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racconto matteo quaglia

di incerte territorialità

Un racconto di Matteo Quaglia
Numero di battute: 2212

Senti, sta succedendo davvero.

Ogni mattina mi sveglio dieci minuti prima di quanto desideri per versare il latte a Milli. Milli è la gatta che Samanta non si è portata dietro, sebbene le avesse giurato amore eterno. Io e Milli ci capiamo, sotto questo aspetto, così non mi è mai seccato lottare contro pigrizia e piumone e soddisfare la sete di quella palla di pelo arancione.

Ieri mattina mi accingevo al solito rituale. La sveglia ha vibrato sotto il guanciale (sì, lo so che le radiazioni e via dicendo, ma, per come la vedo ora, le conseguenze di questa brutta abitudine non sarebbero nemmeno il peggio che mi potrebbe capitare. E lo so che si manifesterebbero solo tra qualche anno, quando il Momentaccio sarà auspicabilmente concluso, ma è di adesso che sto parlando), mi sono alzata e, dopo uno sbadiglio, mi sono diretta in cucina.

Non appena ho aperto la porta, Milli mi è saltata sugli stinchi. Lo faceva anche con Samanta, a volte, e secondo la mia ex era il suo modo di dimostrare affetto (io ero solita guardare Samanta, alzare il sopracciglio con fare teatrale e ricordarle che i gatti non nutrono certi sentimenti).

«Senti,
sta succedendo davvero.»

Soltanto che, ieri mattina, Milli non si è limitata a un agguato affettuoso. Il suo è stato, piuttosto, la dichiarazione di una pretesa territoriale. È rimbalzata sui miei stinchi e poi contro il muro e poi di nuovo sui miei stinchi, con tanto di artigli sguainati e soffi graffianti.

Avevo sentito una storia sulla territorialità dei gatti, ma l’unica cosa a cui Milli era sembrata interessata, da quando Samanta ci ha lasciate, era un vecchio pupazzo di pezza, senza occhi. Ogni volta che provavi a toglierle il pupazzo dalla lettiera, Milli gonfiava il pelo sfoderando le unghie. Ecco, ieri mattina è stato come se l’intera casa fosse diventata quel pupazzo.

Non ho avuto molta scelta. Milli ha continuato ad aggredirmi, e visto che non sono mai stata capace di sferrare calci ad alcunché, è da quel momento che sono trincerata in camera, l’orecchio sulla porta. Prima o poi Milli si addormenterà. Quando accadrà, ti avviserò. Sarebbe gentile, da parte tua, se chiamassi per me Samanta e le chiedessi di passare di qui, a casa mia, a versare un po’ di latte alla sua gatta, grazie.

rpt

Matteo Quaglia è nato nel 1988 in un piccolo paese del Nordest d’Italia. Ha scritto diversi racconti brevi. Alcuni sono stati o saranno pubblicati su Nazione Indiana, Risme, Narrandom e Bomarscé. Attualmente sta lavorando a una raccolta di racconti.

paolo marco durante racconto

el tóc

Un racconto di Paolo Marco Durante
Numero di battute: 2493

Ho tanti rimorsi. Di bene ne ho fatto poco e quel poco l’ho fatto male. Di male ne ho fatto abbastanza e anche quello l’ho fatto male, stupidamente, senza motivo. Da piccoli, al paese, pescavamo le scàrdoe, gli cavavamo gli occhi e le ributtavamo nel lago. Con le lamette tagliuzzavamo le lucertole, ma piano, per farle campare il più possibile. Catturavamo i passeri e li seppellivamo vivi. Uccidevamo i gatti a sassate. Una volta rubai a mia madre la scatola degli spilli e ne infilammo una cinquantina su una rana che in confronto San Sebastiano pareva che godesse.

Siamo belve.
Belve feroci coscienti della nostra incoscienza.

«Siamo belve.»

Al paese c’era lo scemo, come in tutti i paesi. Un vecchio, Antonio era il nome ma lo chiamavano el Tóc. Quando suonavano le campane dovunque fosse si metteva a ballare, poi, quando i rintocchi cessavano, si sedeva in un angolo a piangere, in silenzio, gli usciva solo una frase, piano, sempre la stessa: «Mama, no la smeta de cantar, la prego!». Non beveva, non dava fastidio a nessuno. Ogni giorno andava in piazza alla fermata della corriera, ad aspettare se stesso, diceva, se stesso che era andato a comprar senno.

