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racconto Franzoni Andrea

la madre

Un racconto di Andrea Franzoni
Numero di battute: 1870

Se potessero sparire, adesso, pensò la madre dopo l’ennesimo litigio con i due figli. «Guardatevi un cartone, preparo la cena» ordinò secca, lasciando i ragazzi sul divano, mentre la televisione illuminava i loro volti pallidi e tristi.

In cucina la madre cominciò a disfare la spesa e pensò alla durezza della sua vita, alla stanchezza che la divorava pezzo per pezzo, ogni giorno. Quand’era l’ultima volta che un uomo le aveva detto che era bella, che sarebbe andato tutto bene, che era giusta così com’era? 

«Se potessero sparire adesso.»

La scatola delle uova le scivolò – crack –, tuorli e albumi cominciarono a colare sul pavimento in una chiazza lenta e vischiosa. Non ne poteva più e anche qualcosa dentro di lei si ruppe, si espanse, fino a farle credere che sarebbe morta. Aveva conosciuto un dolore simile per due volte nella sua vita ma il suo corpo lo aveva dimenticato, il dolore di mettere al mondo. Lottò con tutta la sua forza per tenere dentro il dolore che voleva uscire. Lo sputò fuori vomitandolo sul pavimento della cucina: era una massa nera come una melassa di petrolio. La macchia cominciò a organizzarsi, a ricomporsi secondo uno schema. Diventò un corpo, nero e lucido, la figura nera di una donna incorniciata da un orlo luminoso come un sole eclissato.

Dove sono? La domanda della cosa esplose direttamente nel cervello della madre. La cosa non aveva bocca, nel suo volto chiuso come la notte non si aprivano buchi per vedere o parlare. Parlava direttamente nella testa della madre, perché la madre e la cosa erano sempre state insieme, fino a quel momento, l’una nell’altra.

Non puoi averli, io non volevo, io non credevo, pensò la madre.

La figura nera si mosse, traballante e malferma come l’immagine distorta di una vecchia Vhs. La madre sapeva che la cosa nera avrebbe preso i bambini. Li avrebbe portati dove erano già stati una volta, molto tempo prima, prima di nascere.

Franzoni Andrea bio

Andrea Franzoni nasce a Bologna nel 1982. Dottorando in teologia presso la Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, è proprietario insieme alla moglie di una libreria per bambini e ragazzi nella provincia di Bologna. Ha pubblicato diversi racconti su antologie prevalentemente a tema horror.

harald lang racconto

claire, al tramonto

Un racconto di Harald Lang
Numero di battute: 2491

Doveva essere solo una rapina, dannazione! Una rapina da quattro soldi, poi. Che bisogno c’era di mettersi in mezzo? Perché agitarsi per un’insignificante filiale della Banque Postale frequentata solo da vecchi per ritirare la pensione? Tutto sarebbe filato liscio e per il meglio se fosse stata un po’ più attenta. Se solo non avesse sottovalutato la giovane Marie (questo il nome che aveva letto sulla targhetta agganciata al tailleur blu) che da dietro il bancone aveva tentato di premere il grosso tasto rosso dell’allarme.

Perché non l’aveva fatta stendere come tutti gli altri? Una debolezza imperdonabile che aveva rischiato di far saltare tutto per aria. Per fortuna il maledetto pulsante sporgeva un poco dal pavimento e la giovane Marie vi era quasi inciampata sopra. Per fortuna la neoassunta Marie non aveva retto la tensione e Claire si era immediatamente resa conto che stava succedendo qualcosa. Se n’era accorta per tempo. Una frazione di secondo prima. Un istante ancora e non ne sarebbe più uscita. Mai avrebbe voluto sparare! Ma si erano messi in mezzo per provare a fermarla… cos’altro avrebbe dovuto fare?

