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pesca al lago

Un racconto di Jacopo Milani
Numero di battute: 2433

Quando avevo otto anni mio padre mi portò a pescare. Non avevo mai tenuto in mano una canna da pesca prima di quel giorno, né avevo idea di quali pesci vivessero nel lago poco lontano da casa nostra. I miei genitori, mi disse mia madre qualche anno più tardi, stavano attraversando una crisi. Ai tempi sapevo soltanto che lui se ne sarebbe andato a lavorare in Lombardia per qualche mese.

Mi svegliò che era ancora buio, dicendomi che saremmo andati a pesca. Facemmo colazione tutti insieme. Non succedeva spesso, lui lavorava tutta la settimana e quando era a casa rimaneva a letto fino a tardi. Mangiammo fette biscottate con burro e marmellata, poi mi disse di prepararmi e si alzò. Rimanemmo soli, io e mia madre, a guardarci. Non parlava.           

Salimmo in macchina poco dopo. Mio padre aveva un fuoristrada Suzuki. Appeso allo specchietto, penzolava sempre un profumatore a forma d’albero che emanava una fragranza stomachevole di pino silvestre. Ancora oggi associo quell’odore a lui e alla sua Suzuki; gli rimaneva attaccato ai vestiti, alla pelle, lo seguiva ovunque.          

Il percorso era breve, e in una ventina di minuti arrivammo al lago del Turano. La Suzuki imboccò il sentiero sterrato e da lì proseguimmo a piedi. Ci sistemammo su una parte di prato rialzata. Mio padre piazzò le sedie pieghevoli e mi porse una canna da pesca. Estrasse un thermos rosso dalla borsa che portava in spalla.

«La lingua dei bambini non era fatta per il caffè.»

«Vuoi un po’ di caffè?» disse.          
«Mamma non vuole.»
Svitò il tappo e lo riempì come una tazzina. Me lo porse.    
«Da oggi puoi.»
Bevvi. Era la prima volta che assaggiavo il caffè. Era amaro, forte. Mia madre diceva sempre che la lingua dei bambini non era fatta per il caffè; e aveva ragione.

Mio padre mi mostrò come gettare l’amo in acqua, ma la canna era troppo pesante.          
«Devi imparare» disse.         
Provai: l’amo passò vicino al suo volto e finì in acqua.       
«Scusa» dissi.
«Tranquillo» rispose.
«E tu?» chiesi.
«Spaventeremo i pesci con due ami, meglio uno solo» disse.         

Rimasi per qualche minuto a fissare il piccolo galleggiante rosso immerso nell’acqua. Poi sentii tirare la lenza.  
«Papà!» gridai.          
«Non spaventarlo» disse. «Tira, poi riavvolgi il mulinello». E io provai, ma il pesce era pesante. Vidi la lenza annegare nell’acqua, e terminare in una macchia scura e rilucente.
«Tira!» ripeté lui. M’impegnai, ma la lenza si spezzò e caddi all’indietro. Guardai mio padre, aveva gli occhi tristi.        
«Imparerai» disse.     

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Jacopo Milani (1996) è nato a Roma e vive a Torino. Frequenta la Scuola Holden e da un paio d’anni gestisce il lit-blog Leggo.libri. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista Narrandom.

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radici nel mare

Un racconto di Camilla Caraffini
Numero di battute: 2477

Il riverbero del sole sul mare gli fece socchiudere gli occhi. Che meraviglia il mare d’inverno, pensò, ma non era un’idea originale, l’aveva pensato molte volte, e adesso gli sembrava che le lame di luce che perforavano la coltre di nubi e si abbattevano spietate su quella tavola di acciaio rappresentassero l’espressione più pura di ciò che gli era appena balenato in mente.

Una nave portacontainer pareva in equilibrio sul filo dell’orizzonte. Che profumo, quell’odore di erbe aromatiche e salsedine, che si inerpicava per le sue narici!