Un giorno eravamo in tre sul ponticello dietro il canneto, avevamo catturato un vecchio gatto e con un pezzo di corda lo stavamo impiccando. D’improvviso compare el Tóc, capisce subito il nostro gioco e ci strilla di lasciarlo stare quel disgraziato, che «anca elo ’l xe ’n fiòl de Cristo!». E ci tira un sasso. Noi lasciamo cadere la corda, il gatto ormai è immobile, raccogliamo alcune pietre e gliele lanciamo. Lo colpiamo tre volte in testa, siamo bravi a quei giochi.

El Tóc si spaventa, cerca di ripararsi, poi è un attimo, scavalca il parapetto del ponticello e si getta in acqua. Noi ci sporgiamo a vederlo annaspare. Gli gridiamo: «Eh, Tóc, devi noàr, dài! Fa’ el pesse pèrsego!». Dopo tre minuti anche quel gioco finisce. L’acqua è di nuovo immobile. Raccogliamo la corda, diamo un calcio al gatto e ce ne andiamo.

Lo avevano ritrovato dopo più di un mese. Nessuno si era stupito che el Tóc fosse morto affogato, così stupidamente. Non ci furono inchieste. Fine della storia.

Salvo il fatto che io non sono riuscito a dimenticare. Per trovare pace mi illudo che un giorno sia arrivata la corriera, lui abbia incontrato quel se stesso che era riuscito finalmente a comprare un po’ di senno. Allora el Tóc se lo è messo in testa, quel senno, ed è diventato uno come noi, uno dei tanti, non più distinguibile, nascosto tra le belve feroci.

(il corsivo è da un verso di Giorgio Caproni.)

durante

Paolo Marco Durante lavora in città ma vive in campagna. Si occupa di arte contemporanea: gallerie, mostre, cataloghi, testi, ecc. Negli anni è diventato un tipo un po’ solitario e quindi scrive per inventarsi da sé le compagnie che più gli aggradano.

Ravasio Alberto Racconto

vita di fecis

Un racconto di Alberto Ravasio
Numero di battute: 2500

Un pomeriggio di pioggia senza ombrello andai a rifugiarmi in una storica biblioteca del centro, e già che c’ero, in mezzo a tutte quelle inquietanti cassettine cartacee, piccoli feretri di sapienza morta ma illustre, mi venne la voglia, un po’ sconcia, di provare a rispondere a quella famosa domanda ultima che l’uomo si pone da quando era ancora Adamo o una scimmia depilata:

Quel è il senso della vita nell’universo?

Con la tecnica della lettura olfattiva, una sfogliata e via, lessi i greci, sessualmente controversi, lessi i medievali, i primi a dirsi ultimi, e lessi i moderni, anche se a giudicare da certe parrucche a me parevano un po’ datati.

Non erano d’accordo su nulla, ma una cosa era certa: sembravano tutti così convinti, così autisticamente compulsivi nel ripetere il loro algoritmo, e allora, esausto, m’inventai un crampo metafisico e andai in bagno, a far finta di farla, ma solo per guardare le ragazze umanistiche, occhialate e salvifiche.

«Quel è il senso della vita nell’universo?»

E in quel momento, guardando loro che guardavano lui che le importunava, vidi per la prima volta il Fecis, animale mitologico della biblioteca, quarantenne bambino gigante, abbandonato dai suoi proprio lì, nel regno dei libri, perché, incapace di leggere e scrivere, sarebbe stato ulteriormente sabotato nel suo tentativo di ritorno a casa.

Fecis nella vita aveva un obiettivo, quello d’inviare una mail alla sua mamma, una mail che cominciava così: «Ciao mamma sono il Fecis», ma nonostante avesse segnato su un foglietto i due indirizzi mail, dalla mattina alla sera davanti al pc di servizio, col muso concentrato e paonazzo, commetteva sempre lo stesso errore capitale: confondeva l’indirizzo mail con l’indirizzo internet e lo scriveva, una lettera al minuto, nel motore di ricerca. Si cercava sul web e non si trovava, restava deluso e chiedeva aiuto alle ragazze, perché dei ragazzi aveva paura, loro gli spiegavano dove sbagliava, lui faceva sì con la testa vuota, ma sbagliava ancora, ogni giorno così, per il resto della sua sisifea vita d’infortunato mentale. 

