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racconto donata cucchi

ho perso il cane

Un racconto di Donata Cucchi
Numero di battute: 2436

«Ho perso il cane.» Lo disse d’un fiato, con coraggio, mentre guidava. Lo disse con coraggio e forse sfida, nell’odore umido di novembre che entrava dal finestrino un po’ abbassato, le foglie malate, la sua voce incrinata, il profumo della sigaretta. Fuma quando è in difficoltà, quando qualcosa si sposta dall’asse che lei faticosamente tiene centrata, ogni giorno con sforzo, ogni momento potrei dire, mentre i suoi occhi dilatati, verdi e d’oro si muovono nel turbine delle parole, nella provvidenza della sua intelligenza – che sempre la salva – sempre o quasi – o forse mai – in quella lotta che è la sua vita, un travaglio multiforme di inquietudine, paura, debolezze improvvise, angoscia che arriva imprevista e prevedibile a cena, di notte, al mattino nel disordine della nostra casa dove lei in vestaglia di lana cammina spettinata e bellissima tra il bricco del tè, il computer acceso, gli appuntamenti con i pazienti che riceve nella stanza azzurra dove anch’io sono stato.

Era stata la mia psicologa, ci credereste, c’eravamo conosciuti così, andavo da lei due volte a settimana. La prima cosa era il suo sorriso sulla porta, la seconda il soggiorno con i resti del pranzo, la tovaglia sul tavolo per metà, i giochi della gatta sparsi su un parquet di rovere.

«Poi, di nuovo,
il mondo cambiava.»

Mi irritava allora che il mio cane non potesse entrare. Era un bassotto insolitamente mite, molto piccolo e leggero. Non avrebbe ringhiato alla gatta, la strega sottile che scivolava verso l’alto su mobili e scaffali, avrei potuto tenerlo in braccio, che fastidio le dava. Invece il mio cane restava fuori e la gatta scorrazzava dentro, io guardavo la parete slavata del suo studio e pensavo che la mia vita doveva essere diventata proprio patetica se avevo scelto di fare affidamento su una così. Poi, di nuovo, il mondo cambiava. Era il modo in cui nel parlare lei sfilava all’improvviso l’elastico dai capelli scuri, era il suo mutare in creatura temibile e veggente.

«Ma tu perché me l’hai affidato?» Questo invece lo disse con rammarico e crudeltà, a un semaforo, mentre frenava. Si voltò nel suono della domanda, difficile individuare su quale parola, sulla curva del punto interrogativo potrei dire. Era una jazzista in tutta la sua pazzia. Certo, una jazzista, lo capii in quel momento. Sapeva i tempi. Prendeva quello che c’è – non solo le note felici, liquide e magnifiche, ma tutto, la sua fatica, la mia miseria, l’ambiguità di quella perdita – e rilanciava.

Donata Cucchi bio

Donata Cucchi (1974) è laureata in filosofia e lavora per Zanichelli dal 2005. Ha collaborato con diverse case editrici e scrive articoli di arte e cultura per «La Ricerca», di Loescher. Da alcuni anni si dedica alla fotografia e alla pratica teatrale. Vive a Bologna.

racconto matteo gravina

drink

Un racconto di Matteo Gravina
Numero di battute: 2491

Se avesse potuto osservare la scena dall’esterno, l’avrebbe definita triste. Nessuno che non abbia sbagliato un numero incalcolabile di scelte nella vita se ne sta fermo a un tavolo di un bar a fissare il drink mezzo vuoto con lo sguardo vuoto per davvero. Avrebbe voluto ricominciare di nuovo, e lo voleva perché era proprio a quel tavolo che era iniziato, quando lei aveva sorriso.

E lei sorrise ancora, comparendo da dietro l’angolo della sala e camminando verso il suo tavolo. Era bella come il primo giorno.

