Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Category Archives: Rivista


racconto giuseppe marrone

mio fratello e lapocalisse

Un racconto di Giuseppe Marrone
Numero di battute: 2469

La prima volta che incontrai mio fratello, mi disse che il mondo sarebbe finito. Lo avevano appena cavato fuori dall’incubatrice.
Nell’inquietudine suscitata dall’annuncio, ben visibile sul volto di tutti, il medico di turno volle tranquillizzarci. La precocità linguistica del piccolo sconfinava nel paranormale, ma a conti fatti non c’erano motivi per allarmarsi.
«E la fine del mondo?» domandò papà. «Le sembra normale che ne parli?»
Non ricevette risposta.

Lo chiamarono Luca.
Un’occasione sprecata. Poteva essere il primo caso al mondo di neonato che sceglie il proprio nome.

«E la fine del mondo?»

Seguirono lunghi, strani anni. Più strani che lunghi, a esser sinceri. E non furono anni felici.
Per quanto lo pregassimo di smetterla, Luca condiva con dispettoso compiacimento ogni giornata con le sue apocalittiche profezie. Una tragedia svegliarsi la mattina e aggiungere al pensiero della scuola la sua vocina già più matura della mia che mi ricordava la fine imminente.
E poi le profezie quotidiane… Non per forza tragiche, ma fastidiose, da manicomio.
Cominciò coi Mondiali 2010.
«Ultimi nel girone» annunciò.
Io e papà protestammo. Eravamo campioni in carica, diamine!

Da quel momento fu un continuo.
Quando scoprii il mondo delle scommesse, pensai di aver fatto centro. Ma, come poteva prevedere i risultati delle partite, Luca poteva prevedere anche che avrei speculato sul suo dono, e si divertì sei mesi a fornirmi gli esiti sbagliati, finché non seppe che mi ero arreso.

Come regalo per i miei quindici anni, cominciai a vedere uno psicologo.
Come regalo per i suoi sette, Luca cominciò a vedere un prete. Si sperava di fargli sputar fuori il diavolo o il santo che portava in corpo. Ma sapeva recitar bene, tanto che alla fine il prete consigliò a mamma e papà di farsi pure loro un giro dal mio psicologo.
Raccolsero il consiglio.

Un pomeriggio che ci lasciarono soli, lo inchiodai in un angolo con l’intenzione di dargliele di santa ragione.
«La devi finire» gli urlai. «Non è vero che prevedi. Tu non prevedi niente.»
Luca mi fissava.
«Hai presente gli elastici?» mi domandò.
«Gli elastici?»
«Il tempo è come un elastico. Si tira e si stinge, può sembrar lungo, può sembrar corto. Eppure, sempre dello stesso elastico si tratta. Io non prevedo. Vedo l’elastico nella sua interezza, so che un giorno si spezzerà.»
Mi prese la mano chiusa a pugno.
«Se ti concentri» mi disse, «puoi vederlo anche tu, il tempo.»

E lo vidi davvero, come un elastico che si tira e si stringe, che prima o poi si spezza.

bio giuseppe marrone

Giuseppe Marrone (Sorrento, 1996) studia Filologia Moderna all’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha partecipato alla traduzione dal latino del Regimen Sanitatis Salernitanum, poi pubblicata in Naturalmente sani. Il nuovo Regimen della Scuola Medica Salernitana (EUTòPIA, 2017). Ha pubblicato le raccolte di poesie Sulla riva (Oèdipus, 2018) e Gesta barbarorum (Ensemble, 2019).

racconto costanza ghezzi

non basta un piumone

Un racconto di Costanza Ghezzi
Numero di battute: 2430

Dopo la festa quello che sarebbe stato il mio futuro marito mi portò a casa sua. Avevo bevuto molto, anche lui credo. Non ricordo quasi nulla.
Fine anni Settanta. Credevamo nella rivoluzione, indossavamo l’eskimo come reduci.
Io lo dovevo condividere con mio fratello, la taglia era la sua.
Il prof di Filosofia, in un mattino grigio di marzo arrivò in classe con la notizia del rapimento di Moro.
Il mio compagno mi guardò incredulo, esultammo dal penultimo banco: pieno sostegno alle BR. Non sapevamo di essere stati fregati.

