Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Category Archives: Rivista


zerbola racconto

appunti sulla fine del mondo

Un racconto di Lorenzo Zerbola
Numero di battute: 2463

La terza guerra mondiale tanto attesa scoppia a causa di un meme su internet. L’America si divide in Stati Uniti d’Oriente e Stati Uniti d’Occidente, rinunciando così per sempre alla sigla. Los Angeles brucia mentre New York resiste in un lusso decadente dall’aria orientale. L’Europa è solo una grande confusione di anime in pena, inguaribili romantici e case scoperchiate. Satelliti, ripetitori e server sono stati distrutti. Non c’è più internet, ma alcuni si ostinano lo stesso a guardare gli schermi neri dei cellulari, battendo le dita sull’inerme superficie liscia.

Un erasmus scappa da un campo di prigionia. Il viaggio verso casa è lungo e pericoloso, e spesso è costretto a rimanere lunghi periodi fermo e nascosto, in attesa di un varco. Grazie però a una parentela, uno zio fattorino, il popolo nomade dei camionisti lo accetta e supera così le Alpi, nascosto tra il carico di merce.

«Ora davanti a sé ha il grande deserto padano.»

Ora davanti a sé ha il grande deserto padano da attraversare. Decide di percorrere l’autostrada fino a Bologna. Da lì proseguirà verso Sud attraverso gli Appennini smussati dai bombardamenti, chiedendo ospitalità a vecchie conoscenze, compagni di studi o altri superstiti.

Cammina di notte, per evitare il caldo del giorno. Con il suo telo mandala, che aveva staccato dal muro della sua cameretta prima di essere deportato, costruisce nelle aree di sosta una capanna per farsi ombra e pensare a Cristina. Hanno scelto di viaggiare separati fin dall’inizio, perché nessuno dà mai passaggi a più di una persona per volta. Troppo pericoloso per gli automobilisti, non si fidano.

Dalle parti di Piacenza Nord, trova un autogrill aperto. Cerca di capire quanti chilometri mancano da un cartello pubblicitario che gli ricorda di essere “in un paese meraviglioso”. Entra, si siede al banco e prende un caffè. Attorno a lui, leste figure rubano caramelle e pacchi di patatine. Va in bagno e si chiude nell’unico cesso rimasto agibile. Sulla parete di piastrelle, con un pennarello nero, comincia a scrivere: «Cristina, sono io…».

Stringe i denti. Non riesce più a ricordare il suo nome. Sono quattro anni che fugge, e si rifiuta di utilizzare il numero impresso sull’avambraccio. Poi però si accorge che nell’angolo in basso del muro c’è un simbolo che ha tatuato sulla gamba, e Cristina sotto il seno sinistro. È già passata di qua. Esce dal bagno, rimettendo il pennarello nel suo zaino da trekking, paga il caffè a una commessa dall’aria annoiata, e si rimette in cammino.

Lorenzo Zerbola

Lorenzo Zerbola (1993) scrive racconti (alcuni sono stati pubblicati su Verde e L’Inquieto) e inventa giochi di carte. Buon piede destro, ma non passa mai la palla. Sonnolento. Ciò che lo contraddistingue maggiormente, dicono, è la sua capacità di dare ottime indicazioni stradali. 

cecilia gabbi racconto

ricordare

Un racconto di Cecilia Gabbi
Numero di battute: 2391

Ricordo quando ci dicevano che sembravamo così innamorati.
Faceva freddo sulla terrazza del teatro, era fine aprile. Le mani sul tuo petto e le spalle coperte dalla tua giacca. Ricordo, forse.
Alla stazione del treno ti ho odiato, non so nemmeno per quale motivo avessimo litigato. Solo insofferenza. Non importava più il mese, di giacche bastava la mia e nessuno più ci guardava, nemmeno noi.

Forse per questo ero così affamata di loro. Non potevo dimenticarmene, ogni giorno dovevo rendere di conto. Pretendevano, esigevano. Per questo mi hanno salvato.

