Pastrengo Agenzia Letteraria

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Giorgia Di Nardo Fasoli racconto

una questione di vita o di morte

Un racconto di Giorgia Di Nardo Fasoli
Numero di battute: 2446

Erica cammina come se indossasse tacchi alti, invece è scalza con solo una camicina da notte blu, a fiorellini bianchi. Si è svegliata perché deve fare la pipì e percorre il lungo corridoio evitando di calpestare le ombre grumose sul pavimento di cotto. Questo gioco l’ha inventato Sissi, la sua migliore amica, una volta che è rimasta a dormire a casa sua; ma per Erica ora non è più un gioco, bensì una questione di vita o di morte, come se camminasse tra lapidi e croci.

«Facciamo finta che sono buchi» aveva bisbigliato Sissi, «se ci finisci dentro muori!» Dicendo questo, aveva dato una piccola spinta a Erica e il suo piede destro era finito proprio al centro dell’ombra scura della cassapanca di vimini, «Ecco, sei morta!» aveva esclamato Sissi ed era corsa a chiudersi in bagno con due mandate.

«Apri, devo fare la pipì!» aveva protestato Erica con le gambe un poco piegate e i ginocchi che si sfioravano.

«Se ci finisci dentro muori!»

«No, io non parlo con i morti anzi…» Una pausa, il suono della tavoletta e poi quello tintinnante dell’urina. «Sono i morti che non possono parlare con i vivi. Quindi tu ora non parli più e anche se parli io non ti sento.»

Questa scena Erica la ricorda nei minimi dettagli e anche il senso di vuoto e paura che le si era aperto nel petto con un cigolio sordo da portone non oliato. Era rimasta lì, un piede gelato poggiato sull’altro ancora più gelato, incerta se bussare o no per timore di svegliare i suoi, mentre Sissi, dall’altra parte, canticchiava una filastrocca insegnata dalla maestra.

«… Say the bells of Old Bailey. When I grow rich?»

Quando dopo uno, due o forse tre minuti, Erica aveva ceduto, era già troppo tardi perché, proprio nel momento in cui le nocche avevano toccato il legno, aveva sentito una scia calda scivolarle giù tra le gambe, insieme alle lacrime che erano già lì a offuscarle la vista. E stava per fuggire, andarsi a nascondere chissà dove, forse direttamente nel letto dei suoi, forse in camera del fratello, o meglio ancora, via al piano di sotto dalla zia, quando aveva sentito la risatina di Sissi e poi: «Ecco, sì, questo sì: i morti possono bussare, mia nonna dice che i morti…».

Sissi aveva aperto la porta e lasciato la frase a metà; arricciando le labbra e storcendo il naso l’aveva guardata come si guarda una pera marcia spiaccicata a terra.

«Che schifo! Voi morti fate davvero schifo» aveva detto e se ne era andata saltellando e ripetendo che schifo, che schifo, voi morti fate davvero schifo.

bio Giorgia Di Nardo Fasoli

Giorgia Di Nardo Fasoli è nata in Abruzzo e vive a Bologna, dove si è laureata in Lettere Moderne e Italianistica. Ora, oltre a occuparsi di tutte quelle cose che servono per vivere, si sveglia molto prima dell’alba per scrivere senza essere disturbata e legge molto. Un suo racconto è stato pubblicato nella raccolta collettiva I giorni alla finestra (il Saggiatore 2020), un altro dalla rivista Offline.

eduardo de cunto racconto

adalberto cammina

Un racconto di Eduardo De Cunto
Numero di battute: 2471

Piove. Adalberto cammina. Un passo segue l’altro.

Un passo sinistro dopo un passo destro, una goccia dopo una goccia. In città piove da sempre e piove sempre. E Adalberto, è da sempre che cammina?

La pioggia insiste. Si intensifica. Torna rada ma non smette.

Un passo dopo l’altro, una goccia dopo l’altra: più gocce che passi, si direbbero due ordini di infinito.

Non da sempre cammina, Adalberto. Tanti anni fa gattonava, e prima ancora non c’era piede da mettere avanti a piede.

