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un’avventura qualunque

Un racconto di Edoardo Pastore
Numero di battute: 2456

Occorre innanzitutto un avventuriero o giramondo di professione, non mai improvvisato e soprattutto inventato. Ha tanto passato e un incerto futuro, più pregi del lettore e spesso i vizi dello scrittore: è scaltro, prestante, audace, innamora ogni donna che incontra; beve, fuma, gioca d’azzardo, dorme sempre fino a tardi.

Dispone d’una traccia da seguire, di un indizio: diciamo una mappa, manoscritta su una vecchia carta ingiallita o incisa su un qualche coccio logoro e scheggiato, poco importa se vinta al gioco o acquistata per poco da un ignaro rigattiere: l’importante è che una “x” rossa e speranzante sia lì sopra e ben leggibile: che insomma la mappa sia una mappa del tesoro. A questa s’aggiungano tutti i ferri del mestiere, un diario, un buon libro (magari di Jack London, già letto e riletto), un ricordo famigliare e almeno un portafortuna; infine, del denaro: poco, al solito, ma sufficiente a coprire le spese del viaggio d’andata; per il ritorno, si vedrà.

Occorre poi una meta: le vette del Parapamiso o della Cordillera Huayhuash, il deserto rosso del Kalahari o il bianco del Chihuahua, le sperdute isole Marchesi o l’arcipelago Palau, oppure Samarcanda o i sobborghi di Mumbai, Bangkok o Caracas, o qualche luogo fantastico e leggendario che non abbiam qui tempo e spazio di immaginare. Anche questo poco importa: la mappa sarà ben più precisa di noi, e poi ciò che conta – come tutti sanno – è il viaggio; e su questo qualche certezza l’abbiamo.

«Occorre poi una meta: le vette del Parapamiso
o della Cordillera Huayhuash.»

Il tesoro, se pure esiste, senza dubbio è ben nascosto in qualche luogo remoto, protetto da trappole, guardiani, enigmi e indovinelli. La strada per raggiungerlo è impervia e pericolosa: passa per mari in tempesta, monti avvolti dalla bufera, deserti riarsi e bollenti e giungle fitte annegate dalla pioggia, e ancora paludi, valli, fiumi, steppe e ghiacciai. E che dire poi dei variegati e inturpiti abitanti di questi estremi angoli del globo: ovunque sono ladri assassini truffatori della peggior specie, e visionari vagabondi maghi e cartomanti, disertori approfittatori e corrotti d’ogni genere e schiatta e poi fiere squali e rapaci spaventevoli e affamati, dai denti aguzzi e dagli artigli affilati. Ma sappiamo anche che qua e là ci son di per certo amicizie e brevi amori, ospiti gentili e ostelli sicuri, qualche treno non perso, un po’ di serenità e forse laggiù, in fondo in fondo, il tesoro.

A quest’avventura occorre un finale; ma lo spazio è finito, e forse è meglio così.

bio edoardo pastore

Edoardo Pastore (1994) è nato a Biella e cresciuto a Valduggia, sperduto paesino della Valsesia. Attualmente vive a Torino, dove sta per (ri)laurearsi in filosofia ed è lettore per il Premio Calvino. Questo è il suo primo racconto.

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le stelle della sardegna

Un racconto di Michele Crescenzo
Numero di battute: 2384

L’uomo schiaccia il piede sull’acceleratore dell’auto a noleggio. Scorge Palau in lontananza. La pineta trema nella foschia del tramonto. Alcuni motorini si muovono lungo il porto, gironzolano come moscerini della frutta.

Quella è la terra della sua infanzia. Saranno decenni che non ci torna.
L’auto rallenta, la fretta è sparita.

L’uomo stacca la mano dal volante e si massaggia il collo stretto nel colletto della camicia bianca. Sospira. Quando andavano via i vacanzieri, la Sardegna si trasformava lentamente nella terra dei silenzi, delle stelle limpide e dei Re Magi. Quando era bambino, Nazareth e Betlemme non erano affatto in Medio Oriente ma nel cuore dell’isola, erano uno di quei paesi con i vimini fuori dalle porte e le case con i tetti a punta che ricordavano tanto le stalle. Quelli con le donne che indossavano scialli scuri e gli uomini silenziosi, sempre silenziosi come se nascondessero dei segreti. Di notte le stelle erano grandi e luminose, di una luce così abbagliante che era ovvio che i Re Magi ne avessero seguita una per orientarsi.