«Per questo
mi hanno salvato.»

Una lettura fuori dal programma, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Già, forse più scontata di quanto pensassi, eppure. Entro in classe, parliamo del libro per quasi un’ora. Mi sorprendono, sono interessati. Mancano quindici minuti, voglio provare ad andare oltre. Il libro non è che un pretesto. “Prendete un foglio. No, non sarà valutato”. La prima grande cosa che hanno fatto o che faranno. La consegna è questa.
Suona, si precipitano fuori e io mi confondo tra loro all’uscita.

A casa sgombero in fretta il tavolo dagli avanzi della colazione. La plastica dei crackers, la tazza del caffè. Appoggio i fogli sulla tovaglia vicino alle macchie di marmellata. Cosa vado cercando in queste confessioni? C’è chi d’estate ha viaggiato da solo, chi ha cambiato sport e chi ha perso qualcuno. C’è chi ha appena scelto le superiori e chi è già preoccupato per l’università. C’è chi...

E poi c’è L., che dall’ultimo banco dell’aula mi confessa che lui una grande decisione non l’ha mai presa. Però c’è una ragazza, più piccola. E c’è anche una sensazione forte che non ha mai provato ma che gli piace, una sorta di “continua attesa e incertezza su quello che accadrà”. Vorrebbe baciarla ma gli manca il coraggio. Certo, sembra un piccolo passo. Altri parlano già del futuro, di piani e progetti. E lui? Di ora. Anzi, di oggi pomeriggio, di quando la vedrà. Non c’è grande volo senza piccoli passi. E allora si decide: la bacerà. Si scusa per il tema, forse è troppo personale, ma si è lasciato prendere un po’ la mano. E io? Lo scuso?

Penso solo a questo sabato di dicembre, alla neve di ieri e a questi due che camminano insieme mentre la paura se ne va e, forse, chissà. Lo scuso, mi scuso. Per aver smarrito quell’incertezza, per aver dimenticato. Lo scuso, lo scuso questo L. che, a quindici o sedici anni, mi ricorda che cos’è l’amore.

Cecilia Gabbi

Cecilia Gabbi (1995) è nata a Reggio Emilia e studia a Bologna. Ama del teatro la sua necessità, della scuola gli incontri e di Italianistica ciò che le regala la lentezza della letteratura. Attualmente sta lavorando a una pubblicazione per Culture Teatrali. Di solito scrive solo per sé.

racconto domenico talia

cane e padrone

Un racconto di Domenico Talia
Numero di battute: 2373

“Rispetta u cani pe amuri du patruni.” Per i settentrionali la traduzione recitava: “Rispetta il cane per amore del padrone”. Traduzione letterale e sincera ma da sola non bastava. Nessuna traduzione da sola è sufficiente se vuoi capire cosa aveva in testa chi, prima di dirla, una frase l’ha pure pensata. Specialmente se l’ha pensata bene e soltanto dopo se l’è fatta scendere in bocca. “Rispetta u cani pe amuri du patruni”. Sì, il principio possiamo dire che va bene, ma anche il cane ti deve rispettare se il padrone gliel’ha insegnato. Se non ti rispetta, è un po’ anche colpa del cane, ma soprattutto la colpa è del padrone.

Nino a guardarlo era un giovane uomo come tanti. Qualcuno poteva notare i suoi occhi profondi. Era calmo, parlava sereno. Nulla di strano, quante migliaia di uomini erano così? Nino ti uccideva con il sorriso sulle labbra. Era serio, preciso, svelto. Non voleva impensierirti, men che meno terrorizzarti.

«Nino ti uccideva
con il sorriso
sulle labbra.»

Quando entrò nel magazzino, Peppe lo accolse come un amico e Nino un amico era. Amico anche di Peppe. Oltre agli occhi profondi, Nino aveva un padrone che col passare del tempo aveva imparato a rispettare. Da uomo serio e preciso, a volte lo rispettava più degli amici.

