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abraxas

Un racconto di Francesco Gisolini
Numero di battute: 2477

Leila avrà avuto sedici anni e all’epoca stava con un ragazzetto un po più grandicello. Si chiamava Mathieu, ma avrebbe potuto chiamarsi anche Paul.

Mathieu e Leila un’estate avevano fatto una vacanza in Italia assieme; erano stati a Napoli e sulla costiera amalfitana. L’autunno seguente si sarebbero lasciati. Leila non ricordava il motivo. In verità, si era dimenticata quasi tutto di quegli anni. Tutto, tranne il loro ritorno in Francia dopo quel viaggetto: stavano facendo tappa a Genova, quando, seduti sui gradini del porto, a Mathieu squillò il cellulare. Era sua madre. Suo padre si era suicidato.

Si alzarono dai gradini, girarono a vuoto per la città, passarono una quarantina di volte davanti a Stazione Principe, giunta la sera cenarono in un ristorante e presero il treno.

«Si era dimenticata quasi tutto di quegli anni.»

Mathieu disse a Leila che stava facendo il possibile per simulare la normalità. Lei rispose che non ce n’era bisogno. Lui disse che di suo padre non gliene importava nulla. Leila sapeva che stava mentendo, ma preferì far finta di niente e si addormentarono.

Tornati a casa, Mathieu (che era figlio unico e viveva con sua madre) partecipò al funerale del padre; questi gli aveva lasciato una lettera. La lettera era scritta con una calligrafia aberrante; il padre di Mathieu raccontava di un’imminente apocalisse gnostica, dell’incontro con un emissario di Abraxas, di una sapienza proibita. Come Giuda, il vero messia, morì impiccato.

Leila non partecipò ai funerali. Andò a casa di Mathieu la sera, dopo le celebrazioni. Cenarono con la madre e fu una cena quasi spensierata, poi, mentre lei iniziava a sparecchiare, i due giovani uscirono sul balcone e si sedettero l’uno a fianco dell’altro su un piccolo dondolo.

Mio padre era pazzo, disse Mathieu. Leila l’abbracciò e gli accarezzò la testa. Impazzirò anch’io, disse Mathieu. No, tu non impazzirai, disse Leila. Odio mio padre, disse Mathieu. Leila tacque.

Poiché non sembrava esservi antidoto alla desolazione quella sera, andarono a coricarsi presto. Leila s’addormentò fra le braccia di Mathieu.

Sognò Abraxas. Lo vide terribile come un vero dio, immenso, illuminato da un sole corrosivo. La visione si allargò: non uno, ma infiniti Abraxas, su una piana d’estensione illimitata, sotto infiniti soli.

Al risveglio, Leila se n’era dimenticata.

Altre volte sognò il dio, ma non si ricordò del sogno; e anche se se ne fosse ricordata, non gli diede importanza; e anche se gliene avesse data, non ne parlò con Mathieu, non ne parlò con nessuno.

bio Francesco Gisolini

Francesco Gisolini (1997) è nato a Cantù e vive in provincia di Como. Studia filosofia.

Leibanti paolo racconto

l’assoluzione

Un racconto di Paolo Leibanti
Numero di battute: 2418

Prima che io gli chieda qualcosa, il vecchio parte a raccontare questa storia di sessant’anni fa.

In quel periodo era una camicia nera, ma ci tiene a precisare che non era uno operativo, era solo una specie di impiegato. Per qualche mese era stato anche al Reparto Confessioni, con il compito di redigere i verbali. Il lavoro fisico, come lo chiama lui, toccava a Fredo e Angelo, che di solito lavoravano solo con le mani e un manico di zappa scheggiato. Raramente ricorrevano anche agli aghi, sotto le unghie, alla corrente sui genitali o alle candele sotto i piedi. Altro non ricorda facessero.

Mi dice che nel loro genere erano bravi, Fredo e Angelo, che non erano bestie che godevano a infliggere sofferenze gratuite: facevano giusto quello che serviva per far parlare gli arrestati, o appena poco di più. Non hanno mai ammazzato nessuno, giura, e quasi tutti quelli che sono passati sotto di loro se la sono cavata con quella che oggi chiamerebbero una prognosi di poche settimane.