«Che bevi?» chiese appena seduta.
«Gin e soda. Un Tom Collins» disse assaggiandolo. «Ricordi questo posto?»
Lei, senza chiedere permesso, gli rubò un po’ di drink. «Ci siamo conosciuti qui.»
«Quattro anni fa. Mancava poco a Capodanno.» 
Lei annuì con forza. «Sarebbe più corretto dire che ci siamo conosciuti alla tua festa.»
«Ma così diventa una storia banale.»
«Che storia?»
«La nostra.»

Lei decise di prendere un altro sorso del suo drink. «Scrivi ancora quindi?» chiese.
«No, non più. Non ho più molti pensieri per la testa.»
«È un bene o un male?»
«Non so. Servono, anche se è una cosa che mi hai sempre rimproverato.»

«Vuoi sapere
una cosa strana?»

«Sei qui per recriminare?» chiese lei guardandolo di traverso.
«No» rispose convinto. «Volevo solo evocare un nostro ricordo. Ho come l’impressione che avremmo potuto averne di più» rifletté lui.
«Abbiamo fatto molte cene romantiche però» gli fece notare e bevve. «Una anche qui, in effetti.»

Lui sorrise e si riprese il bicchiere con più ghiaccio che liquido. «Vuoi sapere una cosa strana?»
Annuì con gli occhi aperti come quelli di una bambina a cui si sta per raccontare qualcosa di incredibile.
«Non mi è mai piaciuto il gin. Né la soda. Non berrei né l’uno né l’altra. Però questo mi piace.»
«Pensi stiano bene insieme?»
Lui prese una profonda sorsata, quasi a finirlo. Ma ne rimase ancora un po’ sul fondo. «Non sono ingredienti facili, però magari possono trovare il loro equilibrio.»

Lei sorrise dolcemente. Gli accarezzò le dita che tenevano il bicchiere e glielo rubò dalle mani. Lui riconobbe lo sguardo della sfida. Strinse il vetro tra le labbra con forza, esitando. Poi mandò giù il Tom Collins fino all’ultima goccia. «E ora che farai?»

Sapeva la risposta a questa domanda nel preciso momento in cui lei si era seduta. «Credo proprio che me ne prenderò un altro. Lo vuoi?»
Lei girò la testa di lato, sorridendo e abbassando il mento così da mostrare il profilo e le linee del sorriso sulla guancia.
La guardò a lungo, e senza distrarsi fece un cenno al cameriere.

gravina matteo bio

Matteo Gravina (1996) è nato a Bassano del Grappa ed è da sempre appassionato di storia antica. Ha frequentato il biennio di Storytelling e Perfoming Arts alla Scuola Holden e attualmente studia Scienze Politiche all’Università degli Studi di Padova.

racconto de pascale daria

una ristrutturazione

Un racconto di Daria De Pascale
Numero di battute: 2470

All’inizio era come se spostassero dei mobili.
Mi svegliavo all’una, alle due del mattino, e rimanevo ad ascoltare il rumore di divani e armadi che strisciavano sul pavimento. Seguivo le linee della greca sul soffitto della mia stanza e aspettavo che il sonno tornasse.
Poi sembrò più come una ristrutturazione.

Dal mattino fino al tardo pomeriggio si trascinava, batteva, spezzava sopra la mia testa, e quei rumori violenti, sempre inaspettati, mi martellavano le tempie, mi disturbavano in un modo istintivo che non avrei saputo spiegare.

Nessuno però sembrava accorgersene. Salendo con la spesa in ascensore, chiesi alla signora dell’attico se avesse sentito quei vicini, la signora delicata dal sorriso tremolante e il marito imponente e compassato. Lei scosse il caschetto biondo.
«No, ma in questi casi si informa il condominio. È proprio così forte?»
Scossi a mia volta la testa, e lei prese a parlare del tempo.
Mi chiesi se fossi l’unica a vivere lì dentro.

