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stefania coco scalisi racconto

facciamo un gioco?

Un racconto di Stefania Coco Scalisi
Numero di battute: 2489

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Che gioco?»
«Se indovino che carta sceglierai dal mazzo, mi dai un bacio.»
Indovinò. E si baciarono.

«Facciamo un gioco?» le disse un giorno, tanto tempo dopo essersi baciati.
«Che gioco?»
«Se indovino la tua carta, tu mi sposi.»
«Ma guarda che sposarsi mica è una cosa che si può decidere così. Dobbiamo parlarne per bene, dobbiamo capire se siamo fatti l’uno per l’altra, mica si può fare così!»
«Va bene, ok. Ma tu intanto scegli la carta.»
Si sposarono. Una cerimonia semplice e allegra, con pochi invitati. Tutti mangiarono e ballarono. Fu una bella giornata.

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Che gioco? Guarda che tanto lo so che le tue carte sono truccate.»
«Va bene allora. Usiamo una monetina. Testa o croce?»
«Che si vince?»
«Se esce testa facciamo un bambino!»
«Ma questa è bella! Ho sentito di bambini nati sotto il cavolo e addirittura di bambini portati dalla cicogna, ma di bambini decisi dalla sorte proprio mai.»
«C’è sempre una prima volta, non credi?»

«C’è sempre
una prima volta,
non credi?»

Uscì testa. Nacque un bambino, il primo bambino nato da una monetina. Ma non parve accorgersene. Crebbe abbastanza sereno, con una strana passione per le scommesse (una cosa piuttosto inevitabile, a pensarci bene). Il padre gli insegnò tutto quello che sapeva sui giochi di prestigio, che erano stati la sua fortuna. La madre si preoccupò di dargli anche qualche regola, e di farlo crescere forte e gentile.

Gli anni passarono e furono tante altre le decisioni prese facendo un gioco: l’auto da comprare, dove trascorrere le vacanze, prendere un cane oppure un gatto. Per alcuni quel modo di vivere era folle. Per loro, la normalità. La più semplice che potessero immaginare. In fin dei conti – pensavano – del destino ci si poteva fidare. E fu così anche per il loro figlio, ormai adulto. Quando, terminata la scuola, si ritrovò a non sapere scegliere tra le due facoltà che più lo interessavano, usò anche lui una monetina per decidere. E come suo padre, convinse la donna di cui era innamorato a sposarla con un gioco di magia. Una tradizione di famiglia, insomma, che continuava a ripetersi nel tempo.

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Cosa hai detto?» urlò lei.
Erano entrambi molto anziani e ormai non ci sentivano più tanto bene.
«Scegli una carta» urlò lui più forte.
«Ancora? Ma non ti sei stancato?»
«Ti prometto che questa è l’ultima volta. Su, scegli una carta!»
«E se indovini?»
«Se indovino ti prometto che non passeremo mai un giorno senza l’altro.»

Ovviamente indovinò. Anche quell’ultima volta.

stefania coco Scalisi Bio

Stefania Coco Scalisi nasce a Catania, ma presto sente forte il fascino di luoghi lontani. Laureata in Relazioni internazionali, ha vissuto in tante città e tre continenti, per approdare a Bologna, dove oggi lavora. Ha pubblicato racconti per diverse riviste e, nel 2019, il suo primo romanzo, La Democrazia della felicità (Scatole parlanti).

potenza antonio racconto

il giardino di eva

Un racconto di Antonio Potenza
Numero di battute: 2124

Nel centro del paese ruderi abbandonati persistono all’urbanizzazione. Con i loro mattoni di pomice, sembrano cadaveri sbiancati. Le loro pietre raccontano notti antiche. Al loro interno pare proliferi vegetazione primigenia e fichi preistorici, dall’esterno ogni tanto dicono aver scorto Adamo compiere il primo peccato. Ma in paese le voci girano e alla fine si convincono che il fattaccio l’abbia compiuto Eva.