Neanche il cielo piove da sempre. Due ordini di finito, dunque, di estenuante enormità.

«Neanche il cielo piove da sempre.»

A piede segue piede, a goccia segue goccia. Adalberto piove insieme alla pioggia: cade pioggia dalla sommità concava del cranio alla lingua, poi giù per l’esofago fino a seccarsi sul cuore. A piede segue piede. È Adalberto che cade, mentre cammina in piano. A piede segue piede: batte la pioggia, batte il petto. Attorno alle caviglie inzuppate pare crescano radici, tanto è innaffiato. Parrebbe dover restar fermo, trattenuto all’asfalto, riflesso nelle pozzanghere, invece non è che una macchia che si sposta di polla in polla.

Adalberto piove con la pioggia, e piovono con lui i concittadini. Gli piovono dall’altro lato del marciapiede, o in senso contrario, o d’obliquo, talvolta nel medesimo verso. Li supera, lo superano, si incrociano. Un cenno muto di mano, o di capo, e poi piede avanti a piede, gamba avanti a gamba, nuvole che passano e che piovono per conto proprio.

Non passano mai le nuvole della città, quelle no. Se passano ne arrivano altre. 

La gente che passa non piove che fuori ai vestiti. Dentro, non sembra bagnata. La pelle, che copre ogni passo di piede, ogni gesto di mano o di capo, è impermeabile. Quegli altri non piovono che dal cranio convesso, non giù per l’esofago. Eppure vanno, va il cuore, vanno i piedi in ogni dove e in ogni senza perché.

Adalberto cammina. Gli occhi arrivano dove i piedi non possono. Laggiù, le nuvole si aprono ferite da una lama d’oro. La carne d’ovatta che copre il cielo si apre e sanguina, sfuma in rosa nell’epidermide di nuvola esfoliata, si fa livida e poi, per un’impercettibile linea, verde, poi gialla dove la pelle è quasi guarita. Ma questo è lontano. Sopra la testa d’Adalberto, sulla città, c’è solo nero, e perlopiù grigio, al limite un bianco sofferente che non ha riposo.

Cammina, va dove dev’essere caldo. Percepisce il tepore. Non è che un attimo, un pensiero d’asciutto, e la sensazione è persa. A piede segue piede, a goccia goccia.

de cunto eduardo

Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. Voleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi. Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi nella raccolta Come salmoni, a cura della Lorem Ipsum, e sulle riviste Risme, Voce del verbo, Squadernauti, La nuova carne, Quaerere, Bomrché e Colla. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.

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battito d’ali

Un racconto di Costanza Ghezzi
Numero di battute: 2120

Mio fratello aveva otto anni quando decise che sarebbe diventato un cacciatore di lucciole. I campi che si stendevano intorno alla casa, nelle sere di giugno, riempivano l’aria dell’odore aspro e pungente del grano umido e accoglievano frotte di lucciole, luci intermittenti nascoste a stento da un battito di ali. I campi diventavano cieli stellati. Imprigionate la notte sotto il bicchiere capovolto della Nutella, si dileguavano al mattino, lasciando monete luccicanti.

Renzo ci era andato in fissa.
«Stanotte ne catturo almeno mille» mi disse col fiato caldo da sotto il lenzuolo.
«Sì vabbè» smusai girandomi contro il muro.
La mattina il letto era vuoto.
Mia madre era troppo occupata con le galline che razzolavano nervose nel cortile polveroso e sudicio. Non ci fece caso e neanche io ci pensai più di un istante.

«Stanotte
ne catturo
almeno mille.»

Il sole in campagna d’estate è impietoso. Si esce solo se si deve, io preferivo l’ombra umida e pietrificata delle stanze. Dalla finestra potevo vedere le nuvole di polvere che i trattori facevano alzare e abbassare, in lontananza.

All’ora di pranzo fu dato l’allarme. Il babbo e i braccianti non fecero in tempo a togliere gli scarponi che furono gettati di nuovo fuori dalle grida di mia madre. La minestra lasciata a fumare nelle scodelle sbeccate.
«Renzo, dov’è Renzo? Maria l’hai visto? Guglielmo tu l’hai visto?» e così in un appello senza fine, senza conclusione.