Ascoltavamo musica, scazzavamo di politica.
I ragazzi facevano gli spiritosi.
Le ragazze bevevano forte e finivano con tutti.
Vomitavamo a turno.
Noi, gli invincibili, sulle note di Vedi Cara.
Sarei rimasta a dormire nel casino. Lui si oppose perché non si fidava.

Una casa ricca, una casa calda anche di notte.
Estrasse il letto dal cassettone. La stanza era piccola, e ci si muoveva a fatica. Sopra la mensola c’era un sax di ottone ossidato. Suonava: chitarra, armonica, flauto. Pensava di essere bravo ma io non ero in grado di giudicare.
Mettemmo il piumone dentro il sacco profumato di ammorbidente, mia madre lavava ancora con il sapone di Marsiglia.

«Ascoltavamo musica, scazzavamo
di politica.»

Era la prima volta che vedevo un piumone: una nuvola caldissima fatta di leggerezza. Sua madre era tedesca.
A casa mia dormivo con le coperte abruzzesi, pesanti e ruvide, color merda di mucca a fiori bianchi. Entravo nel letto gelato, mi svegliavo ancora più infreddolita e indolenzita. Mamma le aveva comprate all’Aquila, credeva di avere fatto l’affare della vita.
Il piumone fu una scoperta.

Mi addormentai.
All’una fui svegliata. Lui parlava nel corridoio con la madre: «Letizia è rimasta a dormire da noi. Era tardi e non ho potuto avvertire…».
Sembrava incazzata.
Faticavo a svegliarmi: il caldo mi avvolgeva. Quando rientrò gli dissi che volevo andare via, non volevo incontrare i suoi.

Mi accompagnò a casa con la Diane rossa; l’unico del gruppo ad avere una macchina di proprietà.
Avevo in bocca lo strano sapore dell’alcol.
In bagno trovai le mutande sporche di sangue. Avevo avuto il mio primo rapporto. O forse qualcosa di simile. Non con lui. Doveva essere stato con quello che aveva la barba alla Che, i denti bianchissimi. In più si sbronzava con classe.
Dopo pranzo giocai a tombola.

Lo sposai, quello del piumone, tre anni dopo. Mi ero innamorata del piumone e del caldo di casa sua.
Andò male.
Non basta un piumone a sostenere l’amore.

ghezzi costanza

Costanza Ghezzi vive, legge, scrive e lavora ad Albinia, nella Maremma toscana. Lettrice insaziabile e editor, collabora con autori e autrici locali. Ha fondato un’agenzia letteraria, Thàlia, dando voce a un sogno. Crede nei Diritti umani ed è impegnata nel Centro antiviolenza della Provincia.

giotti-adriano-racconto

lo spiazzo dietro laniene

Un racconto di Adriano Giotti
Numero di battute: 2497

Mentre camminiamo, lo zaino inizia a pesarmi sulla schiena, ma lui non fa cenno di prendermelo. Nessuno nel quartiere osa alzare lo sguardo su di lui. Il mio amico Michele l’altro giorno mi ha detto che mio padre è l’invidia di tutti, non ce l’ha nessuno un padre figo come il mio. Non gli ho risposto che spesso non ce l’ho neanche io, un padre come il mio. Mentre camminiamo sento che gli squilla il cercapersone. Succede sempre quando stiamo assieme, ma stavolta non risponde. Mi carezza la testa e mi spinge dentro un bar.

Prendi quello che vuoi, mi dice.
Ci sediamo al bancone, c’è odore di pastarelle. Io prendo un tramezzino tonno e uovo, lui una Peroni da 66. Mi guarda mangiare, mentre beve la sua birra. Il cercapersone gli squilla di nuovo. Persino il barista glielo fa notare, ma mio padre dice che non fa niente.

