare. E lo so che si manifesterebbero solo tra qualche anno, quando il Momentaccio sarà auspicabilmente concluso, ma è di adesso che sto parlando), mi sono alzata e, dopo uno sbadiglio, mi sono diretta in cucina.

Non appena ho aperto la porta, Milli mi è saltata sugli stinchi. Lo faceva anche con Samanta, a volte, e secondo la mia ex era il suo modo di dimostrare affetto (io ero solita guardare Samanta, alzare il sopracciglio con fare teatrale e ricordarle che i gatti non nutrono certi sentimenti).

«Senti,
sta succedendo davvero.»

Soltanto che, ieri mattina, Milli non si è limitata a un agguato affettuoso. Il suo è stato, piuttosto, la dichiarazione di una pretesa territoriale. È rimbalzata sui miei stinchi e poi contro il muro e poi di nuovo sui miei stinchi, con tanto di artigli sguainati e soffi graffianti.

Avevo sentito una storia sulla territorialità dei gatti, ma l’unica cosa a cui Milli era sembrata interessata, da quando Samanta ci ha lasciate, era un vecchio pupazzo di pezza, senza occhi. Ogni volta che provavi a toglierle il pupazzo dalla lettiera, Milli gonfiava il pelo sfoderando le unghie. Ecco, ieri mattina è stato come se l’intera casa fosse diventata quel pupazzo.

Non ho avuto molta scelta. Milli ha continuato ad aggredirmi, e visto che non sono mai stata capace di sferrare calci ad alcunché, è da quel momento che sono trincerata in camera, l’orecchio sulla porta. Prima o poi Milli si addormenterà. Quando accadrà, ti avviserò. Sarebbe gentile, da parte tua, se chiamassi per me Samanta e le chiedessi di passare di qui, a casa mia, a versare un po’ di latte alla sua gatta, grazie.

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Matteo Quaglia è nato nel 1988 in un piccolo paese del Nordest d’Italia. Ha scritto diversi racconti brevi. Alcuni sono stati o saranno pubblicati su Nazione Indiana, Risme, Narrandom e Bomarscé. Attualmente sta lavorando a una raccolta di racconti.

paolo marco durante racconto

el tóc

Un racconto di Paolo Marco Durante
Numero di battute: 2493

Ho tanti rimorsi. Di bene ne ho fatto poco e quel poco l’ho fatto male. Di male ne ho fatto abbastanza e anche quello l’ho fatto male, stupidamente, senza motivo. Da piccoli, al paese, pescavamo le scàrdoe, gli cavavamo gli occhi e le ributtavamo nel lago. Con le lamette tagliuzzavamo le lucertole, ma piano, per farle campare il più possibile. Catturavamo i passeri e li seppellivamo vivi. Uccidevamo i gatti a sassate. Una volta rubai a mia madre la scatola degli spilli e ne infilammo una cinquantina su una rana che in confronto San Sebastiano pareva che godesse.

Siamo belve.
Belve feroci coscienti della nostra incoscienza.

«Siamo belve.»

Al paese c’era lo scemo, come in tutti i paesi. Un vecchio, Antonio era il nome ma lo chiamavano el Tóc. Quando suonavano le campane dovunque fosse si metteva a ballare, poi, quando i rintocchi cessavano, si sedeva in un angolo a piangere, in silenzio, gli usciva solo una frase, piano, sempre la stessa: «Mama, no la smeta de cantar, la prego!». Non beveva, non dava fastidio a nessuno. Ogni giorno andava in piazza alla fermata della corriera, ad aspettare se stesso, diceva, se stesso che era andato a comprar senno.

Un giorno eravamo in tre sul ponticello dietro il canneto, avevamo catturato un vecchio gatto e con un pezzo di corda lo stavamo impiccando. D’improvviso compare el Tóc, capisce subito il nostro gioco e ci strilla di lasciarlo stare quel disgraziato, che «anca elo ’l xe ’n fiòl de Cristo!». E ci tira un sasso. Noi lasciamo cadere la corda, il gatto ormai è immobile, raccogliamo alcune pietre e gliele lanciamo. Lo colpiamo tre volte in testa, siamo bravi a quei giochi.