Peppe il cane non lo aveva rispettato, né per amore del cane, né per amore del padrone. Aveva sputato in faccia a Marco, lo aveva abbuffato di schiaffi e pugni e lo aveva lasciato a terra mezzo svenuto. Proprio come un cane. Lo aveva fatto perché quella bestiola di Marco era un ladruncolo che poche notti prima era entrato nel suo magazzino e la mattina dopo tante cose erano mancate. Lui aveva negato, ma tutti sapevano che era ladro e bugiardo. Però, purtroppo, Peppe aveva sottovalutato un dettaglio. Si era dimenticato che il cane va rispettato anche per il suo padrone e Marco era un sottopanza con un padrone importante. Padrone serio e pesante che in quel caso non si sarebbe voluto alleggerire. Infatti, per evitare di perdere peso chiamò Nino e gli disse di Peppe.

Peppe quella mattina era entrato vivo nel suo magazzino, ma qualche ora dopo ne uscì morto. Non un morto freddo, stecchito. Un morto a sangue caldo che ancora camminava con le sue gambe. Ma questo suo essere ancora caldo e quasi in piedi non diceva molto, anzi era una mistificazione. Nino lo sapeva già. Peppe se ne accorse pochi secondi dopo. Gli altri lo vennero a sapere il giorno seguente.

bio domenico talia

Domenico Talia è docente di ingegneria informatica all’Università della Calabria, ha pubblicato alcune raccolte di racconti, collabora con Nazione Indiana e con quotidiani.

racconto caterina bonetti

da quando non ci sei

Un racconto di Caterina Bonetti
Numero di battute: 2483

«Non dovresti bere in questo modo, sei ridicolo e ti fa male al cuore.»
Cosa vuoi da me? Cosa diavolo vuoi ancora tu, che mi hai lasciato?
Salgo le scale aggrappato al corrimano, il fiato che si accorcia.
Chiudo la porta di casa alle mie spalle. Ho girato il chiavistello?

Il cane mi corre incontro, mi annusa, si allontana rinculando, zampa a zampa, come se avesse visto un fantasma. Sfilo le scarpe con un movimento secco punta-tacco: ho bisogno di un bicchiere d’acqua.
«Vedrai domattina.»
Scanso le parole come se fossero zanzare.
Hai altro da aggiungere?
Il tappeto del soggiorno è morbido sotto i miei piedi e mi lascio scivolare in basso. Ho sonno, molto sonno, chiudo gli occhi giocando con la mano con i peli del tappeto.
Come facevo con i tuoi ricci, ricordi?

Mi sveglia la lingua del cane, la puzza di pesce andato a male. La sveglia segna le quattro e venti, mi formicolano le piante dei piedi.
Chi lo dice che quando crolli fiaccato dal bere ti addormenti in pace, per svegliarti solo sul mezzogiorno con un tremendo mal di testa?

«Mi sveglia
la lingua del cane.»

Il cuore corre veloce e non riesco a frenarlo.
«Se tu avessi seguito il corso di yoga che ti avevo consigliato…»
Provo con le tecniche di rilassamento: le mani sull’addome, sollevo pancia e spalle, riempio i polmoni senza trattenere il fiato. Inspiro lentamente, faccio fluire il respiro. Ma come proseguiva?

Il cuore non rallenta, fa molto caldo: scosto la trapunta, non so come, ma sono nel mio letto. 
La maglietta è pulita, sollevo un braccio che sa di bagnodoccia. Il profumo mi culla e quando riapro gli occhi sono le sette del mattino. Afferro il telefono sul comodino e cerco fra le foto.
L’angolo di un marciapiede di via Pisacane, 23.10, l’insegna sfocata della panetteria di via Viotti, 23.34, il portone di casa, 00.46. Quando tutto sfugge al controllo lascio dei sassolini lungo la strada, per ritrovarmi.