A pochi passi da corso XXIV Maggio, la piccola radura cresce sporgendo oltre i lembi di pietra. Dal marciapiede opposto gli abitanti vedono solo le guglie dei pini. La loro maggior preoccupazione, riguardo il quadrato di terra, è capire di chi sia quel fondo. Non conoscono il termine esatto in italiano, tanto meno conoscono il nome del proprietario.

«Le loro pietre raccontano
notti antiche.»

La questione un giorno arriva persino al sindaco che non trova nessun padrone nell’archivio del paese. Così, libero da qualsiasi potestà, quel giardino diventa terra di conquista. Attorno alle mura del vetusto lenzuolo di terra, s’accalcano i curiosi vantando improvvisamente proprietà nuove e improbabili. Un temerario sfonda la porticina in rame arrugginito, tutti entrano: la vegetazione è cresciuta in un modo apparentemente disordinato ma rispettando il principio di abitabilità, conifere nordiche svettano in alto a fianco a querce altrettanto vertiginose. Di fronte ai loro occhi il sottobosco si arriccia con l’edera, dallo stomaco umido del bosco filtra una brezza umida. E difatti è un brivido alle caviglie ad avvertirli. Si voltano spaventati quando la porticina si chiude con un tonfo.

Grideranno per anni, ma nessuno li sentirà. Rimarranno incastrati, finché fuori non avranno nuovamente da ridire. Passeranno lustri, poi secoli e quell’anfratto arcaico disturberà il decoro plastico dei grattacieli. Altri proveranno a scalarne le mura. Bestie ostinate, entreranno e quelli già prigionieri non saranno più soli. Il solito vecchietto ne spierà le crepe: ma guarda te Eva, dirà.

Ma la verità è che nell’unico giardino della metropoli ho visto Adamo, dice il nonno tutte le volte che mi racconta di quelle vecchie mura vicine a corso XXIV Maggio.

potenza antonio bio

Antonio Potenza (1993) è nato in provincia di Lecce. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, La Nuova Carne, Morel-Voci dall’Isola, Rivista Blam, Suite Italiana, Spore e Lahar Magazine, Il Rifugio dell’Ircocervo. Altri saranno pubblicati da Piegàmi, Voce del Verbo, Micorrize e Formicaleone. È stato editor di Sundays Storytelling. Ha fondato Salmace.

racconto-cattaneo

una mattina insieme

Un racconto di Carlo Paolo Cattaneo
Numero di battute: 2462

Se ne stava sdraiata sotto i pitosfori scottati dal sole nelle ore più calde della mattinata, quando il vento freddo della notte si era placato e la brezza salata e profumata che viene dal mare nel primo pomeriggio non si era ancora alzata e restavano solo l’afa e il profumo acido della resina che colava sui tronchi e la polvere che si posava sulle foglie, e si godeva il fresco dell’erba verde e molto piacevole sul ventre abbronzato e sulle gambe lunghe e delicatamente storte, sul collo dei piedi e tra le dita dei piedi e sull’arco delle clavicole e sul seno piccolo e pallido e carino che si gonfiava a ogni respiro profondo, giocava con gli steli dei fiorellini rosa e blu e sorrideva, e respirava solo un poco affannata mentre il sole le arrossiva le natiche piene e sode e bianchissime appena oltre la linea del costume azzurro, striminzito e madido, e le goccioline di sudore la coprivano dai fianchi fino alla base del collo, profumate e con un buon sapore dolce e caldo e salato per l’olio al cocco su tutta la pelle;

poi rideva solo un attimo e tendeva le dita piccole delle mani piccole, rideva di nuovo e chiudeva gli occhi, e il suo profumo era molto buono e sapeva di cocco e pesche mature, poi si sdraiava sulla schiena con gli occhi nei miei e le belle gambe muscolose distese sul prato,

«Poi rideva
solo un attimo.»