Procedeva con passo veloce lungo la Senna cercando di non dare nell’occhio. Si voltò di scatto. Dietro, tre morti e uno scorcio di Parigi che sembrava incantevole in quel tramonto rosso di fine ottobre. Infilando le piccole mani sotto la giacca sgualcita sgattaiolò tra la folla.

«Mai avrebbe voluto sparare!»

La metropolitana era senza dubbio la via più sicura. A Boulogne-Billancourt, fermata “di banlieue”, il respiro era tornato normale. La paura di essere fermata era svanita e il battito nuovamente entro i limiti. Pensava al caldo lettuccio nel monolocale in Rue de Sèvres, da poco diventato la sua nuova casa. Avrebbe preso due pastiglie e ci avrebbe dormito su. Presto avrebbe dimenticato tutto. O almeno ci avrebbe provato, come tante altre volte, confidando su quella vitale capacità del tempo di lenire i ricordi. Al mattino Paul sarebbe passato presto per la gita in campagna con l’auto nuova e non si sarebbe accorto di nulla. Mai avrebbe sospettato che la sua Claire... Clac.

Non fece in tempo a sollevare la testa che due manette le avevano già bloccato i polsi. All’uscita di Boulogne-Billancourt, fermata “di banlieue”, nel punto esatto in cui le scale mobili riemergono sul viale, il suono freddo del metallo stretto forte attorno alle piccole mani metteva fine alla carriera di Claire Dumont, meglio conosciuta come la petite banlieusarde, la più famosa rapinatrice di Francia.

bio Harald Lang

Harald Lang è Martino Olivo (Udine, 1980). Astrofisico di formazione, sviluppatore software di professione, divora letture di ogni tipo. E scrive. Per sintetizzare ciò che ha visto del mondo nella prima metà della vita.

varipapa domenico racconto

scacco al re

Un racconto di Domenico Varipapa
Numero di battute: 2500

Ho giocato a scacchi fino al 2005, quando avevo trentacinque anni. Smisi perché durante le partite ero capace di fumare un pacchetto di sigarette. Finché era consentito fumare nei luoghi pubblici ne accendevo una ogni volta che schiacciavo il timer per passare la mossa all’avversario. Poi misero il divieto, così incominciai a scegliere il tavolino che dava sulla finestra del circolo, in modo da poter fumare fuori e guardare dentro. Col tempo mi accorsi che avrei dovuto scegliere tra gli scacchi e le sigarette. Ero stato bravo a scorgere il problema, ma non altrettanto a trovare la soluzione, infatti smisi di giocare.

Non mi piaceva andare a scuola e ogni tanto prendevo la corriera e andavo a Reggio Emilia, nel circolo in cui si trovavano gli scacchisti. Mi divertivo a giocare con un professore di Italiano, che mentre sistemava i pezzi sulla scacchiera mi rimproverava di non essere a scuola, poi incominciava a giocare e si dimenticava di tutto. Avevo tredici o quattordici anni, non sapevo a memoria le aperture, però avevo una visione eccezionale, e non perdevo quasi mai. Il professore un giorno mi disse che sarebbe passato un suo conoscente, un campione, e che avrei dovuto sfidarlo. Accettai.

Il professore mi aveva avvisato che il suo amico avrebbe avuto poco tempo per me, perché era di rientro da un torneo importante in Ungheria. Arrivò poco prima di pranzo, mi guardò, non si aspettava che fossi un ragazzino, poi si rivolse al professore: «Lo batto veloce e andiamo a mangiare».

«Lo batto veloce
e andiamo
a mangiare.»