«Che pena mi fai. Ancora a cercare di mettere insieme i pezzi, alla tua età.»
Se solo tu non mi avessi lasciato solo.
Il tempo fra gli scatti mi rassicura: non posso aver fatto nulla di male. Richiudo gli occhi.
Mi sveglia il profumo di caffè e una voce.
«Dài, tirati su, vieni a fare colazione.»

Mi guardi dall’alto, appoggiata allo stipite dalla porta. Non puoi essere tu, odiavi fare colazione, non la preparavi mai.
La ragazza porta la fede che avevi al dito, che ho al dito.
«Pensi di restare a letto tutto il giorno?»
Sotto le mani sento ancora i tuoi capelli, ma non riesco ad alzarmi dal pavimento.
«Sono felice che tu sia tornata.»

bonetti caterina

Caterina Bonetti (1984) vive a Parma, scrive per Gli Stati Generali ed è autrice di una monografia sull’attrice settecentesca Elena Balletti (Dell’Orso 2014). Ha partecipato alla stesura del Repertorio dei matti della città di Parma (Marcos y Marcos 2016, a cura di Paolo Nori) e alcuni suoi racconti sono apparsi o appariranno su Radici posterzine e Risme.

orsi gabriele racconto

fiore

Un racconto di Gabriele Orsi
Numero di battute: 2291

Ecco, insomma, alla tipa agganciata su Tinder, sempre lei, la stessa che mi fa rivoltare e accartocciare l’intestino per la sua irritante, nevrotica caccia al sublime a mezzo di un deprezzamento fisico ed emotivo che con compiacimento e filosofia commette su di sé e allo stesso tempo rivolta su di me, a lei insomma ho dichiarato la mia verità, più che altro per non sembrare da meno.

Approfittando di uno stallo della conversazione mi sono guadagnato il mio spazio con un languido Sai… e da lì ho rovesciato il mio segreto, l’ho stramazzato sul display accanendomi sulla tastiera, i pollici andavano a velocità fotonica e infilavano una dietro l’altra battute brevi e acrobatiche ma precise, lessico selezionato – parole con quattro sillabe o più che accostino suoni liquidi, nasali, fricativi ed esplosivi, tipo Maramaldeggiando, che fa sempre la sua figura – fino a chiuderlo con l’estrema unzione della dialettica, l’interrogazione per cui o sei dentro o sei fuori, e cioè Mi capisci?

Un sospiro lungo, un po’ di tremarella, gli occhi appallonati. Lei di là dallo schermo ha pazientato con strategia, io ero gonfio di me, L’ho stesa, ho pensato, L’ho fatta secca. Ma lei – colpo di scena – se ne esce con un: Ma dài (faccina commossa).

«L’ho stesa,
ho pensato.»

Io non mi faccio scoraggiare. Magari adesso due paroline in più me le dice, penso. Aspetto uno due tre minuti. La mia confessione, del resto, merita un riconoscimento. Quattro, cinque. Se non altro per la bontà dell’esposizione. Sette, otto. Cristo santo, non vedi con quanta verità t’ho sbattuto in faccia la mia animetta profonda? Nove dieci undici. Niente. Sento sopraggiungere il senso pieno del fallimento.

Risalgo la conversazione per scovare l’errore, un refuso, una contraddizione, vedi mai. Ma era tutto perfetto. Senonché – intanto ero via via sprofondato nel mio buio e avevo realizzato, nello slancio di genio innescato dallo sconforto, la consistenza del nulla – lei dopo dodici minuti che ero lì a friggere ecco che ha lanciato una bomba off-topic, il colpo di grazia, che più o meno suonava così: Non sarai mica di quelli che si fanno la doccia di sera per guadagnare tempo la mattina, vero? E a questo punto, che poi è stato un attimino solo, m’è venuto il dubbio che quella vecchia faccenda non avesse per davvero nessuna importanza.