La passeggiata sul litorale era quasi terminata, una cittadina di quelle che si spengono in un muto letargo invernale per poi risvegliarsi con le ondate vocianti di turisti affamati di sole estivo si delineò dopo l’ultima curva.

Tutto taceva, perfino i gabbiani, che fino a poco prima cavalcavano la brezza schiamazzando e contendendosi alcuni resti di picnic sbrigativi interrotti da temporali improvvisi, si erano momentaneamente zittiti. Alcuni di loro zampettavano sulla spiaggia grigia, tra ciottoli rotondeggianti, pezzi di legno trasformati dall’acqua e dal sale e rifiuti di ogni genere.

«Te lo ricordi quando cercavamo i vetrini?»
La voce di Giorgia lo fece voltare di scatto, si era dimenticato di non essere solo. La solitudine per lui era un’abitudine rodata, confortevole.

«Tutto taceva, perfino i gabbiani.»

«Certo che mi ricordo» rispose poi con un tono più grave di quanto volesse, ma la verità era che non se lo ricordava per niente. Sapeva però che una risposta diversa le avrebbe dato dispiacere.

«Stai mentendo» gli sorrise lei, poi si accese una sigaretta e gli porse il pacchetto. Diana blu. Ne prese una.

Giorgia aveva i suoi stessi occhi, grigi e un po’ tristi, ma il suo viso paffuto le faceva avere un’aria gioviale e la sua bocca sempre incline al sorriso metteva gli altri a loro agio.

«No… È che mi viene difficile pensare alla Terra, a quello che abbiamo perso…»

Ciò che era realmente difficile, pensava, era cercare di farsi una nuova vita quando tutti intorno a lui si aggrappavano ai ricordi come naufraghi in balia di una tempesta. E non capivano, perfino sua sorella non capiva, che per lasciarsi qualcosa alle spalle bisognava infliggersi una violenza indicibile, era necessario raschiare la propria coscienza con il coltello.

«Non lo so se abbiamo fatto bene, Roman» disse lei guardando verso il cielo, un’altra aeronave stava per atterrare. «A partire, dico; volevo andarmene, ma mai come adesso sono stata aggrappata alle mie radici.»

bio caraffini camilla

Camilla Caraffini (1987) nasce a Genova. Da allora ha abitato in molti luoghi e, dal giugno del 2018, vive in camper in compagnia umana, canina e avicola. Ha pubblicato un racconto sulla rivista Storie bizzarre. Il suo blog è infondoalrettilineo.wordpress.com.

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anatra all’ arancia

Un racconto di Federico Zagni
Numero di battute: 2185

Dalla strada sembra assopito, mezzo floscio sul tavolino opaco di intemperie. A dire il vero, pare svenuto. Poi si riscuote. L’unico testimone, appostato alla finestra di fronte, racconterà di averlo osservato accendere il sigaro e insieme piazzare una sigaretta accesa nel piatto della cena avanzata. A Francesco Testa piace sentire il fumo delle Gauloises, mentre abbocca il suo mezzo toscano. Il testimone dirà anche di aver visto l’anziano scomparire al di là della portafinestra del balcone, per poi uscire pochi minuti dopo con un arco nudo tra le mani.

Testa è stato due volte campione italiano di tiro con l’arco, e ha partecipato addirittura alle Olimpiadi di Mosca, nell’80, in piena Guerra fredda. Quell’anno con lui c’era già Valeria, ancora coi capelli lunghi.

Il testimone dichiarerà che Testa “barcollava” mentre si appoggiava alla ringhiera, come se avesse bevuto. E che dalla sua casa usciva quella musica ad alto volume che si sentiva in tutta la strada. Questa ricostruzione non combacerà con l’asserzione di Testa, secondo il quale era necessario aspettare il crepuscolo, perché ci doveva essere quasi buio. «Non troppa luce per non farsi notare, ma abbastanza da vederla bene.»

Poi Testa inizia a tendere la corda dell’arco. È a questo punto che il testimone allerta le forze dell’ordine, anche se con esitazione. Pare che Testa miri al piccolo spiazzo vuoto e incolto a fianco del palazzo, vero, ma un’arma è sempre un’arma, anche se sportiva.