Appena si sedette mi venne addosso una ventata di acqua di colonia che mi diede fastidio quanto il suo sorrisetto borioso. Incominciammo. Mosse veloci, aggressive, senza paura di sacrificare pezzi. Mezzora dopo il professore, che stava lì a guardare, disse che all’osteria li avrebbero dovuti aspettare ancora per un po’, lui non gli rispose, nemmeno io. A un certo punto mi chiese dove abitavo. «A Gualtieri» risposi, e lui si mise a ridere, «in mezzo alla palude» disse. Passò ancora qualche minuto, poi dovette decidere se sacrificare la regina o la torre assieme al cavallo. Un quarto d’ora dopo aveva perso. Il sorriso era sparito assieme all’acqua di colonia. Giocammo ancora, quasi fino alle tre, poi dissi che dovevo tornare a casa. Il campione era nervoso e sudato.

«Ci sono altri che giocano lì da voi?»
«Quasi tutti» risposi.
«E sono forti?»
«Molto.»
«Allora potremmo organizzare un torneo?»
«Meglio di no.»
«E perché?»
«A Gualtieri non gioco, perdo sempre.»

Quel giorno il campione se ne andò senza pranzare.

varipapa domenico vio

Domenico Varipapa (1988) vive a Gualtieri. Insegna Italiano e opera nel campo socio-educativo. Ha pubblicato un romanzo dal titolo Talento e dice, da un pezzo, di averne ultimato un altro che forse qualcuno pubblicherà o forse no.

eloisa morra racconto

eredità biologica

Un racconto di Eloisa Morra
Numero di battute: 2500

Si erano incrociati per la prima volta al meeting di facoltà per neoassunti, ma non l’aveva notato. Bizzarro tornare da ricercatrice nel dipartimento che l’aveva vista matricola dopo il dottorato all’estero: tutto era familiare e insieme strano, come le traslocazioni cromosomiche studiate nel paper di Nature che ne aveva favorito il ritorno. Per il nuovo associato era diverso: apparteneva all’ultima generazione in grado di percorrere l’impervia traiettoria accademica senza troppi sbalzi sulla carta geografica.

Per intuire ci fossero tutti i requisiti era bastato uno sguardo e qualche chiacchiera. «Ti ammiro, sai?» le aveva detto alludendo al suo rientro; in quel momento aveva pensato la capisse. Insieme erano belli, in più d’una persona si era girata a guardarli durante le loro passeggiate sulla Dora; non esser solo lei al centro degli sguardi le dava sollievo quanto sentirne i passi misurati, anche se un bacio non c’era ancora stato.

Una volta li sorprese la pioggia: chiusi in un caffè il pomeriggio d’autunno era passato senza che se ne accorgessero, poi lui prese a guardarla come volesse dipingerla.
«Ho visto una tua foto compromettente» bisbigliò scherzoso.
«Quella sul sito del dipartimento? Oddio.»
«Quella in cui fai Ofelia.»
«Ah, Vogue

«Di un ragazzo avrebbero mai detto lo stesso?»

Di quel giorno lontano non ricordava che un dettaglio, il suo sguardo stupito allo specchio quando il parrucchiere le aveva allestito un faux bob che da lisci aveva reso i capelli mossi e fruscianti come foglie.
«Quanti anni avevi?»
«Diciotto?»
«Eri creatura.»
«Eoni fa. Però divertente, un giorno da luna park.»

Quello era l’effetto che le aveva fatto quel mondo: starci un paio d’ore, poi di corsa scappare a lavarsi i denti dopo lo zucchero filato. Eppure riguardando quell’immagine vedeva solo una ragazza in sangallo che sorride della sua pelle troppo chiara, vulnerabile a una luce non diversa dai neon del laboratorio. Le venne in mente la didascalia apposta sul giornale pochi mesi prima dello shooting, quando unica nel suo liceo aveva ottenuto cento e menzione.