E pensai, mentre uscivo dalla biblioteca, perché ormai aveva smesso di piovere, che la vita di Fecis era una perfetta rappresentazione dell’uomo nell’universo. L’universo o dio o quello che è, guarda a noi come noi guardiamo al Fecis, pensando che sì, in effetti siamo abbastanza vicini al senso delle cose, ma alla fine moriremo senza aver capito nulla, e per quanto ci sforziamo, ogni nostro cricetesco tentativo è soltanto comico, anche se non sta bene riderne.

Ravasio Alberto bio

Alberto Ravasio (1990) si è laureato in Scienze filosofiche all’università degli studi di Milano. I suoi testi Pornogonia e Le vite sessuali sono stati segnalati al Premio Calvino 2018 e 2020. Suoi lavori in prosa sono apparsi su La Balena Bianca, La Nuova Verde, la nuova carne, L’Indice dei libri del mese, la Domenica del Sole 24 Ore. Non è lui Elena Ferrante. 

verni susanna racconto

serata horror

Un racconto di Susanna Verni
Numero di battute: 2500

Era stata una pessima settimana per D., e doveva ricordare a se stesso di essere fortunato.

Per D. il cinema horror era un’enciclopedia di disgrazie che non gli erano mai capitate. I film di paura gli facevano ritrovare un rinnovato senso di gratitudine per la sua vita e lo rassicuravano come un abbraccio inaspettato dopo una lite.

A cena ne parlò con Marta, che nonostante detestasse la paura amava D. più di ogni altra cosa, e non sopportava di vederlo con quel suo umore indecente. Marta e D. si amavano da molti anni e condividevano un’empatia soprannaturale, che li costringeva a desiderare l’uno la serenità dell’altro, costi quel che costi.

«Era stata
una pessima
settimana per D.»

Solitamente D. sceglieva il film in base alle sue esigenze, ma quella sera la sua mente era troppo annebbiata per poter decifrare la giusta trama per il suo cruccio. Da quando aveva scoperto il benefico effetto dei film dell’orrore, era riuscito a individuare quali macabre sventure meglio risolvevano un particolare malessere. A corto d’idee, decise di ripescare un classico dal suo archivio, l’intramontabile storia di un killer seriale che trucida persone innocenti.

Dopo cena Marta e D. si spostarono in salotto. Le finestre che di giorno registravano la cronaca del giardino, al buio trasmettevano la replica sbiadita delle loro serate; tuttavia quando guardavano quei film, Marta ordinava a D. di chiudere le tende e serrare quel portale di suggestioni che l’avrebbe tormentata fino alla camera da letto.

La tensione architettata dal regista molestava la sensibilità di entrambi, e se Marta si concentrava su dettagli insignificanti pur di smorzare l’inquietudine, D. iniziava ad avere buoni motivi per sentirsi meglio. Era sollevato che la sua macchina non si fosse mai guastata mentre percorreva un bosco di notte, ed era sollevato che non avesse mai dovuto alloggiare in un albergo semideserto, di cui i giornali riportavano misteriosi omicidi da oltre un decennio. Finora la sua esistenza era riuscita a sorpassare le oscenità del caso, senza mai inciampare in quel terribile scenario.

Dopo settantasei minuti il film raggiunse lo zenit. Marta soffocò il viso in un cuscino, isolandosi in una dimensione di piume e attesa. D. guardò la lama dell’assassino affondare nella carne di quell’innocente, e da ogni ferita inflitta uscivano lapilli di sangue. Si sentì improvvisamente debole, ingoiò saliva dal sapore ferroso. Marta gli chiese se fosse tutto finito, D. si voltò a guardarla.

Era così contento di vedere che si era salvata anche lei.

susanna verni bio

Susanna Verni è nata a Cattolica nel 1988, e dopo aver provato a vivere a diverse latitudini europee, nel 2017 ha scelto Bologna come casa. Lavora come ufficio stampa, prova a scrivere per il cinema.

racconto mattia cecchini

forse non ridevano di lui

Un racconto di Mattia Cecchini
Numero di battute: 2140

Dalle nuvole grigie, a forma di pugno, piovevano grosse gocce fredde. La terra era fradicia, un tappeto di fango trapuntato di pozzanghere. Il cortile era circondato da basse staccionate sbilenche, e in fondo, crivellato dai proiettili, svettava come un gigante il muro delle esecuzioni.