Uno sciame di cappelli e maglie slabbrate buttato di rincorsa giù per i campi, questo vedevo dalla finestra. Un sollevarsi di polvere che confondeva l’orizzonte con le colline.
Odio la campagna, pensai in un rigurgito di pentimento profondo. Renzo forse aveva catturato centinaia di lucciole, e adesso era ricco in qualche città lontana. Avevo sonno, mi addormentai.

Al risveglio tutto era in penombra, gli uomini fuori in cerchio, attorno al corpicino di mio fratello, che non aveva lucciole con sé, solo un graffito rosso, un disegno perfetto che dalla bocca arrivava allo stomaco, lungo la casacca celeste del pigiama. Mia madre in ginocchio, muta.
Rimasi a fissare i campi dalla finestra, le lucciole iniziavano di nuovo a danzare.

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Costanza Ghezzi vive nel Sud della Maremma toscana. Lavora come editor e correttrice di bozze. Ha pubblicato racconti su riviste letterarie, ha scritto per la raccolta Misteri di Maremma (Effigi 2021) e il romanzo breve Il segno di Nora (Bibibook 2021). Ha curato per Thàlia Servizi Editoriali la raccolta Dipendenze, 18 storie ordinarie e stupefacenti (Bibibook 2022).

de luca antonello racconto

il verme

Un racconto di Antonello De Luca
Numero di battute: 2434

Il verme è lungo dieci centimetri ed è cicciotto, il più cicciotto dei suoi. Si muove all’alba quando la paura del passero costringe la comunità al rintano. Gli altri lo vedono risalire il muro della vecchia casa, fermarsi alla finestra, sotto la grondaia. Così interrompono ciò che stanno facendo – di solito mangiano e scopano e scopano e mangiano – e l’osservano.

Eccolo lì! dicono i più anziani, ci fosse una mela lassù! Qualcosa che ci sfami! Come fa a essere così grosso? Non mangia. Non lavora. E non si accoppia! È forse un asceta sceso in terra per farci impazzire tutti?
Ma non trovano risposta.

«Cosa vai
a fare lassù?»

Cosa vai a fare lassù? gli chiedono.
Accolgo il primo sole, risponde il cicciotto.
Il passero ti ucciderà! dicono gli anziani non privi di speranza.
Ma il tempo scorre e il rituale della finestra si ripete. Il passero sorvola ogni giorno la polis dei vermi senza cavarne alcuno dalla terra. I vermi continuano a scopare e a mangiare sperando che il passero uccida il cicciotto concludendo quello stupido rituale.
Non c’è vita in comune senza morte individuale, dicono durante i simposi, il cicciotto vuole sovvertire l’isonomia!

Così quando il primo giorno di primavera, il cicciotto viene stretto nel becco dal passero, tutti i vermi della comunità gioiscono in coro.
Il cicciotto si contorce nel becco.
Guardate! dicono gli anziani, adesso se lo pappa!

Ma quella sera lo vedono tornare. Il cicciotto saluta tutti e nessuno ha il coraggio di chiedere. Così per una settimana. Il passero prende nel becco il cicciotto e insieme volano al tramonto. Poi tornano alla finestra e si salutano.

Trascorre un’altra settimana. Si tengono altri simposi nell’agorà dei vermi. Si discute sul da farsi. Alla fine uno degli anziani chiede.
Entrambi amiamo volare, risponde il cicciotto, io non posso farlo e il passero mi insegna.
L’anziano strepita, farfuglia qualcosa.
Mi dà anche da mangiare, continua il cicciotto.