El Tóc si spaventa, cerca di ripararsi, poi è un attimo, scavalca il parapetto del ponticello e si getta in acqua. Noi ci sporgiamo a vederlo annaspare. Gli gridiamo: «Eh, Tóc, devi noàr, dài! Fa’ el pesse pèrsego!». Dopo tre minuti anche quel gioco finisce. L’acqua è di nuovo immobile. Raccogliamo la corda, diamo un calcio al gatto e ce ne andiamo.

Lo avevano ritrovato dopo più di un mese. Nessuno si era stupito che el Tóc fosse morto affogato, così stupidamente. Non ci furono inchieste. Fine della storia.

Salvo il fatto che io non sono riuscito a dimenticare. Per trovare pace mi illudo che un giorno sia arrivata la corriera, lui abbia incontrato quel se stesso che era riuscito finalmente a comprare un po’ di senno. Allora el Tóc se lo è messo in testa, quel senno, ed è diventato uno come noi, uno dei tanti, non più distinguibile, nascosto tra le belve feroci.

(il corsivo è da un verso di Giorgio Caproni.)

durante

Paolo Marco Durante lavora in città ma vive in campagna. Si occupa di arte contemporanea: gallerie, mostre, cataloghi, testi, ecc. Negli anni è diventato un tipo un po’ solitario e quindi scrive per inventarsi da sé le compagnie che più gli aggradano.

Ravasio Alberto Racconto

vita di fecis

Un racconto di Alberto Ravasio
Numero di battute: 2500

Un pomeriggio di pioggia senza ombrello andai a rifugiarmi in una storica biblioteca del centro, e già che c’ero, in mezzo a tutte quelle inquietanti cassettine cartacee, piccoli feretri di sapienza morta ma illustre, mi venne la voglia, un po’ sconcia, di provare a rispondere a quella famosa domanda ultima che l’uomo si pone da quando era ancora Adamo o una scimmia depilata:

Quel è il senso della vita nell’universo?

Con la tecnica della lettura olfattiva, una sfogliata e via, lessi i greci, sessualmente controversi, lessi i medievali, i primi a dirsi ultimi, e lessi i moderni, anche se a giudicare da certe parrucche a me parevano un po’ datati.

Non erano d’accordo su nulla, ma una cosa era certa: sembravano tutti così convinti, così autisticamente compulsivi nel ripetere il loro algoritmo, e allora, esausto, m’inventai un crampo metafisico e andai in bagno, a far finta di farla, ma solo per guardare le ragazze umanistiche, occhialate e salvifiche.

«Quel è il senso della vita nell’universo?»

E in quel momento, guardando loro che guardavano lui che le importunava, vidi per la prima volta il Fecis, animale mitologico della biblioteca, quarantenne bambino gigante, abbandonato dai suoi proprio lì, nel regno dei libri, perché, incapace di leggere e scrivere, sarebbe stato ulteriormente sabotato nel suo tentativo di ritorno a casa.

Fecis nella vita aveva un obiettivo, quello d’inviare una mail alla sua mamma, una mail che cominciava così: «Ciao mamma sono il Fecis», ma nonostante avesse segnato su un foglietto i due indirizzi mail, dalla mattina alla sera davanti al pc di servizio, col muso concentrato e paonazzo, commetteva sempre lo stesso errore capitale: confondeva l’indirizzo mail con l’indirizzo internet e lo scriveva, una lettera al minuto, nel motore di ricerca. Si cercava sul web e non si trovava, restava deluso e chiedeva aiuto alle ragazze, perché dei ragazzi aveva paura, loro gli spiegavano dove sbagliava, lui faceva sì con la testa vuota, ma sbagliava ancora, ogni giorno così, per il resto della sua sisifea vita d’infortunato mentale. 