L’impiegato Panne teneva la fronte schiacciata contro il muro e le mani, legate dietro la schiena, erano gelide e senza unghie. Si voltò piano da una parte, in fila accanto a lui c’erano vecchi, donne, bambini; si voltò dall’altra parte, e c’erano storpi, uomini, disertori.

Il vento soffiava freddo contro i condannati, gli gonfiava le casacche zuppe e poi gliele appiccicava al corpo. Alle loro spalle arrivò il plotone d’esecuzione, accompagnato dai latrati dei cani lupo al guinzaglio. I soldati si posizionarono un metro l’uno dall’altro e sferragliarono con i fucili. Erano quasi pronti a sparare.

Dal fondo della fila dei condannati, il generale Zaniero marciava verso la cima. Era chiamato la Bestia del Diavolo.

Appoggiava il frustino sulla spalla di uno: «Lui sì», passava a quello successivo: «Lui no», poi quella dopo: «Lei sì, lui no, lui sì». Indicava uno per uno chi doveva essere fucilato.

«Era chiamato
la Bestia del Diavolo.»

Il generale Zaniero si avvicinava all’impiegato Panne, e giunto alle sue spalle disse: «Lui no», passò allo storpio accanto: «Lui sì, lui no», e ancora: «Lui sì, lui no, lui sì».

Raggiunta la cima dei condannati, il generale Zaniero infilò il frustino nella cintura, si piantò dritto alla sinistra dei suoi soldati e urlò:
«Puntate! Mirate!».

Il plotone scoppiò a ridere, una grassa risata cariata.

L’impiegato Panne si era pisciato addosso, ma forse non ridevano di lui. Allo storpio accanto, troppo smagrito, erano caduti i larghi pantaloni, e mostrava a tutto il plotone il culo flaccido e raggrinzito.

Il generale ammutolì i suoi soldati, gli bastò un cenno della mano, e comandò a uno di tirare su i pantaloni allo storpio. Quello eseguì di corsa, e quando stava per tornare al suo posto il generale aggiunse:
«Fai in modo che non caschino più».

Allora il soldato legò una corda attorno ai fianchi dello storpio, e tornò in posizione. Pronto a sparare.

Cecchini bio

Mattia Cecchini (1992) si trasferisce a Berlino nel 2017. Lavora in un ospedale vicino allo zoo e partecipa a vari laboratori di scrittura creativa. Nel 2020 un suo racconto è stato selezionato tra i vincitori del Concorso letterario Racconti Umbri, e nel 2021 sono apparsi altri suoi racconti su Rivista Blam e Split. Nella sua libreria ci sono (quasi) tutte le opere di Dostoevskij, D.F. Wallace e Pontiggia.

federica di gloria racconto

camogli

Un racconto di Federica Di Gloria
Numero di battute: 2481

Prendo le sigarette, dice, e con uno scatto del pollice aziona la freccia. Vedo il riverbero giallo sul guardrail di destra mentre la scritta “Dorno Est” mi schizza accanto. Imbocchiamo la rampa senza quasi rallentare, e il paesaggio lunare del parcheggio ci risucchia come una navicella di ritorno dallo spazio. Attendo uno schianto che non arriva.

Paolo scende e sbatte lo sportello, lo guardo sparire nell’edificio. Sembra una freccia, Paolo, una punta acuminata lanciata una volta per tutte contro un solo bersaglio. Un’unica traiettoria possibile, dritta, senza deviazioni né pentimenti.

Ora ad esempio sarei scesa con lui, se me l’avesse chiesto. Le coppie fanno così, scendono insieme in autogrill, entrano al bar e scelgono ciambelle di plastica dai nomi americani come se avessero nostalgia dell’Oklahoma, e c’è sempre uno dei due che tiene la mano tra le scapole dell’altro come una fiaccola nella giungla.