«Non hanno
mai ammazzato nessuno, giura.»

Lui, il vecchio, scriveva sul suo tavolino, in disparte, e dopo faceva pulizia: passava lo straccio sul pavimento per togliere sangue e saliva, urina e vomito.

Credeva di avere dimenticato quei giorni, ma da qualche mese ha un incubo ricorrente. Sogna di trovarsi in un ampio seminterrato che puzza di muffa e di pelle bruciata, e c’è Guglielmo con un cappio in mano che gli va incontro piangendo. Il vecchio non ricorda che a Guglielmo avessero fatto troppo male, forse qualche pugno o un dito rovesciato, ma il ragazzo finì per fare il nome di un suo vicino, che fu portato in città e fucilato. Dissero che fu per quella storia che Guglielmo un mese più tardi si appese a una trave del fienile, ma in verità era strano già prima, assicura il vecchio.

Ad ogni modo, il vecchio non dorme più per paura di sognare Guglielmo. Lo so, per noi un peccato vale l’altro, però dopo l’assoluzione nel nome di Dio Padre Misericordioso, mi è scappato di dirgli che la remissione dei peccati non significa la fine degli incubi. E infatti devono essere continuati perché lui, una settimana dopo la riconciliazione, in un pomeriggio nebbioso, ha lasciato un biglietto con scritto “Perdonatemi” sul tavolo della cucina, e la testa sui binari della ferrovia che gli corre dietro casa.

Si fa presto ad assolvere, ma adesso sono io che non dormo più. Ogni notte sogno il vecchio che, con la testa in mano, mi insegue piangendo tra i banchi della chiesa.

Leibanti Paolo biografia

Paolo Leibanti nasce in mezzo al Veneto in quello che sarebbe stato il giorno del 136° compleanno di Mark Twain. Appassionato di letteratura, per prudenza sceglie di studiare Economia a Ca’ Foscari. Nel 1996 pubblica su una rivista il primo racconto intitolato “Il primo”. Dopo aver seguito corsi di scrittura e ottenuto qualche riconoscimento per racconti brevi, ora non scrive quasi più, ma evita di intitolare qualcosa “L’ultimo”.

Andrea Bagnasco racconto

la cena

Un racconto di Andrea Bagnasco
Numero di battute: 2335

Matteo chiuse il computer ancora illuminato dal continuo lampeggiare delle notifiche, mentre fuori stava facendo buio. Per una volta, decise che non avrebbe fatto differenza. Le avrebbe ritrovate nello stesso posto la mattina dopo, insieme a molte altre nuove. Aveva bisogno di pensare un po’ a sé, almeno quella sera.

Spalancò la finestra e staccò dalle prese i cavi del portatile e della stampante, svelando al loro posto un’impronta di polvere sul parquet. Liberò il tavolo della sala dalla sua postazione di lavoro, ammucchiando tutto in camera dietro al letto. Poi tornò di là e, vedendo il tavolo vuoto, senza macchine, fogli, cavi, gli sembrò per un attimo di essere tornato indietro nel tempo. Quando quella sala non era un cazzo di ufficio, quando a quel tavolo faceva tardi con qualche amico finendo una bottiglia di amaro, quando con lui c’era ancora Sofia.

Non aveva tempo di lasciarsi andare alla malinconia. Tra meno di un’ora sarebbero arrivati. Scelse sei o sette dischi scorrendo con lo sguardo tra le mensole e li preparò vicino allo stereo. Fece partire III dei Lumineers, poi lo avrebbe messo di nuovo al loro arrivo, era perfetto per iniziare la serata.

«Quando quella sala non era un cazzo di ufficio.»

Quando suonò il citofono, aveva appena finito di preparare la tavola. Gli spritz che si era versato dalla brocca per controllare l’equilibrio tra campari e prosecco avevano già fatto effetto. Non era ubriaco, almeno per ora, ma non era neanche più agitato.