Un giorno incrociai l’uomo del piano di sopra. Pensai subito di parlargli del rumore, ma poi lo guardai meglio: aveva addosso vestiti lisi, sporchi, macchiati in più punti, e delle occhiaie spesse gli incombevano sul volto smagrito. Portava un borsone marrone, che strinse di più a sé quando mi vide.

«Doveva essere
un brutto momento.»

Doveva essere un brutto momento, così gli lanciai solo un’occhiata sostenuta, a cui lui rispose scrutandomi con gli occhi sgranati. Solo quando fu uscito mi raggiunse l’odore che si era lasciato alle spalle: una puzza greve e collosa, come di fogna ma più marcia, che non avevo mai sentito prima. Tanto nauseante che mi è rimasta dentro: posso ancora sentirla nelle narici come allora.

Il rumore cessò, ma quell’odore si diffuse nel palazzo: prima solo al piano di sopra, poi per le scale, finché non ebbe invaso ogni angolo.
Fu questo a farli muovere.
Un pomeriggio tornando vidi il portone transennato, le macchine gialle e blu della polizia ferme in strada con i lampeggianti accesi. In piedi tutt’intorno vicini e curiosi.

Mi fermai accanto alla signora dell’attico.
«Sono entrati nell’appartamento sopra il tuo» mi spiegò a bassa voce, poi mi guardò con la bocca contorta da un disgusto affettato. «Non sai cos’hanno trovato.»

Non erano lavori di ristrutturazione.
L’uomo che avevo incrociato in ingresso aveva ucciso la moglie e aveva continuato a infierire sul corpo per settimane, martoriandolo pezzo per pezzo sopra la mia testa.
Poi era sparito nel nulla: ero stata io l’ultima a incontrarlo.

Bio De Pascale Daria

Daria De Pascale (1989), nata in Puglia e cresciuta a Trento, da sette anni vive a Roma, dove ha studiato Informazione, Editoria, Giornalismo. Collabora con Flanerí.

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le malelingue 

Un racconto di John Satriano
Numero di battute: 2452

Ai tempi del califfo Ma’mun, nella casa di Ahmad al-Daylami, il sultano di Kaskar, le punizioni per comportamenti scorretti venivano inflitte alle concubine in modo esemplare. La sultana stessa governava l’harem, e prendeva decisioni disciplinari dopo essersi consultata con altre donne e ragazze che godevano della sua fiducia.

Ora, due ragazze in particolare erano feroci rivali nell’attirare su se stesse le attenzioni di Ahmad al-Daylami. Si chiamavano Jumanah e Haifa. Ciascuna ragazza, naturalmente, era invidiosa di qualunque segno di favore che l’altra riceveva dal loro padrone. Spesso si scatenavano aspri litigi, e le cose che si dicevano direttamente e anche dietro le spalle l’una dell’altra erano di solito piuttosto cattive. Le due ragazze divennero note come “le malelingue”. Si arrivò al punto in cui non passava giorno senza che tra loro scoppiasse qualche terribile discussione.

Alla fine le altre donne e ragazze non le sopportarono più, e Jumanah e Haifa vennero portate alla presenza della sultana e delle sue consulenti per essere giudicate. Le due rivali sputarono accuse malevole l’una contro l’altra davanti al tribunale, e tale era il livore che dimostrarono reciprocamente che nessun’altra prova contro di loro fu necessaria: il loro comportamento le condannò da solo.

«Furono giudicate colpevoli di aver turbato l’armonia della casa.»

Furono giudicate colpevoli di aver turbato l’armonia della casa: un reato grave. La loro punizione, come abbiamo detto, doveva essere esemplare. E potevano scegliere tra due possibilità: o dichiarare la punizione che ognuna avrebbe voluto vedere inflitta sull’altra, o accettare insieme una punizione inflitta loro in comune da parte del tribunale. Nel primo caso, sarebbe stata applicata la pena ritenuta più raffinata, e la ragazza a essa sottoposta sarebbe diventata la schiava dell’altra. Nel secondo caso, entrambe avrebbero avuto soltanto la punizione comune. E in tutti e due i casi i battibecchi dovevano finire. Jumanah e Haifa erano feroci rivali, ma sagge. Accettarono la punizione inflitta dalla corte.