e adesso respirava più velocemente, la schiena iniziava a inarcarsi e la sentivo scivolare rapida e decisa, sentivo le gambe annodarsi e strusciare sull’erba calda e bagnata, e sorrideva con un bel sorriso sulla faccia rossa e piccole rughette bianche raccolte intorno alle palpebre, chiuse e strizzate, con le labbra che si spalancavano e si richiudevano assecondando il respiro irregolare e caldo, dolcissimo nelle orecchie, e la sentivo piccola e carina mentre si agitava, il sole caldo e la pelle bollente e rossa, le cosce forti e le labbra morbide e le mani frenetiche affondate nell’erba; poi rallentava e si fermava e si stendeva sull’erba ancora fresca e verde, le goccioline di sudore sulla pelle rossissima e ancora profumata, e i bei muscoli forti delle cosce rilassati sul mio corpo, intorno alla vita, e respirava piano e sorrideva molto, e sorridevamo molto e stavamo molto bene, ed era una buona giornata per restare abbracciati sull’erba ad aspettare il vento dal mare; e il giorno fu molto buono e caldo e soleggiato, e i giorni successivi furono sempre molto buoni, e fu un anno buono per tutti e due, il migliore che passammo insieme.

bio carlo paolo cattaneo

Carlo Paolo Cattaneo (Milano, 1994). Laureato in Economia Aziendale, consegue un master in Marketing. Vive a Milano. Scrive.

Nicola Paccagnani racconto

cinque mesi

Un racconto di Nicola Paccagnani
Numero di battute: 2327

Cinque mesi oggi, cinque mesi più un’ora. Ne sono sicura anche se l’orologio sopra la porta, quello troppo in alto per me, ha smesso di contarle, le ore.

Cinque mesi e la tv sempre accesa non riesce più a sovrastare il frastuono del tuo respiro corto al telefono, delle parole tronche, delle frasi mai finite. Quei suoni esistono nei miei ricordi, e sono assordanti, inestinguibili.

Dopo cinque mesi, lascio sempre un filo d’acqua scorrere dal rubinetto quando ho finito di lavare i piatti, e non spengo più la luce uscendo dalla camera da letto. A volte mi dimentico di queste piccolezze, e quando poi me ne accorgo mi prende paura, penso che ci sia qualcun altro in casa. Per quei piccoli sobbalzi del cuore, rendo grazie ogni giorno. È in preda a quell’eccitato timore di non essere più sola che vorrei vivere il resto dei miei giorni.

«Quei suoni esistono
nei miei ricordi.»

Ma la casa senza te è un deserto, e così anche tutto il vicinato. Amedeo è bloccato in Inghilterra e non può tornare. A volte telefona, ma io non ho sempre voglia di rispondere. So che non è bello, ma mi spiace troppo non poterlo vedere. All’inizio attaccavo la sua foto all’angolo dello specchio e stavo lì a guardarla mentre mi vedevo riflessa, come negli schermi dei telefonini. Ma la foto continuava a non parlare e io mi sentivo ridicola.

Il pomeriggio che ti sono venuti a prendere, cinque mesi fa, è saltata la corrente in tutto il quartiere. Io sono rimasta sola a osservare il buio e ascoltare il silenzio fino a mattina. Non te l’ho mai detto, ma non ho avuto paura. Ho acceso un cero e ringraziato il cielo che la luce e il calore di casa ti fossero venuti appresso in ospedale.

Da cinque mesi non vedo la tua schiena o tocco le tue spalle. Ma il dispiacere più grande è non riuscire più a sentire il tuo odore sulle camicie. Hanno detto che te ne sei andato, ma io so che non è così.

Da quando ti aspetto, cinque mesi ormai, porto sempre al collo la catenina che tua madre mi regalò il giorno del nostro matrimonio. So che a te non piace vedermi con i gioielli addosso, ma cinque mesi possono essere un tempo lunghissimo quando si è lontani, e io voglio essere sicura che tu mi riconosca.