orsi gabriele bio

Gabriele Orsi (1991) è nato e cresciuto a Roma, dove si è laureato in Filologia Moderna e lavora come professore di Lettere. Ha pubblicato un romanzo, Ali di piombo (Armando Curcio Editore), e una biografia sportiva, A mani nude (Ultra Sport). Un suo racconto è in corso di pubblicazione su Salmuria.

malagoli lisa racconto

fortuna

Un racconto di Lisa Malagoli
Numero di battute: 2472

«Che ne dice se la chiamo Lella?» aveva chiesto il dottore a mia nonna e lei aveva risposto con un no secco.
«Bene, allora la chiamerò signora Fortuna.»
La mia infanzia è stata puntellata da episodi come questo. Mia nonna rideva e se ne infischiava mentre io mi vergognavo e basta. Iella. Ero la nipote della Iella.
«L’ha scelto mio padre quel nome» mi aveva detto. «In Jugoslavia c’era una ragazza che si chiamava così.»
«E che ci faceva là?»
«La guerra. Cos’altro vuoi che abbia fatto in un paese che non esiste più?»
A me non lo toglie dalla testa nessuno che lui, quella ragazza, l’amasse.

Quando lo vidi per la prima volta lui stava bevendo un pessimo caffè seduto in aula magna. Una brodaglia scura, come quella che vedevo ogni giorno al mio risveglio. Vivevo vicino alla foce del fiume a quel tempo perché non potevo permettermi neanche una stanza allo studentato universitario. Ogni casupola aveva la sua barchetta azzurra ormeggiata davanti, che oscillava fra le canne palustri.

«Ero la nipote della Iella.»

«È zona di turismo, sa?» mi aveva detto l’agente immobiliare. In realtà era solo un luogo in cui tutti parlavano al presente. Io ero l’unica a far riecheggiare l’aria di farò, andrò, diventerò. Erano persone che lanciavano le reti all’alba e leggevano la Bibbia. Un giorno una donna mi lesse una frase che a suo dire svelava l’essenza stessa della vita. Ad ogni giorno basta il suo affanno. Fui delusa nello scoprire che non ebbi alcuna grande rivelazione.

La prima volta che uscimmo a cena non gli dissi dove abitavo. Ero bella e giovane, e questo mi dava un vantaggio. E poi c’era quel nome che gli stonava addosso. Isidoro. Dalla sua, poteva contare sul fascino e i riconoscimenti accademici. Combattemmo per mesi, come si fa all’inizio di ogni normale relazione, per stabilire chi di noi avrebbe avuto il predominio sull’altro, e io fui quasi sul punto di arrendermi. Fu solo quel nome a salvarmi, quel nome che lo rendeva imperfetto. Nella mia testa lui diventò prima Carlo, poi Giorgio, e poi qualcosa che non ricordo fino a che, un mattino, la sua barba mi fu del tutto estranea.

Poco tempo dopo mia nonna venne a trovarmi. Ci sedemmo davanti al fiume con lo sguardo impigliato fra le maglie delle reti. Le raccontai della frase della Bibbia e lei mi confermò che lì è nascosto il senso della vita. Io sbuffai.
«Nonna. Ho lasciato andare una persona che amavo.»
«È un difetto di famiglia, cara.»
«Nonna?»
«Sì?»
«Me ne devo andare da qui.»
«Ce la farai. Sei o non sei la nipote della Fortuna?»

malagoli lisa

Lisa Malagoli (1986) è nata a Carpi, è laureata in Lingue per la Promozione delle attività Culturali ed è professoressa di Inglese. Ciò che ama di più è il racconto breve ed è affascinata dal minimalismo. Legge da sempre, scrive da un paio d’anni. Vive a Modena.

michele burgio racconto

la ciunna di ulivo

Un racconto di Michele Burgio
Numero di battute: 1627

Ero andato a cogliere fraccoche alla terra rossa. Ero quasi a quello che chiamano l’albero di zu Alongi, perché dice che verso la fine della guerra i tedeschi ci hanno sparato uno del paese. Mentre mi avvicinavo, ho sentito un lamento accuttufato, che pareva un pianto di cuore.