«Bella e intelligente. Di un ragazzo avrebbero mai detto lo stesso?» E gli lanciò uno sguardo eloquente.
L’associato però sembrò non capire: «Stavi bene con i capelli mossi. Sbarazzina».
Lei lo guardò socchiudendo gli occhi: prima di pronunciare quel «devo proprio andare» era già fuori dal bar, e a lunghi passi si era affrettata sul Lungofiume. Fuori aveva smesso di piovere, la superficie scura delle pozzanghere rivelava foglie rosso-oro: sarebbero rimaste fino a domani.

eloisa morra bio

Eloisa Morra è autrice del saggio Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja (Quodlibet 2014, Special Mention Edinburgh Gadda Prize 2015); suoi racconti e articoli sono apparsi su Los Angeles Review of Books, Alias – il manifesto, Nazione Indiana e Flash Art. Insegna Letteratura italiana e Cultura visuale all’Università di Toronto.  

racconto mirco roncoroni

autolavaggio

Un racconto di Mirco Roncoroni
Numero di battute: 2435

«Pulire l’auto di qualcuno è come pulirgli la coscienza…»
Mi parlava senza distogliere lo sguardo dalla carrozzeria. Vidi la fronte imperlata di sudore e vapore acqueo, l’idropulitrice imbracciata come un fucile a pompa.
«Quando la restituisci la vogliono trovare linda, immacolata...»

Vidi il labbro inferiore inarcarsi, le narici divaricarsi, un’ombra di disgusto dipingergli gravemente il viso, i nervi a fior di pelle e poi swam! Esplose un colpo di acqua compressa contro la vettura. Vidi le ampie volute al detergente riempire il garage e scheggiarsi di arcobaleno, colpite dai resti del sole penetrati nel rotto della finestra.

Cessato il fuoco d’acqua, la bocca si distese in un ghigno e il fucile scivolò in una sola mano, rivolto a terra gocciolante. Vidi quel corpo scolpito nel vapore, come risorto dagli scarichi, dai rivoli di chimica detersiva che correvano giù nel ventre putrido della terra. Un castigatore generato nel seminterrato fradicio di una stazione di servizio, sul margine di una provinciale tra due rotatorie, tutt’intorno campi e piante di granturco bruciate dal sole.

«Tutt’intorno campi e piante
di granturco bruciate dal sole.»

Bruciassero, quelle figlie di puttana! E tu con loro!
La bestia umana ansimava nella sua tana, in quel pozzo nero di coscienze da ripulire, randagie, irredente. L’idropulitrice il suo fucile, la purga da somministrare.
Questo è il mio fucile. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio.
E te lo pianto in gola!
Vidi i suoi occhi spalancati e vuoti guardarmi, due fari spenti nella nebbia. Un fremito freddo prese a galopparmi la schiena.

«Mi segui ragazzo?»
Il suono di quelle parole mi svegliò di soprassalto da un sonno in cui non ero certo di essere caduto. Il vapore diradava e riconobbi la stessa sagoma pingue e inoffensiva che avevo scorto appena sceso nella rimessa.
«Sono i particolari che contano… Gli aloni agli angoli del parabrezza, la maledetta acqua che sgocciola dalle fessure degli specchietti e lascia una riga di calcare sulla portiera, i residui incrostati dei cazzo di insetti spiaccicati sui fanali…»

Mi parlava senza distogliere lo sguardo dalla carrozzeria. Annuii provando ad abbozzare un sorriso complice. Vidi il labbro, le narici e ogni cellula di quel corpo predisporsi a un nuovo colpo, storpiarsi nel riflesso dei cristalli. Tornai sul piazzale della stazione. Il fiato caldo e stagnante del cemento opprimeva il respiro. Oltre i campi di granturco, un grumo di nuvole livide cominciava a rampicare il cielo.

Mirco Roncoroni Bio

Mirco Roncoroni (1989) vive e lavora a Bergamo. È stato caporedattore di Ctrl magazine e coautore del libro Stiamo scomparendo – Viaggio nell’Italia in minoranza (Ctrl Books, 2018). È il vincitore del secondo bando della rivista The FLR per un racconto inedito e del concorso Luberg 2019. Ha fondato il blog Salmuria.

sonia di palma racconto

la bestia

Un racconto di Sonia Di Palma
Numero di battute: 2492

Quando lei gli disse che il loro cane ultimamente le ringhiava contro, che per questo motivo aveva preso a chiamarlo la bestia, lui ribatté che avrebbe dovuto rispettarlo di più a cominciare dal nome, e che forse era soltanto geloso del bambino nato da poco.

