Pastrengo Agenzia Letteraria

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racconto laurito eleonora

cocci

Un racconto di Rosaria Eleonora Laurito
Numero di battute: 2424

Un vago sentore di carne bruciata e panini le arriva al volto come uno schiaffo. Arriccia il naso per il disgusto, tappa all’istante la bocca con tre dita. Intanto arranca sulla stradina, inspirando ed espirando ritmicamente per allontanare l’incipiente attacco di panico (è grazie a lui se ora sa dare una definizione a quel malessere così scuro e denso).

Si chiede, distratta, come faccia il sole a bucare una cortina di nuvole opache tanto fitta: eppure, deve riuscirci perfettamente, a giudicare dall’appiccicume che avverte su ogni centimetro di pelle.

Inciampa nello scheletro di una sedia di paglia, mantiene a stento l’equilibrio. La frangia le si incolla sulla fronte.

Ma come ha potuto portarla in un posto simile, spacciandolo per quieta, fresca, aromatica (aromatica, esatto) e a tratti persino romantica (imperdonabile il gioco di parole) area picnic? Lei, che detesta gli ingorghi di esseri umani dalla bocca piena e dalle risate sguaiate, per non parlare poi di quelle paurose grigliate in cui, più che arrostire il pranzo, si rischia di finire ben gratinati dalla cocente calura del quindici d’agosto.

«Cosa
le serve
ancora?»

Je non avrebbe mai sospettato di poter divergere in gusti o opinioni da Na, lo stesso Na che le solleticava le punte dei piedi strimpellando Le cose in comune. Forse, riflette, avrebbe dovuto ascoltare il testo con maggiore attenzione: ma allora cos’è, cosa ti serve ancora?

Cosa le serve ancora?

“C’è uno spazietto qui, vieni” si sente chiamare. Vorrebbe che Na si riferisse ad un posticino nel suo cuore, solido, accogliente. Gradisce un po’ meno il riferimento, assai più realistico e crudo, ad una sgangherata panchetta a fianco alle bistecche fumanti di una rubiconda famigliola tedesca. Si domanda, mentre percorre svogliata i pochi metri che la separano dal penoso nido d’amore, se sia opportuno ricordargli di essere vegetariana. Poi incrocia i suoi occhi tiepidi.

Soltanto lo sguardo non è proprio uguale perché il mio è normale, ma il tuo è troppo bello canticchia a mezza voce, facendogli cenno. Lui, intanto, allinea con cura le posate sul tavolino zoppo. La sente arrivare. Non si volta.

Ora Je avverte di nuovo una pressione rumorosa sul petto – l’ansia – di qualcosa che si stia spezzando. Colpa di Na?

Non osa cadere nello smielato riferimento al trito e ritrito muscolo cardiaco; però solo a lei toccherà, da quell’istante in poi, il compito di scavare dentro ad entrambi per raccogliere i cocci.

laurito rosaria eleonora bio

Rosaria Eleonora Laurito (2005) frequenta il quarto anno del Liceo Classico a Vallo della Lucania (SA). Assieme al teatro, ai gatti e all'ironia, la scrittura è una passione che coltiva da sempre, e di recente ha seguito un corso presso la Scuola Holden di Torino. Cocci è il primo racconto che pubblica.

montesi sebastiano racconto

lì sul bordo

Un racconto di Sebastiano Montesi
Numero di battute: 2490

Oggi finalmente è il grande giorno. Complimenti. Lo sapete entrambi e sorridete. Ormai sono tre giorni che pensate solo a questo. E adesso finalmente è il grande giorno. Oggi l’acqua è lunga e ferma. Luminosa. La pittura azzurra del fondale si proietta fra gli strati scivolosi di acqua e cloro e li colora.

Voi siete seduti sul lato occidentale della vasca, quello corto, di fianco ai trampolini, con le caviglie sottili immerse nell’azzurro trasparente. Avete dodici anni e intorno a voi non c’è nessuno – giusto il sole e le ombre dense delle tre del pomeriggio. Il costume in lycra vi si appiccica alla pelle. I bordi porosi in pietra calcarea vi pizzicano i glutei ancora umidi. E poi l’odore pallido del cloro, che vi arriccia le narici e vi pizzica un po’ gli occhi. Ma a voi non interessa. Non ci fate neanche caso. Siete presi da voi stessi e da nient’altro.