Un gattu stava appinnuto per il collo ad uno dei rami più bassi. Era uno, ed era nico. Loro invece erano tre. Un picciutteddro della cricca teneva in mano un bastone di canna leggera. Detto così pare che non fa male, ma io lo saccio che dipenne con quanta forza cafuddri. E cafuddrava.

Lu gattu si arravugliava tutto, come un filo del telefono, e chianciva che faceva arrizzare i peli delle braccia. A ogni vastunata, chianciva più forte. E gli altri due che arridivano. Uno spettacolo piatuso, che mi venne di fare una cosa sola.

«E cafuddrava.»

Arricolsi da terra un poco di pietruzze puntute, e mi ivu ad ammucciare dietro un muretto basso. Mi misi raso raso che non mi potevano vedere nessuno. Con la mia ciunna di rama d’ulivo iniziai a mirare quelle teste di minchia. Sì, le teste.

La prima pitrata era giusto che la tiravo al pezzo di fango col bastone, e così feci. Pppam! Quello stordì. Mentre gli altri due gli taliavano la testa insangata… Pppam! Pppam! tirai pure a loro. Un cecchino sono. Ora a torcersi erano quei gran cornuti.

Quatto quatto come ero venuto, me ne sciddricai veloce per tutta la lunghezza del muretto e mi misi a correre in mezzo agli alberi. Le teste di minchia rotte si misero a cercarmi, chi di qua e chi di là, ma io ero già lontano.

Quando fu buio e tornai all’albero, il gatto era ancora vivo, ma le fraccoche non si vedevano più.

burgio michele

Michele Burgio (Palermo, 1982) si è laureato in Lettere e per dieci anni si è occupato unicamente di ricerca scientifica. Adesso si guadagna da vivere raccontando la letteratura agli adulti. Scrive da sempre, ma solo da un paio d’anni lo fa in libertà.

manuela antonucci racconto

carapace

Un racconto di Manuela Antonucci
Numero di battute: 2486

«Spegni la luce» ti dice.

Alzi il braccio per cercare con la mano l’interruttore ma non c’è verso, ti manca la memoria dell’abitudine. Tu sai che non è colpa tua, in questa casa mica ci vivi. Nel frattempo, la rete del divano letto sta facendo un rumore che ti innervosisce, una specie di cric cric inopportuno.

Tu pensi subito: “Smettila, alzi sempre la voce, i miei ti potrebbero sentire”. Lo dice lui tutte le volte che parlate. Intanto la coperta – quella con i riquadri scuciti, polverosa, che sa di morte – è caduta per terra. L’hai vista scivolare qualche istante prima di premere il pulsante. Il clic ti ha fatto pensare agli ultimi minuti della corsa – quella che fai lungo il fiume – il sudore sulla canotta, i muscoli tesi di acido lattico, buio spesso, la fine delle cose.  

“Pensa, pensa, pensa” ti dici e sembra quasi che tu lo stia facendo ad alta voce. Provi a trovare la trama adatta ma il conto dei giorni interrompe l’immaginazione; infatti giureresti che oggi sia lunedì, anche se non ne sei sicura. Però se fosse il caso, se fosse lunedì per davvero, allora sarebbero cinquanta giorni che sei bloccata in questo posto. “Pensa, pensa, pensa” ti ripeti. Di solito, quando sei sola funziona sempre: un’idea si accomoda per bene nella testa e le cose si srotolano con una velocità impressionante.

«Stai bene?» ti chiede lui e sai che la domanda è il messaggio che stavi aspettando dall’inizio. Devi sbrigarti, rispettare la soglia di tolleranza.

«Oggi sei strana.»

«Sì, sì» rispondi veloce perché anche tu vorresti che tutto finisse subito, un taglio netto e poi la notte.