Lei, la mattina seguente, prese dalla culla il bambino che piangeva e con le lenzuola da lavare sotto al braccio si diresse giù in cantina, dove trovò la bestia, che appena li vide rizzò il pelo e mostrò i denti, come se li stesse aspettando. Maledisse se stessa per la leggerezza con cui la sera prima aveva affrontato la questione, perché si sentiva ostaggio in casa sua: era evidente che la bestia non la perdeva d’occhio un istante, e sembrava anticipare le sue mosse.

Non sapendo che fare, raggelata, pian piano fece le scale a ritroso, reggendosi alla ringhiera con una mano e sorreggendo il figlio con l’altra. Una volta arrivata in cima cercò di chiudere la porta per potersi mettere al sicuro, ma la bestia in tre balzi la assalì. Cadde a terra e sbatté la testa, mentre la bestia schiumando bava tirò via il bambino in lacrime da sopra il corpo di lei. Lo trascinò nella sua cuccia, dopodiché tornò dalla donna intontita, le ringhiò contro e affondò i denti nel suo polpaccio.

«La bestia
non la perdeva d’occhio
un istante.»

Il marito, rincasato in quel momento, vedendo la scena si scagliò contro l’animale, e gli ruppe in testa un pesante soprammobile. Poi chiamò i soccorsi, e a quel punto non poté che prendere atto della minaccia. Ricordò quando lo aveva preso con sé, terzo di una cucciolata di sette, di cui il proprietario voleva sbarazzarsi dicendo che era strano, perché ringhiava a tutti quelli che si avvicinavano alla madre o ai fratelli, come se avesse un talento speciale per l’accudimento. Eppure, da quando viveva con lui gli aveva dato solo affetto incondizionato, e proprio per questo aveva deciso di portarselo nella nuova casa dopo essersi sposato. Purtroppo adesso era tutto cambiato, e così a malincuore lasciò che le autorità veterinarie lo sopprimessero.

Tempo dopo, una mattina, quando per fortuna tutto sembrava essere dietro le loro spalle, la donna si svegliò, e notò che era proprio una bella giornata. Di quelle da ricordare. Tirò via le lenzuola dal letto e prese dolcemente il figlio dalla culla per non svegliarlo. Scese in cantina e indisturbata, dato che non c’era più la bestia a impedire quello che voleva fare da tempo, si avvicinò alla lavatrice, aprì l’oblò, infilò dentro suo figlio, e azionò il tasto di accensione della macchina.

sonia di palma bio

Sonia Di Palma (1979) nasce e vive a Fucecchio, in provincia di Firenze. Laureata in Giurisprudenza, è allieva della Scuola Carver di Livorno. La sua prima raccolta di racconti uscirà per la casa editrice Valigie Rosse nel 2020.

racconto stefano morleschi

l’ attesa

Un racconto di Stefano Morleschi
Numero di battute: 2048

Bazzicando a vela il Mediterraneo ero capitato su un’isola dove la gente, forse per sfuggire il sole martellante, trascorre le giornate dentro il proprio garage, sovente trasformato in vera abitazione, o magari bottega. In ogni caso una sorta di osservatorio, affacciato sul piccolo mondo costituito da uno scorcio di strada. Nel complesso una popolazione chiusa, diffidente.

Soltanto con due anziani, anche loro intenti a sbirciare l’esterno seduti nell’ombra del garage, ero riuscito a scambiare qualche parola. Il più vicino alla strada era un uomo corpulento, sulla settantina, l’altro, accovacciato sopra uno sgabello in penombra sul fondo del box, sembrava più asciutto, forse un po’ meno attempato. Una specie di calzino nero gli rivestiva quel che restava di una delle mani.