La cena fu ancora più perfetta di quanto avesse sperato. Non ricordava da quanto tempo non avesse parlato tanto. Il suono delle risate che riempivano la stanza sembrava arrivare da un altro mondo, così lontano dal silenzio e dalle luci azzurre delle finestre al di là della strada. Aveva talmente bisogno di divertirsi, di ricordare come fosse bello viaggiare con gli amici, come fosse piena la sua vita prima che quella casa diventasse la sua prigione, con il collo sempre più piegato in avanti verso lo schermo e gli occhi sempre più indeboliti.

Era da due settimane che aspettava quella cena. Da quando aveva visto quel banner, una sera come tante.

FRIENDS-TO-GO! Tu ci dai l’accesso ai tuoi social per prepararci, noi ti mandiamo a casa per cena i migliori amici che tu abbia mai avuto! Fai presto: se prenoti entro aprile, il terzo amico lo offriamo noi!

Non aveva creduto che potesse funzionare davvero.

Bagnasco Andrea bio

Andrea Bagnasco (1982) è nato a Genova e lavora nell’ufficio legale di un’azienda a Milano, dedicando più tempo possibile a famiglia, viaggi, libri, sport e musica. Da sempre appassionato di scrittura, ha lavorato nella redazione di una radio e ha pubblicato numerosi articoli e recensioni in ambito musicale. Suoi racconti sono stati pubblicati su Rivista Offline e Grande Kalma.

irene pavan racconto

vetri rotti

Un racconto di Irene Pavan
Numero di battute: 2493

Raccolgo i vetri dal pavimento tenendo dentro i denti bestemmie rivolte a un dio che da anni non trovo più. Guardo l’ora, più per un’abitudine che per una necessità, i minuti sono tutti uguali e a contarli non è più un orologio, ma la lista delle medicine, il cambio del pannolone, la minestra da mettere sul fornello, da far ingoiare.

Era iniziata con un panino nella vasca da bagno, la scatola per formiche tra i piatti e la vicina seccata per la biancheria lasciata sul pianerottolo. All’inizio, mandi a quel paese la megera e ti fai una birra con il vecchio che ha ancora gli occhi che ridono, come se quelle fossero solo bravate.

«Era iniziata con un panino nella vasca da bagno.»

Con i giorni però anche la strada per arrivare al bagno diventa lunga, piena di insidie. Lo trovo così una sera come tante, a terra con i pantaloni bagnati a gridare che è colpa del tappeto, che lui lo sapeva dove si trovava quel maledetto cesso, ma il tappeto non l’aveva fatto passare. Quella volta non l’ho buttata sul ridere, l’ho aiutato a cambiarsi, voltando la testa per pudore.

Sistemo il bidone e torno dentro, chiudo la porta, viviamo prigionieri dei nostri muri che ci proteggono da un mondo pieno di pericoli: la strada trafficata, i corridoi delle cantine, qualsiasi posto è potenzialmente vasto e basterebbe per perdersi per un’ora o per sempre, non avrebbe importanza.

Il sole stamattina è sorto su una giornata sbagliata, di quelle in cui i colpi che prendi fanno male per ore. Incassata la sua rabbia, sono andato in cucina, ho preso del vino in tetrapak. Il vino scadente nel bicchiere di carta è come la piscia, mi ha detto. Hai ragione, ho risposto. È andato in camera mia e ha preso dallo scaffale in alto il boccale dell’Oktoberfest. Mio figlio se n’è andato anni fa, a lui non serve più. Hai ragione. Abbiamo bevuto il vino acido, poi lui si è spento in quelle pause dal mondo che ama prendersi, ho continuato da solo, sperando di ubriacarmi. Ho chiuso gli occhi, non so per quanto.

Svegliato da un tonfo, ho sperato che, se era il bagno la destinazione voluta, fosse riuscito a trovarlo. C’erano dei vetri sul pavimento, lui li guardava dispiaciuto. Si è scusato per il bicchiere, il mio bicchiere, per quell’ultima festa e per tutte quelle a cui avevo rinunciato, per le persone che non vengono mai a casa nostra, per quei giorni che marciscono la vita sua e mia. Le parole gli sono uscite come in un soffio, come in un sogno, così leggere che forse le ho solo immaginate.