Mi porta allo spiazzo. Quello dietro l’Aniene, vicino a dove fa la curva. È il suo posto preferito. Non c’è niente, solo erba e palazzi in lontananza. Una volta mi aveva raccontato che c’era una roulotte, ci viveva un pazzo dentro. E un giorno morì bruciato perché si addormentò con la sigaretta accesa.

Togliti lo zaino, mi dice.
Lo tolgo, lo butto sull’erba.
Togliti anche il giubbotto, mi dice.
Ubbidisco.
Spicciati, vieni qua, mi dice.

«Adesso colpiscimi.»

Mi fa vedere come mettermi in posizione, la gamba sinistra sempre più avanti della destra per poter colpire con il destro. Mi insegna il gioco di equilibrio. L’uno di fianco all’altro, mi sento la sua copia in miniatura, mi chiedo se diventerò mai forte quanto lui. Il suo bicipite è grosso quasi come la mia testa.

Adesso colpiscimi, mi dice.
Lo colpisco dove arrivo. Alla bocca dello stomaco. Mi faccio male alla mano.
Riprovaci, mi dice.

Gli viene da ridere mentre lo colpisco di nuovo. Mi fanno male le nocche, mentre mi ripete di colpirlo. Poi mi prende la faccia con la mano e mi allontana. Mi ripete di colpirlo, ma le mie braccia mulinano senza andare a segno, non c’arrivo, è troppo lungo il suo braccio. La sua mano sa di ferro e di sporco. Provo a morderla, lui la solleva all’improvviso e io perdo l’equilibrio e cado a terra.

Alzati, mi dice. Spicciati.
Mentre mi rialzo, mi scaglio contro di lui, che si sposta, ci riprovo, ma si sposta di nuovo.
Concentrati cazzo, mi dice, sto qua davanti a te.

Mi afferra di nuovo per la testa. Stringe. Sento le sue unghie cacciarmisi dentro la pelle. Urlo. Ma lui non la smette. Gli vedo gli occhi, lo sguardo lontano, freddo.
Fino a quando il cercapersone squilla di nuovo. E lui molla la presa.

giotti adriano bio

Adriano Giotti (1984) è nato a Firenze ma vive a Roma. Laureato in Teoria della comunicazione e Master in Scrittura alla Scuola Holden. Il suo cortometraggio Mostri è stato selezionato nella cinquina dei David di Donatello 2017. Il suo primo lungometraggio Sex Cowboys ha vinto il premio come Miglior Film Italiano al RIFF – Rome Independent Film Festival. Sta finendo di scrivere la sua prima raccolta di racconti, storie che al cinema non gli farebbero mai girare.

ferriteno racconto

canto di natale
al tempo della catastrofe climatica

Un racconto di Maurizio Ferriteno
Numero di battute: 2481

«Non c’è altra scelta, andranno ammazzati tutti.»

Tu fissi la buccia di mandarino sulla tovaglia. Ti sorprendi a considerare il sottile confine tra la peluria bianca dell’interno e l’arancio lunare della buccia. Le parole di tuo padre ti giungono lontane, liminali. Sei ancora concentrato sul tuo satellite di buccia quando un ululato ti raggiunge inesorabile.

«Uuu! Guarda là, guarda tutta quella gente là.»

Tuo padre mastica la centesima noce, tra le dita residui di gusci, il gomito puntato sul tavolo, la tovaglia raggrumata respinta dal suo addome gonfio. La tv è stata accesa alle tue spalle, tu avevi chiesto ancora una volta di non farlo, sullo schermo donne, bambini, uomini, persone, liberati dal fango, scavano per liberarne altri, si guardano, piangono, parlano, gesticolano verso una telecamera che fatica a mettere a fuoco il viso grandangolare di una donna e sembra volerle sfuggire ma poi ritorna e la riprende da un’altra angolazione.

Tuo padre mastica come stesse masticando le immagini; sei sicuro di aver visto tra un dente e l’altro la donna di prima che veniva risucchiata tra i detriti di noce, spazzata via da una lingua ruvida e scura.

«Andranno ammazzati tutti.»