Quella sera, nella camera da letto del loro padrone, mentre la sultana stessa e Ahmad al-Daylami le guardavano dal loro divano, sorseggiando vino e scambiandosi carezze, le due ragazze, nude, giacevano intrecciate sotto di loro su un tavolino basso coperto di velluto nero, mentre ciascuna muoveva la sua lingua, la sua lingua malvagia, tra le gambe della rivale, fino a che tutte e due non avessero avuto il loro piacere, l’una dall’altra.

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John Satriano (1954) è uno scrittore e traduttore. Nato a Chicago, ha pubblicato racconti e articoli su riviste italiane e straniere, fra cui Nuovi Argomenti, Panta, Antaeus e Magic Realism.  Le sue traduzioni sono state pubblicate su Harper’s Magazine, Grand Street, City Lights Review e molte altre riviste.  Fra gli autori tradotti: Alberto Moravia, Umberto Eco, Giorgio Manganelli ed Ennio Flaiano.

arzenton edoardo racconto

incontri ravvicinati del tipo armeno

Un racconto di Edoardo Arzenton
Numero di battute: 2482

Che mi risulti, vi è un unico incontro storicamente documentato, documentato in modo certo, tra terrestri e alieni, un incontro avvenuto molte migliaia di anni fa nel territorio dell’odierna Armenia, nei pressi del fiume Aras o Araxes, e le cose sono andate come segue.

L’umano, l’armeno, è nudo nel fiume, si sta lavando dopo settimane di pascolo delle greggi, quando d’un tratto una luce abbagliante cala dal cielo e squarcia le nuvole. Il tuono che ne segue accompagna l’urlo di un essere che sembra apparire dal nulla sulla sponda sinistra del fiume. L’armeno, immobile per la paura, si è pisciato addosso e ora l’orina scorre a valle trascinata dall’acqua.

«E le cose sono andate come segue.»

Durante i minuti (o i secondi) in cui nessuno dei due parla o si muove, un uccello dal piumaggio arancione simile a un condor, incuriosito dal rumore, viene a posarsi su di un ramo per guardare la scena, ed è a quel punto che l’essere proveniente dallo spazio profondo si erge in tutta la sua altezza, un’altezza considerevole, tanto che l’uccello arancione, abituato agli armeni, che sono bassini, preferisce scansarsi verso la punta del ramo come a dire se butta male io me la filo, poiché la creatura intergalattica è possente come tre armeni uno sopra l’altro.

Poi il terrestre e l’alieno si guardano in un modo che l’uccello arancione, se sapesse comunicare, e comunque in base alla sua esperienza a contatto con gli umani, definirebbe straordinariamente tenero, ignorando che l’uomo e la creatura vedono l’uno negli occhi dell’altro molte cose, alcune incomprensibili: nuclei di stelle morenti, verdi foreste sconfinate, civiltà iper-tecnocratiche, deserti di sabbia, cuccioli di creature estinte uscire assonnati dalle caverne alla fine dell’inverno, ciclopi a bordo di hovercraft, un airone che con le zampe solletica la superficie di un lago.

Evidentemente però le intenzioni della creatura spaziale sono quelle di ripartire al più presto, perché prima del tramonto, senza nessun altro accadimento di rilievo, sparisce com’è apparsa, con un grido dilaniante e uno spettacolare lampo che acceca permanentemente l’uccello, il quale da quel momento avrà bisogno di aiuto anche per i voli più brevi, non potrà più cacciare, né seguire i suoi simili nel periodo della migrazione o ammirare il suo meraviglioso piumaggio. Di lui si prende quindi cura l’armeno, che lo veglia fino al giorno in cui non riesce più a battere le ali, dopodiché lo spenna e con le sue carni nutre la propria famiglia per quasi una settimana.