Il loro garage, piccolo, quasi interamente occupato da una Vauxhall scarlatta – probabile residuo della dominazione britannica – per metà ricoperta da un telo, pareva l’unico destinato alla sua vera funzione.

«Ma voi qui
che cosa fate?»

Quello che colpiva lì dentro, però, erano le pareti, tappezzate a perdita d’occhio di fotografie di volti, perlopiù in bianco e nero, formato tessera. Alcune ricordavano certi annunci funebri.

«Chi sono?»
Mi rispose l’uomo corpulento, con uno sguardo ilare: «Sono tutti morti!».
Anche il monco, annuì divertito.
«Tutta gente dell’isola? Vostri parenti?»
L’omone annuì, poi scosse la testa: «Non solo…» allargando le braccia in un gesto che pareva includere una generosa porzione dell’umanità defunta.

A campione, mi indicò alcuni di quei volti. Si andava dai semplici cittadini a Adolf Hitler, passando per Stalin, Churchill o la Thatcher. Fra i trapassati, oltre a politici e isolani, riconobbi un pilota di Formula 1, attori, e qualche celebre cantante del passato.

«Ma voi qui che cosa fate?»
«Aspettiamo.»
«Aspettate cosa?»
Giù una risata.
Accennarono alla parete, appuntando gli sguardi che fino a un attimo prima, nella penombra del garage, circolavano a vuoto, sull’unico spazio rimasto libero sui muri.
E giù un’altra risata.
Lì, in effetti, c’era posto per due.

stefano morleschi foto

Stefano Morleschi (1954) è nato a Genova. Ha pubblicato la raccolta Rue de l’Aiguillerie (Moby Dick, 2013), suoi racconti compaiono nell’antologia Mangia, Scrivi, Eataly (Eataly, 2015), curata dalla scuola Holden, e in Rivista Letteraria n.4-5. È autore anche di aforismi pubblicati con gli editori Josef Weiss e Pulcinoelefante.

alberto lucchini racconto

il sogno di nullità

Un racconto di Alberto Lucchini
Numero di battute: 2345

Il pazzo del paese se ne stava al bar come tutti i giorni. Fuori il tempo non prometteva sole, ma lui era seduto sulla sua sedia e di fronte teneva un bicchiere di bianco. Se ne stava a osservare la poca vita attorno a lui, e nient’altro. Lo si vedeva sempre in giro e chiedeva di accendere. Si chiamava Nullità. Quando mi capitava di passare per il paese era una presenza fissa, con la sua faccia persa e incisa dagli anni.

Un giorno, era l’inizio di aprile se non sbaglio, mi fermai con il mio furgone di fronte a un negozio. Nullità mi passò vicino e mi chiese se avessi da accendere. Non parlava, sussurrava, come se la sua presenza al mondo andasse giustificata.

«Ce ne andiamo
a spasso.»

«Ce ne andiamo a spasso» gli dissi. Nullità non disse nulla e salì.

Partimmo e arrivammo a Lugano. Parcheggiai vicino al lago, con le montagne in lontananza a fare da cornice. Nullità osservava tutto come una bestia impaurita e chiedeva di accendere. Quando ripresi il furgone ci dirigemmo verso Nord. A Düsseldorf ci mettemmo lungo il Reno a bere birra sotto un sole tiepido e Nullità era affascinato dalle grosse navi merci che battevano il fiume.