«Un’arma
è sempre un’arma, anche se sportiva.»

Dirà Testa che il pezzo che andava sullo stereo era “una delle loro canzoni”. L’appuntato in trascrizione storpierà il nome, facendolo diventare Dont Fill the Riper, nonostante Testa lo ripeta più e più volte.

Infine in un delirio affabulatorio ammetterà anche, di sua iniziativa, che non sapeva cosa gli fosse preso, ma che quelle due anatre stavano sempre a starnazzare, e che Valeria aveva sempre voluto assaggiare l’anatra all’arancia, ma per un motivo o per l’altro non era mai capitato. Glielo aveva detto una volta in ospedale, sorridendo di finto rimpianto, ma poi lui non aveva fatto in tempo a portargliela nemmeno lì. Dichiarerà che prima che la freccia colpisse l’uccello, era già dispiaciuto di averla tirata.

Mentre la polizia lo interroga, quello che non era un’anatra ma un germano reale si rialza in un volo sbilenco, e se ne va col blu dei lampeggianti che gli accendono le ali, seguito a stretto giro dalla compagna marrone. A Francesco Testa scappa un sorriso di sollievo.

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Federico Zagni è nato in un piccolo paese emiliano nei primi anni Ottanta e vive a Modena. Ha pubblicato alcuni racconti per gli editori Fernandel e Giulio Perrone, altri sono apparsi sulle riviste ReaderForBlind, L’Irrequieto, Verde. Un suo romanzo è stato finalista al premio letterario ilmioesordio.

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una domenica di maggio

Un racconto di Francesca Modena
Numero di battute: 2386

Se partirai, lo farai pensando a te stesso, anche se dici che è per il bene di entrambi. Ti trasferirai a Londra, zona 2, in una casa condivisa con altri tre ragazzi, perché lo studio dove lavori è prestigioso ma ti pagano poco. Nessuno pulirà la casa e sentirai la mia mancanza. Ci diremo che la distanza non è un problema per noi, ma resisteremo sette mesi. In quei mesi io verrò due volte a trovarti e mi lamenterò di quanto è sporca la casa.

Tu tornerai per Pasqua per vedere i tuoi. Non mi tradirai, ma quando ci lasceremo avrai una serie di storie con ragazze di sei nazionalità, prima di fidanzarti con una tua collega italiana. Cambierai tre case e otto coinquilini, prima di poterti trasferire in un appartamento tutto tuo. A trentatré anni diventerai socio in un grande studio. Lavorerai una media di sessanta ore a settimana e una domenica di maggio ti chiederai se ne valeva la pena, ma il lunedì te ne sarai dimenticato. Tornerai a casa tutti gli anni per Natale e per il compleanno di tua madre. 

Una sera ti incontrerò in un bar di Modena a bere una birra con gli amici rimasti e mi dirai che sto bene con la frangia. Sarà l’ultima volta che ci vediamo ma non lo sapremo e ci diremo solo «ciao».

«Ti chiederai se ne valeva la pena.»

Se resterai, rimarremo insieme a lungo. Io ti sarò fedele e tu mi sarai fedele e solo ogni tanto ci chiederemo cosa ci stiamo perdendo. Vivremo sempre a Modena, in un appartamento che ci comprerà mio padre. Faremo un viaggio una volta all’anno, tre settimane in agosto, dall’altra parte del mondo. Inizieremo a pianificarlo in autunno e a Natale compreremo i biglietti aerei con i soldi della tredicesima.

Un weekend ogni tanto lo passeremo in giro per rivedere i nostri amici, quelli che hanno deciso di partire. Qualche volta, tornando a casa, ti chiederò se sei pentito di essere rimasto e tu mi dirai di no, ma non lo saprai mai. Dopo un po’ smetterò di chiedertelo. Nel tempo riempiremo gli spazi lasciati da chi se n’è andato finché non ci saranno più vuoti.