Pieghe impercettibili e bagnate si propagano concentriche dalle articolazioni tibio-tarsiche delle vostre quattro gambe parallele fino ai bordi della vasca. Lentamente, silenziose, rotolando. Si appiattiscono morbide alle sponde piastrellate e rifluiscono allentate verso il centro. E anche un po’ verso di voi, che le fate ripartire. Non ci fate neanche caso.

«Non ci fate neanche caso.»

Oggi il sole pende a picco sopra l’acqua. Un reticolato bianco di linee stropicciate galleggia in superficie. L’ombra magra delle vostre quattro gambe si allunga fragilmente verso il fondo. E intanto il sole vi si scioglie sulla pelle. Pelle morbida e abbronzata dall’estate. Pelle castana e leggermente rossa, soprattutto sulle spalle. Pelle oliata da una patina leggera di latte protettivo che si appiccica al sudore, e che quando poi vi tufferete – finalmente, sorridenti, senza fretta – formerà un velo lucido e burroso tutto intorno all’epidermide – e le gocce inizieranno a rotolare, lentamente, tutte intere, fino a perdersi nell’acqua e galleggiare. Insieme a voi.

Ecco. Adesso vi state lentamente avvicinando. Le vostre mani sono quasi una sull’altra. Un paio di centimetri soltanto. Intorno a voi l’odore blu della piscina, la curvatura stanca delle sdraio, i trampolini arrugginiti e granulosi che si flettono sull’acqua, lievemente.

Gli unici respiri sono i vostri.

Gli altoparlanti della piscina suonano Girls Just Want to Have Fun. Un guscio di nuvole grigie si accavalla sopra il sole e per un attimo fa freddo. Ora è tutto un po’ più scuro.

Siete ancora più vicini. Manca poco. Quasi niente.
Forse adesso vi tuffate.
Oppure no, restate fermi.

Respirate.

montesi sebastiano

Sebastiano Montesi (1993) ha frequentato il master in Arti e mestieri del racconto presso l’università IULM. Attualmente collabora con le redazioni di Guanda Editore, Bompiani, Salani Editore e Iperborea. Ha pubblicato racconti su CrapulaClub e Ukizero.

racconto feleppa claudia

una pagina al giorno

Un racconto di Claudia Feleppa
Numero di battute: 2375

I rintocchi della chiesa di San Biagio da ieri mi sono sembrati pressanti. Ma forse è perché è stato sabato e poi oggi è domenica. Non avevo mai passato tanto tempo a casa prima. Giovedì ho portato mamma allo spaccio della Max Mara e le ho regalato un vestito turchese, il suo colore, largo, con le spalline imbottite.

«Ti sta benissimo» ho gorgheggiato.

Non era esattamente una bugia, ma avrei detto lo stesso anche se si fosse infilata dentro uno scafandro. Non la vedevo da un paio di mesi e mi aveva fatto una telefonata spaventosa: «Allora come funziona? Vuoi che non ti chiami mai più?»

«Vuoi che non ti chiami mai più?»

Che pesantezza. Come se fossero legate a doppio filo – e di fatto lo sono – ieri sera alle otto ha chiamato anche nonna. Mi ero appena seduta a tavola, ho posato coltello e forchetta sul piatto, vicino al pollo alla griglia che non avevo toccato e ho ascoltato i consueti rimproveri perché non chiamo mai. Poi mi ha raccontato per l’ennesima volta il litigio di Natale che mi sono persa sei mesi fa. A questo punto era quasi meglio esserci. A metà telefonata il pollo aveva raggiunto la rigidità di una soletta per scarpe. Cose così. Cose di casa.