E pensai, mentre uscivo dalla biblioteca, perché ormai aveva smesso di piovere, che la vita di Fecis era una perfetta rappresentazione dell’uomo nell’universo. L’universo o dio o quello che è, guarda a noi come noi guardiamo al Fecis, pensando che sì, in effetti siamo abbastanza vicini al senso delle cose, ma alla fine moriremo senza aver capito nulla, e per quanto ci sforziamo, ogni nostro cricetesco tentativo è soltanto comico, anche se non sta bene riderne.

Ravasio Alberto bio

Alberto Ravasio (1990) si è laureato in Scienze filosofiche all’università degli studi di Milano. I suoi testi Pornogonia e Le vite sessuali sono stati segnalati al Premio Calvino 2018 e 2020. Suoi lavori in prosa sono apparsi su La Balena Bianca, La Nuova Verde, la nuova carne, L’Indice dei libri del mese, la Domenica del Sole 24 Ore. Non è lui Elena Ferrante. 

verni susanna racconto

serata horror

Un racconto di Susanna Verni
Numero di battute: 2500

Era stata una pessima settimana per D., e doveva ricordare a se stesso di essere fortunato.

Per D. il cinema horror era un’enciclopedia di disgrazie che non gli erano mai capitate. I film di paura gli facevano ritrovare un rinnovato senso di gratitudine per la sua vita e lo rassicuravano come un abbraccio inaspettato dopo una lite.

A cena ne parlò con Marta, che nonostante detestasse la paura amava D. più di ogni altra cosa, e non sopportava di vederlo con quel suo umore indecente. Marta e D. si amavano da molti anni e condividevano un’empatia soprannaturale, che li costringeva a desiderare l’uno la serenità dell’altro, costi quel che costi.

«Era stata
una pessima
settimana per D.»

Solitamente D. sceglieva il film in base alle sue esigenze, ma quella sera la sua mente era troppo annebbiata per poter decifrare la giusta trama per il suo cruccio. Da quando aveva scoperto il benefico effetto dei film dell’orrore, era riuscito a individuare quali macabre sventure meglio risolvevano un particolare malessere. A corto d’idee, decise di ripescare un classico dal suo archivio, l’intramontabile storia di un killer seriale che trucida persone innocenti.

Dopo cena Marta e D. si spostarono in salotto. Le finestre che di giorno registravano la cronaca del giardino, al buio trasmettevano la replica sbiadita delle loro serate; tuttavia quando guardavano quei film, Marta ordinava a D. di chiudere le tende e serrare quel portale di suggestioni che l’avrebbe tormentata fino alla camera da letto.

La tensione architettata dal regista molestava la sensibilità di entrambi, e se Marta si concentrava su dettagli insignificanti pur di smorzare l’inquietudine, D. iniziava ad avere buoni motivi per sentirsi meglio. Era sollevato che la sua macchina non si fosse mai guastata mentre percorreva un bosco di notte, ed era sollevato che non avesse mai dovuto alloggiare in un albergo semideserto, di cui i giornali riportavano misteriosi omicidi da oltre un decennio. Finora la sua esistenza era riuscita a sorpassare le oscenità del caso, senza mai inciampare in quel terribile scenario.

Dopo settantasei minuti il film raggiunse lo zenit. Marta soffocò il viso in un cuscino, isolandosi in una dimensione di piume e attesa. D. guardò la lama dell’assassino affondare nella carne di quell’innocente, e da ogni ferita inflitta uscivano lapilli di sangue. Si sentì improvvisamente debole, ingoiò saliva dal sapore ferroso. Marta gli chiese se fosse tutto finito, D. si voltò a guardarla.

Era così contento di vedere che si era salvata anche lei.

susanna verni bio

Susanna Verni è nata a Cattolica nel 1988, e dopo aver provato a vivere a diverse latitudini europee, nel 2017 ha scelto Bologna come casa. Lavora come ufficio stampa, prova a scrivere per il cinema.