Ecco, ora suonano alla porta. È la prima volta in cinque mesi. Tipico tuo, farmi aspettare tutto questo tempo, ma non importa, non sono arrabbiata. L’importante è che tu sia venuto a prendermi.

paccagnani nicola foto

Nicola Paccagnani è nato nel 1984. Nella vita ha fatto il musicista, il teatrante, l'assistente scenografo, l’operatore di ripresa e altri mestieri poco remunerativi. Dal 2013 vive a Londra dove lavora, scrive e sta imparando a fare il padre. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Atti Impuri e nell’antologia Il tempo sospeso (Temperino Rosso 2020).

zangaro valeria racconto

e se non si vede

Un racconto di Valeria Zangaro
Numero di battute: 2231

Una sera di ottobre, dopo aver bevuto la sua tazza di camomilla e aver spento l’abat-jour, Marlena scoprì la paura per il buio. Prima di allora si muoveva nell’oscurità di una stanza senza problemi. Persino da bambina non aveva mai temuto il buio, come invece era accaduto al suo fratellino che credeva ai mostri della notte e che, per farlo addormentare, i suoi avevano dovuto installargli in camera una di quelle lampade rotanti che proiettavano al soffitto profili di pesci in mezzo a tante stelline colorate.

Molte volte Marlena aveva provato a rompere la lampada del fratellino. E quando i genitori le avevano chiesto, convinti che la sua fosse solo gelosia, se per caso anche lei desiderasse una lampada proiettore in camera sua, Marlena aveva rifiutato. Non che fosse particolarmente coraggiosa. Semplicemente pensava che se qualcosa non si vedeva allora non poteva esistere, e se la paura non si vedeva allora anche quella non esisteva; perciò non capiva la paura del fratellino e si arrabbiava con lui.

«Semplicemente pensava che se qualcosa non si vedeva allora non poteva esistere.»

Ma quella sera di ottobre di vent’anni dopo, Marlena la vide per la prima volta, lei, la paura: un profilo sfuggente senza angoli, informe ma presente perché toglieva spazio allo spazio, e toglieva aria all’aria nella sua stanza: è così che Marlena la percepì. Eppure, quando accese la luce per vedere meglio, la paura sparì e con essa anche lo spazio tornò quello di prima. E allora spense nuovamente la luce, ché la paura si insinuava lì, in tutto ciò che non era chiaro, riprendendo volume e formando un rivolo di vuoto che avrebbe risucchiato tutto, se Marlena non avesse riacceso subito la lampada; come in effetti fece. Poi guardò verso il letto di Greta, la sua compagna di stanza che, ancora assonnata, le ordinò di spegnere. Ma Marlena, che aveva ancora il dito sull’interruttore, non obbedì.

«Spegni, ti ho detto.»
«Non posso.»
«È per tuo fratello?»
Ma Marlena non reagì.
«Perché non cerchi di dormire?»
«E se lui si sveglia?»
«I tuoi ti chiameranno e andrai in ospedale, ma adesso non ha senso che te ne stai lì a fissare non si capisce cosa.»
Marlena guardò verso l’angolo dove aveva visto la paura. «Il buio.»
«Be’?»
«Dici che possiamo mettere in camera una di quelle lampade per la notte? Ne ho una a casa dei miei.»

valeria zangaro bio

Valeria Zangaro è di origine calabrese. Ha vissuto tra l’Italia e la Germania crescendo da bilingue. Per adesso abita a Monaco di Baviera, ma giura che se ne andrà prima o poi. Si possono trovare suoi racconti su riviste come Neutopia, Narrandom, Altri Animali, L’Ircocervo, Verde, Fantastico!, Voce del Verbo e altre. Ha seguito i laboratori di scrittura della Scuola Holden e si è formata come correttrice di bozze presso Oblique Studio. È redattrice per Rivista Blam.

racconto iacopo russo

iacobus i

Un racconto di Iacopo Russo
Numero di battute: 2491

Ho avuto la sfortuna di chiamarmi Iacopo. In patria tutti rispondevano alle mie email iniziando con: Caro Jacopo. Per lungo tempo non li ho corretti. Mi sono tenuto la rabbia dentro. Ma se io scrivevo Iacopo nella firma, perché loro dovevano rispondere con Jacopo nel saluto?

Poi ho contribuito io stesso alle mie sventure. Mi sono trasferito all’estero, in un Paese anglofono, per studiare Matematica. Nei primi mesi, indeciso se considerarmi espatriato o immigrato, ho pensato di cambiare nome. Di inglesizzarlo, come fanno i cinesi. Jack, Jake, Jacob.