Edoardo Arzenton bio

Edoardo Arzenton (1988) vive a Vicenza, è sposato e lavora nel mondo della finanza.
Ha pubblicato racconti sulle riviste Gradozero e Yawp. Scrive su un blog che non segue nessuno e in meno di tre anni riuscirà a finire il suo romanzo. Forse. 

salvini rachele racconto

autogrill

Un racconto di Rachele Salvini
Numero di battute: 2315

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui si sarebbe seduto sull’ultima panca della chiesa, in silenzio; che avrebbe stretto tante mani salate dal sudore di inizio luglio, dal velo di sale portato dal libeccio, dalle lacrime scivolate dietro dignitosi occhiali da sole.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui avrebbe accantonato tutte le parole che lei gli aveva detto, non ti amo più, non è questa la vita che voglio, ho conosciuto un altro; e che, dopo anni, lui si sarebbe presentato lo stesso al funerale della nonna di lei.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lui avrebbe sorriso a tutti, senza alcuna pretesa, dopo essersi alzato al mattino presto e aver guidato da Milano fino a Livorno, fermandosi a un paio di autogrill lungo la strada, per un caffè o per fare pipì; le interminabili ore di guida che si srotolavano come una patetica caricatura della sua vita dopo lei: anni passati con un buco da riempire tra le distrazioni del lavoro, della vita sociale, di altre relazioni fallite.

«Nessuno sapeva – men che meno io.»

Nessuno sapeva – men che meno io – che nella sua camicia un po’ stropicciata dopo il viaggio e nelle sue occhiaie avrei visto i miei ultimi anni fatti di pizza riscaldata guardando Netflix sul letto, di disavventure su Tinder, di grottesche interazioni con gli ubriachi del bar, di ore passate ad ascoltare amiche disperarsi per relazioni complicate, di momenti in cui mi guardavo allo specchio e dicevo, sono perfettamente contenta di andarmene per i fatti miei incontro al resto della mia vita.

Nessuno sapeva – men che meno io – che avrei infilato i miei dignitosi occhiali da sole nonostante non avessi versato una lacrima per la prevedibile morte, e avrei pensato che in tutto il ciarpame – per ogni grottesca interazione, ogni amica disperata, ogni disavventura su Tinder – c’era qualcuno con la camicia stropicciata e le occhiaie, seduto sull’ultima panca di una chiesa.

Nessuno sapeva – men che meno io – che lei lo avrebbe abbracciato, lo avrebbe ringraziato, gli avrebbe detto un non dovevi di circostanza; gli avrebbe lanciato un ultimo sguardo mentre lui sorrideva ancora e diceva che avrebbe passato il resto della giornata al mare, prima di ripartire da Livorno a Milano, guidando per ore con un buco da riempire, fermandosi ogni tanto a un autogrill lungo la strada, per un caffè o per fare pipì.

Rachele Salvini foto

Rachele Salvini ha venticinque anni ed è dì Livorno, ma da due anni vive in Oklahoma, dove sta facendo un dottorato in Inglese. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Spaghetti Writers e inutile, mentre altri stanno per essere pubblicati su Risme e Voce del Verbo. La sua traduzione del racconto di Aimee Parkison When Petals Fall on Asphalt Roads sarà pubblicata sul prossimo numero di Lunario. 

luca-iori-racconto

il discorso

Un racconto di Luca Iori
Numero di battute: 2357

Il Discorso Lucio gliel’aveva fatto con poche parole secche, e l’aveva finito così: «Tu adesso vai a casa, anche per un mese, se ti serve. Quando torni devi essere a posto, altrimenti ti caccio». Era alto, grosso, senza neanche un capello bianco. Due mani enormi, da contadino. Nel fine settimana andava ad arare i suoi campi, ed era l’uomo più felice e innocuo del mondo. A casa era la stessa persona placida che osservava le zolle di terra smosse, dall’alto di un Landini quattro cilindri.