Paolo no, non mi chiede mai di scendere in autogrill. Che fare soste non gli piace, dice, che l’autogrill è roba da fessi. A cosa credi che servano tutte quelle caramelle, quei pacchi giganti di qualunque cosa? È così che ti fregano, dice.

«Le coppie
fanno così.»

A me piace, invece. E poi ho fame, e in autogrill fanno il Camogli, che solo a pensarci mi viene voglia di andare. Io poi neanche lo sapevo, che Camogli fosse un posto vero, che fosse un castello sul mare e che quel mare si chiamasse Paradiso, e quando l’ho scoperto ero già al liceo e mi sono sentita un’idiota. Ma quando sei ancora figlio non ti servono mappe e cartine geografiche.

Ci venivamo senza motivo, in autogrill, come si va a passeggio sul lungolago, a guardare lo spettacolo del mondo che passa. Mio padre mi lasciava curiosare da sola tra gli espositori, con la mia borsetta a tracolla, poi fingevamo di incontrarci per caso davanti al bar dove mi dava del lei ridendo e mi offriva il pranzo. Un Camogli per la signorina, per favore. Lo mangiavo in piedi, la fronte schiacciata contro la vetrata del ponte, a guardare le auto scivolare come biglie sotto le nostre suole, masticando sapore di altrove.

Paolo torna in auto e mette in moto senza guardarmi. Vorrei ricordarmi ancora la sua voce, ogni tanto. Telefonargli, magari. “Un giro a Camogli, papà?” E portarlo ancora qui, a Dorno Est, a contare biglie. E farmela spiegare bene, stavolta, quella storia assurda di uscite sbagliate, inversioni e vicoli ciechi.

Paolo accelera, io fisso lo specchietto retrovisore: l’autogrill ci si squaglia dentro in un secondo.

bio federica di gloria

Federica Di Gloria (1974) è nata a Palermo, dove si è laureata in Lettere Moderne. Giornalista, nei suoi primi quarant’anni di vita si è divisa tra cronaca e letteratura. Oggi insegna Lettere in un liceo di Mantova, coordina una webradio studentesca, si occupa di libri e gruppi di lettura a scuola. Ha all’attivo due esperienze di scrittura collettiva: È la stampa, bellezze! (Leima, 2019) e Tina. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020). Con un suo racconto ha vinto una borsa di studio per un corso della scuola Belleville. Nel tempo libero legge, scrive e ascolta metal.

ferrara francesco racconto

il topolino giallo

Un racconto di Francesco Ferrara
Numero di battute: 2500

«Il disegno che hai fatto» dice la maestra, «cosa rappresenta?»
La bambina guarda i cartelloni appesi alle pareti, tamburella con le dita sui braccioli della sedia.
«Sei tu il topolino giallo al centro del disegno?»
«Sì.»
«E cosa fa il topolino giallo?»
La bambina alza le spalle.
«Non lo sai?»
«No.»

«Sta dormendo?»
«No.»
«Si nasconde?»
«Ehm… sì.»
«Dove si nasconde?»
«Qui.»
«Qui, sotto l’albero?»
«Mmm.»
«Perché il topolino si nasconde sotto l’albero?»
La bambina si guarda le unghie. Fa un lungo sibilo con le labbra strette.

«La tua mamma» chiede la maestra, «è il maialino blu?»
La bambina indica il foglio sulla scrivania. «No, questo è il mio papà.»
«È il tuo papà?»
«Mmm.» 

«E cosa fa
il topolino giallo?»

«E cosa fa il maialino blu?»
La bambina scuote piano la testa.
«Lo hai disegnato tu, dovresti saperlo. Cosa sono queste?»
«Boh.»
«Boh non è una risposta ammessa.»
«Non lo so, maestra.»
«D’accordo.»

La maestra si volta a guardare l’orologio sulla parete. «Il maialino blu sta forse piangendo?» chiede.
«Sì.»
«Perché piange il maialino blu?»
La bambina si gratta la crosticina sul gomito fino a farla sanguinare.
«Piange spesso il maialino blu?»
«Ehm… sì.»
«Quando il maialino piange, il topolino va a nascondersi?»
La bambina fa di sì con la testa.
«Perché ha paura?»
«No.»
«Perché è arrabbiato?»
«No.»
«E allora perché?»
La bambina guarda in basso, incrocia i piedi, la punta delle scarpe sfiora il pavimento.  