Ci sposeremo in una chiesetta del paese dei miei genitori. Una domenica di maggio di due anni dopo, quella chiesa verrà distrutta dal terremoto. Troverai un lavoro a Bologna e ci andrai ogni giorno in treno e nel tragitto leggerai i libri che ho scelto per te. A trentasei anni entrerai come socio nello studio dove lavori e lo stesso anno diventerai papà. Avremo due figli, maschi. Li chiameremo Pietro e Marino.

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Francesca Modena è nata a Modena, dove vive e lavora come copywriter. Dal 2012 al 2018 ha collaborato con Finzioni Magazine, scrivendo articoli e recensioni. Suoi racconti sono apparsi nella raccolta Caldo, a cura di Finzioni, e su Abbiamo le prove.

pattacini francesco racconto

scatoloni

Un racconto di Francesco Pattacini
Numero di battute: 2421

Lucia aveva i capelli raccolti in una treccia e una veste gialla di seta, il suo sguardo era timido e triste. Aida, dal balcone di fianco, fumava una sigaretta e osservava i netturbini portare via la spazzatura. L’accumulo di loro madre era diventato così ingombrante che, per prendere aria contemporaneamente, erano costrette a parlarsi dalle due stanze comunicanti.

«Mamma ha sempre odiato questo via vai notturno» aveva detto Lucia bevendo un sorso dalla tazza di tè.
«Avrà avuto paura che le buttassero via tutto lo schifo che conservava.» Aida aveva guardato gli scatoloni polverosi che ora gli appartenevano.
«Qui dentro ci sono ancora i miei vestiti da maschio depresso.»
«E i miei diari da sedicenne.»
«E le cose da pilota di papà.»

Anche se avevano ormai superato i trent’anni nessuna di loro era stata in grado di costruire una famiglia. Lucia non se la sentiva ancora di sposare Giacomo, nonostante fosse quello giusto, mentre Aida passava da una ragazza all’altra dopo essersi lasciata con Klara, la tedesca impiegata dell’Onu di cui si era innamorata a Bruxelles.

«Era tutto
quello che
le rimaneva.»

Giù, per le strade, abbastanza lontano perché solo loro potessero accorgersene, due ubriachi stavano pisciando sulla macchina di Aida.
«Stronzi! Andate a pisciare sul culo di vostra madre!» gli aveva urlato.
I ragazzi erano scappati spaventati con ancora le braghe slacciate. Aida aveva riso con una voce profonda, poi aveva cominciato a piangere.

«Una volta papà mi ha raccontato di come ha conosciuto mamma. Stavano partendo per Ibiza e lui era uscito dalla cabina di pilotaggio, l’aveva vista e si era limitato a dirle che avrebbe lasciato tutto. Era diventato il suo capitano, con la camicia bianca e la cravatta nera. Non fossero stati i nostri genitori non ci avrei mai creduto.» Lucia ogni volta che qualcuno piangeva si sentiva in dovere di consolarlo.

«Questi scatoloni rimarranno sempre qua» aveva aggiunto Aida, asciugandosi le lacrime su una maglietta dei Venom.
«Era tutto quello che le rimaneva.»

I ricordi di Maria, delle giornate al mare sulla Cinquecento, dei voli che Gianni le regalava ogni anniversario. Le sue camicie, su cui era più facile pensare che l’odore non fosse morto con lui. L’avevano circondata, fino a sostituire la realtà e intrappolarla nel suo piccolo corpo.

«Dici che dovrei sposarmi con Giacomo?»
«Tutti noi abbiamo bisogno di scatoloni da riempire.»
«E se ne diventassimo tutti schiavi?»
«Abbiamo forse un’alternativa?»

pattacini francesco bio

Francesco Pattacini (1991) è nato a Reggio Emilia e lavora a Bologna come copywriter freelance. Da un paio d’anni collabora con il progetto L’indiependente, rivista di musica e cultura. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su ConAltriMezzi, Lahar, Lahar Berlin.

racconto daniele de serto

luneur

Un racconto di Daniele De Serto
Numero di battute: 2495

La cosa migliore da fare era stare zitto e sperare di uscirne vivo.