Ora che gli occhi si sono abituati alle tonalità del chiaroscuro, nel buio vedi il suo corpo segnare il destino dell’orizzonte. Scosse improvvise sollevano la coperta coprendo a fasi alterne la spia rossa della televisione, quella piccola a schermo piatto che non accendete mai. Basta poco e il nero intenso del suo viso copre l’intera visuale.

«Oggi sei strana» ti dice con l’affanno nella bocca.

Poi si schianta contro il tuo corpo, vuoto come un carapace. Il cric cric della rete si è fatto sottile come rumore di onda che si arriccia in alto mare.

«Mi dispiace» continua lui, tu gli dici: «Non fa niente», lui procede con l’ultimo affondo e allora senti quel rumore di qualcosa che si rompe, la fessura nel carapace che si apre.

Ti aggrappi alla sua spalla. Sul soffitto le ombre degli alberi sembrano una premonizione spaventosa, sono lunghe come questo tempo che subisci, muta, senza ambizioni, esausta nell’attesa.

bio manuela antonucci

Manuela Antonucci (1983), è nata e cresciuta nella provincia di Lecce, ma ha vissuto (e amato) diverse città: Roma, Lisbona, San Paolo e Barcellona. Laureata in Editoria e Scrittura, negli ultimi nove anni si è occupata soprattutto di narrazioni audiovisive lavorando come sceneggiatrice e regista per Aedo Social Films, una piccola casa di produzione con sede a Barcellona.

racconto antonio fidel mereu

artaserse

Un racconto di Antonio Fidel Mereu
Numero di battute: 2464

La storia della vita di Artaserse era una delle più comuni e, come tale, una delle più tristi.

Artaserse ebbe una madre e, prima di perderlo, ebbe un padre. Artaserse non era figlio di nobili, ma proveniva da una famiglia agiata. Fin da giovane Artaserse amò e fu amato; cercò e fu trovato; ebbe e perse. Il villaggio in cui Artaserse era nato e cresciuto, nei pressi di Eleusi, era attraversato da un unico fiume perenne e tragico, tumultuoso come Achille o Dario I di Persia. Adolescente, viaggia da un capo all’altro dell’Anatolia più colpita dalla guerra; durante un soggiorno a Efeso entra in contatto con Eraclito e si dice suo seguace. Tornato a casa, Artaserse non poté lavarsi al fiume, né gli riuscì negli anni a venire.

Lo chiamavano “il pastore errante”; tal volta, con sdegno, “il passeggiatore”. Il popolo si teneva alla larga da Artaserse; girava voce, all’assemblea, che il giovane fosse un portatore di malaugurio o l’uomo che avrebbe segnato la fine del regno. Solo, si avventurava nella sterminata solitudine della radura, e riposava un attimo all’ombra del mattino, sotto i rami pre-sofisti dei pochi alberi sparpagliati nella steppa.

«Lo chiamavano
il pastore errante.»

Morto Cimone e sconfitti i Persiani, la guerra finì, ma la lega non si sciolse. Il popolo era preoccupato. L’assemblea concordò in ultimo di esiliare Artaserse, per il benessere e l’igiene dei cittadini. Artaserse fu solo come non lo era mai stato prima. Di lui si perse ogni traccia.

Si ritiene abbia trovato riparo tra le terre spartane, ma non vi è alcuna certezza a riguardo. In un frammento, Tucidide riporta che le peregrinazioni di Artaserse sul suolo ateniese siano una delle possibili cause della peste durante la guerra.