«L’uccello grande e nero, qui in alto, è la mamma?»
«Mmm.»
«Cosa sta facendo l’uccello nero?»
«Niente.»
«Niente?»
«Niente.»
«Sei sicura?»
«Sì.»

«Non sta sgridando il topolino giallo?»
La bambina fa di no con la testa.
«Sgrida il maialino blu?»
«No no.»
«Ho capito.»

La maestra si appoggia allo schienale della sedia, tira fuori dal cassetto l’astuccio con i colori. «Disegnare ti piace, non è vero?»
«Mmm.»
«Ti va di fare un altro disegno?»
«No.»
«Non vuoi?»
La bambina arriccia un po’ il naso.
«Vuoi farne uno a casa, me lo porti domani?»
«No, non voglio disegnare più.»
«Come vuoi.»

La maestra rimette l’astuccio nel cassetto. La madre della bambina si affaccia sulla porta, la maestra le fa segno di aspettare fuori.  
«Allora non vuoi dirmi cosa fa l’uccello nero?»
«No.»
La maestra fa oscillare la penna tra il pollice e l’indice. «Avvicinati, per favore.»
La bambina si sporge in avanti.
«Se hai qualcosa da raccontarmi, io sono qui, ti ascolto, capisci cosa voglio dire?»
«Ehm… sì.»
La maestra annuisce, lenta.

«Maestra…»
«Dimmi, che c’è?»
«Posso uscire adesso?»
«Sì, certo, la mamma è lì che ti aspetta.»
La bambina salta in piedi. Corre al banco a prendere lo zaino. «A domani, maestra.»
«A domani.»

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Francesco Ferrara (1985) tempra il suo carattere nella provincia napoletana più cupa e opprimente. Dopo la laurea in Filologia Moderna, inizia a scrivere per il teatro. Tra i suoi spettacoli Ritratto di uno di noi (2018) e Fog (2020). Ha fondato il collettivo Mind the step. Alcuni suoi racconti sono apparsi su Tre Racconti, Carie, Narrandom.

lacatena anna paola racconto

venghino signori venghino

Un racconto di Anna Paola Lacatena
Numero di battute: 2474

16.30.
Quadrifogli, monete, cornetti, dollari. Suona la sveglia.
Vinci.
Giallo, verde. Verde intenso.
Vinci.
Biglietti, piccoli e grandi.
Gioca.

Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Un biglietto, due, tre. Coccinelle, staffe, mazzette, soldi.
Bonus, premi, regalo.
Gioca.
Gratta.
Vinci.
La recita della bambina. Devo andare. Non iniziano mai in orario. Ce la faccio. Un tesoro, un viaggio, fortuna, miliardi.
50, 100, 1000.
Vinci.
Gratta.
È per sempre l’isola. Donne. Solo donne belle.

Gioca.
Vinci.
Gratta.
Cinque, dieci, venti euro. Verde intenso.
Vinci.
Gioca.
Slot. Videolottery. La leva, i soldi. Tanti. Li devo trovare per vincere. Sono le 17 e 27. Non mi guardare. O giochi o te ne vai! Non me ne frega niente di te. Non me ne frega niente di me.
Gioco.

«Gioca.
Vinci.
Gratta.»

Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Altro giro. Limoni, ciliegie, prugne e campanelle. 7,7,7.
Vinci.
Scendono le monete. Suonano. Devo andare. La bambina aspetta. Lei è così bella. La recita. Gioco ancora. Solo un altro po’. Schiaccia lo start. Fragole, mele, uva. Fa bene la frutta.
BAR, BAR, BAR.
Ho vinto!
Gioco solo questo. Magari appena un altro po’... Il Jackpot. Dammi il Jackpot.
Basta. Una sola partita. La bambina. Mi cerca in platea. Le dico che ho trovato traffico. Se vinco le faccio un regalo. Sono solo le 18 e 20. Metti altri soldi. 