Le navicelle ruotavano vorticosamente attraverso sbuffi di fumo e fasci di luce colorata. La raggiera a cui erano ancorate trainava a velocità folle, frenava e ripartiva all’indietro per indebolire le ultime resistenze gastriche. Non sarei mai dovuto salire lì sopra. Aggrappato alla barra di contenimento speravo di non essere scaraventato in strada. Al momento della partenza, il giostraio aveva messo in palio un giro extra per chi si fosse sgolato di più. Quindi, se volevo evitare di vincere un’ulteriore frullata di stomaco, dovevo pure tapparmi la bocca.

Ci eravamo avvicinati a quella giostra attirati proprio dalle grida e dalla musica martellante. Io avevo sperato che nessuno di noi mostrasse il fegato di sfidare quella bolgia rotante. Nel gabbiotto il giostraio muoveva qualche leva con una mano e rovistava nelle narici con l’altra.

«Dài, mettiamoci in fila!» aveva detto Alex, con lo sguardo allucinato.

Le due ragazze che erano con noi si erano tirate indietro.
Sara, quella con cui me la stavo intendendo, aveva soppesato le mie intenzioni da sopra gli occhiali da sole. Così, per evitare la figura del pusillanime, le avevo affidato la mia bomba fritta e mi ero avviato con Alex mentre una risata malvagia sbottava dagli altoparlanti della Casa dell’Orrore.

«Non era il caso di vomitare
in giro.»

E ora me ne stavo muto, con gli occhi sbarrati e ogni sforzo riservato a non rovinare quella che era stata, fino a quel momento, una bella giornata. All’appuntamento alla fermata della metro Alex si era presentato, proprio come aveva detto, con sua cugina Sara e una sua amica. Le avevamo portate sulle auto a scontro e sul polpo meccanico. Avevamo visto una mummia in pausa sigaretta. Poi, passeggiando, si erano formate spontaneamente delle coppie, e io sentivo di avere degnamente ingranato con Sara.

Quindi non era il caso di vomitare in giro.

Non so dire quanto durò quella tortura. Il mio stomaco tornò in punta di piedi al suo posto solo quando la giostra iniziò a decelerare. Le navicelle esaurirono la loro corsa e mancava l’annuncio del vincitore prima che fossimo liberi. Il giostraio si accostò al microfono.

«Il numero vincente» disse con forzata enfasi «è il sei.» Era ora. La gente applaudiva e incitava il vincitore. Le facce intorno a noi riacquistavano definizione. Avevo come l’impressione che stessero guardando dalle mie parti. Per scrupolo, mi sporsi di lato per controllare quale fosse il numero impresso sulla mia navicella.

Era il sei.

De serto daniele

Daniele De Serto è nato e vive a Roma. Ha pubblicato racconti su varie riviste tra cui Portland Review, Fiction Southeast, Linus, Granta Italia, Litro Magazine, Gravel, Jersey Devil Press, Cheap Pop, ’Tina, Colla, Cadillac, L’inquieto, inutile, Verde.

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a come afasia

Un racconto di Sofia Pirandello
Numero di battute: 2472

Un giorno Mario Lopez si svegliò che non sapeva più parlare, tanto meno leggere. Né il francese, la sua lingua madre, né l’italiano, che aveva imparato a scuola, o lo spagnolo, la lingua della sua famiglia. Niente, ogni lettera, ogni parola di ogni lingua, quale che fosse, non aveva più alcun significato per lui.

Andò così: alzatosi dal letto, puntuale come sempre, fece qualche esercizio di ginnastica per tenersi in forma, una sobria colazione e i soliti gargarismi. Si sbarbò con cura e si lasciò andare in poltrona, prima di andare al lavoro si concedeva qualche minuto di relax leggendo il giornale. Ma, al contrario di quanto avveniva ogni giorno, stavolta si sentì attaccato da un’orda di simboli sconosciuti, un esercito di inchiostro che gridava ordini incomprensibili, uno strano gregge di pecore dalle forme curiose. Semplicemente, non ci capiva niente. Spaventato, chiuse il giornale di colpo. Fece sbattere le palpebre un paio di volte e di nuovo aprì il giornale. Un disastro completo. Si alzò di corsa e andò spedito verso la libreria dove scelse un libro a caso.