Il giorno dopo virammo verso Amsterdam. A Nullità piacevano molto i ponti sull’Amstel e la gente sfrecciare in bicicletta. Vidi che era meno spaventato e annusava l’aria con curiosità. La sera in piazza Dam ci fermammo in un ristornate argentino. Nullità si fece portare due porzioni di patate arrosto e una bistecca. Digerito il tutto riprendemmo il furgone e cambiammo rotta, verso Sud. Tornammo sui nostri passi e arrivammo a Praga e poi verso l’infinita costa francese e arrivammo a Barcellona. Lasciammo l’auto sul lungo mare e ci buttammo sulle Ramblas. Ci fermammo a mangiare in una trattoria molto piccola. Ordinammo due enormi porzioni di paella, una con il nero di seppia. Le mangiammo irrorandole con il limone e Nullità per la prima volta sorrise alla vita.

La mattina dopo Nullità cominciava a essere stanco, lo notai fissando quella sua faccia estranea al presente. Guidai ininterrottamente e senza pause e arrivammo al paese mentre le campane della chiesa suonavano per la messa. Lasciai Nullità di fronte al solito bar. Scese dal furgone e si girò verso di me chiedendomi di accendere. Come al solito gli allungai la mano con l’accendino e lui dopo aver aspirato il fumo della sigaretta mi disse soltanto:
«Grazie».

Alberto Lucchini bio

Alberto Lucchini è nato a Pavia nel 1983. Dopo la laurea ha deciso di fare l’impiegato come hobby, spaziando dal politetrafluoroetilene microporoso ai bagni mobili fino alla microincapsulazione. Ha pubblicato un racconto sulla rivista Grado zero.

racconto donata cucchi

ho perso il cane

Un racconto di Donata Cucchi
Numero di battute: 2436

«Ho perso il cane.» Lo disse d’un fiato, con coraggio, mentre guidava. Lo disse con coraggio e forse sfida, nell’odore umido di novembre che entrava dal finestrino un po’ abbassato, le foglie malate, la sua voce incrinata, il profumo della sigaretta. Fuma quando è in difficoltà, quando qualcosa si sposta dall’asse che lei faticosamente tiene centrata, ogni giorno con sforzo, ogni momento potrei dire, mentre i suoi occhi dilatati, verdi e d’oro si muovono nel turbine delle parole, nella provvidenza della sua intelligenza – che sempre la salva – sempre o quasi – o forse mai – in quella lotta che è la sua vita, un travaglio multiforme di inquietudine, paura, debolezze improvvise, angoscia che arriva imprevista e prevedibile a cena, di notte, al mattino nel disordine della nostra casa dove lei in vestaglia di lana cammina spettinata e bellissima tra il bricco del tè, il computer acceso, gli appuntamenti con i pazienti che riceve nella stanza azzurra dove anch’io sono stato.

Era stata la mia psicologa, ci credereste, c’eravamo conosciuti così, andavo da lei due volte a settimana. La prima cosa era il suo sorriso sulla porta, la seconda il soggiorno con i resti del pranzo, la tovaglia sul tavolo per metà, i giochi della gatta sparsi su un parquet di rovere.

«Poi, di nuovo,
il mondo cambiava.»

Mi irritava allora che il mio cane non potesse entrare. Era un bassotto insolitamente mite, molto piccolo e leggero. Non avrebbe ringhiato alla gatta, la strega sottile che scivolava verso l’alto su mobili e scaffali, avrei potuto tenerlo in braccio, che fastidio le dava. Invece il mio cane restava fuori e la gatta scorrazzava dentro, io guardavo la parete slavata del suo studio e pensavo che la mia vita doveva essere diventata proprio patetica se avevo scelto di fare affidamento su una così. Poi, di nuovo, il mondo cambiava. Era il modo in cui nel parlare lei sfilava all’improvviso l’elastico dai capelli scuri, era il suo mutare in creatura temibile e veggente.

«Ma tu perché me l’hai affidato?» Questo invece lo disse con rammarico e crudeltà, a un semaforo, mentre frenava. Si voltò nel suono della domanda, difficile individuare su quale parola, sulla curva del punto interrogativo potrei dire. Era una jazzista in tutta la sua pazzia. Certo, una jazzista, lo capii in quel momento. Sapeva i tempi. Prendeva quello che c’è – non solo le note felici, liquide e magnifiche, ma tutto, la sua fatica, la mia miseria, l’ambiguità di quella perdita – e rilanciava.