Tuo padre la spegne, la tv. «Be’ hai sempre detto che ti dà fastidio.» Alza le spalle, lo vedi rimpicciolire, smettere di ruminare e ordinare davanti a sé in uno schema semplice ma regolare frammenti e schegge di gusci.

Tu torni alla tua buccia bicolore. È stato un errore tornare.

«Per Dio!» Tuo padre batte il pugno sul tavolo sconvolgendo l’ordine dei frammenti, solleva la mano destra ed estrae dalla carne un triangolo non euclideo di noce. «È per questo, porco quel maledetto, che saremo costretti a farlo!»

Tu osservi la sua faccia, la sua mano e il simbolo triangolare rimasto inciso nella pelle. Tua madre, eccola, compare dall’oscurità del corridoio portando un caffè.

«Quando si muoveranno» il braccio di tuo padre rotea davanti al tuo naso, «e credimi si stanno già muovendo, tutti questi vorranno venire qui da noi. E noi che faremo? Muri? Credi a me, non ci rimarrà altro da fare.»

Tuo padre spazzola e ordina a ranghi più serrati le schegge, tua madre ti sottrae la buccia, tu fai appena un gesto e apri le labbra senza emettere suoni.

«Nient’altro se non sparare. Sopravvivenza, sì. Sarà meglio per tutti.»

Sei solo, senza buccia, tua madre è tornata e ora posa una mano sulla spalla di tuo padre, annuisce, la testa minuta, il collo sottile dalla pelle scolorita e scollata. È la notte della vigilia di Natale.

ferriteno maurizio

Maurizio Ferriteno nasce a Roma nel 1972. Cresce con una passione per la fisica, diventa ingegnere e ora insegna quello che ha studiato e imparato appena al di là del confine. Ha scoperto di non poter fare a meno di una cosa: scrivere.

pollara luca racconto

uccidi i tuoi figli

Un racconto di Luca Pollara
Numero di battute: 2091

Stanotte il cielo era carico di elettricità, lo potevano sentire tutti ma nessuno c’ha fatto caso. Era bianco come quelle lanterne che si fanno volare con dentro una fiamma accesa. Le nuvole sembravano incandescenti.

Ora ne parlano tutti, ma le avevamo già studiate a scuola, quelle nuvole. Il prof era arrivato e aveva detto quest’anno faremo delle ricerche, vi insegnerò a reperire le giuste informazioni e sapere cosa succede, e facevamo queste ricerche tra documenti in inglese.

Uno diceva questo: “Il pyrocumulonembo è una formazione di tipo temporalesco implicata nell’insorgere o aumentare di incendi, nelle sue manifestazioni estreme inietta grandi quantità di fumo e altre emissioni legate alla combustione di biomasse nei livelli più bassi della stratosfera” [Fromm, 2010].

«Era una notte bellissima.»

Vedere quelle nuvole vecchie di trent’anni in cielo era qualcosa cui essere abituati, come la sigaretta prima di entrare a scuola o la sega di Mirella. E poi c’è stato un lampo, una bomba, è esplosa in cielo e poi in terra. Mi sono affacciato alla finestra sperando di vederne altri, il bosco ha preso una luce da notte di capodanno, esplodeva tra i rami, ci sono stati altri due lampi e le fiamme sono cresciute arrivando fino agli alberi abbattuti davanti casa.

Era una notte bellissima. Sono sceso in cucina e ho visto mio padre tagliare vecchi documenti plastificati e bruciarli nel camino. Faceva caldo, forse anche in cucina. Se le fiamme fossero arrivate abbastanza vicine avrei potuto anche fondare una mia religione come Manson o come Hubbard. Quel lampo era un segno che chiedeva solo di essere interpretato. Mi bastava un segno sulla pelle.

Gli occhi di mio padre si sono posati su di me, ha afferrato il taglierino e ha fatto scattare la lama, clic, ancora avanti, clic clic. Negli occhi gli vedevo bruciare la carta, gli alberi, la nostra casa. Clic. Mi ha fatto segno di avvicinarmi, mi ha passato una mano tra i capelli, l’ho sentita afferrarli e tirarli. La lama riverberava delle fiamme.