Da bambino, lui e il padre puntavano una stella e inventavano storie su quello che sarebbe successo se le avessero inseguite.
A quell’età, tutto quello che desiderava era partire con lui per rincorrerne una.

«L’auto rallenta,
la fretta è sparita.»

L’auto esce dalla strada principale e ne inizia una secondaria. Una nuvola di polvere si alza dalla via coperta di ghiaia e aghi di pino. Un gruppo di capre pascola all’ombra di una quercia da sughero.
L’uomo abbassa il finestrino. Sente l’odore, un misto di salsedine e catrame riscaldato dal sole. Se si fermasse potrebbe sentire anche lo zolfo, il salmastro e il mirto.

Suo padre d’estate era sempre assente. Un anno gelataio, l’altro anno bagnino, l’altro ancora ormeggiatore nel porto della Maddalena. Lo ricorda mentre diceva che quella non era vita e che aveva bisogno di un lavoro stabile. Ripeteva ad alta voce che doveva andare a lavorare nel continente mentre la madre si preoccupava e il nonno si innervosiva.

L’uomo poggia il piede sul freno. L’auto rallenta fino a fermarsi. Esce dall’auto. Si toglie la giacca nera e la cravatta scura. Doveva venire qui. È questo il posto giusto per dire addio al padre.

Si strofina gli occhi con i palmi delle mani. Alza lo sguardo verso l’alto. Piccole stelle bianche si intravedono appena su un cielo rosso come un livido. Tra poco saranno visibili e saprà dove andare.

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Michele Crescenzo (1997) è di Napoli, ma vive e lavora a Milano. Organizza eventi letterari alla libreria Gogol&Company. Gestisce Ti ho Rivista, tabloid sul mondo delle riviste indipendenti italiane. Ha tradotto articoli ed estratti per Satisfiction. Ha pubblicato racconti su antologie (In viaggio e Memoracconti) e riviste letterarie (Carie, ’tina, Talking Milano). Ha vinto il Premio Chatwin nella sezione racconti. Sta lavorando al suo primo romanzo. 

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vicinanza

Un racconto di Nicoletta Verna
Numero di battute: 2267

La luce del neon mi ghiaccia, c’è odore di fumo e di chiuso. Siedo di fronte a una donna che somiglia vagamente a Lena, ma Lena è più bella. O lo era.
«Che cosa ricordi?» mi chiede.
Rispondo: «Niente», ma non è vero.

Ricordo che camminavo da solo lungo una strada completamente deserta. A me non piace, la solitudine. Stare solo con me stesso mi spaventa. Credo che il problema sia questo.
Finalmente ho visto qualcuno in lontananza e l’ho raggiunto veloce, pieno di sollievo. Era un ometto dal viso sgradevole. Ed è qui che tutto si fa più confuso.

«Buonasera. Lei chi è?» ho chiesto.
«Chi è lei, vorrà dire» ha risposto.
«Mi chiamo A., molto piacere.»
«Io mi chiamo A., vorrà dire.»
«Non c’è niente di strano» ho replicato gentilmente, «lei ha il mio stesso nome.»
«Lei ha il mio stesso nome, vorrà dire.»

«Lei ha il mio stesso nome, vorrà dire.»

Me ne sono andato, non era un dialogo che desse molta soddisfazione. Eppure mi sentivo così solo che avrei fatto qualunque cosa pur di avvertire la vicinanza di qualcuno.
Poi, dal nulla, è apparsa Lena. Era soave come un angelo e ho capito che mi avrebbe ascoltato e accompagnato per sempre. Le sono volato incontro, disperatamente felice.
«Vuoi sposarmi?» le ho chiesto in un soffio.
«Sì» ha sussurrato.
L’ho stretta forte, quando ho visto alle sue spalle di nuovo quell’uomo disgustoso.