Ho preso per mano mio padre e l’ho accompagnato a cambiarsi.

pavan irene

Irene Pavan è una scrittrice notturna, una lettrice compulsiva, una ricercatrice di ricordi smarriti. Scrive per una rivista di cultura e storia locale, cura presentazioni letterarie, prepara testi per reading teatrali, scrive racconti. Ha pubblicato il romanzo storico Solo per dirti addio (Nuovadimensione 2016), ispirato a una storia vera.

Federico Ciriminna racconto

lucciole

Un racconto di Federico Ciriminna
Numero di battute: 2489

L’unica volta in cui ho capito davvero cosa fossero le lucciole fu una notte, in un agriturismo su una collina in Liguria, ne vidi talmente tante che sembravano un’unica grande entità che mi circondava, facendomi sentire parte di essa. In passato mi era capitato di vederne qualcuna nel giardino di casa mia, ma non era la stessa cosa, prese singolarmente sembravano solo delle piccole lucine casuali, senza un vero scopo.

Ero in quell’agriturismo con una ragazza che avevo conosciuto un paio di settimane prima, e dato che ai tempi vivevamo entrambi con i genitori e non avevamo mai casa libera, avevamo deciso che al posto di andare in un motel per passare la nostra prima notte insieme, sarebbe stato meglio un agriturismo immerso nel verde dell’entroterra ligure. Eravamo da poco rientrati da una cena e nel parcheggio avevamo notato l’enorme quantità di lucciole.

«Ma quante sono?» disse la ragazza guardando la valle sotto di noi.
«È impossibile contarle tutte» risposi di getto.
Ce n’erano talmente tante che mi convinsi arrivassero fino all’altra collina.

«È impossibile contarle tutte.»

«Perché non dormiamo qui, stanotte?» mi chiese.
«Qui?»
«Sì, portiamo il telo, una coperta e dormiamo sul prato.»
«Non credo che si possa, e poi ci sono le zanzare.»

Era tutto così bello che sarebbe stato davvero magnifico dormire lì fuori, avrebbe reso quella nostra prima notte indimenticabile. Tuttavia, sentivo che qualcosa mi frenava, era un passo un po’ troppo grande per quello che era il nostro rapporto. Se poi non ci fossimo più visti? Non avrei voluto avere il ricordo di un momento così magico passato con una persona che avrei potuto non vedere più dopo quell’esperienza.

«Ma dài, sono tutte scuse, andiamo a prendere le coperte.»
Sentivo il suo sguardo penetrarmi negli occhi attraverso l’oscurità, il cuore cominciò a battermi forte.
«Io dormo in camera» le dissi in tono perentorio.
«Davvero?»
«Sì.»
Ci fu qualche secondo di silenzio in cui l’unico suono udibile era il frinire dei grilli.
«Io dormo qui, invece» disse.

Andammo in camera insieme, lei prese tutte le sue cose, compresa la valigia, e fece per uscire.
«Perché le porti via?» le chiesi.
«Non mi fido» disse sbattendo la porta.

Mi sdraiai sul letto e fissai il soffitto finché non mi addormentai. La mattina dopo, non vedendola in camera, uscii di corsa e perlustrai tutto il prato lì intorno. Non c’era, così andai in reception e chiesi di lei.
«È partita stamattina in taxi» disse la receptionist.

Quella fu l’ultima volta in cui vidi così tante lucciole intorno a me.

