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marchiori alessia racconto

taci, olga

Un racconto di Alessia Marchiori
Numero di battute: 2384

Tic toc, tic toc, tic toc.

«Mario, ancora alla finestra? È l’una, zè ora de dormire, vien qua.»
«Tasi vecia. Son qua che li guardo, ’sto branco de simmie, guarda ciò, che vergognosi.»

Tic toc, tic toc.

«Mario, lascia che facciano festa anche loro. Sarà una qualche tradizione del loro paese, poreti, anche loro hanno diritto.»
«Tasi, Olga. Indiani vien dalla scimmia: non te vedi che sopracciglia? Che barbe ludre? Che turbanti de strasse? Indiani vien dalla simmia. Mi vegno dall’orso.»

Tic toc, tic toc.

«Ah che ti vedono, ’tento.»
«Chiudi quella boccaccia, oca marina, pora insulsa.»

Grattandosi la pancia, Mario si slabbrò ancora di più la canottiera ascellare macchiata di sugo e intrisa di umori ormai rinsecchiti. Una volta in cucina, si versò un bicchiere del rosso. Del “suo” rosso. Orgoglio veneto. Fatica dei campi, sveglie all’alba, polenta e soppressa in saccoccia.

«Ah che ti vedono, ’tento.»

Tic toc, tic toc.

«Ancora lì, mai stufi. Ancora festa. Laorare mai.»
«Mario, ’sta quieto. ’Tento che ti vedono.»
«Cosa me ne frega? Ancora! Cosa me ne frega? Dormi, comare!»
«Prima o dopo te la paghi, ’tento.»

Tic toc, tic toc.
Tic toc, tic toc.

Mario si tolse la dentiera con un rapido movimento e la buttò nel bicchiere. Immersa nel liquido, rifletteva sulle gengive il chiaro di luna. Una scoreggia a tradimento, di quelle che vibrano come trombe tra le chiappe e sfuggono che è un piacere, svegliò la Olga.

«Mario, ancora in piedi? Ma allora?»
«Sssssssssh, dormi e tasi! Tormento!»
E tirò su ancora la tapparella del bagno, perché voleva vedere bene.
«Senti che odori, odori da bestie. Ma cosa è che mangiano? Polastri? Ovi? Riso stracotto? Neanche mangiare, neanche quello, boni zero. Paiassi.»

Tic toc.
Tic toc, tic toc.

«Olga, Olgaaaaaa, ssssssh, sveia!»
«Ah, eh, mmmmh, cossa? Cossa succede?»
«Olga, tuti mati, tuti mati.»
«Ma chi Mario? ’Ndiani?»
«Olga, arriva un indiano qua, eccolo, sta rivando.»
«E come mai, Maria Vergine, cossa combini? Hai sparlacciato, come al tuo solito?»
«Olga, no, no, ma che sparlacciato. Ma, ma, l’indian vien col baston! Olga, un baston belo largo. Signor de Dio.»
«Un baston? Ma sei matto? Come un baston?»
«Ecolo, mah, non so, el ride, col baston, belo largo, un baston col manico.»

Il giovane Arman si fermò sotto la finestra di Mario. I denti bianchissimi che scintillavano nell’oscurità. Alzò rapido il braccio con cui teneva saldo il bastone largo ed esclamò a gran voce nella notte:
«Cricket?».

mde

Alessia Marchiori nasce e vive a Verona, dove lavora. Dopo qualche anno passato su carte e manoscritti, di cui conserva l'antica passione, si dedica ora all'immersione nelle storie: impara dagli adolescenti, cammina in montagna, cucina etnico, legge, legge e legge, e scrive. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in alcune antologie.

racconto alex guerra

da quanto...

Un racconto di Alex Guerra
Numero di battute: 1942

Da quanto non parliamo, veramente, come quando questo salotto non esisteva ancora? Come quando lo costruivamo, lo dipingevamo, l'arredavamo a parole? Come quando al posto del divano che ti piace tanto usavamo un materasso buttato direttamente per terra. Ce le dicevamo sopra là, ricordi? E tra una grattata di intonaco, o l'assemblaggio di un mobile, spiavamo fuori dalla finestra le famiglie con i passeggini e ci immedesimavamo nel ruolo di genitori.

Dopo che avevamo fatto l'amore sopra il materasso, la fronte adagiata sull'incavo della tua nuca, il mio braccio che ti cingeva la vita, ti suggerivo nomi per un possibile, mai arrivato, figlio: Juri, Gregorio, Mattia se fosse stato un maschietto; Elena, Aurora, Lionora nel caso di una femminuccia. E tu annuivi, docile.

In quella posizione ti ho annunciato la mia nomina ad assistente del Direttore Marketing e che in casa i soldi non sarebbero più mancati.