Papà invece mi ha scritto, ma solo per inoltrarmi una mail inutile, nemmeno indirizzata a me, ma ai fratelli di mamma a proposito di nonna, per ribadire quanto è pessimo il loro rapporto. E il nostro invece? Non c’è niente che deve dirmi personalmente mio padre, niente di cui scusarsi? Vabbè. Forse funziona per tutti in questo modo e non dovrei prendermela. D’altra parte io cosa faccio per cambiare le cose? Mamma mi ha detto: «Ma perché sempre tu? Perché il peggio toccherebbe solo a te?»

Intendeva sottolineare la mia paranoia o dire che me le vado a cercare? Non lo so. Di sicuro c’è che dovrei staccare la spina. E così ho comprato una di quelle piscine gonfiabili con idromassaggio. L’ho messa in terrazzo e il mio nuovo gattino, iperattivo e feroce, ci gira intorno cercando di definire il suo posto nel mondo. Ho letto che l’aggressività può dipendere dallo stress da abbandono, così gli bacio le piccole orecchie tonde e gli permetto, in pratica, qualunque cosa.

Ma sono andata oltre la pagina al giorno. Ecco di nuovo le campane di San Biagio. È quasi mezzogiorno. Forse la messa è finita, andate in pace! Per pranzo ho insalata di pomodori e pannocchie bollite. E comunque si era detto una pagina al giorno. Né più, né meno.

feleppa claudia bio

Claudia Feleppa vive nel parco del Conero dove lavora nella scuola superiore. Riesce a stare senza tè e libri solo a teatro. Dipinge un quadro a olio più o meno ogni tre anni, d’inverno, se nevica. Ogni tanto gira video con i tipi del Twicedoubleseven perché può usare la macchina del fumo e truccare i ballerini. In posa con la chitarra viene bene, ma meglio se non suona. Fa tutto questo per mescolare le carte e nascondere la turpe passione per la scrittura.

racconto giovanni marco maggio

mettere le cose a posto

Un racconto di Giovanni Marco Maggio
Numero di battute: 2491

Si chiese che ci facesse quel barattolo di cetrioli sottaceto tra i cereali. Andò verso la corsia per rimetterlo a posto e, dal megafono, sentì arrivare la voce del capo che chiamava tutti i dipendenti a rapporto. Lasciò il barattolo sul primo ripiano disponibile e raggiunse le casse. Lui attese che tutti fossero lì e poi disse che mancavano venti euro. Il ragazzino chiese da dove e il capo lo ignorò e poi domandò a chiunque fosse stato in cassa durante il turno pomeridiano di alzare la mano.

Lei sollevò il braccio e così fecero altri due suoi colleghi e il capò li squadrò e poi disse deve essere colpa di uno di voi tre. Lei si sistemò la polo rossa dentro i pantaloni e scosse i fianchi e il capo disse tu sei esclusa perché al massimo ruberesti la mortadella dalla salumeria e poi aggiunse che, per questa volta, non aveva intenzione di approfondire la questione ma dovete stare più attenti, adesso andate a casa, chiudo io. Fecero di sì con la testa e presero le giacche dall’attaccapanni e uscirono.

Il bus che le passò accanto sollevò le foglie morte accatastate sul bordo della strada e lei infilò la faccia dentro la giacca e camminò. Lui era appoggiato alla macchina. Le chiese quanto avesse e lei gli diede la banconota e lui disse solo questi. Lei tirò su col naso e aprì lo sportello dal lato passeggeri e gli disse di guidare.

«E poi disse
che mancavano
venti euro.»

Si appartarono nel parcheggio della zona industriale e lei gli sbottonò i pantaloni e glielo prese in mano. Cercò di baciarlo e di salirgli addosso a fatica ma lui gli disse che, con quei soldi, era il massimo che poteva offrirle. Lei non protestò e intanto gli accarezzava la coscia da sopra i jeans e poi finì e gli chiese di riaccompagnarla. Sotto casa, lui le disse alla prossima e fatti sentire e lei gli disse non so se ci sarà e gli chiuse lo sportello in faccia, poi salì le scale e aprì la porta.