Ciriminna Federico bio

Federico Ciriminna è nato a Varese nel 1989. Nel 2020 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio Vicina (Epoké). Si è laureato in Televisione, Cinema e New Media alla IULM di Milano. La sua prima esperienza lavorativa è in televisione, a RTI, come story editor per la fiction di Canale 5. Ha lavorato anche per il Piccolo Teatro di Milano. Ha aperto una newsletter dal nome Frammenti in cui pubblica microracconti e microsaggi.

racconto Michael Furey

lcb

Un racconto di Michael Furey
Numero di battute: 2487

Noncurante del freddo, aspetto alla fermata deserta dell’autobus. Ho riposto il rullante e i piatti della batteria sul muretto in pietra che divide la strada dalle colline circostanti, mi stringo nel cappotto ed emetto in silenzio nuvole vuote di vapore. Il mio sguardo riposa sugli ulivi torti più avanti, che appena trapiantati stanno ancora attecchendo. Essere in ritardo è il suo modo per costringere le persone cui tiene a rimuginare durante l’incertezza dell’attesa.

«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»

In una cerata blu troppo grande per lei, Lindsay balza giù dal 7, fondendosi con la sera. Il suo viso esibisce con sincerità quattordici ore di volo, racchiuse negli occhi limpidi orlati di rosso. Sovrastata dalla custodia della sua chitarra baritona, non ha nessun motivo per essere così bella.

«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»

«Sei in ritardo, anzi, siamo in ritardo. Dobbiamo sbrigarci, ci stanno aspettando.»
«Alright», mentre gira una sigaretta. «Possiamo fare un line check
«Sì, forse, quanto tempo ti serve?»
«Il tempo che abbiamo, Giovanni. Jesus…»

Il ghigno biondo e affettuoso mi fulmina, le rubo del tabacco e mi siedo sul muretto accanto a lei. «Ti trovo bene. Come stanno Draco e Natalie?»

«They’re doing amazing, hanno aperto un locale a Cloverdale. Devi tornare qualche volta, mi chiedono di te.» Tira fuori un biglietto da visita con una risata. «Io sono una businesswoman adesso!» Materiali edili ecosostenibili, Windsor, CA. «E tu come stai a Firenze? Non sembravi allegro al telefono.» Mi fissa.

«Sto cercando di diventare una persona seria», senza guardarla.
«Un accademico noioso, ahn?» Un tiro di sigaretta scopre il tatuaggio sul polso. «Hai portato le piante dall’appartamento? Ricordati che Camilla è mia, she’s my little baby
«Dobbiamo davvero muoverci adesso» faccio alzandomi.
«Ok, dove andiamo?»

La strada sterrata scollina in discesa, ingoiata nel buio delle poche case spente ai suoi lati. Solo i bassi di una playlist ci guidano verso il seminterrato della Badia Fiesolana. Avventori abituali e fannulloni sorseggiano birre vantando conoscenze ancora incerte. Maarten ci viene incontro fendendo la calca, e mi grida all’orecchio che il palco è lì. Montiamo senza fretta, mi siedo tra aste e cavi, sfrego il legno delle bacchette tra le dita. La guardo, sul suo sgabello, collegata all’amplificatore. Attendo di nuovo. Sempre. E dalle sue viscere si leva una cantilena scura e primordiale, che ultraterrena custodisce tutto ciò che è sempre stato.

«Hey, ti ricordi ancora come si fa?»

bio Michael Furey

Michael Furey è uno pseudonimo che nasce a Roma nel 2008. Da allora legge, scrive, ma per lo più attende.

tradii lucia racconto

alba

Un racconto di Lucia Tradii
Numero di battute: 2497

Aprì gli occhi e fu subito certa che aveva smesso di piovere. Il gallo non aveva ancora cantato, ma dalle piccole fessure tra le tapparelle trapelava il filtro grigiastro dell’alba. Il marito, al suo fianco, russava; la sua grossa pancia si muoveva su e giù, come se fosse una marea. Lei la guardò, quella pancia coperta dalla maglietta lurida, e avvertì il desiderio che il ritmo del respiro si interrompesse. Ma quella sporca pancia continuava a muoversi, incurante, innocente eppure colpevole.

Lei si alzò in piedi, si tastò nell’oscurità in cerca della consistenza familiare del pigiama; non trovandolo si ricordò di essere andata a letto con addosso il vestito buono della domenica. Allora infilò solo le scarpe e andò in cucina.

«Il marito, al suo fianco, russava.»