Sudava freddo, mentre faceva scorrere la copertina tra le dita e poi, lentamente, lentissimamente, le prime pagine. Terrorizzato, lasciò cadere il libro a terra. Gli venne da urlare, magari di chiamare aiuto, ma niente, dalla bocca gli uscì solo un rantolo di disperazione che non significava nulla.

«Li divorò tutti, pagina dopo pagina.»

Tentò ancora e ancora, ma senza risultati. Non gli riuscì di andare a lavoro, arrivò all’ora di pranzo esausto, distrutto, vinto. Apparecchiò la tavola, impilò vicino al piatto tre dizionari, uno di francese, uno di italiano, uno di spagnolo, si legò un tovagliolo al collo e, il coltello in una mano la forchetta nell’altra, cominciò. Li divorò tutti, pagina dopo pagina, perché da “abaco” a “zuzzurellone” non gli sfuggisse più niente.

Prima di crollare a terra, pieno come un uovo o come dopo il pranzo di Natale, Mario Lopez fece giusto in tempo a raggiungere il telefono e a pigiare il tasto di chiamata rapida. Chiamò, non sapeva chi. Cominciò a biascicare e svenne. Chiunque fosse riuscito a chiamare si preoccupò, si preoccupò moltissimo, e chiamò a sua volta un’ambulanza perché lo portasse all’ospedale più vicino. Così Mario Lopez si svegliò, fra atroci dolori, su una branda malmessa del pronto soccorso. Soffriva, ah se soffriva, ma non aveva parole per dirlo né per spiegare. Prima che riuscisse a ricordare come si fa anche solo a dire “a”, un’indigestione di parole se lo portò.

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Sofia Pirandello (1993), nata e cresciuta a Roma, vive a Torino. Ha studiato Filosofia
e ha collaborato con il Corriere della sera alla collana Grandangolo. Con il suo romanzo d’esordio Candido suicida (Round Robin Editrice) ha vinto il bando SIAE Sillumina per l’opera prima.

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la simca 1300

Un racconto di Gianluigi Bodi
Numero di battute: 2450

Beveva tre bottiglie di Coca-Cola al giorno e se quello era un tentativo di suicidio non stava funzionando. L’aria nasceva nello stomaco, attraversava l’esofago per poi diventare un sonoro rutto.

Gustavo graffiava via la vernice della Simca 1300 che un cliente gli aveva portato mesi prima. «Gustà, sei un maestro con le mani, pensaci tu a questa povera fanciulla.» Lui l’aveva studiata, aveva preso una sedia da casa e l’aveva portata in officina. Ci si era seduto sopra a gambe aperte, con la testa chinata da un lato e lo sguardo che vagava da un elemento all’altro della carrozzeria. Non c’era poi molto da fare, forse l’eutanasia sarebbe stata un atto di carità. E invece la Simca aveva iniziato a parlargli.

Lo aveva sorpreso nel cuore della notte una voce che non aveva mai sentito. Una voce dolce e soave che gli ricordava una ragazzina di cui si era innamorato in prima media. Una che poi si era messa con il figlio del farmacista.

«La Simca aveva iniziato a parlargli.»

Gustavo era sceso in officina, aveva acceso le luci e la macchina era nell’angolo, ammaccata, mezza assopita. Sembrava che la luce l’avesse svegliata, ma sembrava anche che lei lo stesse aspettando. Si era messo all’opera quella stessa notte.

L’aveva spogliata di qualsiasi cosa potesse essere tolta, con delicatezza, per non ferirla. Smontò i parafanghi e le chiese scusa, tolse i fanali e i cristalli, le maniglie e gli specchietti. Ogni tanto si prendeva una pausa, la accarezzava e le sussurrava che sarebbe andato tutto bene e la Simca gli rispondeva, sapeva di essere in buone mani.