Allora l’anziano fa tutto ciò che di solito fa un verme quando s’infuria. Alla fine raduna la comunità dei vermi – più di mille allo scoperto in pieno giorno – con l’intenzione di punire il cicciotto, di bandirlo dalla polis.
Ma il cicciotto non si scompone.
Cosa hai dato in cambio al passero? ruggisce l’anziano verme, perché ti sfama?
Il cicciotto sorride.
Cosa gli hai promesso? Quali leccornie? Quali delizie?
Il cicciotto sorride.
Poi, d’improvviso, il buio.
E il frullo d’ali dall’alto.
Voi, dice il cicciotto, e il passero ha accettato.

antonello de luca foto

Antonello De Luca (1978) è nato a Fuscaldo (CS) e ha studiato a Roma. Vive e lavora a Milano. Ha due figli: uno tra i piedi; l’altro nella pancia della moglie.

marinelli-benedetta-racconto

alla parete di giacomo

Un racconto di Benedetta Marinelli
Numero di battute: 2443

«Eccallà, lo sapevo io.» Adamo, languidamente appoggiato sul suo ancestrale masso, è il solito disfattista. «Guarda là, che cessa.»

Giacomo chiude la porta dietro di sé e le persiane il più silenziosamente possibile, senza lasciare la mano della ragazza.

«Oh sì! Le nostre scene preferite!» Le quattro Marilyn parlano sempre in coro.
«Vi fate i cazzi vostri?» le rimprovera Jeanne alzando gli occhi vuoti.
«Santo cielo, non entrava una ragazza in questa stanza da due anni. Puoi provare a essere contenta?»

«Contenta di un’altra puttanella che spezzerà il cuore di Giacomo come l’ultima?»
«Dio Santo, Jeanne, devi essere per forza così volgare?» interviene Sylvia Von Harden aspirando a denti stretti il fumo dalla solita sigaretta.
«Ah» sospira dolorante il figliol prodigo, abbandonato al fantoccio surrealista.

«Oh sì! Le nostre scene preferite!»

«Volgare, io? Ma ti sei vista? Con quel rossetto rosso da bordello e quel pastrano a quadri che chiami abito.»
«Il tuo cervello è così piccolo, Jeanne. Del resto un collo così sottile non avrebbe potuto reggere nient’altro che aria fresca.»
«A te, invece, per due puttanate che hai scritto, ti hanno pure dipinta.»
Le Marilyn sghignazzano. Sylvia si limita a ciccare la sigaretta.

«È proprio cessa, cazzo.» Adamo torna alla carica. «Meglio l’altra.»
«L’altra? Ti sei dimenticato di quando Giacomo non è uscito da questa stanza per tre settimane per l’altra?» sottolinea Frida accarezzando le scimmiette sulle sue spalle. «E poi la bellezza è un concetto astratto.»

I ragazzi si baciano ancora in piedi. Le mani di lei sono fresche sul suo collo, quelle di lui un po’ sudate: una salda sul viso candido, l’altra in ricognizione lungo la schiena.

«Ah l’amour!» La Ragazza con l’orecchino di perla sorride.
«SCOPARE SCOPARE SCOPARE» inneggia la città che sale.
«Ah» sospira il figliol prodigo.

La foga li spinge sul letto e cominciano finalmente a sbucciarsi.

Le Marilyn sono incontenibili.
«Questa ragazza ha proprio gli occhi buoni!» La Ragazza con l’orecchino di perla è raggiante.
«Questa ragazza ha proprio gli occhi» puntualizza Jeanne.

Via le t-shirt, via il reggiseno. La testa di Giacomo, bacio a bacio, va giù.

«Ma sai che tanto male alla fine…» Adamo si interrompe.
«Sei proprio un maschilista di merda.»
«SCOPARE SCOPARE SCOPARE» inneggia la città che sale.
«Ah» sospira il figliol prodigo.

«Aspetta un attimo.» La ragazza parla zittendo tutti. «Possiamo spegnere la luce?»
«Perché?» chiede Giacomo.
«Con tutti questi poster mi sento osservata.»

marinelli benedetta

Benedetta Marinelli è nata a Campobasso nel 2000. Attualmente vive a Roma dove studia Lettere Classiche all’università La Sapienza. Collabora come redattrice con il magazine Fyah. Si è classificata semifinalista alla sezione giovani del Premio Campiello 2022. Le sue uniche certezze sono il libro sul comodino e il basilico sulla pizza.

racconto Simon Trumpet

forse dovremmo comprare
un condizionatore

Un racconto di Simon Trumpet
Numero di battute: 2486

Quella richiesta, fatta dalla moglie, risuonava nella sua mente: «Sai caro, forse dovremmo comprare un condizionatore». Anche quel giorno il termometro segnava cinquanta gradi. Le ombre dei grattacieli si fondevano sull’asfalto bollente. Già, pensava, il sesto condizionatore, in effetti, avrebbe portato un po’ di fresco nella loro calda casa.