Lì non voleva guardare lo spettacolo triste che era diventato il tavolo, guardò invece davanti a sé: con tutto il trambusto della sera prima si era dimenticata di abbassare le tapparelle e dalla finestra si vedeva il campo, e più in là il bosco, e più in là ancora le alte montagne. Calpestò i frammenti dei vetri e i cocci prima di raggiungere la porta. Rimase in attesa per un lungo istante. La freddezza della maniglia le si sparse sulla pelle, le avvolse la mano come un guanto. Dalla camera da letto giunse il russare di lui.

Fuori il sole stava raschiando di rosso il cielo. L’erba, fradicia di rugiada, le bagnò le scarpe di cuoio, annerendole. Il giallo splendente del tarassaco in fiore era quasi accecante. Anche le viole erano sbocciate, belle e delicate nei loro gambi sottili. Si ricordò che sua madre era solita strapparne una e gliela passava sugli occhi, disegnando tante piccole croci, cantando: viola, viola di primavera, dammi luce per vedere. Lei rideva, con gli occhi chiusi, sentiva di poter conquistare il mondo.

Iniziò a camminare. Il sole illuminò completamente il campo, che riacquisì ovunque i colori, come un tappeto che viene scosso dalla polvere. Lei continuò a camminare, evitando le merde dei daini e le fosse scavate dai cinghiali. Quando arrivò sul limitare del bosco si voltò indietro. Immaginò lui nel letto che allunga un braccio, chiama il suo nome e non la trova, gli occhi rossi pieni di cispe.

In cielo comparvero in volo due poiane. Viaggiavano vicine come due vecchie amiche. Lei alzò una mano e gridò: ciao! Una poiana in quel momento sbatté le ali, un movimento ampio e lento. Le venne da ridere, poi cercò di ricordare quando era stata l’ultima volta che aveva riso. Entrò dentro il bosco senza più voltarsi indietro.

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Lucia Tradii (1994) nasce e cresce sui monti dell'Appennino bolognese. Ha studiato Lettere moderne e Italianistica presso l'università di Bologna. Ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie Malgrado le mosche, Quaerere, Voce del verbo e La seppia.

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descrizioni selvagge di atti carnali

Un racconto di Matteo Quaglia
Numero di battute: 2451

1. La stamberga della pazza va a fuoco la notte tra la Vigilia e il Natale. Per fortuna la pazza è morta in novembre, e come tutti quelli che muoiono in novembre, se n’è andata senza doversi preoccupare dei regali natalizi. 

2. In verità la pazza non ha mai avuto problemi, con i regali di Natale. Quello con i problemi è sempre stato suo figlio, il quale, da molti anni, le propinava certi quaderni pieni di racconti scritti di suo pugno. 

3. Più che racconti, erano liste della spesa. Ma, al posto di alimenti e bevande, contenevano quelle che, a prima vista, parevano descrizioni selvagge di atti carnali. 

«Più che racconti,
erano liste della spesa.»

4. Una madre può accettare tutto, tranne che il frutto del proprio seno sia un debosciato. 

5. Più di tutto, una madre non può tollerare facili sentimentalismi. 

6. Quando la stamberga va a fuoco, il figlio della pazza è in strada, poco distante. Si chiede cosa sia la vecchiaia, se non il ricordo di una madre che va in fumo nella notte. Appunta il pensiero nel quaderno di racconti, anche se non ha più nessuno a cui regalarlo. Si avvicina alla stamberga e getta il libretto tra le fiamme. 

7. Poi, l’uomo se ne torna al Centro accoglienza in cui è ricoverato dall’ultima sbronza feroce. 

1. La mattina, uno sbirro con i baffi si presenta al Centro. Chiede di parlare con il figlio della pazza. 

2. Lo sbirro ha bevuto fino a tardi. Ha tirato l’alba. Mentre parla, teme che il suo alito possa tradirlo. Per questo, parla con la bocca chiusa. Ne escono fuori parole abbozzate. L’uomo non è mai stato un ventriloquo, e non imparerà di certo ora. 