Ho ricevuto un’email che mi negava uno stage. Diceva: Dear Jake, Thank you for your interest. We have received many exceptional applications... Ho lanciato il telefono contro il muro. Poi l’ho raccolto, lo schermo non si era rotto, ho risposto con un’email piena di insulti, tutta in lettere maiuscole.

«State leggendo
un font serif
o sans serif?»

Da quel giorno, ho deciso di andare fiero del mio nome. Ho ricominciato a firmarmi Iacopo. Ma non ha fatto che peggiorare le cose. Gli anglofoni hanno cominciato a pensare che fossi uno distratto. Che fossi uno sbadato. Hanno cominciato a pensare che la I maiuscola fosse una l minuscola. La vedete, la differenza? State leggendo un font serif, o sans serif? Hanno cominciato a pensare che firmassi il mio nome con l’iniziale minuscola. Ho ricevuto email di risposta che iniziavano con: Dear Lacopo. Non ci ho più visto. Ho sbarellato.

Nella cittadina di Cambridge, all’interno del Trinity College, il più prestigioso di tutta l’università, c’è una cappella. L’hanno fatta costruire due regine: Maria ed Elisabetta I, nel Cinquecento. Sul pavimento, sui muri, sui soffitti è pieno di iscrizioni e targhe commemorative. I nomi sono scritti in latino: Gulielmus, Richardus, Ludovicus. Girando un poco, ho trovato anche il mio. È il nome di un re: Iacobus I.

Galvanizzato dalla scoperta, ho pensato che tutti dovessero saperlo. Ho chiesto il permesso alla statua di Newton e alla fine l’ho fatto. Al centro della cappella c’è un enorme organo ad azione meccanica. La sua posizione favorisce l’acustica. Mi sono intrufolato, ho salito le scale, e ho cominciato a suonare. Nel frattempo gridavo, in latino: Iacobus est nomen meum, quod est nomen regem. I turisti, confusi, mi fotografavano.

La polizia è arrivata poco dopo. C’è da dire che gli agenti britannici sono molto cortesi. Mi hanno fatto compilare dei moduli. In ogni casella intitolata Name, a lettere maiuscole, con la cura di chi firmi un regio editto, ho vergato: Iacopo.

bio iacopo russo

Iacopo Russo (1993) è allievo del corso annuale di Scrittura della Scuola Belleville di Milano. Ha conseguito una laurea in Ingegneria dei materiali all'Imperial College di Londra e un dottorato all’università di Cambridge, dove ha condotto ricerche sulla sostenibilità ambientale dei processi manifatturieri. I suoi interessi scientifici e letterari confluiscono in una newsletter che si chiama Il Sistema Periodico ed è ospitata da Substack.

mongiovì marina racconto

falangi

Un racconto di Marina Mongiovì
Numero di battute: 2449

Quell’estate Caterina era stata inghiottita da vicolo Floresta, tra le due e le quattro del pomeriggio. Per noi era la stagione delle canotte sudate e delle croste sui ginocchi. Quando lasciavamo le case, le mamme ci gridavano di stare attenti agli zingari. Il campo era stato sfollato due anni prima ma il sospetto di un ritorno dei Camminanti era sempre in agguato.

Scendevamo verso le campagne, armati di canne e bastoni. Ci addentravamo negli agrumeti colpendo i rami rugosi degli aranci. Trucidavamo lucertole che sotterravamo tra ciuffi di acetoselle e cuscini di borragine. C’era chi si nascondeva dietro un albero e tendeva un’imboscata. Bum! Qualcuno cadeva, qualcun altro rispondeva al fuoco nemico.

Arrivavamo fino al greto del fiume, cercavamo i ciottoli più piatti, li facevamo rimbalzare sull’acqua. Il fiume, in quel tratto, era più sassi che acqua, che scorreva pigra e verdognola. Catturavamo i girini per il solo gusto di vederli agonizzare e, tra il cicaleggio e il gracidare, echeggiavano le nostre male parole.

«Colpimmo
una, due,
tre volte.»