Aiutò il padre a lavarsi e gli chiese come stai e lui emise un grugnito e lei lo asciugò e lo mise a letto. Mangiò in piedi, nella cucina della sua infanzia, e passò due minuti a fissare il rumore giallo del frigo. Prima di addormentarsi, frugò nel portafoglio del padre, scartò vecchi scontrini e si mise in tasca un pezzo della pensione.

Il giorno dopo tornò al lavoro e si ricordò del barattolo di cetrioli e lo posò accanto agli altri. Aveva già finito il turno da quattro ore quando il capo chiamò di nuovo tutti a rapporto per dire che aveva fatto i conti e non poteva essere una coincidenza ma in cassa risultavano venti euro in più.

Giovanni Marco Maggio

Giovanni Marco Maggio (1993) è nato a Marsala e vive a Roma. Ha studiato, viaggiato, letto, lavorato, cucinato, scritto e letto. Ha collaborato con giornali e portali online e sta lavorando a una raccolta di racconti. Tendenzialmente evita gli avverbi.  

racconto venere marino caterina

la carne

Un racconto di Caterina Venere Marino
Numero di battute: 2493

Quando finì l’ultimo sorso di quel vino che bruciava gola e petto, Menico si alzò da terra e riprese a raccogliere con mani rapide le olive piccolissime che puntinavano la sua proprietà.

Era di poche parole, Menico. Amava riposare sotto l’albero di fico e diffidava delle persone che elargivano complimenti e sciorinavano carinerie. Quelle, a suo dire, erano le più pericolose.

Di ritorno dalla campagna, l’uomo trovò la figlia Teresina a letto, madida di sudore e con il respiro affannato. Chiese a Maria, sua moglie, cosa fosse successo. Maria raccontò che era appena passata la vicina per un caffè: «Sai quella che ha tutti figli maschi ma voleva tanto ’na femminuccia?» quando la bimba si era sentita male, così, all’improvviso.

Non gli era mai andata a genio, quella. Troppe parole, troppe smancerie.

Menico uscì per cercare di calmarsi. Si stava dirigendo verso il fico quando udì un forte ronzio.  Giunto ai piedi dell’albero, vide un nero ammasso di mosconi levarsi da un pezzo di carne putrescente. Non era una carogna, piuttosto aveva l’aria di un taglio di macelleria piazzato lì da qualcuno.

«Troppe parole, troppe smancerie.»

Menico rimase a fissare quel pezzo di carne che pareva vivo nella sua brulicante decomposizione. Quindi si ridestò, rientrò in casa e ne uscì subito con uno straccio, un secchio di latta e dei fiammiferi. Si coprì il viso con l’incavo del gomito, prese la carne fetida con lo straccio, la gettò nel secchio e vi fece cadere dei fiammiferi accesi. Non appena le fiamme l’avvilupparono, gli insetti si dispersero.

Con il corpo scosso dall’adrenalina, Menico si diresse a passo svelto dalla figlia.
Teresina era sempre a letto ma aveva ripreso colorito in volto e sorrideva.

«Come stai, zemër?» le chiese Menico avvicinandosi.
«Mire» rispose Teresina, mentre con le dita sua madre le tracciava piccole croci invisibili sulla fronte e recitava un Padre Nostro e un’Ave Maria, alternativamente.
A ogni Ave Maria, la madre sbadigliava me lot, con le lacrime.
«Një gra, una donna!» esclamò rivolta al marito.

Menico non disse nulla ma uscì dalla stanza a passo lento. Quindi, prese una sedia di vimini dal salotto, la portò fuori e si sedette ai piedi del fico dove, ancora pregno della carne, il secchio giaceva muto. L’uomo chiuse gli occhi e lasciò che il sole, oltrepassando le ruvide foglie ondulate, gli sciogliesse i muscoli contratti.

Menico amava riposare sotto l’albero di fico.
Diffidava delle persone che elargivano complimenti e sciorinavano carinerie.
Quelle, erano le più pericolose.

venere marino caterina bio

Caterina Venere Marino (1994) vive a Milano da sempre ma è nata a Crotone e ha origini arbëreshë, ossia greco-albanesi. È laureata in Lingue e Letterature straniere e insegna Francese alle scuole medie. Collabora con il sito di recensioni Mangialibri e con TED traducendo i sottotitoli dei video animati di divulgazione tematica.