«Mi sposa!» gli ho gridato.
«Sposa me, vorrà dire.»
Ho girato la faccia dall’altra parte.
«Credi che lei sarà per sempre tua? Che idiota» ha sibilato. «Ti tradirà. È già successo. Succederà di nuovo. Lo sai.»
«Non è vero!»
«Che idiota.»

Ho preso per mano Lena e siamo corsi via sulla strada deserta, e poi improvvisamente lei non c’era più.
In quel momento è passata un’auto. L’ho fermata.
«In che direzione va?» ho domandato al conducente.
«In che direzione va lei, vorrà dire.»
Mi è quasi venuto da piangere. «Perché mi perseguita?»

La luce del neon mi ghiaccia, c’è odore di fumo e di chiuso.
La donna chiede: «Perché hai ucciso Lena?».
Non rispondo.
«D’accordo. Vediamo se con il mio collega sarai più loquace.»
Dice al telefono: «Esattamente. No. Ci pensa lei, tenente?».
Realizzo che è notte, che ho freddo, che sono pieno di stanchezza. Chiudo gli occhi. Quando li riapro il tenente sta entrando nella stanza. Lo guardo atterrito.
«Ma che ci fa lei qui?» grido.
«Che ci fa lei, vorrà dire.»

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Nicoletta Verna (1976) è romagnola ma vive a Firenze, dove si occupa di comunicazione e web marketing per la casa editrice Giunti Scuola. Ha pubblicato saggi e volumi su media e cultura di massa. Ha scritto un romanzo segnalato al Premio Calvino 2018 e ha pubblicato alcuni racconti.

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prato fiorito

Un racconto di Ivan Ruccione
Numero di battute: 2431

Torno a casa per pranzo e vorrei che andasse come sempre: sederci al tavolo della cucina e parlarne. Infine scopare e fingere che tutto sia sistemato.
Ieri sera ho litigato con Tina e ho detto «basta, è finita» e sono uscito di casa. È successo mille volte nell’ultimo anno ma questa è stata una litigata senza precedenti in termini di ferocia.

Non so cosa le passi per la testa e non so cosa passi a me. So solo che quando cerchiamo di mettere in ordine il nostro amore, ognuno deve stare attento a dove mette i piedi. Lo scopo della nostra relazione è diventato ripulire un campo minato senza far esplodere le mine.

«Hai litigato con la tua ragazza?»

Ieri sera ho litigato con Tina e per la prima volta in vita mia sono andato da una prostituta. Era bellissima e parlava con dolcezza. O forse non era così bella. Forse era solo dolce e a me bastava. Mentre lo facevamo ho pensato a Tina e allora mi sono staccato e mi sono messo a piangere.
«Scusa» le ho chiesto.
«Hai litigato con la tua ragazza?»
Ha preso un pacchetto di fazzoletti dalla borsetta. «Tieni» ha detto. «Siete tutti così.»
Dopo essermi soffiato il naso ho sfilato il preservativo e mi sono accorto che era rotto.

Entro in casa e appoggio le chiavi sul tavolino, controllo la posta che ha ritirato Tina. Cammino premurandomi di non calpestare piastrelle che nascondono mine.
Mi fermo davanti all’istantanea che ho scattato tempo fa. La bellezza di Tina in quel ritratto supera tutto quello che si può immaginare ed è l’ultima testimonianza della persona che conoscevo.
Mi affaccio alla porta del bagno e saluto Tina che sta asciugandosi i capelli.
Guardo fuori dalla finestra della cucina e penso al momento in cui parleremo.

Sento il ciabattare di Tina, che arriva avvolta in una coperta. Accende il fuoco sotto la pentola, succhiando il labbro inferiore tra i denti. La coperta si apre lungo il ventre e le cosce, dal seno alle ginocchia, lascia vedere la pelle nuda e bianca, e osservo tutto con grande distacco. Chiudo gli occhi e appoggio la fronte al vetro della finestra. Quando li riapro mi sembra di scorgere il vestito di una donna in lontananza, ma è un sacchetto di plastica che corre lungo il marciapiede e si impiglia nella recinzione della casa di fronte.