«Hai avuto paura dei fulmini, vero? Non ti preoccupare, torna a letto e dormi. Domattina sarà tutto finito.»

pollara luca

Luca Pollara (1986) insegna italiano, storia e geografia. Ha pubblicato racconti su A few words e 404: file not found. Si nutre di libri, scrittura e serie tv. Ama Parigi.

racconto-laura-marinelli

1943

Un racconto di Laura Marinelli
Numero di battute: 2486

Quando infastidivo Ninù, lei urlava. Quando non infastidivo Ninù, lei urlava. Ninù aveva dodici anni e urlava sempre.

«Vai a cambiarle il bavaglino» mi dicevano, e io andavo. A nove anni avevo più paura dei suoi movimenti improvvisi che del buio nel rifugio. Davanti alla finestra, coi suoi occhi impolverati, Ninù guardava fuori. Cosa l’attraeva? mi domandavo. Il gatto si leccava il pelo sopra una maceria, la vecchietta sulla sedia diceva il rosario. Le case avevano i segni dei bombardamenti: i muri, più bassi più alti, segnavano contorni di punte che bucavano il cielo. Dopo la Grande Guerra eccone un’altra, ancora più grande. Per noi invece ogni cosa s’era fatta più piccola: lo stomaco prima e poi il corpo, incurvato dalla paura degli spazi vuoti che il conflitto aveva creato, nella testa, nel cuore e per le strade.

Trafficavo coi lacci del bavaglino cercando di fare il prima possibile: non volevo che Ninù si accorgesse di me. Con lo sguardo andavo a finire sempre lì, ai lati della sua bocca dove il rivolo di saliva scendeva fino al collo.

«Ninù aveva dodici anni e urlava sempre.»

Dopo averle messo la pezza nuova, a volte non ci pensavo e alzavo la voce per farmi sentire da mamma. «Sta bene!» gridavo, disturbando così la quiete di mia sorella.

Ninù allora urlava e mi afferrava il braccio. Divincolarsi dalla sua presa non era difficile, liberarsi dai suoi occhi invece sì: satinati di nero oltre il nero mi restavano dentro anche dopo ch’ero scappato via.

La sera che uccisero Ninù, mamma piangeva.

Al rifugio tutto era buio e Ninù odiava il buio. Nello stanzone, i nostri corpi tremanti sembravano echi ai boati di fuori. Anche il silenzio spaventava, come le bombe; e Ninù era entrambe le cose. Nel buio era l’animale in agguato che gridava all’improvviso.

«Pazza» diceva chi saltava sulle sedie più degli altri.

Quando dopo il rumore dei passi e dei sospiri strozzati, seguì un lungo silenzio, tutti nel rifugio avevano capito cos’era accaduto. Anche mia madre.

La sirena che segnava la ripresa della vita normale riportò la luce nella stanza. Ninù col bavaglino troppo stretto intorno al collo non urlava più. A urlare era rimasta solo mamma, china sul suo cadavere. Saranno le ultime grida, queste? Ringraziavo chi, approfittando del buio, aveva compiuto il crimine. Vergognandomi del mio pensiero raggiunsi mamma. Quando le donne intorno smisero di consolarla e restammo soli, l’abbracciai; poi per suo volere baciai Ninù. La bava sulla sua guancia era gelida, e io mi pulii la bocca senza farmi vedere.

bio laura marinelli

Laura Marinelli (1978) vive a Roma. Dopo la laurea in Giurisprudenza e un master in Marketing lavora nella grande distribuzione. Il marito e i figli sono contenti quando la vedono scrivere: una donna soddisfatta non rompe le scatole. Ha pubblicato per Narrandom e Historica Edizioni, a breve uscirà su Malgrado le mosche e Split. Altri suoi racconti sono in giro per il web.

racconto minetto

due parole

Un racconto di Maurizio Minetto
Numero di battute: 2474

«Ho giocato a poker coi cannibali. Per fortuna ho perso solo una mano.»