Ma dal lunedì al venerdì, Lucio Bianconi era il direttore di stabilimento delle Officine Meccaniche Pilastri. La pressione arteriosa saliva, il tono della voce si comprimeva. Era stato scelto per i suoi modi, bruschi ed efficaci. Li aveva appena usati con Filippo durante il Discorso, anche se era uno dei suoi, uno che gli aveva sempre obbedito come un cane.

«L’infallibilità porta in dono
i suoi privilegi.»

Il lavoro di Filippo non era complicato: recepire i cambi di priorità dell’Unico Grande Cliente, e trasmetterli alla produzione. Riordinare i fogli appoggiati sui pallet delle macchine a cinque assi, stampare i documenti, sollecitare i ritardi. Bisognava essere precisi e insensibili; attenti ai cambi di esponente sui disegni, indifferenti alla noia. Ogni pezzo aveva almeno tre nomi: il codice identificativo, la descrizione tecnica, e il modo in cui veniva chiamato in officina. Due in bella vista sugli ordini, l’ultimo oscuro e inaccessibile ai non iniziati.

Tutti sapevano delle medicine. Riguardo al resto, non c’erano mai stati problemi. L’infallibilità porta in dono i suoi privilegi. Filippo li aveva persi in novembre, mentre il capannone era circondato dalla nebbia. Una minuzia, un tre letto prima di un due. Poteva capitare a tutti, invece era successo a lui, che aveva il fiato dolce all’anice e lo sguardo acquoso. La seconda volta si era giustificato con la voce impastata, troppo profonda. Quelli della finitura avevano detto in giro che ormai cominciava a bere dalla mattina. Così, dopo il terzo errore, Lucio gli aveva fatto il Discorso, e poi era passato un mese.

Alla fine dell’esilio, ho visto Filippo entrare dall’ingresso principale, rasato e ben vestito. Molti sapevano già come sarebbe andata a finire. In un paese nessuno riesce davvero a nascondere le cose. Io ero al centralino, stavo sistemando un computer. Ho sentito l’odore del suo dopobarba, e quello più forte del ginepro.

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Luca Iori (1983) è nato a Reggio Emilia, dove vive. Si è laureato in Filosofia, ma lavora come tecnico informatico. Ha pubblicato un racconto nell’antologia Sjette dell’associazione Tapirulan.

 

racconto laura minetto

balconi senza piante 

Un racconto di Laura Minetto
Numero di battute: 2481

Cammina a passo svelto, la testa incassata nelle spalle come avesse sempre freddo, o cercasse in sé un riparo. Del trasloco nell’attico di fronte al mio si era occupata la moglie, aveva gestito il gran viavai in certi pomeriggi allegri, porte sbattute d’ascensore, mobili strascicati nell’androne. Li invidiavo: avevano un inizio.

Feste fino a notte fonda, e il sabato – li guardavo dallo spioncino – tornavano dalla spesa con le guance arrossate dal freddo e le mani screpolate. Lei rideva agitata, così lontana dai modi di lui, posati e oscuri, gli occhi fermi su parole segrete e impronunciabili; forse congelate dal giorno del volo dalla finestra, a undici anni, attutito per caso dalla tenda di sotto. In famiglia avevano preferito non parlarne mai, come la fuga temporanea di un bambino capriccioso con due fragili ali.

Ora lo vedo uscire la mattina presto, mentre bevo sul terrazzo il primo caffè della giornata. Porta ancora il chiodo nero, inadatto al nostro quartiere di loden e cappotti di cammello: borghese è la radice e non il mio pensiero, credo voglia dirci. Fuma sigarette lunghe, lente a sfarsi, che aspira come latte da una tetta mentre cammina a passo svelto, era il passo di mia madre mi ha detto una volta, la voce gli tremava e ho intuito così la natura del suo sguardo sfuggente. Non reticenza, o vizio, ma timore di entrare, di disturbare. Incoraggiato da me gli occhi brillavano, afferravano un aggancio insperato.

Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante. La sera lei è salita su un taxi, con due valigie e una cassetta di gerani, la vite americana, i due nespoli in vaso. Un furgone giorni dopo ha portato via certi quadri e mobili antichi, è un uomo generoso mi ha detto la portinaia.

«Una mattina dal suo terrazzo sono sparite tutte le piante.»

Nelle sere d’estate mette una sedia sul balcone rimasto senza piante, e sta lì a leggere, e a fumare, a guardare la città. Più tardi, oltre la parete, lo sento canticchiare, o tossire, e gli sono grata di quei suoni confortevoli, per me e per lui. Ultimamente lei torna a trovarlo, come per assicurarsi che niente covi sotto la cenere. Ha un cane bianco, lo portano a passeggio e lo tiene lui al guinzaglio. Poi se ne vanno in taxi, lei e il cane, verso sera; da giù lei gli manda un bacio, lui alza la mano per afferrarlo; poi resta un po’ sul balcone, a guardare la città o quel che è stato.

A volte ho come la sensazione che la guardi un po’ troppo, con nostalgia delle ali. Poi però rientra, e lo sento che accende la radio, e si prepara la cena.

bio laura minetto

Laura Minetto è nata a Genova, ha lavorato a Milano come giornalista e ora vive a Livorno, dove frequenta la scuola Carver e scrive come freelance. È autrice di racconti pubblicati su periodici e antologie, oltre che finalista di concorsi letterari. Ha pubblicato il romanzo L’inizio (Edizioni Il grappolo). 

racconto bertolotti luca

la volta in cui i miei cercarono di mettermi l’apparecchio per i denti

Un racconto di Luca Bertolotti
Numero di battute: 1881

A vent’anni anni il mio sogno era farmi mantenere da una splendida e arrapata quarantenne. Solo che avevo già brutti denti da fumatore e il torso breve di chi da piccolo, passando come una meteora nella società dei consumi, non aveva fatto in tempo a mangiare abbastanza.

Per anni la fretta e l’inappetenza mi avevano allontanato dalla tavola. C’erano stati giorni in cui i miei genitori e mio fratello avevano cenato in tre. «Dov’è quell’animale selvatico?», era mia madre a soffrirne maggiormente. Mio padre invece le diceva di portare pazienza. Nessun bambino in Occidente moriva più di fame.

A dieci anni mica mi prendevano. Un giorno saltò fuori la storia dell’apparecchio. Era mattino. Mi tesero un agguato. Ero tutto sudato. Viscido come un anfibio. Una salamandra umana, ecco cos’ero. Non s’era ancora visto al mondo un essere come me. Riuscii a divincolarmi.

Mio padre cercò di starmi dietro, ma aveva gambe come colonne e una pancia a cuspide da bevitore. Mia madre gli urlava dal balcone: «Là! Là! È dietro il cespuglio…».

«Una salamandra umana, ecco cos’ero.»

«Quando torni. Quando torni stasera, vedrai. Tanto prima o poi dovrai venire a dormire» disse papà. Una furia sembrava. Occhi sottili e capillari esplosi. Cuore al galoppo e polmoni a raschiare il fondo del torace. Quel giorno quasi lo uccisi.

«Spenderemo tutto per tuo fratello!» mi urlò dietro mia madre mentre finalmente guadagnavo l’uscita dal cancello e fendevo a falcate l’erba alta davanti a casa. C’era un sole grandioso. Come potevano tenermi fermo, rimpinzarmi di cibo, raddrizzarmi la bocca e mandarmi a nuoto per la scoliosi? Io correvo verso la luce, il calore.