Venghino signori venghino! Divertimento assicurato!
Solo questi.
Gioco.
Non vinco.
Scalda la mano. Conta fino a otto.
Aspetta. Adesso! Schiaccia lo start. Nooo! Non era otto.
Riprovo.
Con la mano sinistra. Metti la moneta ma prima baciala. Dopo questa me ne vado. L’ultima. Decido io. Lei recita, io fingo. Mi trovo giusto per il finale. Applaudo forte. La mia bambina è stata brava. Mi cerca. Sono le 19 e 13. Non è l’ultima partita. Decido io quando. Non ora. Mi porta bene. È nata il 13.
Gioco.
Voglio giocare. Non posso farne a meno.
Perdo.
Perdo e perdo ancora.
Cavolo, solo per un numero. Ci sono andato vicino. Non fa niente se non vinco. Vinco se gioco. Se gioco perdo. Mi sento vivo se vinco o se perdo. Vivo e mi sembra di vincere. Vinco me stesso nel momento in cui perdo. Perdo me stesso nel momento in cui gioco.
Gioco me stesso.

Divertimento assicurato!
Sono le 20 e 11. La mia bambina è a casa. Ho lavorato. Non mi hanno fatto uscire prima. C’ero ma lei non mi ha visto. Bugie. Sono bravo a raccontarle.
Ho vinto ma non ho più soldi.
Sono le 20 e 50.
Vado a cercare altri soldi.
La mia bambina.

Venghino signori venghino!

Anna Paola Lacatena Bio

Anna Paola Lacatena è sociologa e giornalista pubblicista. È autrice dei libri Resto umano. Storia vera di un uomo che non si è mai sentito donna (Chinaski, 2014); Reclusi. Il carcere raccontato alle donne e agli uomini liberi (con Giovanni Lamarca, Carocci, 2017; vincitore del Premio Fortuna e secondo classificato al Premio Nabokov per la saggistica); Il rischio del piacere. Le sostanze psicotrope dall’uso alla patologia (Carocci, 2019). Ha vinto numerosi premi letterari, è stata la più bugiarda d’Italia nel 2014 e nel 2018 (Campionato Italiano della Bugia, sezione letteraria).

tursi giuseppe racconto

profumo

Un racconto di Giuseppe Tursi
Numero di battute: 2158

Entrai al bar Delfi con mia moglie una mattina d’inverno. All’interno c’era poca gente, mentre lei si accomodava al solito posto, di fianco alla finestra, io ordinai due caffè e la raggiunsi.

Mia moglie prese il giornale appoggiato sul tavolo e iniziò a sfogliarlo. Io guardavo fuori, verso la strada. Fiocchi di neve volteggiavano come piume e iniziavano a ricoprire la superficie dell’asfalto. Mia moglie commentava ad alta voce le notizie più importanti della giornata. C’era stato un incidente non so dove, e qualcuno doveva essere stato arrestato per un motivo che non mi degnai di ascoltare.

La porta dietro le mie spalle si aprì. Una ventata di aria gelida mi colpì il collo poi ridiscese verso il basso, facendomi rabbrividire. Il ticchettio delle scarpe si allontanò dalla porta che si richiuse. La scia di profumo, che seguì la persona appena entrata, mi ricordò Letizia.

«Hai ragione, amore.» 

Mi voltai. Dalla mia posizione riuscivo a vedere solo le sue spalle. Dai lineamenti sottili poteva essere lei, ma non ero certo. La donna ordinò qualcosa, la sua voce fu inghiottita dal tintinnare delle tazze e dal vociare delle persone.  

Il barista, prima di servire la donna, ci portò la nostra ordinazione. Mia moglie spostò il giornale, e sciolse lo zucchero nel caffè. Io mi voltai un’altra volta, la donna aveva la testa rivolta verso il basso, sul cellulare.

«Guarda che se aspetti si raffredda» disse mia moglie.
«Hai ragione, amore» risposi.

Erano tre anni che non vedevo Letizia. Me la sognavo ancora di notte. Volevo vedere i suoi occhi, le sue labbra e dirle che non ero più lo stupido di un tempo, quello che si era lasciato scappare l’amore della sua vita.

Mia moglie mi parlava, ma la sua voce perdeva di consistenza. Avevo aguzzato i miei sensi per cercare di captare dei movimenti familiari della donna. Sentii che cercava delle monete nel portafoglio, poi salutò e si avviò verso l’uscita. Era il momento giusto per vederle il viso, ma proprio quando mi stavo per voltare, mia moglie mi afferrò la mano e l’appoggiò sul suo ventre. «Senti come si muove» disse.