Me la raccontò appena ci conoscemmo, mostrandomi il moncherino. Poi scoprii che ne sapeva parecchie, tutte allegre come la sua faccia, immobile, lunga, emaciata. Sembrava che non ci fossero abbastanza muscoli per le espressioni.

Forse era di quelli che ridono con gli occhi. Sempre se ti andava di cercargli il sorriso negli occhi dopo un’uscita del genere. Io stesso li avrò incrociati una decina di volte al massimo e non credo di avercelo mai trovato, un sorriso vero e proprio. Tipo quando lo vidi fissare sul giornale la foto di un campo di prigionia israeliano, Umm Khalid mi pare, e c’erano uomini e ragazzi nudi in fila, con le guardie armate intorno, e un virgolettato diceva “adulti e bambini venivano dal kibbutz a guardarci nudi e ridevano”.

Spiccava una ragazzina che rideva di un coetaneo palestinese. E lui sospirò e disse: «Be’, a volte da cosa nasce cosa». E mi rivolse la sua faccia smorta, e uno sguardo che era tutto il contrario. Sbalordito direi. Come quello di un bambino che ha visto un trucco di carte. Non capii se era così che guardava la gente, o se lo fece apposta: ebbi l’impressione che mi scimmiottasse.

«Be’, a volte
da cosa
nasce cosa.»

Quando fui assunto, non so perché scelsi una delle scrivanie vuote accanto alla sua.

Vestiva sempre di nero, aveva sessant’anni, niente famiglia eccetto «un’ex moglie e un ex fratello», così disse, ma risaliva a prima della guerra; aveva perso la mano trent’anni prima in Francia, nel campo di concentramento di Natzweiler (e non ha mai aggiunto più di questo, né gli ho mai domandato altro), comunque era «singolarmente abile a scrivere a macchina», come diceva lui (ed era vero); soffriva di reflusso gastrico, fumava un pacchetto al giorno di sigari Ambasciator Italico alla liquirizia, e amava i libri di Ring Lardner. Me ne prestò pure uno: Prima di sposarti ero molto più in forma. Ce l’ho ancora.

Alle spalle, i colleghi lo chiamavano in diversi modi. Uno era “Allegria”. E non è che avessero tutti i torti. Il giorno che andò in pensione stappò una bottiglia di Franciacorta e raccontò questa: «Un comico ebreo sopravvissuto ai campi di concentramento muore di vecchiaia e va in paradiso, e appena incontra Dio, gli racconta una barzelletta sull’Olocausto. Dio lo rimprovera: “Non c’è niente da ridere”. E l’ebreo risponde: “Dovevi esserci”».

Ecco, se fosse stato un clown sarebbe stato uno di quelli tristi. Al funerale nessuno si fece avanti per dire due parole.

maurizio minetto

Maurizio Minetto è nato a Roma nel 1978. Ha pubblicato racconti sulla rivista inutile e sulle antologie di alcuni concorsi letterari, tra cui il Premio Giovane Holden 2017. Nel 2019 ha vinto il Premio Zeno nella sezione racconti lunghi. 

candeliere matteo racconto

prodigio

Un racconto di Matteo Candeliere
Numero di battute: 2497

Quando suo marito uscì di casa sbattendo la porta, Atalia non alzò neppure lo sguardo.
Lo sentì vestirsi, prendere le scarpe e la maschera antigas, ma non fece niente per fermarlo. Prodigio invece, da buon ficcanaso, smise di leccarsi il pelo e seguì i movimenti dell’uomo con i grandi occhi gialli. Con un balzo fu in camera da letto, alla finestra che dava sul viale. Tentò di acchiappare con una zampetta una delle gocce di pioggia che ne rigavano il vetro, poi lo vide salire in macchina.

Atalia si svegliò a notte fonda. La stanza era avvolta dall’oscurità e lei aveva i piedi freddi e le formiche a un braccio. Non aveva modo di sapere che ore fossero, ma suo marito non era ancora tornato.
Poggiò una mano sulla pancia di Prodigio e la sentì alzarsi e abbassarsi al ritmo regolare del sonno.
«Ehi» gli disse. «Svegliati un po’. Dobbiamo cercare papà.»