Donata Cucchi bio

Donata Cucchi (1974) è laureata in filosofia e lavora per Zanichelli dal 2005. Ha collaborato con diverse case editrici e scrive articoli di arte e cultura per «La Ricerca», di Loescher. Da alcuni anni si dedica alla fotografia e alla pratica teatrale. Vive a Bologna.

racconto matteo gravina

drink

Un racconto di Matteo Gravina
Numero di battute: 2491

Se avesse potuto osservare la scena dall’esterno, l’avrebbe definita triste. Nessuno che non abbia sbagliato un numero incalcolabile di scelte nella vita se ne sta fermo a un tavolo di un bar a fissare il drink mezzo vuoto con lo sguardo vuoto per davvero. Avrebbe voluto ricominciare di nuovo, e lo voleva perché era proprio a quel tavolo che era iniziato, quando lei aveva sorriso.

E lei sorrise ancora, comparendo da dietro l’angolo della sala e camminando verso il suo tavolo. Era bella come il primo giorno.

«Che bevi?» chiese appena seduta.
«Gin e soda. Un Tom Collins» disse assaggiandolo. «Ricordi questo posto?»
Lei, senza chiedere permesso, gli rubò un po’ di drink. «Ci siamo conosciuti qui.»
«Quattro anni fa. Mancava poco a Capodanno.» 
Lei annuì con forza. «Sarebbe più corretto dire che ci siamo conosciuti alla tua festa.»
«Ma così diventa una storia banale.»
«Che storia?»
«La nostra.»

Lei decise di prendere un altro sorso del suo drink. «Scrivi ancora quindi?» chiese.
«No, non più. Non ho più molti pensieri per la testa.»
«È un bene o un male?»
«Non so. Servono, anche se è una cosa che mi hai sempre rimproverato.»

«Vuoi sapere
una cosa strana?»

«Sei qui per recriminare?» chiese lei guardandolo di traverso.
«No» rispose convinto. «Volevo solo evocare un nostro ricordo. Ho come l’impressione che avremmo potuto averne di più» rifletté lui.
«Abbiamo fatto molte cene romantiche però» gli fece notare e bevve. «Una anche qui, in effetti.»

Lui sorrise e si riprese il bicchiere con più ghiaccio che liquido. «Vuoi sapere una cosa strana?»
Annuì con gli occhi aperti come quelli di una bambina a cui si sta per raccontare qualcosa di incredibile.
«Non mi è mai piaciuto il gin. Né la soda. Non berrei né l’uno né l’altra. Però questo mi piace.»
«Pensi stiano bene insieme?»
Lui prese una profonda sorsata, quasi a finirlo. Ma ne rimase ancora un po’ sul fondo. «Non sono ingredienti facili, però magari possono trovare il loro equilibrio.»

Lei sorrise dolcemente. Gli accarezzò le dita che tenevano il bicchiere e glielo rubò dalle mani. Lui riconobbe lo sguardo della sfida. Strinse il vetro tra le labbra con forza, esitando. Poi mandò giù il Tom Collins fino all’ultima goccia. «E ora che farai?»

Sapeva la risposta a questa domanda nel preciso momento in cui lei si era seduta. «Credo proprio che me ne prenderò un altro. Lo vuoi?»
Lei girò la testa di lato, sorridendo e abbassando il mento così da mostrare il profilo e le linee del sorriso sulla guancia.
La guardò a lungo, e senza distrarsi fece un cenno al cameriere.

gravina matteo bio

Matteo Gravina (1996) è nato a Bassano del Grappa ed è da sempre appassionato di storia antica. Ha frequentato il biennio di Storytelling e Perfoming Arts alla Scuola Holden e attualmente studia Scienze Politiche all’Università degli Studi di Padova.