Nel giro di un paio di giorni restò solo la carcassa, poi si dedicò alla rinascita. Si fece spedire i pezzi da ogni parte d’Italia e quando non riusciva a trovarli se li faceva costruire su misura. Lavorava senza sosta, fermandosi solo per sorseggiare la sua Coca-Cola, se gli capitava di ruttare poi chiedeva scusa e si ributtava sul lavoro per mascherare la vergogna. Lei lo accompagnava nello sforzo, lo incoraggiava nel sudore, faceva il tifo per lui, per le sue mani piene di tagli e calli, ricoperte di unto e vesciche.

Il giorno in cui la Simca fu pronta Gustavo si chiuse dentro l’officina. Abbassò le tapparelle, fece il pieno alla macchina e poi la mise in moto. Il motore rombava come se fosse appena uscito dalla fabbrica, i sedili erano accoglienti e il profumo dell’abitacolo era inebriante. Lei gli chiese di accendere la radio e tra le note di una vecchia canzone lasciò che il fumo li unisse per sempre.

Bodi Gianluigi

Gianluigi Bodi è il creatore del sito Senzaudio.it, che si occupa di editoria indipendente. Nel 2015 ha vinto il concorso letterario indetto dal CartaCarbone Festival con il racconto Perché piango di notte. Ha curato la raccolta di racconti Teorie e tecniche di Indipendenza (VerbaVolant, 2016).

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ora siamo felici

Un racconto di Francesca Morelli
Numero di battute: 2365

Fare ritorno a casa per me è una scelta ogni volta. Non ci avevo mai riflettuto, ma è così.
L’ho capito parlando con le altre persone; l’ho capito perché è questo che loro pensano della mia situazione. Loro mi compatiscono e mi ammirano.
Di certo li incuriosisco.

Si chiedono come abbia fatto a scegliere una vita del genere, o meglio, come faccia a non rifuggirne.
Credono che mi sia trovata costretta dalle circostanze, da una in particolare: nessuno riuscirebbe mai a perdonarmi se ora decidessi di lasciarlo.
Se lo facessi, forse, potrebbero condividere la mia scelta in modo silenzioso, perché nessuno avrebbe il coraggio di dire a voce alta una cosa del genere.
Si chiedono cosa farebbero al posto mio e so che non riescono a rispondersi.

Dopo il suo incidente non potevo restare quella che ero, ero destinata a mutare e due erano le possibilità: martire o zoccola, tertium non datur.
Ma c’è una cosa che anche io, a mia volta, non riuscirei a dire a nessuno.
La verità è che i momenti difficili, per me, sono finiti.

«La verità è che i momenti difficili, per me, sono finiti.»

Mi guardo bene dal raccontare a qualcuno che quanto è accaduto ha cambiato la mia vita in meglio.
Il fatto è che tornare a casa e trovarlo così, ad aspettarmi, mi rende felice.
Lui passa tutto il giorno a letto, l’infermiere gli sta accanto. Gli cambia la flebo, gli massaggia le gambe, il busto, le braccia. Una volta, rincasando, l’ho trovato a raccontargli la trama di un film.
Lui non sembra prestare attenzione a niente; anche quando viene qualcuno a fargli visita, lui resta con gli occhi rivolti alla finestra. Solo io faccio la differenza.

Quando torno dal lavoro abbandono le cose all’ingresso, lavo le mani e poi vado da lui. Le sue palpebre mi salutano con un battito veloce. So che è felice di vedermi. Lo sono anche io. Gli accarezzo il capo immobile e quando restiamo soli gli parlo della mia giornata. Lo bacio sulla bocca, gli dico che mi è mancato.