«Ehi, svegliati
un po’. Dobbiamo cercare papà.»

Indossò la maschera soltanto perché l’aveva presa anche lui. Non le piaceva respirarci attraverso: puzzava di plastica e le riempiva la testa di brutti pensieri. Cercò le chiavi a tentoni così come aveva fatto per le scarpe e la giacca, mentre Prodigio miagolava forte e le si strusciava sulle gambe.
«E smettila di miagolare, che già fare le cose al buio è un casino. Cos’è, vuoi venire anche tu?»
Ancora un miagolio e una strusciatina.
Voleva essere della partita.

Fuori faceva un gran freddo. Prodigio le camminava di fianco come un soldatino, con il pelo già tutto bagnato. Fu coraggioso, quella notte. Quando lei gli chiese se volesse essere preso in braccio, lui non si voltò neppure a guardarla. Era un po’ preoccupata, Atalia: gli animali sono resistenti, ma girare per troppo tempo senza maschera non è una buona idea. C’è un motivo per cui nessuno porta più il cane a spasso. C’è un motivo per cui tutti preferiscono i gatti.
Procedettero fino alle acque limacciose del fiume. Suo marito poteva essere soltanto lì.

L’auto era parcheggiata sotto gli alberi, tra i giunchi e i rifiuti.
Atalia aprì la portiera e si sedette con Prodigio sul sedile del passeggero. L’abitacolo sapeva di fumo e di vecchi vestiti bagnati. Cercò lo sguardo di suo marito dietro la maschera antigas, oltre il velo della disperazione, ma non trovò nulla.
«Hai visto? C’è anche Prodigio. È stato coraggioso. Povero, non ha neanche la maschera lui.»

Per un tempo che sembrò a entrambi lunghissimo restarono zitti, poi Atalia udì dei singhiozzi provenire da dentro il bocchettone della maschera di suo marito, attraverso la plastica e il ferro.
Prodigio faceva le fusa.

candeliere matteo

Matteo Candeliere è nato a Torino nel 1990. Si è laureato in psicologia e suona la chitarra in una band che si chiama Gli Alberi.

conforti-giorgia-racconto

l’uomo senza occhiali

Un racconto di Gioia Conforti
Numero di battute: 2500

Dormire, svegliarsi, dormire ancora, svegliarsi. Dormire troppo, non avere sonno. Dormire poco, avere sonno. Suona la sveglia. Nello specchio si allarga una luce. Dal soffitto cadono stelle. L’uomo senza occhiali cammina per la strada. Ingoia tutto quello che riesce a catturare con lo sguardo. Le sue leccornie preferite portano jeans aderenti. Nessuno dubita della sua integrità. L’uomo senza occhiali sembra un tipo a posto. Lavora in ufficio. Ogni mattina doccia, ogni sera doccia. Nessun lezzo di petrolio, né di whisky o golden virginia.

Mattoni di carboni ardenti, interiora di volatili, inguardabili donne accessoriate di bambini con le ruote. Spazzini, cani che portano fuori i padroni, camion della spesa a domicilio. Per l’uomo senza occhiali ogni passo è oltraggio ai propri piedi. In sogno vive circondato da giovanissime concubine dentro vasche di olio di cocco. L’olio di cocco è politicamente corretto. Politicamente. Corretto. Come fosse possibile qualcosa di.

La moglie dorme nel letto matrimoniale senza il marito. Il marito non dorme. Niente cuccia. Per fortuna non ha figli. La moglie è un incidente di percorso. Incidente, ne è pieno il mondo. Di percorso, come quello che fa tutte le mattine per andare al lavoro. La sua casa dista due isolati dalla banca dove trascorre la maggior parte dell’ore grigie della sua esistenza.

«Dormire, svegliarsi,
dormire ancora, svegliarsi.»