«Da dove iniziamo?» mi chiede.
Le dico di abbracciarmi. Mi avvolge all’interno della coperta. Mi stringe forte e credo sia sincera. Respiro i suoi capelli, che profumano di camelia. Poi Tina si stacca e torniamo a essere due estranei.

bio ivan ruccione

Ivan Ruccione (1986) è nato e cresciuto a Vigevano. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Grafemi, Altri Animali, Poetarum Silva. Il suo romanzo d’esordio è A fuoco vivo (Miraggi edizioni 2017). Fa il cuoco di professione. Nel tempo libero legge racconti e li scrive – il romanzo è stato per sbaglio.

racconto Hilary Tuscione

la digestione di x

Un racconto di Hilary Tiscione
Numero di battute: 2500

Trema un’impalcatura, cade una vite. X la mangia.

X calpesta la stringa slacciata del suo scarpone, la sfila, ne fa una piccola palla e la mangia.

X attraversa Lehigh Avenue, cammina lungo il fiume Delaware, è a Fishtown, Philadelfia. Solleva un braccio fino a toccare i cavi elettrici che tagliano il cielo come un quadro svedese di tante forme e nessuna geometria. Afferra il cartello più alto di tutti, c’è scritto “Trolley Only”. Dopo due grandi morsi lo tiene spezzato dentro una pancia quadrangolare.

Prende una seggiola di legno da un tavolo vicino Konrad Square e la mangia. Raccoglie da terra un sacchetto e lo mangia. Entra in un bar, chiede un bicchiere, solo un bicchiere, e lo mangia.

X tiene un limone tagliato a metà nel taschino della giacca. Ne spruzza un po’ giù per la gola con la testa all’indietro e tutti i denti all’infuori, poi X ride e rinfila il limone nel taschino.

«X è un grosso uomo rosa di gomma pane.»

Se X ride forte, si muove tutto. L’erba si appiattisce, le biciclette senza catene volano via, certi cappellini di qualche signora sembrano aquiloni; certi aquiloni si dissolvono e qualche bambino piange.

Gli alberi, quelli no, non muovono una foglia.

X raccoglie i mozziconi delle sigarette nel palmo della mano, quando sono tanti apre la bocca e li butta giù senza masticarli.

Si china a bordo di una pozzanghera per sciacquarsi la bocca, si scrolla come farebbe un cane e riprende a camminare.

L’attesa al semaforo rosso gli fa venire fame. Si siede in terra e spacca l’asfalto con un tallone. I pezzi, li lancia in aria con la bocca spalancata, aspetta che scendano e li divora. X mangia un copertone e le gomme secche dei tergicristalli.

X è un grosso uomo rosa di gomma pane.

Entra in un supermercato e svuota una cassetta di mele. La mangia intera. Sopra una lavagnetta legge “offerta 0,99 al kg”, la mastica novantanove volte contandole una per una ad alta voce.

Ruba un palloncino dalla mano di una bimba, lo buca con un canino; ne assaggia solo un pezzo e lo lascia in terra con i colori più scuri, brumosi.

Per arrivare in ufficio sale una scala di tre gradini lunghi dieci minuti ciascuno, nel frattempo X mangia quello che trova: cadaveri di chewing-gum, bottiglie di plastica, lattine.

Nel giorno che X ha chiamato con il suo nome, si è accorto che nella sua stanza non c’è più nulla da mangiare. Neppure le prese elettriche. X scende dal letto, accarezza le foglie della sua pianta senza vaso. Torna seduto sul letto e pensa che a Fishtown c’è ancora tutto da bere.

Hilary Tiscione bio

Hilary Tiscione (1987) è nata a Genova e vive a Milano. Laureata in Lettere e Filosofia all’università Cattolica del Sacro Cuore. Scrive per il Magazine 8 e mezzo. Ha studiato presso la scuola di scrittura di Raul Montanari e si è diplomata al Master in Arti del racconto dell’università Iulm. Attualmente è stagista presso Bompiani. I suoi racconti sono apparsi su Nazione Indiana, Il Primo Amore, minima&moralia e Altri Animali.