Prima non andavamo sempre d’accordo; a volte gridava che sarebbe stato meglio lasciarsi, poi andava via sbattendo la porta. In quei momenti il timore che lui decidesse di non tornare era capace di annientarmi.
Ora, invece, non ho più paura che mi abbandoni. Non può farlo. Ora ha bisogno di me nel modo più assoluto. 
Non so quante persone possano dire di essere indispensabili per qualcun altro. Io sì.
Ora siamo felici, io e lui.

Mi sento fortunata, e questa è una cosa inconfessabile.

bio francesca morelli

Francesca Morelli (1987) è nata a Napoli e vive a Torino. Ha vinto la quarta edizione del concorso letterario 8x8 e alcuni suoi racconti sono apparsi nella raccolta Si sente la Voce (CartaCanta 2012) e sulle riviste letterarie Watt e Effe.

umberto morello racconto

un albero pieno di buchi

Un racconto di Umberto Morello
Numero di battute: 2392

«Chi vede solo la propria notte rischia di amare una luce qualsiasi.»

Visto che alla frase ci credevamo, abbiamo deciso di mettere su qualche prova, giusto per tenerci aderenti alla realtà. E perché tutto funzionasse, abbiamo stabilito anche che ci serviva un albero. Ma non un faggio, un frassino, un pioppo o un cipresso. Un alberello standard, uno di quelli da cartone animato e che nella vita vera si notano appena; perché tutte le cose troppo particolari coltivano un cuore caotico, e non vengono bene se uno vuole dei campioni accurati.

Così siamo partiti all’una di notte, e dalla collina abbiamo sradicato il più comune degli arbusti. Tronco, rami e chioma perfettamente anonimi. Eccetto che alla luce ci siamo poi accorti di aver tirato via un arboscello pieno di fori.

Ci dispiaceva, ma era inutile tentare un alt. La foto di mamma ci fissava dal cruscotto dell’Ape 50, noi eravamo coperti di terra e in ogni buco della sua corteccia si erano già infiltrati i nostri sentimenti.
«Quest’albero siamo noi» dicevamo tutti.
Quindi siamo andati avanti e lo abbiamo piantato in salotto, fra il sudore e le mattonelle. Noi, lo chiamavamo.

«Che dovrebbe fare un albero
in pigiama?»

Sotto il pigiama, avevamo gli stessi strati di pelle, sia noi sia l’albero, e anche se per lo zio eravamo scemi ad aver piantato un albero nel nostro bilocale; a noi continuava a sembrare che così si dovesse fare. Abbiamo tagliato e limato i rami primari, e poi quelli sotto, infradiciando il tronco con una resina che pare facesse bene alla malattia dei fori. Poi, quando si è sentito meglio, lo abbiamo vestito come noi.

«Che dovrebbe fare un albero in pigiama?» chiedeva lo zio. E anche se non soffriva del tutto, lo si sentiva che non gli faceva affatto piacere vederci, noi e l’arbusto, in quello stato.
«Amare» gli abbiamo risposto tutti e tre, facendoci l’eco a vicenda.
«E?» insisteva a metterci alla prova lo zio.
«E non lo sappiamo. Bisogna aspettare e capire se ci ricambia» ha risposto il più ossuto di noi, ma difendendo le ragioni di tutti; e allo zio quella risposta non era piaciuta.

Persone come lui, come lo zio, si tengono i mali del mondo fra polmone e polmone e fingono che non costi nulla respirare. E però non era vero. Così quando s’è rubato Noi per ripiantarlo in collina, glielo abbiamo detto che se lo aveva fatto, era per amore; che anche dentro al suo buio, ci si poteva innamorare di una luce qualsiasi. E di ridarci l’albero.

bio umberto morello

Umberto Morello (1993) è nato a Genova. Studia Brand Storytelling alla Scuola Holden e Comunicazione e culture dei media all’Università di Torino. Da quattro anni lavora come ufficio stampa e consulente. Ha pubblicato racconti sulle riviste Neutopia e Tuffi. Nel 2018 ha vinto il concorso di poesia Lorenzo Montano per Opera Inedita e il premio della critica Bocconi di Inchiostro. Il suo unico libro è la raccolta di versi Nuvolas (Anterem 2018).