Migliorini Andrea Racconto

l’ anno della fame vuota

Un racconto di Andrea Migliorini
Numero di battute: 2466

Quell’anno parlavo poco e quando uscivo da scuola fissavo le foglie delle piante che sbucavano dalle recinzioni delle siepi. A volte le strappavo e me le infilavo in tasca. Poi tornavo a casa.

Non avevo mai fame, quell’anno. Quando ci sedevamo a tavola per cenare mia madre mi faceva un sacco di domande. Io mi limitavo ad alzare lo sguardo e a fissarle la punta del naso. Mi si incrociavano gli occhi. La stanza si offuscava e mia madre sembrava una macchia.

«Non parli perché non mangi.»

Continuava a ripetermi: Non parli perché non mangi. Io sbuffavo e giocavo con la forchetta nel piatto. Mia madre mi misurava le braccia e schioccava la lingua. Poi chiamava mio padre al telefono e gli diceva, in vivavoce: Giorgio, non lo vedi quanto sta dimagrendo, tuo figlio? Diventerà una pianta, tuo figlio. Poi mi guardava negli occhi e diceva: Una pianta muta, diventerà. Mio padre la lasciava parlare ancora per qualche secondo. Poi attaccava.

Un giorno, quell’anno – era l’alba, era un sabato mattina, era l’inizio dell’estate – mi svegliai affamato. Una fame strana, vuota. Mi affacciai alla finestra di camera mia e guardai il pavimento chiaro del cortile. Aspettai. Sentivo che aspettare era giusto. Il cielo si schiariva. Il sole salì. Solleticò la ruggine della grondaia e il vetro della mia finestra. Ma l’obiettivo del suo arco era il centro del cortile – e io lo compresi, e annuii, e uscii dalla mia camera e scesi le scale.

Il cielo era duro e io camminavo a piedi nudi sulle pietre calde. Mi misi al centro. Inspirai a pieni polmoni l’odore della pietra cotta dal sole. Mi tolsi la maglietta del pigiama. Aprii le braccia. Mi sfilai i pantaloni. Il sole mi bruciava la pelle. Chiusi gli occhi. Passarono ore. Io non mi mossi, non parlai. 

Mia madre uscì in cortile. Teneva in mano un vassoio con la colazione: cereali, latte e biscotti. Si fermò. Mi fece una domanda. Io non potevo risponderle. Non riuscivo nemmeno a girare la testa.

Mia madre lasciò cadere il piatto e tornò in casa. I cereali si sparsero tra le fughe delle pietre del cortile. Il latte colò dalla bottiglia. Il sole lo avrebbe fatto bollire. 

Sentii mia madre che parlava al telefono con mio padre. Disse: Te lo dicevo, Giorgio, che sarebbe diventato una pianta, tuo figlio. Un vegetale

Quindi mia madre cercò qualcosa in cantina e uscì di nuovo in cortile con un annaffiatoio in mano. Cominciò a bagnare il punto da cui non mi sarei più mosso. Mi chiese se l’acqua fosse abbastanza fredda, ma io non potevo risponderle. 

Migliorini Andrea Bio

Andrea Migliorini (1997) è convinto di vivere nel Maradagàl. Quindi legge e studia e sbuffa, come Gonzalo. E sa fare poco altro. Ogni tanto scrive. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana e altre riviste. Un suo racconto è stato pubblicato in un’antologia curata da Wu Ming 2. È co-fondatore di Coye – Periferie Letterarie e scrive per Hypercritic. Ha collaborato alla curatela del numero 40 di Stratagemmi – Prospettive TeatraliSostiene di aver pianto solo due volte nella vita: leggendo 2666 e La Montagna Incantata.

stefania coco scalisi racconto

facciamo un gioco?

Un racconto di Stefania Coco Scalisi
Numero di battute: 2489

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Che gioco?»
«Se indovino che carta sceglierai dal mazzo, mi dai un bacio.»
Indovinò. E si baciarono.