A volte ci spingevamo oltre, fino alle colline di mano di vecchia. Rocce calanchive che l’acqua e il vento avevano modellato per far vedere, a noi bambini, le lunghe e raggrinzite falangi di streghe. Si infilzavano, come radici, a cercare qualcosa che si perdeva al centro della terra. Una volta provammo a scavare, ai piedi di una di quelle colline. Trovammo delle monete di bronzo e dei pezzi di terracotta. Un tesoro che custodimmo gelosamente, sotto un albero di carrubo.

Sul finire dell’estate, partimmo armati di fionde per una battuta di caccia. Sarebbe stata una strage di lucertole e ramarri, i più abili puntavano a passeri e cardellini. La squadra si inoltrava tra ulivi e aranci, marciavamo sopra l’erba alta, incuranti delle macchie di malva e dei campanelli di vilucchio; risuonavano i muri di pietra al passaggio delle nostre armi da guerra. Vicino al fiume il vento scuoteva i salici e faceva fischiare le canne mentre veloci nuvole bianche ci sorvolavano la testa, creando ombre sull’acqua che rifluiva piano.

Tra la ghiaia e i giunchi, Luigi vide una macchia nera. Corremmo tutti in rappresaglia, caricammo le nostre fionde. Colpimmo una, due, tre volte. Ma la macchia era inerme, stava lì da chissà quanto tempo.

Ci ritrovammo, tutti in cerchio, davanti alla preda. I capelli di Caterina si ramificavano come rampicanti. Sembravano falangi di giovane strega conficcate, come radici, nella terra muta.

Mongiovì Marina

Marina Mongiovì (1982) nasce nella provincia etnea poi, per amore, si trasferisce a Palermo. Ha una laurea in scienze della comunicazione, ha cambiato spesso lavoro e collaborato con testate giornalistiche locali. Oggi fa la mamma, scrive racconti e scatta fotografie.

racconto Gianluca Ferrittu

siamo stati felici

Un racconto di Gianluca Ferrittu
Numero di battute: 2492

Pioviggina ancora. Da quando sono arrivati in città non è successo altro che questo e ora le strade sono fradice. L’acqua stagna nei saliscendi dell’Avenida. Francesco porge il braccio a Elisa, ma lei fa finta di non vedere e accelera il passo.

«Andiamo?» dice lei.

Francesco sospira. Il funerale è a São Domingos e la strada per arrivarci gli sembra infinita. Le gocce piombano giù di traverso, gli bagnano la fronte e le mani. Pensa “Che ci faccio qui?”. Si accende una sigaretta e il fumo si mischia all’odore umido dell’acqua sulla strada.

I due poi scendono a Restauradores, con l’obelisco alto e grigio, il cielo coperto. Le nuvole sopra i tetti appuntiti del Bairro Alto tremano. Francesco le guarda ed è quasi contento che stia piovendo. Che l’azzurro brillante di quel posto non ci sia, nemmeno un lembo.

«Cos’è
cambiato?»

«Cos’è cambiato?» chiede Elisa guardando la piazza.
«Hanno rifatto la facciata dell’Altis?»
«Forse.»

I taxi girano intorno alla piazza. Gruppi di turisti si muovono in macchie di ombrelli colorati. Due vecchi arrivano dalla travessa accanto. Un lustrascarpe si appoggia al corrimano metallico del metrò, in attesa.

A Francesco sono rimasti dei ricordi sfocati di quel posto. Una volta in quella piazza erano innamorati, ridevano. Ora vorrebbe dire a Elisa: “È triste ricordare”, oppure “È triste farci caso”. Ma invece dice solo: «Ci aspettano da qualche parte?».

«Direttamente lì.»

Allora si incamminano verso Rossio. Passano davanti al Teatro Nacional. L’altra piazza pombalina è distesa accanto, in alto c’è il granito del Carmo. Il vento arriva dal fiume, gli scuote le giacche scure. Elisa si tocca il ventre, come se ci fosse ancora qualcosa di vivo dentro. Come se la loro tragedia non fosse successa.

Francesco la vede e dice: «Hai freddo?».