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il signor lamborghini

Un racconto di Teresio Asola
Numero di battute: 2419

Cappello in testa, l’ambasciatore malgascio all’Onu Zina camminava per la hall che risuonava del suo vocione: telefonava al professor Sachs o a Ban Ki-moon. Con lui, due dirigenti ministeriali e la direttrice Sviluppo economico al ministero degli Esteri, Eliane R., elegante in uno scialle rosso.

«Andiamo» ordinò Zina allegro, braccio levato in alto. Salimmo sul suv presidenziale tra bandiere e lanterne. Zina, seduto davanti, si voltò e sbottò, con sorriso malgascio: «Teresio, com’è che fai di cognome?».
«Asola.»
«Poco italiano» batté il pugno sulla mano.
«Ma lo è. Italianissimo» dissi nella mia lingua.

«Italianissimo» mi fece il verso con accento sulla “o”, euforico per il Millennium Project, o l’imminenza della festa nazionale. «Teresio, ci vuole altro» disse guardando la strada, davanti. Poi l’imponente sagoma scura si volse ancora e una fila di denti bianchi tuonò con largo sorriso: «Ti posso presentare come “signor Lamborghini”?».

Rise, imitato da Eliane e dai due ministeriali. Sorrisi con una smorfia. Lamborghini: io, che nulla sapevo di auto sportive. Le bugie non mi piacciono. Gli domandai: «Presentarmi?».

«Italianissimo» dissi nella mia lingua.»

«Sì.» Scosse le spalle. «Il presidente del Rotary chiamerà in ordine alfabetico. Alla “l” dirà: “Signor Lamborghini”. Tu ti alzi, applauso, ti risiedi.» Rise sonoramente. Approfittando del buon umore gli chiesi di accompagnarlo allo stadio l’indomani, per la festa dell’Indipendenza; l’ambasciatore richiuse il sorriso: «No. Ma ti porto al palazzo presidenziale, a pranzo». Riapparvero i denti, che risero, e sussultò: «Un Lamborghini a palazzo!».

Al ristorante, Zina mi presentò: «Signor Lamborghini». Stringevo mani e raccoglievo occhiate. Tavolo centrale, fra Eliane e l’ambasciatore all’Ue (J. R.). Al buffet, riso e carne di zebù stufata che si scioglieva in bocca. Tutti mi si affollavano attorno.

Eliane mi disse: «Ci siamo».
«Cosa?»
Rise, Eliane. «Te l’ha spiegato Zina. L’appello.»
«Dunque è il momento che...?»
«Sì» annuì sorridendo.
Risi storto.
Esaurita la “i”, il presidente del Rotary cantò: «Signor Lamborghini». Raccolsi un inaudito applauso.

Due suonatori di valiha attaccarono un motivo, accompagnati da un cantante. L’ambasciatore si lanciò a ballare.
«Guarda come danza leggero» disse Eliane. Indicò il diplomatico che si dimenava in pista e mi trascinò per il gomito a un trenino condotto da Zina. Non avevo mai visto un ambasciatore fare il trenino e divertirsi come un bambino.

 

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Teresio Asola (1960, Alba) vive a Torino dove si è laureato in Lingue nell’84. Trentacinque anni di lavoro anche per multinazionali, ventitré da dirigente, tre figli. Approda alla narrativa dopo essersi cimentato in poesie (Diario in frammenti, Aga, 1987) e traduzioni rimaste nel cassetto. Quattro i romanzi pubblicati: Volevo vedere l’Africa (Araba Fenice, 2010), All’orizzonte cantano le cascate (Araba Fenice, 2013), L’alba dei miracoli (Araba Fenice, 2016), Mùnscià (Il Ciliegio, 2017). 

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il coccodrillo

Un racconto di Valentina Cela
Numero di battute: 2499

Ammazza un mosquito che voleva azzannarle il polpaccio destro. Un liquido giallastro e appiccicaticcio le cola sulla mano. In momenti così Anna vorrebbe essere ancora a casa, a crogiolarsi nella comoda esistenza di miliardaria sessualmente attiva.