Il bus era in ritardo. Il traffico non scorreva e il suo grosso cappello non riusciva per nulla a proteggerlo da quei nefasti raggi solari. Decise allora di avviarsi a piedi, verso la metro. Lungo il marciapiede respirava un po’ di refrigerio uscente dai negozi. Declinò l’idea di fermarsi in uno di essi per rifiatare. Era in ritardo e il suo vestito zuppo di sudore. Si chiese come fosse possibile lavorare in quelle condizioni. Era insostenibile, quel calore. Eppure sapeva bene che la produzione non poteva fermarsi.

«Anche quel giorno
il termometro segnava cinquanta gradi.»

Scese nelle viscere della terra e in pochi minuti arrivò a destinazione, fermata Vulcano. Salì sulla cresta del cratere. Il suo capo subito l’accolse felice. Gli indicò i grafici. C’era molta attività, quel giorno. Sbuffi di calore si sollevavano altissimi nel cielo. Avrebbe voluto mettersi la tuta ignifuga, almeno per alleggerirsi un po’ da quel fuoco. Ma il suo superiore pareva non avere occhi, se non per quei bei segnali di fumo.

La lava usciva copiosa e il vapore spingeva le turbine al massimo della velocità. Laggiù, lontano dalla città, i boschi bruciavano. Nessuno avrebbe consumato acqua per spegnerli. Quando qualcuno distrasse il capo, poté cambiarsi per lavorare. Non ebbe pause, se non per fumare una sigaretta, fino alle sette.

I suoi colleghi recuperarono le automobili, mentre lui ridiscese nella bollente metro. Sottoterra non si respirava. Giunto a casa, ascoltando il giornale, tirò un sospiro di sollievo, sentendo che nessuno era morto a causa di quel caldo anomalo degli ultimi tre anni. La centrale geotermica aveva lavorato a pieno regime. Non ci fu nessun black-out o calo di energia. Fossero tutte così le giornate, pensò. Guardò la moglie, affaticata a caricare la lavastoviglie. Accese così, col telecomando, tutti e cinque i macchinari.

«Sai, le disse, forse dovremmo prendere un altro condizionatore.» Anche se le sue parole furono in parte mangiate dal rumore. Lei sorrise. «Ti stiro il piumone per stasera» urlò. Poi corse a fare la lavatrice, non prima di dare un’ultima passata veloce con l’aspirapolvere mentre le luci della città si accendevano per illuminare, a giorno, la notte.

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Simon Trumpet conosce la scrittura da adolescente e non l’ha più abbandonata. Laureatosi in Lettere sogna di divenire bravo quanto i suoi idoli C. Palanhiunk e P.K. Dick. Ha pubblicato la raccolta di racconti Al di là del nulla (Aletheia). Altre storie sono apparse su Lahar Magazine. Vive, studia e lavora all’estero.

giugliano antonio racconto

lettera aperta, lettera morta

Un racconto di Antonio Giugliano
Numero di battute: 2488

Dovevamo andare a prendere l’acqua al pozzo. Io e la capra. La capra si chiamava Askenatze.

Era nata il giorno che ci fu il bombardamento della casa degli Haskbel, il 37 settembre. Noi c’eravamo salvati per caso, disse zio Hebron, solo perché un coso di missile era caduto venti metri più in là. Zio Hebron aveva tutti i denti verdi. Gli piaceva il tè. Ne beveva a litri. Era il fratello di mia madre. La casa degli Haskbel non esisteva più. E neanche loro.