Le altre ore grigie sono il resto del tempo. Bianche quando affonda le dita nella carne di Melissa. Melissa non vuole, e questo lo eccita. Nessuno avrebbe il coraggio di respingere uno come lui. Le ore bianche sono come la manna, e la cocaina. L’uomo senza occhiali adora il bianco, anche se la sua anima è nera. Ogni tanto la sbircia con la coda dell’occhio: una melma putrida e oscura, immobile in un silenzio che grida. Quel vuoto è saturo, tanto che appena ci spinge un poco dentro la faccia sente immediata la necessità di scappare. Manca aria. Manca tutto.

L’uomo senza occhiali odia il suo vuoto e il suo odio nutre il suo vuoto. Lo odia così tanto che finisce per soffocarlo con la purezza altrui e finisce per soffocare la purezza altrui. Così tutto è pari. Tranne lui. Mai pari. Mai al passo. Neppure quando percorre il marciapiede pisciato dai cani che lo condurrà al lavoro. Attraversa la strada sempre sulle strisce. Stringe il manico duro della cartellina di pelle di bue marrone con le mani curate. Gli piacciono le cose dure. Attraversando la strada schiaccia una piantina che ha vinto l’asfalto. La pianta è ancora viva. Lui è già morto.

conforti gioia

Gioia Conforti nasce a Firenze, dove vive e scrive. Ha pubblicato racconti in antologie (Favole e Fiabe e Racconti Toscani, Historica Edizioni), ha vinto il concorso per il miglior racconto al Giallo Festival 2019, e ulteriori suoi scritti si trovano online. Da quando era piccola ha subito il fascino della scrittura e del potere che questa ha nel condurre l’uomo oltre la realtà.

racconto Franzoni Andrea

la madre

Un racconto di Andrea Franzoni
Numero di battute: 1870

Se potessero sparire, adesso, pensò la madre dopo l’ennesimo litigio con i due figli. «Guardatevi un cartone, preparo la cena» ordinò secca, lasciando i ragazzi sul divano, mentre la televisione illuminava i loro volti pallidi e tristi.

In cucina la madre cominciò a disfare la spesa e pensò alla durezza della sua vita, alla stanchezza che la divorava pezzo per pezzo, ogni giorno. Quand’era l’ultima volta che un uomo le aveva detto che era bella, che sarebbe andato tutto bene, che era giusta così com’era? 

«Se potessero sparire adesso.»

La scatola delle uova le scivolò – crack –, tuorli e albumi cominciarono a colare sul pavimento in una chiazza lenta e vischiosa. Non ne poteva più e anche qualcosa dentro di lei si ruppe, si espanse, fino a farle credere che sarebbe morta. Aveva conosciuto un dolore simile per due volte nella sua vita ma il suo corpo lo aveva dimenticato, il dolore di mettere al mondo. Lottò con tutta la sua forza per tenere dentro il dolore che voleva uscire. Lo sputò fuori vomitandolo sul pavimento della cucina: era una massa nera come una melassa di petrolio. La macchia cominciò a organizzarsi, a ricomporsi secondo uno schema. Diventò un corpo, nero e lucido, la figura nera di una donna incorniciata da un orlo luminoso come un sole eclissato.

Dove sono? La domanda della cosa esplose direttamente nel cervello della madre. La cosa non aveva bocca, nel suo volto chiuso come la notte non si aprivano buchi per vedere o parlare. Parlava direttamente nella testa della madre, perché la madre e la cosa erano sempre state insieme, fino a quel momento, l’una nell’altra.

Non puoi averli, io non volevo, io non credevo, pensò la madre.

La figura nera si mosse, traballante e malferma come l’immagine distorta di una vecchia Vhs. La madre sapeva che la cosa nera avrebbe preso i bambini. Li avrebbe portati dove erano già stati una volta, molto tempo prima, prima di nascere.

Franzoni Andrea bio

Andrea Franzoni nasce a Bologna nel 1982. Dottorando in teologia presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, è proprietario insieme alla moglie di una libreria per bambini e ragazzi nella provincia di Bologna. Ha pubblicato diversi racconti su antologie prevalentemente a tema horror.