Il fiume scorre come la vita; la guida è un indigeno sparuto, un torsolo d’uomo che la sta pagaiando verso la capanna di uno stregone voodoo per accaparrarsi il tesoro di famiglia, nell’oro liquefatto del sole che si scioglie nel canale come un formaggino nel brodo. Tesoro di famiglia, aveva scritto il magnate prima di spirare, sfidando la sua unica, ottusa figlia a sbrogliare un enigma che forse non c’era, stravolgendo le righe conclusive del testamento che le avrebbe assicurato il proseguimento di una vita privilegiata inondata da qualche miliardo in più. Il notaio l’aveva spedita nei recessi dell’Amazzonia a caccia del fantomatico stregone tesoriere che aveva popolato i deliri premorte di suo padre.

“Parto per ritrovare me stessa”: che scusa del cazzo da propinare come scopo del suo viaggio. Anna non si era mai trovata proprio niente dentro di così importante da dover essere ritrovato una volta perso. Lo spessore intellettuale di una sogliola.

«Tesoro di famiglia, aveva scritto
il magnate.»

La vegetazione a misura di pachiderma, che palpita attorno alla barca debordando dalle rive, è un grumo di verdura marcita e viscosa che fa da ostello a una moltitudine di bestiacce sporche, irsute, virulente. D’un tratto, l’Uomo Torsolo strabuzza gli occhietti iniettati di capillari, arresta a mezz’aria il remo strascicandosi dietro un groviglio di alghe miasmatiche, lancia un grido. Quanto basta per spaccare i timpani di Anna, che in uno svolazzo annoiato di capelli biondi si alza e mette a fuoco la scena. L’Uomo Torsolo, rannicchiato dal terrore, sussurra qualcosa nella propria lingua e fa per tirar dritto così veloce da ammaccare il muso di un coccodrillo con una vogata. Anna si friziona nervosamente le braccia con l’antizanzare per impedirsi uno svenimento. Affossata nella panca di legno, fissa sgomenta lo spettacolo che le offre, pochi metri più a sinistra, la riva.

La Morte l’aveva sfiorata appena in vent’anni di vita, e ora tutta di un colpo le si era abbattuta contro. La morte di papi era stata come il trascurabile sketch di riempimento nella trama non più tanto accattivante di una soap. Là, invece, tra le frange melmose del fiume, un uomo vestito di piume con un buco enorme tra i deltoidi schizza sangue contro il fogliame verde sul quale è orribilmente riverso.

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Valentina Cela (1995) è nata a Foggia e vive a Roma. Si è laureata e studia Filosofia alla Sapienza, ogni tanto recensisce mostre d’arte e per tre volte non ha vinto il premio Campiello Giovani.

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evola e michi

Un racconto di Matteo Giordano
Numero di battute: 2500

Non ho mai avuto un cane, né da piccolo né tantomeno ora, forse perché è sempre rimasto indelebile in me il ricordo di quello di zio Ettore.

Aveva un pastore tedesco, anzi, lui lo spacciava per cane di razza anche se in realtà si trattava di meticcio sfigato, pauroso e con scatti imprevedibili, come quando mi azzannò il polpaccio fino a farmi sanguinare.
Era certamente il cane più rincoglionito d’Europa, ma questo non poteva giustificare il comportamento di zio Ettore che, stufo di averlo tra i piedi già dopo poche settimane, aveva deciso di segregarlo nel capanno degli attrezzi dietro casa, incatenato nella penombra, con un pasto al giorno e mezz’ora d’aria per pisciare.

Julius si chiamava. Zio Ettore lo aveva chiamato come Evola, e non mancava di sottolinearlo a ogni occasione utile.

Più del cane, con quella sua aria malaticcia, aveva attirato la mia attenzione la scelta del nome. Avevo tredici anni e in quel periodo sceglievo i gruppi da ascoltare in base a come si chiamavano: Green Day, Bad Religion, Alice in Chains; anche Julius Evola suonava bene come nome di una rock band.

«Zio Ettore lo aveva chiamato come Evola.»