Ma a quell’epoca c’erano tante di quelle bombe che non ne potevi tenere il conto. E nemmeno delle case distrutte. Vedevi il giorno dopo un cartoccio sfigurato di ossa bruciacchiate. Gente morta. Però spezzettata. Hai visto mai un morto a pezzi e bruciacchiato? In fondo a me non me ne importava. Io ero vivo. Zio Hebron non l’avrebbe mai potuto capire. Ma io sì. Ero un bambino, no? Io lo sapevo che il buon dio mi avrebbe sempre salvato dai bombardamenti. I bombardamenti era una cosa dei grandi, io che c’entravo?

«Hai visto mai
un morto
a pezzi
e bruciacchiato?»

Hai visto mai un morto a pezzi e bruciacchiato? In fondo a me non me ne importava. Io ero vivo. Zio Hebron non l’avrebbe mai potuto capire. Ma io sì. Ero un bambino, no? Io lo sapevo che il buon dio mi avrebbe sempre salvato dai bombardamenti. I bombardamenti era una cosa dei grandi, io che c’entravo?

Askenatze invece era una capra irriverente. Oddio, era ubbidiente, ma ogni tanto voleva fare di testa sua. Nel senso che anche se io la chiamavo, voleva per forza di cose andare dove non si poteva andare. E io la riprendevo: «Askenatze! Askenatze!» gridavo.

Le piaceva andare a brucare le foglie di fico.
«Ma non lo vedi che le foglie di fico sono troppo alte per te?»
Lei saltellava intorno al fico.
E allora ci salivo io, sul fico, e strappavo le foglie per darle ad Askenatze.

Dovevamo fare due o tre chilometri per arrivare al pozzo. Io mi portavo sulle spalle la tanica da venticinque litri, però a casa gli dicevo che la mettevo sulle spalle di Askenatze. È che mi piaceva vederla sgambettare libera. Si metteva ad annusare ogni cespuglio. C’erano le piante di mirto e di pepe. Le piaceva soprattutto la pianta di pepe. L’annusava e starnutiva. E mi faceva ridere. Era proprio una scema. Dopo aver annusato la pianta di pepe starnutiva e mi guardava con quell’aria propria di chi ti dice: “Ma che è successo?” e io mi facevo delle grandi risate.

Comunque non c’era proprio da stare allegri, disse zio Hebron. Ora sarebbero arrivati i nemici e dovevamo sloggiare e avremmo dovuto andare più a Nord, dove non c’è acqua, e avremmo dormito guardati dalle stelle. Ma noi c’avevamo il sacco a pelo. E io vedevo le stelle e me le guardavo tutta la notte e dicevo buon dio tu guardaci dalle stelle e guarda soprattutto Askenatze che è scema e non capisce niente e basta che si mangia le foglie di fico.

Lei è contenta così.

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Antonio Giugliano ha pubblicato i romanzi Love kaputt (Augh! 2017), La valigia del venerdì (Freccia d’oro 2020) e Topi (WriteUp 2022). Alcuni suoi racconti sono stati accolti in antologie e in diverse riviste letterarie, tra le quali Crapula club, L'Irrequieto Quaerere, Split. Per il mese di settembre 2022 è prevista l'uscita del suo quarto romanzo, Nembutal.

Dario Picchiotti Vanni racconto

l’ africa in corridoio

Un racconto di Dario Picchiotti Vanni
Numero di battute: 2033

«Mi dispiace, siamo alle antilopi» disse Adele pulendosi il grembiule; si allontanò per il corridoio, scomparendo in mezzo allo sciame convulso di Bull Boys e denti sparsi appena liberato dalla campanella.

Enea non ebbe nemmeno il tempo di rispondere e fu lasciato lì, appeso a una parola che non capiva: antilopi, certo, come l’animale: ma di cosa stava parlando? Con il tempo sarebbe diventato un nipote crudele, un figlio viziato, un amante mediocre e un marito noioso, ma di certo non avrebbe mai fatto un torto a nessuna antilope.

«Siamo
alle antilopi.»

E allora cosa? Siamo alle antilopi. E i leoni? E gli zulù, i cammelli, la savana a perdita d’occhio, i ghepardi sinuosi, gli elefanti mastodontici, gli ippopotami? Si era perso tutta l’Africa e non se ne era accorto: basta un attimo di distrazione e un intero continente ti passa sotto il naso.