Poi costruimmo, dipingemmo, arredammo.

Come hai sempre voluto tu. Credevi che io volessi questo pugno nell'occhio di sofà, avrai creduto che il colore mi piacesse, e questa sfilza di libri presi in stock all'Ikea insieme alla libreria. E io ho sempre annuito docilmente ad ogni tua fantasticheria. Come quando giocavamo alla bella famigliola, tu giocavi e io ti assecondavo, guardando fuori dalla finestra di questo salotto che ancora non avevi fatto a tua immagine e somiglianza. Io in realtà guardavo le donne e gli uomini in camicia e giacca che salivano su Bmw e Mercedes. Ma allora come ora, ho bisogno anche dei tuoi abbracci.

Come quelli da dietro, dopo che avevamo fatto l'amore.

Per questo ti risposi che lo stipendio da assistente Direttore Marketing era buono ma volevo cercarmi lo stesso un lavoretto – visto che avevo una laurea tanto valeva farla fruttare, no? – giusto finché non ci sistemavamo. Non potevo confessarlo allora e non ha senso ammetterlo adesso, che non ricordo neanche più da quanto non parliamo veramente.

guerra alex bio

Alex Guerra è nato nel 1994. Abita a Breganze, in provincia di Vicenza. Diplomato in Elettronica e telecomunicazioni, lavora come operaio in una ditta di imballaggi flessibili. Tra un turno e l’altro cerca di laurearsi in Lettere moderne all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Suoi racconti sono usciti sulle riviste Blam e Spore.

racconto chiara cerri

le poesie di marino q.

Un racconto di Chiara Cerri
Numero di battute: 2456

In un settembre che si era mangiato l’estate, mi ero trasferita in città per frequentare una scuola di ballo. Mio padre prima di partire mi regalò un coltello da campeggio, a lama grossa. Lo interpretai come un gesto d’amore.

Passai l’inverno a portarmi a casa coreografie monche, da ripassare di notte. Il mio corpo, tra demi plié, grand plié e relevé, non era mai abbastanza armonico; i miei movimenti mai all’altezza degli altri. C’era poi l’odore di pesce che la mia pelle emanava, la periferia, a seguirmi ovunque per la città.

Marino lo conobbi dall’alto. Dalla scala antincendio dell’edificio dove seguivo i corsi potevo accedere al tetto, a fine lezione mi piaceva andare a osservare le macerie della mattina fare spazio a quelle del pomeriggio. Quando lo vidi la prima volta, era sdraiato in un canto, all’inizio ho pensato si trattasse di un cane.

«Marino
lo conobbi dall’alto.»

Ogni giorno salivo sul tetto per guardarlo, passava il tempo accucciato con un libro tra le mani e solo quando vedeva arrivare delle persone si alzava. Da lontano non capivo cosa facesse. I suoi movimenti nell’aria erano simili alle mie coreografie, monchi, scombinati, ma pieni di una passione disperata.

Un giorno mi avvicinai. Recitava dei versi, aveva il viso maculato a macchie rosse scure. La cosa che più mi colpì di lui era che rideva solo con i denti di sotto: dei piccoli rettangoli circondati di nero e sangue rappreso, quelli di sopra nascosti dentro al labbro. Come se avesse voluto nascondere al mondo una piccola parte di sé.

Ogni volta che sorpassavo il viale della stazione, stringevo tra le mani il coltello da campeggio di mio padre. Mi arrivava addosso un vento freddo e il fiato caldo di vino di Marino era la cosa più familiare che avvertivo.

L’ultimo giorno del corso organizzammo una festa, alcuni di noi avrebbero provato a fare i ballerini sul serio. Audizioni, e cose così. Io non avevo i soldi per restare in città e mi mancava il mare.

Sul treno di ritorno chiamai mia madre e le dissi che quell’estate avrei lavorato al mercato con lei. Il martedì e il giovedì arrivavano i carichi di frutta e verdura alle cinque di mattina. Pareva felice.

Della città ricordo poco. I palazzi, lo sferragliare dei treni, la scuola di ballo, le facce dei miei compagni, ho un ricordo vago di tutto. Ricordo soprattutto le poesie di Marino, srotolate nell’aria ferrosa della stazione. Poi ingollate dai piccioni. Storte, come le mie coreografie.

Provai a ridere mostrando solo i denti di sotto.

cerri chiara bio

Chiara Cerri è nata in Toscana, ora vive a Torino. Si destreggia tra fotografia e altri lavori. Suoi racconti sono apparsi su Carie, SPLIT, Nazione Indiana, Rivista Blam e Grado Zero.

giordano matteo racconto

rileggere frazer

Un racconto di Matteo Giordano
Numero di battute: 2445

Lia respirava così forte che pareva una locomotiva a catarro; tremava sotto la pioggia gelida protetta solo dal suo vestito di velluto giallo, da casalinga anni Settanta o mercatino rionale da tutto a cinque euro. Strizzava gli occhi che pareva le dovessero schizzare fuori dalla testa mentre con le mani aveva stretto la bottiglia con ancora due dita di birra dentro fino a spaccarla. Il fumo del respiro la avvolgeva.