Lei scuote la testa. Sarà la pioggia, ma nessuno cammina a Rossio. I gazebo delle padarias si gonfiano bruschi, la chiesa è già oltre l’angolo della praça. Ne scorgono i cornicioni rotondi e alti della facciata e l’albero davanti.

Fuori le persone li riconoscono, li abbracciano. Dicono: «Querido, como estás?». E a Francesco sembrano invece dire: “Perché qui? Perché noi?”. La cantilena dura comunque poco: il portone è aperto e li inghiotte uno a uno. Francesco è l’ultimo della fila. Tentenna un secondo sulla soglia prima di entrare. Guarda l’acqua battere sui lampioni spenti, quello che si intravede di Travessa do Forno. Anche lì siamo stati felici, pensa. Poi da dietro una mano gli afferra il braccio, lo convince a entrare.

bio-gianluca-ferrittu

Gianluca Ferrittu è nato nel 1994 e vive a Lisbona. Oltre che su Pastrengo, suoi lavori sono apparsi su L’inquieto, Tuffi, Risme e ItalianDirectory. Il suo racconto Un lavoro pulito ha vinto nel luglio 2018 il (fu) Premio Treccani Web come eccellenza del giorno in lingua italiana. 

lombardi rizzo racconto

la sorella

Un racconto di Annalisa Lombardi e Helena Rizzo
Numero di battute: 2497

Uscii di casa, passai per via San Giovanni in Porta, gli occhi bassi ai basoli scuri e levigati; in alto le immagini dei quarti di bue fuori dalla macelleria, i motori dei condizionatori, i muri sbrecciati e non intonacati. Tagliai sotto Porta San Gennaro e fui subito a via Foria. Dove sei? Maledettissimo pezzo di stella, cadendo hai colpito il mio cuore, lo sai? – Gigi D’Alessio usciva da una delle finestre.

Mamma mi aveva chiesto di andare a prendere Alessia all’aeroporto. 
Recuperai la macchina – le chiavi mi caddero a terra due volte prima di ingarrare la toppa – e andai verso l’Albergo dei Poveri.
Che aveva da fare a Napoli mia sorella?  

«Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata.»

Alessia, la ricercatrice, con gonna e giacca fin dal liceo. Alessia, che mi faceva fare la serva, mentre lei si teneva per sé la parte della signora quando giocavamo al teatro. Quella che alle feste veniva invitata a ballare da tutti i miei compagni, tarchiata, ma con gli occhi magnetici e un caschetto perfetto di capelli lisci. 
Alessia – che al nostro migliore amico chiedeva: chi preferisci, me o mia sorella? – era anche quella con cui mangiavo il gattò di patate di nonna nel lettone, mentre parlavamo fitto fitto dei maschi. Tutto insieme, tutto mischiato. 
Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata. 

Mentre guidavo, accostai con le quattro frecce accese ed entrai in un bar. Chiesi un bicchiere di plastica e poi andai in bagno. Feci pipì nel bicchiere e rimasi a guardare la cartuccia del test di gravidanza per un eterno minuto. Ecco, le linee c’erano. 
Avevo un calore nel petto che si irradiava, e io me lo volevo prendere tutto, quel calore, ma ora dovevo andare da Alessia. 

«Che cazzo!» mi avrebbe detto, «ma sei pazza? Che ti sei presa a fare una laurea, se poi devi stare a casa a fare bambini?»
Il suo odore, dolce e pungente, già lo sentivo e mi nauseava. Il caldo nella macchina mi mangiava la faccia. «Sei arrivata tardi!» già la sentivo, nella mia testa, sbraitare. Girai la macchina e parcheggiai su un marciapiede. Dovevo camminare. 

M’infilai in via Santa Maria di Costantinopoli, poi mi buttai su via Toledo, percorrendola tutta, a passo svelto, in apnea, e di lì arrivai a piazza Plebiscito e giù fino al mare. Sul molo c’era qualcuno sulle sedie di plastica a prendere il sole. 