Adele, dal canto suo, era pienamente consapevole del suo strambo uso delle parole: sebbene le maestre fossero convinte che avesse un leggero ritardo cognitivo, dovuto a un qualche evento traumatico avvenuto durante i suoi primi anni di vita, era invece lucida e determinata: i suoi genitori usavano la lingua come un’arma, prendevano le parole e se le tiravano addosso, pesanti e ruvide: bastarda, divorzio, stronzo; lei le raccoglieva e le trasformava nella sua lingua, e la lingua di Adele era dolce, morbida e accogliente, piena di parole come abbraccio, bacio, pulcino, miele.

E così, pur di usarla, iniziò a cambiare nomi e significati, ma la sua scelta ebbe delle ripercussioni, e scoprì presto che chiunque le si avvicinava veniva deriso e preso in giro. Con il fatalismo tipico dei bambini, si condannò quindi alla solitudine eterna.

Enea allora, preso dalla paura di perdersi qualche altro continente tipo la provincia di Prato o l’Oceania, cominciò a correre come un forsennato: entrò nella classe di Adele e la trovò in piedi davanti alla lavagna. Fece un gran sospiro e l’abbracciò, immergendo la faccia nei suoi capelli: le parole che gli vennero in mente furono marmellata e sole e ridere.

bio Dario Picchiotti Vanni

Dario Picchiotti Vanni (1988) è nato a Udine e vive da alcuni anni sull’isola di Capraia. Suoi racconti e poesie sono apparsi sugli Atomi di Oblique, inutile rivista, Narrandom, Voce del Verbo, Fantastico!, Spaghetti Writers, la Quarta Corda.

racconto giovanni altavilla

il custode di san marco

Un racconto di Giovanni Altavilla
Numero di battute: 2491

A quell’ora in piazza San Marco potevi incontrare solo qualche cormorano e il vecchio Tiziano. Lo riconoscevi subito dalla ciotola che portava a due mani, grande quanto un’insalatiera. Sembrava più il custode di uno zoo. Voci dicevano che desse da mangiare a qualche enorme cane nascosto nella chiesa o addirittura a un prigioniero.

Di certo all’alba, quando aprivano i bar e attraccavano i primi vaporetti, la ciotola era vuota. La trovavi là a fargli compagnia sul bordo della banchina dove lui si sedeva con le gambe a penzoloni sulla laguna dando le spalle alla basilica, come se ci avesse litigato. Ma poi si tirava su con dei lamenti e mandava un bacio al leone sulla colonna e zoppicava via verso casa.

Quella notte il suo passo rimbombava nella mia calle, era come se mi avesse invitato a pedinarlo fino a San Marco. Mi ero acquattato dietro al primo cestino del molo che dava sulla mezza facciata. Da lì avevo la visuale libera sul suo segreto come in un teatro. Aspettavo solo che la sua piccola sagoma sullo schermo del telefono uscisse dal porticato di Palazzo Ducale e svoltasse l’angolo verso la chiesa.

Invece si fermò sotto alla colonna del leone. Si abbassò alla base come se avesse un ferro arrugginito al posto della schiena e posò la ciotola; guardò il polso e rimase a fissare la cima della colonna.

«Davvero tutto questo per un piccione?»

Davvero tutto questo per un piccione? Mi chiedevo fissando il volatile impettito sulla testa del leone alato… di cui in un attimo rimasero un paio di penne galleggianti in aria.

Il telefono mi scivolò nel bidone rimbalzando sulle pareti di alluminio come se avessi suonato una batteria. Sia Tiziano che il leone di bronzo girarono la testa verso di me. E da lassù il leone saltò ondeggiando in un volo simile a una libellula.

Qualcosa mi diceva che non dovevo avere paura, anche quando atterrò a un passo da me. Mi fissava con quei buchi verdi e abbassò la testa come se si stesse stiracchiando. Se non me la diedi a gambe fu solo per il sorriso tranquillo del vecchio Tiziano: capii che non era una posizione di attacco, ma un inchino.