«Facciamo un gioco?» le disse un giorno, tanto tempo dopo essersi baciati.
«Che gioco?»
«Se indovino la tua carta, tu mi sposi.»
«Ma guarda che sposarsi mica è una cosa che si può decidere così. Dobbiamo parlarne per bene, dobbiamo capire se siamo fatti l’uno per l’altra, mica si può fare così!»
«Va bene, ok. Ma tu intanto scegli la carta.»
Si sposarono. Una cerimonia semplice e allegra, con pochi invitati. Tutti mangiarono e ballarono. Fu una bella giornata.

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Che gioco? Guarda che tanto lo so che le tue carte sono truccate.»
«Va bene allora. Usiamo una monetina. Testa o croce?»
«Che si vince?»
«Se esce testa facciamo un bambino!»
«Ma questa è bella! Ho sentito di bambini nati sotto il cavolo e addirittura di bambini portati dalla cicogna, ma di bambini decisi dalla sorte proprio mai.»
«C’è sempre una prima volta, non credi?»

«C’è sempre
una prima volta,
non credi?»

Uscì testa. Nacque un bambino, il primo bambino nato da una monetina. Ma non parve accorgersene. Crebbe abbastanza sereno, con una strana passione per le scommesse (una cosa piuttosto inevitabile, a pensarci bene). Il padre gli insegnò tutto quello che sapeva sui giochi di prestigio, che erano stati la sua fortuna. La madre si preoccupò di dargli anche qualche regola, e di farlo crescere forte e gentile.

Gli anni passarono e furono tante altre le decisioni prese facendo un gioco: l’auto da comprare, dove trascorrere le vacanze, prendere un cane oppure un gatto. Per alcuni quel modo di vivere era folle. Per loro, la normalità. La più semplice che potessero immaginare. In fin dei conti – pensavano – del destino ci si poteva fidare. E fu così anche per il loro figlio, ormai adulto. Quando, terminata la scuola, si ritrovò a non sapere scegliere tra le due facoltà che più lo interessavano, usò anche lui una monetina per decidere. E come suo padre, convinse la donna di cui era innamorato a sposarla con un gioco di magia. Una tradizione di famiglia, insomma, che continuava a ripetersi nel tempo.

«Facciamo un gioco?» le chiese.
«Cosa hai detto?» urlò lei.
Erano entrambi molto anziani e ormai non ci sentivano più tanto bene.
«Scegli una carta» urlò lui più forte.
«Ancora? Ma non ti sei stancato?»
«Ti prometto che questa è l’ultima volta. Su, scegli una carta!»
«E se indovini?»
«Se indovino ti prometto che non passeremo mai un giorno senza l’altro.»

Ovviamente indovinò. Anche quell’ultima volta.

stefania coco Scalisi Bio

Stefania Coco Scalisi nasce a Catania, ma presto sente forte il fascino di luoghi lontani. Laureata in Relazioni internazionali, ha vissuto in tante città e tre continenti, per approdare a Bologna, dove oggi lavora. Ha pubblicato racconti per diverse riviste e, nel 2019, il suo primo romanzo, La Democrazia della felicità (Scatole parlanti).

potenza antonio racconto

il giardino di eva

Un racconto di Antonio Potenza
Numero di battute: 2124

Nel centro del paese ruderi abbandonati persistono all’urbanizzazione. Con i loro mattoni di pomice, sembrano cadaveri sbiancati. Le loro pietre raccontano notti antiche. Al loro interno pare proliferi vegetazione primigenia e fichi preistorici, dall’esterno ogni tanto dicono aver scorto Adamo compiere il primo peccato. Ma in paese le voci girano e alla fine si convincono che il fattaccio l’abbia compiuto Eva.

A pochi passi da corso XXIV Maggio, la piccola radura cresce sporgendo oltre i lembi di pietra. Dal marciapiede opposto gli abitanti vedono solo le guglie dei pini. La loro maggior preoccupazione, riguardo il quadrato di terra, è capire di chi sia quel fondo. Non conoscono il termine esatto in italiano, tanto meno conoscono il nome del proprietario.