Sincronizzai il battito con quella lentezza tutt’intorno, ero madida di sudore. Cercai nella borsa un fazzoletto, le chiavi dell’auto caddero ancora per terra. Restai impalata a fissare quella ferraglia d’argento e mi venne voglia di ridere.

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Annalisa Lombardi si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli e, arrivata a Milano, ha lavorato nell’editoria. Da quando ha quarant’anni lavora nel no profit e scrive. Ha pubblicato un reportage dall’Uganda su Topolino e ha scritto di Pirandello, Kafka, Fenoglio e Saramago per la collana Panoramica Letteratura di Centauria.

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Helena Rizzo si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli ed è docente di Italiano nella scuola secondaria. In passato ha lavorato nel cinema, per lo più come assistente alla regia, per i film, tra gli altri, di Ruggero Cappuccio (Rien va), Stefano Incerti (Gorbaciof), Giuseppe Gagliardi (Tatanka), Alessandro Piva (I milionari), e si è diplomata alla scuola di sceneggiatura Tracce s.n.c.

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la casa che brucia

Un racconto di Giacomo Zibardi
Numero di battute: 2446

Un giorno la casa cominciò a bruciare. Nessuno sa quando. Da quel giorno la casa non ha smesso di bruciare. Un fenomeno incomprensibile che sfugge alla cosiddetta letteratura scientifica. La casa brucia senza consumarsi. I muri, i serramenti, la porta, i pavimenti, la mobilia, tutto sopravvive nel rogo. È la particolare natura di una fiamma perpetua a conservare la casa? O è la natura particolare dei materiali con cui la casa è costruita a conservare la fiamma? 

Comunque nulla, al momento, assicura con dati scientifici inequivocabili che la casa arderà per sempre senza bruciare. Tant’è che, talvolta, piccoli oggetti della casa sono stati trovati combusti, inceneriti. Cose di poco conto, come uno stuzzicadenti.

«La casa brucia senza consumarsi.»

La particolare temperatura delle fiamme che avvolgono la casa, circa ventitré gradi, ha reso possibile trasformare il sito in un’attrazione turistica. Così lo scorso mercoledì mi sono messo in macchina. Dalla città ci vuole un’ora e mezza. Lasciate le strade a scorrimento veloce ci si incunea nella campagna che precede il delta del fiume. Terre senza legge. Un piatto orizzonte agricolo. Adesso che è inverno la nebbia galleggia sopra i campi. Forse l’inferno è fatto così. Pieno di freddo. Non caldo. Un freddo che brucia.

Da qualche parte in mezzo a questo inferno la casa che brucia è un faro di fuoco. Si vede, per così dire, da lontano, e sembra un sogno o un’allucinazione. Da vicino, invece, ha tutto un altro aspetto. È estremamente reale, vera, viva. Due piccole finestre, la porta nel mezzo. Le lingue di fuoco danzano fin sopra il tetto. Hanno un colore ora arancione, ora violaceo, ora blu e giallo.

Siamo un gruppo di sei persone. Ci viene descritta in breve una storiella sull’origine dell’incendio. Prima di entrare bisogna indossare una speciale tuta ignifuga, dei sovrascarpe di feltro, e cospargersi il volto con una pomata. La ragazza che ci guida è molto gentile. Serve a non scottarsi, dice, la visita durerà un quarto d’ora.

Dentro: spazi anonimi. Il tavolo di legno sgraffignato, un piano cottura arrugginito. Dei bicchieri. I colori delle pareti inalterati, bianchi. Tutto è annegato nelle fiamme. Si percepisce un leggero tepore. Il fuoco sembra finto. Una proiezione. Quanto pesa una fiamma? Cerco di afferrarne una. Forse è il mondo che va a fuoco. Forse tutto brucia, ogni cosa, tutto, ogni cosa è preda dell’incendio. Come è possibile sopravvivere nel rogo? Vivere nell’indifferenza della fiamma?

zibardi giacomo bio

Giacomo Zibardi (1993) è nato a Milano. Talvolta vive a Roma per lavoro. Ama passeggiare nei centri commerciali e nei cinema multisala. Altri suoi racconti si trovano su Nazione Indiana.