3. Il figlio della pazza si tira su i pantaloni e va a parlare con lo sbirro. Per tutta la notte ha sognato fiamme e incendi e notti di freddo terribile e incandescente. 

4. Con il suo modo di parlare a mezza bocca, lo sbirro dice al figlio della pazza che ci sono aggiornamenti sulle indagini dell’omicidio. Dice sul posto abbiamo trovato un quaderno con descrizioni selvagge. Atti carnali. Quella roba lì. Dice la terremo aggiornata. Poi lo sbirro si massaggia le orbite e se ne va. 

5. Il figlio della pazza torna in branda. Pensa alla madre. Si chiede se anche lei, leggendo i racconti che era solito donarle, pensasse a cose indicibili. Si chiede perché l’arte debba essere sempre fraintesa. Perché la verità debba essere fraintesa. Dice una preghiera per sua madre. Mamma avrà capito che i suoi erano racconti d’amore. Poi si addormenta sognando la vecchia stamberga, di cui ormai non ricorda nulla.

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Matteo Quaglia è nato nel 1988, in un piccolo paese del Nord Est d’Italia. Appassionato di libri fin da bambino, acquista periodicamente nuovi scaffali su cui appoggiare la sua passione. Suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Narrandom, Bomarscé, Altri Animali, Rivista Blam, inutile e su antologie. Attualmente, sta lavorando a un romanzo.

racconto silvia roncucci

cliché

Un racconto di Silvia Roncucci
Numero di battute: 2486

Livia getta l’accappatoio su una sedia sbuffando, ed entra in acqua. Dieci minuti che le fanno segno di tuffarsi, ma Ricky le sta attaccato come un cane all’osso. Da settimane prova ad ammorbidirla con fiori (subito respinti), messaggi (senza risposta), piccole sorprese (inutili).

Ricky sa che la colpa è del suo mestiere: un bagnino deve essere per forza uno sciupafemmine. Anche se all’inizio erano le donne a cercarlo; lui dispensava sorrisi timidi e l’abbronzatura nascondeva quanto era imbranato. Ignoravano che il piccolo Enrico era stato un sedano dinoccolato, una cacca brava solo a galleggiare, o almeno così si sentiva, e che il duro lavoro lo aveva reso Ricky, imbattibile tra le vasche di una piscina e le cosce di una femmina.

Quando Livia esce gli occhi di Ricky indugiano sulle sue gambe snelle, il seno ancora sull’attenti. Le vecchie efelidi si confondono con le macchie solari. I capelli bianchi non si vedono sotto la cuffia. Le vene varicose sì, ma tanto ce le ha anche lui.

«Un bagnino deve essere per forza
uno sciupafemmine.»

Ricky si alza, passa una mano tra i capelli radi, tira in dentro la pancia e si avvicina.
«Che fai sabato?» domanda a Livia.
«Sto con i miei nipoti.»
«Venerdì a cena?»
«Preparo la cena ai miei nipoti.»
«E prima?»

Lo sguardo seccato di Livia è infiacchito dalle occhiaie. Non dorme più. È difficile abituarsi alla solitudine quando per cinquant’anni sei stata la metà di una coppia.
«Vado al cimitero.»

Ricky abbassa gli occhi mentre Livia e le amiche sfilano via. Il vecchio nuotatore non riesce proprio a vincerla questa gara. Dall’agosto del ’73, quando vide una ragazza bianca come il sale con in testa un foulard albicocca, avvolta in un vestitino azzurro, mettere un piede nella sabbia torrida e subito ritrarlo, per poi saltellare malamente fino all’ombrellone di sua zia e, una volta lì, sdraiarsi senza togliersi i vestiti e immergersi in un libro. Era appena arrivata da Roma per restare una settimana, diventata per sempre.

«Aspetta» dice Ricky mentre ripensa agli approcci biascicati, a quelli morti in bocca, a tutte le volte che l’ha guardata da lontano. «Posso accompagnarti?»