«Le loro pietre raccontano
notti antiche.»

La questione un giorno arriva persino al sindaco che non trova nessun padrone nell’archivio del paese. Così, libero da qualsiasi potestà, quel giardino diventa terra di conquista. Attorno alle mura del vetusto lenzuolo di terra, s’accalcano i curiosi vantando improvvisamente proprietà nuove e improbabili. Un temerario sfonda la porticina in rame arrugginito, tutti entrano: la vegetazione è cresciuta in un modo apparentemente disordinato ma rispettando il principio di abitabilità, conifere nordiche svettano in alto a fianco a querce altrettanto vertiginose. Di fronte ai loro occhi il sottobosco si arriccia con l’edera, dallo stomaco umido del bosco filtra una brezza umida. E difatti è un brivido alle caviglie ad avvertirli. Si voltano spaventati quando la porticina si chiude con un tonfo.

Grideranno per anni, ma nessuno li sentirà. Rimarranno incastrati, finché fuori non avranno nuovamente da ridire. Passeranno lustri, poi secoli e quell’anfratto arcaico disturberà il decoro plastico dei grattacieli. Altri proveranno a scalarne le mura. Bestie ostinate, entreranno e quelli già prigionieri non saranno più soli. Il solito vecchietto ne spierà le crepe: ma guarda te Eva, dirà.

Ma la verità è che nell’unico giardino della metropoli ho visto Adamo, dice il nonno tutte le volte che mi racconta di quelle vecchie mura vicine a corso XXIV Maggio.

potenza antonio bio

Antonio Potenza (1993) è nato in provincia di Lecce. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, La Nuova Carne, Morel-Voci dall’Isola, Rivista Blam, Suite Italiana, Spore e Lahar Magazine, Il Rifugio dell’Ircocervo. Altri saranno pubblicati da Piegàmi, Voce del Verbo, Micorrize e Formicaleone. È stato editor di Sundays Storytelling. Ha fondato Salmace.

racconto-cattaneo

una mattina insieme

Un racconto di Carlo Paolo Cattaneo
Numero di battute: 2462

Se ne stava sdraiata sotto i pitosfori scottati dal sole nelle ore più calde della mattinata, quando il vento freddo della notte si era placato e la brezza salata e profumata che viene dal mare nel primo pomeriggio non si era ancora alzata e restavano solo l’afa e il profumo acido della resina che colava sui tronchi e la polvere che si posava sulle foglie, e si godeva il fresco dell’erba verde e molto piacevole sul ventre abbronzato e sulle gambe lunghe e delicatamente storte, sul collo dei piedi e tra le dita dei piedi e sull’arco delle clavicole e sul seno piccolo e pallido e carino che si gonfiava a ogni respiro profondo, giocava con gli steli dei fiorellini rosa e blu e sorrideva, e respirava solo un poco affannata mentre il sole le arrossiva le natiche piene e sode e bianchissime appena oltre la linea del costume azzurro, striminzito e madido, e le goccioline di sudore la coprivano dai fianchi fino alla base del collo, profumate e con un buon sapore dolce e caldo e salato per l’olio al cocco su tutta la pelle;

poi rideva solo un attimo e tendeva le dita piccole delle mani piccole, rideva di nuovo e chiudeva gli occhi, e il suo profumo era molto buono e sapeva di cocco e pesche mature, poi si sdraiava sulla schiena con gli occhi nei miei e le belle gambe muscolose distese sul prato,

«Poi rideva
solo un attimo.»