Per tutta l’estate tentai di leggere Cavalcare la tigre in una edizione intonsa che zio Ettore aveva in casa e che doveva avere soltanto sfogliato come quasi tutti i volumi che possedeva.
Non capii molto di quel testo, anche perché ero passato a Evola direttamente da Salgari, ma come per i Pearl Jam che non ho mai compreso del tutto nonostante abbia comprato i loro album per anni salvo poi non ascoltarli mai, tentai di farmi piacere anche Evola. Troppo per un adolescente degli anni Novanta.

Feci in tempo, una notte senza luna, ad andare a liberare Julius: in fondo un cane con quel nome non si meritava una vita così. Lo feci uscire trascinandolo al guinzaglio fino all’argine del fiume: da lì in poi avrebbe dovuto cavarsela da solo.

Scoprii qualche giorno dopo che Julius era tornato subito a casa; mio zio trovandolo che dormiva con la porta del capanno aperta aveva esultato pensando che avesse messo in fuga qualche ladruncolo. Lo aveva addirittura portato a passeggiare con ritrovata fierezza. Julius però aveva pensato bene di pisciare dal salumiere, giocandosi subito la libertà provvisoria.
Zio Ettore lo richiuse di nuovo nel capanno, smettendo pure di chiamarlo Julius e passando a un dispregiativo Gianfranco.

Poco dopo conobbi Michi e considerai concluso il Kali Yuga.
I cani continuarono a non interessarmi, mentre scoprii in fretta che le ragazze mi divertivano molto più degli spiritualisti.

matteogiordano biancoenero

Matteo Giordano (1981) è nato a Sondrio, dove vive attualmente dopo aver passato quasi dieci anni a Londra. Ha pubblicato il romanzo Novantaquattro (Nativi Digitali Edizioni 2016) e ne sta per pubblicare un secondo. Suoi racconti sono usciti per la rivista Verde e per il collettivo di scrittura Spazinclusi.

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cuori infranti

Un racconto di Lyuba Centrone
Numero di battute: 2471

Ci sono un uomo e una donna al centro di un piccolo ufficio. Tra loro c’è una scrivania di mogano. Ci sono due fotocopiatrici e c’è una tessera sanitaria sulla piastra dello scanner. L’uomo è seduto dalla parte di coloro che sono ricevuti, la donna dalla parte di coloro che ricevono e sulla testa di lei c’è un certificato di laurea in psicologia. Ci sono due agenti che aspettano fuori dalla porta. Nel corridoio, poco distante dai due agenti, c’è un distributore di bevande fuori servizio. Il dispenser per l’acqua, invece, funziona.

C’è un sole rovente fuori dalla finestra che si apre nel cortile interno del palazzo. All’esterno dell’edificio dalla facciata scorticata, in una via troppo stretta, c’è l’interprete in ritardo che sta affannosamente cercando di parcheggiare. C’è un grande portone da aprire, ci sono tre rampe di scale da percorrere, c’è il corridoio da attraversare, gli agenti da salutare, l’ufficio nel quale entrare e chiedere scusa.

Intanto, al centro del piccolo ufficio ci sono l’uomo e la donna. Tra loro c’è una scrivania di mogano sulla quale l’uomo ha posato una busta di plastica trasparente. Dentro c’è una copia smunta del Corano. Il volto di lui è imbarazzato. Lei è emozionata. A pagina 100 ci sono, nell’ordine: una foto di loro due abbracciati e una lettera scritta a mano. La lettera ha una grafia imprecisa, ci sono almeno sei vistose cancellature. Lei la legge ad alta voce. Sorride.

«Ci sono due agenti che aspettano fuori dalla porta.»

Poi il cellulare dell’uomo squilla. C’è sua sorella che vorrebbe fare una videochiamata, ma adesso non si può. C’è una donna che legge una lettera d’amore al centro di un piccolo ufficio. Lui le sta di fronte. C’è bisogno di ascoltarla. Ci sono due agenti che aspettano fuori dalla porta e non devono sapere. La voce di lei percorre le parole a singhiozzi. Il tempo scorre lentamente e quasi non c’è più. Poco prima dell’epilogo la donna si ferma. Alla fine della lettera c’è una domanda alla quale non può rispondere di sì: lei è già sposata e c’è un bambino di tre anni che le assomiglia parecchio. Le speranze si frantumano. Le fotocopie sono pronte.