Ora il mio tempo è fatto di figli coscienziosi che a volte mi svegliano per gli incubi a metà notte. È un soriano che vive in appartamento. È una moglie che mi passa l’ammorbidente nei capelli già grigi ripetendomi che sono ancora giovane.

La conta dei contributi le dà ragione.

bertolotti luca

Luca Bertolotti (1977) è nato a Milano. È autore di La bambina falena (Fandango, 2018). Vive in Brianza e ha due figli. Ha stampato manichini, saldato ferro, fatto il falegname e da anni lavora in ogni ambito in cui ci siano vernici da spruzzare o anche solo da annusare.

Giommoni Luca Racconto

rubare addii che non sono per noi

Un racconto di Luca Giommoni
Numero di battute: 2429

Appena scorgo Abel al binario, mi nascondo subito dietro a una ragazza, che, diffidente, si allontana. Abel non ci mette molto a notarmi così come io a realizzare che dovrò condividere il viaggio con le sue esagerazioni dette soltanto per riempire pensieri andati persi tra postumi di sabati in provincia.

Abel sistema la custodia con la chitarra e io, da una carrozza di seconda classe, ascolto, anche oggi, il treno riportarmi a casa dopo aver guadagnato il denaro necessario per continuare a lavorare.

Abel sfoglia uno spartito musicale e borbotta una melodia. Mi dice che oggi è la sua ultima lezione. Io mi immagino il sorriso di Virginia Woolf mentre si lascia affogare e dissimulo una certa curiosità.

Abel mi annuncia il suo imminente trasferimento a Berlino per ricongiungersi con la fidanzata già là da settimane. Provo a riprendermi dallo stupore ma già so che, da ora in poi, a ogni aereo che mi volerà sopra la testa, non potrò fare a meno di pensarlo, lì dentro, in viaggio verso possibili lieti fine, a guardare dal finestrino i miei trent’anni spesi a preoccuparmi di disturbare le opportunità.

Mi mostro scettico per capire se fa sul serio e Abel, con un’alzata di spalle, mi cita il Buddha, dicendomi che ci sono solo due errori nella strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire.

«Poi mi lascia
con la mia invidia.»

Prima di scendere, mi saluta come si saluta chi resta indietro, invitandomi a farmi vivo se mai mi trovassi a Berlino. Poi mi lascia con la mia invidia, non più solo per la sua dote di leggere la musica ma anche per la sua risolutezza nel decidere di andarsene.

La sera stessa, decido di redigere una lista di chi ce l’ha fatta e chi no, sperando di farmi stimolare dal potere esplicativo degli sconfitti. E la mattina dopo, tenendomi bene a mente il morire rassegnato, da ispettore doganale, di Melville, riesco a cambiare marca di tabacco, consapevole che una grande impresa inizia con un gesto.

Ci metto del tempo, ma sono quasi a un passo dal guardare le rotaie come un lunghissimo e imprevedibile addio, quando, qualche nuca più in là, vedo Abel aspettare il mio stesso treno.

Berlino è rimandata, dice. Prima deve andare fino in fondo a certe faccende. Oggi, per esempio, deve farsi cento chilometri, andata e ritorno, per riportare, e cambiare, un accendino non funzionante comprato il giorno prima.

Gli chiedo se ha impegni per la sera dopo: vorrei tanto invitarlo a cena.
Abel non va da nessuna parte. Abel rimane.

bio luca giommoni

Luca Giommoni (1985) vive a Firenze e lavora ad Arezzo come insegnante di italiano agli stranieri. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste Effe, Narrandom, Spazinclusi, l’Irrequieto, Grado zero, La nuova carne, l’Indiscreto, A Few Words, StreetBook Magazine, Locomotiv. Un suo racconto ha fatto parte della rubrica del Corriere Fiorentino Toscana d’autore, curata da Vanni Santoni. Finalista alla prima edizione del concorso Petrarca.fiv.