Il leone era chiaramente in attesa di qualcosa. Riuscii solo ad alzarmi, mi sentivo puntato da quella coda arricciata, come un serpente sulla difensiva.

«Vuole che ti inchini anche tu» disse Tiziano ansante.

Tremai un attimo prima di vederlo alla mia sinistra. «Perché?» chiesi ipnotizzato dalla punta della coda che iniziava a penzolare rigida, come se cercasse di scodinzolare.

«Ah, non lo chiedere a me. È San Marco che sceglie i custodi.»

bio Giovanni Altavilla

Giovanni Altavilla è nato nel 1997. Partenopeo di nascita, sannita d’adozione e veneziano con Visto, si è specializzato in English Studies all’università Ca’ Foscari. È stato uno dei venticinque selezionati al laboratorio di scrittura creativa offerto dall’università di Venezia tenuto da Tiziano Scarpa e Roberto Ferrucci nel 2021. È stato co-autore di un articolo scientifico e collabora con la rivista Naransa. Ha pubblicato il suo primo racconto su Rivista Blam.

Flavio Capperucci racconto

l’asta di riparazione

Un racconto di Flavio Capperucci
Numero di battute: 2390

Che strippata stamattina. Alle dieci mi ha chiamato il capo. Eccolo là, mi sono detto, arrancando verso la saletta riunioni che nemmeno un Pandino sette e cinquanta sulla salita del Muro Torto.

Sapevo che con lui c’erano Martoni e Chiasso. Ma io non avevo lavori con loro. C’era stato un progetto, una riorganizzazione di Saipem sì, ma quando, sei anni fa?

Con Chiasso sì che c’era qualcosa. Una roba di Tenaris. Ma avevano fatto quasi tutto lui e Bini, lo stagista, e io avevo solo riguardato un po’ la presentazione.

«Che strippata stamattina.»

E se mi chiedevano come era stato calcolato il tasso di sconto? O peggio, del perché era stato scelto quel metodo invece di quell’altro?

Avrei simulato un malore. Sì, ma un’altra volta? Già l’anno scorso avevo fatto la scena di un attacco di appendicite, quando mi era stato chiesto un commento su un principio contabile.

Ho chiesto ai santi, agli angeli e a voi fratelli di pregare per me il signore dio nostro e sono entrato. Quando ho visto che sulla parete erano proiettati duecentomila numeri, a occhio una valutazione d’azienda, ho capito che per me era finita.

Ma tanto prima o poi doveva succedere. Quanto potevo andare avanti. Erano anni che sgusciavo dalle domande che neanche Tomba la bomba nello speciale di Kranjska Gora.

Però io dico, sei in riunione con questi due che hanno sdraiato la Bocconi in quattro anni, hanno una conoscenza tecnica che se la batterebbero con Draghi e la Lagarde, una capacità di esposizione che manco Piero Angela, e vieni a chiamare me che ormai l’avrai capito che l’unica cosa che so fare è ingarellare i clienti, che lo sai che io non ho la preparazione che hanno loro, che per seguire una lezione dovevo fare a cazzotti per un posto nelle prime file in un’aula che ci stavamo in seicento che sembrava di stare in Tribuna Tevere, che le cose il professore a volte manco le spiegava – che poi il professore, l’assistente dell’assistente –, quindi la teoria chiedila a loro, a me lasciami andare dai clienti a fare il simpatico, ma non mi tirare in ballo per le robe tecniche, che lo sai che non le so.

Martoni e Chiasso si sono alzati e se ne sono andati. Il capo ha fatto cenno di avvicinarmi. Sul pc aveva un foglio con il maxilistone dei calciatori, pieno di calcoli e strategie per l’asta di riparazione del Fantacalcio di stasera.

«Senti, ma me lo dai Belotti? Ti posso offrire Quagliarella. E poi ci aggiustiamo a centrocampo.»

Capperucci Flavio

Flavio Capperucci è nato a Roma nel 1985 e, dopo alcuni anni di lavoro a Milano, si è trasferito in Spagna, dove ha aperto un ristorante. Ha pubblicato un racconto su Rivista Blam, con la quale collabora scrivendo recensioni di romanzi.