All’improvviso la porta si apre. La donna fa in tempo a rimettere la lettera e la foto nel Corano. C’è un gran caldo che si insinua dappertutto. Il meteo parla di una tempesta africana. Ci sono un uomo e una donna al centro di un piccolo ufficio. Nel loro petto ci sono due cuori infranti che si ricuciono mischiandosi in fretta mentre l’interprete entra e saluta la donna chiedendole scusa.

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Lyuba Centrone (1991) è nata a Milano ma ha vissuto gran parte della sua vita in Puglia. È laureata in Lettere moderne, ha recitato in teatro, nel 2015 ha fondato la testata giornalistica free press La Primavera Gioia. Insegna italiano ai richiedenti asilo. Un suo racconto è apparso sulla rivista Colla.

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il labirinto di arianna

Un racconto di Gioacchino Lonobile
Numero di battute: 2467

Venni a conoscenza dell’esistenza del labirinto da un antiquario che aveva il suo negozio nella via che i turchi chiamavano Al-kasar, ed era solito vendermi vecchi libri usati spacciandoli per antichi.

La struttura al centro di una valle aveva una grande porta ad arco, le mura alte più di un uomo avevano lo stesso colore della terracotta, il vento e la pioggia le avevano modellate. Non sembrava essere una costruzione umana, come se non avesse origine, ma fosse stata lì da sempre, dall’inizio dei tempi, come i sassi e le montagne che la circondavano. Il labirinto faceva parte del luogo che l’ospitava e con esso condivideva lo stesso spirito.

Su un muro lessi i nomi che chi mi aveva preceduto aveva inciso per testimoniare il proprio passaggio, quando varcai la grande porta iniziai il percorso inverso a quello che aveva condotto l’uomo al mondo. Camminai per un tempo che avrei quantificato in giorni, anche se la luce non abbandonò mai il mio viaggio. Non provai né fame né sete, non mi sentivo stanco, nonostante non avessi mai dormito.

«La morte arriva nel momento
in cui si pensa
di essersi smarriti.»

Percorrendo quegli anfratti, quelle pieghe e quelle spirali che copiavano le forme delle onde, le pensai senza fine, imperiture, perpetue, pensai a Uruk, un uomo normale che non era in grado di morire; ricordai Gilgamesh, suo padre e tutti quelli che avevano visitato il regno dei morti e la leggenda aveva consacrato come immortali. Qual era la concezione del tempo allora, quando tali miti nacquero? Se la vita durava all’incirca trent’anni, vivere fino a ottant’anni o a novanta, tre volte il tempo di una esistenza media, si poteva già considerare immortalità?

Arrivai al centro del labirinto, nella parte più intima delle sue viscere che era anche quella situata più in alto. Fu in quel momento che mi tornarono in mente le parole dell’antiquario: «Non bisogna mai darsi per vinti, mai cedere allo sconforto e perdere la speranza. La morte arriva nel momento in cui si pensa di essersi smarriti. Si giunge all’uscita camminando abbastanza a lungo». Anche un solo dubbio avrebbe decretato la mia disfatta e quel luogo sarebbe diventato la mia tomba.

Superai la durata di più giorni di cammino e il cielo s’imbrunì appena. La salita si mutò in lieve discesa, la curva in rettilineo. Passò ancora diverso tempo prima che si spegnesse la luce e facesse del tutto notte. Dormii un sonno senza sogni, senza riposo né ristoro, quando mi svegliai, ripresi il viaggio in quella notte che aspettò l’alba per migliaia di passi.

 

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Gioacchino Lonobile (1979) nasce a Toulon ed è dottore di ricerca in Neuroscienze. Ideatore del festival letterario FAIR – Farm in reading – presso Farm Cultural Park. Ha pubblicato Espadrillas Gialle per 18:30 edizioni (2008) e altri racconti per le riviste Atti Impuri, Prospektiva, Nazione Indiana, TerraNullius e Nuova Prosa. I giorni della vampa (il Palindromo 2016) è il suo primo romanzo.