Livia non capisce come riesca a continuare a scherzare. La ragione le suggerisce che la vecchiaia gli ha fatto perdere solo il pelo mentre lei, insegnante di Matematica per una vita, dovrebbe continuare a usare la logica, come sempre.

Poi lo guarda e prima di parlare fa un gran sospiro. Le amiche si fermano, il cuore di Ricky pure. Un «può darsi» e un sorriso stanco di Livia abbattono anche l’ultimo cliché. 

roncucci silvia bio

Silvia Roncucci si divide tra il lavoro di insegnante e quello di guida turistica. Alcuni dei suoi racconti sono stati pubblicati su Offline, Malgrado le mosche, Il foglio letterario, Lorem Ipsum e Belleville news. Combatte quotidianamente con la dipendenza dalla crema di pistacchio, una figlia testarda, un marito polistrumentista e un gatto che adora saltare sulla tastiera del computer mentre lei scrive. 

cerri filippo

storia infame del dr. la rouge

Un racconto di Filippo Cerri
Numero di battute: 2463

Ti hanno visto ballare con gli occhi dell’invidia, Dr. La Rouge, quando ti scalmanavi cuore a cuore con la bella Hélène, che per oscuri rigiri genealogici ti era anche parente e che morì a vent’anni di rara e impensata malattia.  

Tu invece la vita l’hai vissuta fino a svegliarti la mattina e non riconoscere il vecchio che rimanda indietro lo sguardo, fino a sputare in faccia allo scherzo che ti fa lo specchio ogni giorno di più. Invecchiano anche i geni, questo lo scienziato lo capisce ma l’uomo non può sopportarlo. Avendo avuto tutto dalla vita, cosa volere ancora... Morire non t’è forse concesso?

Ma tu non hai voluto. Hai sussurrato, al culmine della disperazione: dove non può la scienza, venga qualcos’altro. E così della morte hai cercato il nome segreto. L’hai trovato a margine di libri proibiti, in bocca a uomini maledetti. Per combattere il tempo, rincorrere la giovinezza perduta hai dato fondo al tuo talento, esplorando il fondo di biblioteche dimenticate da Dio. E sei riuscito, perché così fanno i geni.

«Dove non può
la scienza, venga qualcos’altro.»

Hai rivisto, sull’orlo di uno dei tuoi deliri, la bella Hélène, giovane come allora, e così l’hai rivoluta. Quelli stessi che ti videro ballare, che per te ebbero invidia, ti hanno visto stavolta con gli occhi dello sbigottimento, cercare di ridare vita ai morti, giù al cimitero. Sono cose che non si fanno da queste parti, tra persone perbene.

Ma a te importava solo riavere Hélène, e con lei il sogno della tua giovinezza. Hai dettato nuove condizioni a lei che era morta da un pezzo. Sei sgattaiolato nottetempo fuori e te la sei ripresa. Dopo averla cercata in ogni ruga, l’hai ritrovata lì dove l’avevi lasciata, sotto tre metri di terra. L’hai riportata a casa e con parole antiche, le hai ridato vita.

Diglielo in faccia adesso a Hélène quanto la ami, in quel viso albergo di vermi, guardala là dove c’erano gli occhi, in quella tana di talpa dove un tempo stava comodo un cuore. Non la sopporti la vista di questa bambola fatale che allunga le braccia verso di te, che ti vuole baciare che ti chiama amore e che ti rende inabitabile la casa. Cosa pensavi sarebbe successo, Dr. La Rouge? Il tempo passato va lasciato là dove lo abbiamo perso.

Non c’è più altro da fare. Dal cassetto estrai il coltello, la lama cerca il polso. Scavala questa vena, Dr. La Rouge, cercaci dentro il segreto che ti tiene in vita. Questo è l’unico modo. Solo così, adesso capisci, sarai finalmente felice. Libero, per sempre, dal male e dal tempo. 

cerri filippo bio

Filippo Cerri (1991) vive a Orbetello. Collabora con un’agenzia video con cui realizza prodotti audiovisivi. Ha pubblicato racconti in alcune riviste letterarie (Split, In fuga dalla bocciofila) e in antologie curate da Effequ.