Alcuni sostengono che Artaserse non sia mai esistito e fosse solo una leggenda, chiamato in causa di volta in volta per tenere a bada i bambini, come la madre del sole o il Babau del dopo pranzo, o per mostrar loro le conseguenze di una trascurata pulizia del corpo. Ancora, c’è chi reputa Artaserse antenato di Israele e chi invece è convinto sia ancora in vita, e tutt’oggi cerchi casa, senza darsi pace, senza mai trovarla. Una minor parte considera Artaserse l’archetipo dell’uomo moderno. Un’altra, più timida e realista, ammette che Artaserse sia esistito, senza infamia e senza lode, e che fosse solo un uomo come molti altri lo erano stati prima di lui, esiliati in una terra chiamata mondo e costretti all’eterna ricerca. Ai più non importa, né farebbe alcuna differenza.

mereu antonio fidel

Antonio Fidel Mereu nasce in Sardegna nel 1998. Entrato a far parte di un’attività ricettiva turistica, studia arte, logica matematica e filosofia nel tempo libero. Scrive quotidianamente.

martin hofer racconto

un giorno via l’altro

Un racconto di Martin Hofer
Numero di battute: 2335

Dice di aver fatto caso alla notifica di arrivo della mail, ma di non averla aperta subito, la mail, perché stava guidando. Era domenica. Il lunedì ricorda di aver lavorato fino a tardi, e poi di essersi trattenuto con un collega nel bar di fronte all’ufficio, tempo di un bicchiere. Non ha cenato, si è addormentato vestito.

Martedì ha tentato di fare spazio nel computer: un messaggio lo informava che la memoria era quasi esaurita. Ha passato in rassegna i documenti salvati, le foto, i video, indeciso su cosa conservare e cosa eliminare. Gran parte del materiale, a suo dire, gli è parso sacrificabile, eppure non è riuscito a trarne una gerarchia, un criterio dal quale far derivare il diritto alla sopravvivenza o all’oblio. Alla fine ha lasciato tutto com’era, ha spento il computer.

Il mercoledì e il giovedì afferma di faticare a distinguerli, a distanza di tutto questo tempo. Ha cenato con dei surgelati, ha bevuto vino, ha promesso a se stesso che a partire dalla settimana successiva avrebbe dato un taglio alle sigarette, ha guardato il secondo tempo di una partita di Premier League trasmessa in replica.

«Fatto sta
che
i giorni
sono passati.»

Adesso non saprebbe stabilire con esattezza cosa tra il vino, i buoni propositi sul fumo e la partita sia avvenuto di mercoledì e cosa sia avvenuto di giovedì. Ricorda soltanto una grande stanchezza, una pesantezza mentale, così la definisce, e che in entrambi i casi ci sono stati i surgelati, di questo è sicuro.

Venerdì ha fatto di nuovo tardi in ufficio, ma prima di andare a letto dice di essersi ripromesso di leggere la mail, la mail di Giovanni, e di rispondere, a quella mail del suo vecchio amico Giovanni che non sentiva da così tanto tempo. Per quale motivo non lo abbia fatto, adesso non è in grado di ricostruirlo.

Fatto sta che i giorni sono passati, e non in modo poi tanto dissimile dai precedenti. Una sequenza talmente esatta da prevedere gli stessi rituali, le stesse ore di straordinario, gli stessi surgelati, le stesse sigarette, gli stessi buoni propositi di smettere, le stesse dimenticanze. Soltanto la memoria del suo computer ha continuato a riempirsi. Lui di quella mail, la mail di Giovanni, si era proprio scordato, almeno fino a quando, una mattina – era ancora domenica – non ha acceso la radio. È stato allora, assicura lui, solo e soltanto allora che dice di aver pensato: Giovanni.

martin hofer racconto

Martin Hofer (1986) è nato a Firenze e vive a Torino. È stato finalista a Esor-dire (2012) e ha partecipato a tre edizioni di 8x8, un concorso letterario dove si sente la voce (2015, 2017, 2018). Suoi racconti sono apparsi sulle riviste Colla, Cadillac, Flanerì, Verde e inutile. Lavora come ufficio stampa in ambito editoriale. Ha fondato e dirige insieme a Bernardo Anichini L’Inquieto, rivista online di racconti illustrati.