La porta alle mie spalle si aprì e, mentre la scia di profumo mi inebriò, sentii mio figlio scalciare.

Giuseppe Tursi

Giuseppe Tursi (1988) è nato a Bari ma è cresciuto a Bologna. Nella vita fa l’operaio, le sue passioni sono la lettura e la scrittura. Ha pubblicato un racconto sulla rivista Blam e collabora con il sito Thrillernord.it

marchiori ottavia racconto

pollachiura

Un racconto di Ottavia Marchiori
Numero di battute: 2495

Fuori dal consultorio il buio precoce da orario solare ha già consumato i bordi del pomeriggio fondendosi con gli strati di caligine accumulata sui palazzi, sulle auto parcheggiate lungo il viale, sui tigli strozzati dallo smog. Il freddo non è d’aiuto, anzi. Avrei fatto meglio a usare i bagni dell’ambulatorio appena finita la visita ma non volevo rimanerci un minuto di più, là dentro. Tutto quello che voglio è andare a casa.

Alla pensilina dei bus c’è una donna di mezza età, i capelli color mandarino, aggrappata al suo trolley per la spesa. Urla parole piene di consonanti dentro al suo cellulare mentre il pannello alle sue spalle dice che il sette arriva tra tre minuti.

«Tutto quello
che voglio
è andare a casa.»

La vescica mi si tende in uno stimolo continuo da giorni. È normale nelle prime settimane, ha detto il dottore. Sposto il peso del corpo prima su una gamba poi sull’altra, in una danza sbilenca e propiziatoria per non farmela addosso, le suole delle Dr. Martens che scrocchiano sul catrame. Sono quelle che mi hai regalato tu. A mia madre ho detto che me le ha prestate Cecilia, una che fa l’ultimo anno al liceo ma in un’altra sezione. Cecilia, da un po’ di tempo a questa parte, mi presta un sacco di cose senza saperlo.

La sagoma del sette si avvicina, si ferma a inghiottire me e la signora col carrellino poi torna a riallinearsi alla scia luminosa del traffico. Mi lascio cadere su uno dei sedili in fondo, guardo fuori ma il vetro mi restituisce solo il mio riflesso. A quest’ora sarai ancora in ufficio. Ti mando un WhatsApp, dimmi quando posso chiamarti. Avrei bisogno di un tuo abbraccio, adesso, ma con te è sempre per favore, permesso, è tutto un calibrare tempistiche, cesellare equilibri. Saper aspettare, saper stare al mio posto, inventare balle per far sega a scuola. Dopo le otto di sera, niente messaggi per carità, che non si sa mai. Ci vediamo solo alla luce del giorno, che ironia. Anche se poi rimane trattenuta dalle tende di una camera di qualche motel fuori città.

Il bus sa di gomma bruciata, conto le fermate che mancano e quando non ne manca più nessuna, mi metto a correre verso casa. Mia madre non è ancora rientrata, meglio così. Mi chiudo in bagno, piscio vetro e chiodi ma poi provo un enorme sollievo. Il cellulare vibra sul lavandino, sei tu che scrivi scusa, stasera non ho proprio tempo, ho una cena dai miei suoceri. Sergio Ufficio Acquisti ti risponde: chiamami per favore domani, appena puoi, dobbiamo parlare. Visualizzi e tutto quello a cui ho diritto è un pollice in su.

marchiori ottavia bio

Ottavia Marchiori è nata a Broni (PV) nel 1980. Vive a Parma dove si è laureata in Lingue e Letterature straniere. È stata ideatrice e curatrice di un blog letterario dedicato a Jean-Claude Izzo. Suoi racconti sono inclusi nelle raccolte Una giornata di Hemingway in val Trebbia e Incontri ravvicinati di un diverso tipo (Officine Gutenberg) e Cinquantatré vedute del Giappone (Idrovolante). Altri racconti sono pubblicati o saranno pubblicati su Il Timoniere, Cedro Mag e Rivista Blam. Alcuni suoi componimenti sono stati pubblicati nelle antologie Haiku tra meridiani e paralleli – V stagione (FusibiliaLibri) e Poesie di Strada (Idrovolante). È collagista e alcune sue opere sono ospitate su Verde.