e adesso respirava più velocemente, la schiena iniziava a inarcarsi e la sentivo scivolare rapida e decisa, sentivo le gambe annodarsi e strusciare sull’erba calda e bagnata, e sorrideva con un bel sorriso sulla faccia rossa e piccole rughette bianche raccolte intorno alle palpebre, chiuse e strizzate, con le labbra che si spalancavano e si richiudevano assecondando il respiro irregolare e caldo, dolcissimo nelle orecchie, e la sentivo piccola e carina mentre si agitava, il sole caldo e la pelle bollente e rossa, le cosce forti e le labbra morbide e le mani frenetiche affondate nell’erba; poi rallentava e si fermava e si stendeva sull’erba ancora fresca e verde, le goccioline di sudore sulla pelle rossissima e ancora profumata, e i bei muscoli forti delle cosce rilassati sul mio corpo, intorno alla vita, e respirava piano e sorrideva molto, e sorridevamo molto e stavamo molto bene, ed era una buona giornata per restare abbracciati sull’erba ad aspettare il vento dal mare; e il giorno fu molto buono e caldo e soleggiato, e i giorni successivi furono sempre molto buoni, e fu un anno buono per tutti e due, il migliore che passammo insieme.

bio carlo paolo cattaneo

Carlo Paolo Cattaneo (Milano, 1994). Laureato in Economia Aziendale, consegue un master in Marketing. Vive a Milano. Scrive.

Nicola Paccagnani racconto

cinque mesi

Un racconto di Nicola Paccagnani
Numero di battute: 2327

Cinque mesi oggi, cinque mesi più un’ora. Ne sono sicura anche se l’orologio sopra la porta, quello troppo in alto per me, ha smesso di contarle, le ore.

Cinque mesi e la tv sempre accesa non riesce più a sovrastare il frastuono del tuo respiro corto al telefono, delle parole tronche, delle frasi mai finite. Quei suoni esistono nei miei ricordi, e sono assordanti, inestinguibili.

Dopo cinque mesi, lascio sempre un filo d’acqua scorrere dal rubinetto quando ho finito di lavare i piatti, e non spengo più la luce uscendo dalla camera da letto. A volte mi dimentico di queste piccolezze, e quando poi me ne accorgo mi prende paura, penso che ci sia qualcun altro in casa. Per quei piccoli sobbalzi del cuore, rendo grazie ogni giorno. È in preda a quell’eccitato timore di non essere più sola che vorrei vivere il resto dei miei giorni.

«Quei suoni esistono
nei miei ricordi.»

Ma la casa senza te è un deserto, e così anche tutto il vicinato. Amedeo è bloccato in Inghilterra e non può tornare. A volte telefona, ma io non ho sempre voglia di rispondere. So che non è bello, ma mi spiace troppo non poterlo vedere. All’inizio attaccavo la sua foto all’angolo dello specchio e stavo lì a guardarla mentre mi vedevo riflessa, come negli schermi dei telefonini. Ma la foto continuava a non parlare e io mi sentivo ridicola.

Il pomeriggio che ti sono venuti a prendere, cinque mesi fa, è saltata la corrente in tutto il quartiere. Io sono rimasta sola a osservare il buio e ascoltare il silenzio fino a mattina. Non te l’ho mai detto, ma non ho avuto paura. Ho acceso un cero e ringraziato il cielo che la luce e il calore di casa ti fossero venuti appresso in ospedale.

Da cinque mesi non vedo la tua schiena o tocco le tue spalle. Ma il dispiacere più grande è non riuscire più a sentire il tuo odore sulle camicie. Hanno detto che te ne sei andato, ma io so che non è così.

Da quando ti aspetto, cinque mesi ormai, porto sempre al collo la catenina che tua madre mi regalò il giorno del nostro matrimonio. So che a te non piace vedermi con i gioielli addosso, ma cinque mesi possono essere un tempo lunghissimo quando si è lontani, e io voglio essere sicura che tu mi riconosca.

Ecco, ora suonano alla porta. È la prima volta in cinque mesi. Tipico tuo, farmi aspettare tutto questo tempo, ma non importa, non sono arrabbiata. L’importante è che tu sia venuto a prendermi.

paccagnani nicola foto

Nicola Paccagnani è nato nel 1984. Nella vita ha fatto il musicista, il teatrante, l'assistente scenografo, l’operatore di ripresa e altri mestieri poco remunerativi. Dal 2013 vive a Londra dove lavora, scrive e sta imparando a fare il padre. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Atti Impuri e nell’antologia Il tempo sospeso (Temperino Rosso 2020).