Io correvo, e voltandomi vidi la sagoma sottile di Lia nella luce tremolante dell’insegna con la scritta “bar centrale”; mi allontanavo da lei, dalla luce, e davanti avevo solo il buio delle strade vuote del Kali Yuga; speravo almeno di non farmi fermare da una pattuglia a cui forse non sarei riuscito a spiegare il senso di quella fuga, ammesso che ne sia mai esistita una con un senso.

«Davanti avevo solo il buio delle strade vuote del Kali Yuga.»

In fondo alla strada, quando le ultime case spariscono e inizia la campagna, di colpo sentii la mia mente staccarsi dal corpo, l’anima dalla materia, come quando salta un legamento o un muscolo si strappa. Non potevo più muovermi e caddi a terra sul ginocchio sinistro, la gamba destra era piantata al suolo e pulsava di dolore.

Lia invece di inseguirmi si era chinata sopra l’impronta bagnata dei miei scarponi che luccicava sul porfido e aveva iniziato a infilzarla con le schegge di bottiglia rotta, rabbiosa, fino a sbriciolarle tutte.

«Hai preso qualcosa? Ehi, hai preso qualcosa?» continuava a chiedermi con insistenza un carabiniere poco più grande di me che mi aveva trovato a piangere per il dolore a bordo strada.
«Ho lasciato la mia ragazza, l’ho lasciata e ora non mi posso muovere più.»
Al pronto soccorso non mi trovarono nulla fuori posto, i miei piedi non erano feriti.

Tornai a casa che era quasi mattina e trovai Lia seduta davanti al mio portone con i vestiti umidi appiccicati addosso e pensai alla prima volta che l’avevo vista, seduta su una stuoia nella parte della libreria esoterica dedicata alla meditazione intenta a tracciare lo schema di un kalpa, un ciclo cosmico, su un quaderno a quadretti.
«Sapevi che l’Era del cinghiale bianco dura 306.720.000 anni?» mi aveva detto senza nemmeno sollevare lo sguardo e la bic profumata dal foglio.

Lia era davvero convinta che saremmo rimasti insieme per tutto il tempo che ci restava da trascorrere in questa Era, ma non pensavo che per tenermi legato sarebbe arrivata a provare su di me uno dei suoi riti di magia omeopatica (o era magia contagiosa?).

Devo rileggere Frazer.

giordano matteo

Matteo Giordano è nato nel 1981 a Sondrio dove attualmente vive dopo avere trascorso quasi dieci anni a Londra. Suoi racconti sono stai pubblicati su Carie e Settepagine. Ama correre ultramaratone e collezionare vinili anni Ottanta.

benedetta barone racconto

la discesa

Un racconto di Benedetta Barone
Numero di battute: 2491

Non parlano. Attendono di ubriacarsi. È per questo che sono lì, al ristorante. Sono quindici, diciotto, ventuno. Chi si è aggiunto all’ultimo momento? Della tavola non si scorge la fine, teste ricciute galleggiano nell’aria. Qualcun altro passa attraverso la porta, alza un braccio, saluta, ma chi? Stringiamo, scaliamo, in pochi istanti i gomiti si toccano, le spalle si sfiorano, perché dovevano essere quindici e invece adesso sono ventuno, i muscoli si tendono, a disagio, ma presto finirà, perché comincerà ad arrivare il vino. Si concentrano sul menù per non doversi guardare negli occhi, stropicciano il tovagliolo di stoffa tra le dita.

Che cosa si dicono? Nulla.
«Prendo…»
«Voglio…»
«Ho fame…»
«Figo.»
«Fa freddo.»
«Fa caldo.»
«Fa morire.»

«Che cosa si dicono? Nulla.»

Sfilano piatti che nessuno ricorda di avere ordinato, vengono posti in bilico in mezzo ai bicchieri, ma gli affettati pendono svogliati dalle forchette e le verdure grigliate sono dure come i tendini del collo. Tagliano la carne a grosse fette, perché hanno fretta di finire di mangiare per tornare a bere.

«Cococò, cococò.» «Locu, locu.» «Braso.» «Bromuro.» «Plaso.» «Boh.» «Capito?»
Vocaboli sconosciuti, provenienti da chissà quale universo di segni, di simboli si accavallano a frasi di senso compiuto. Le due lingue, quella vera e quella inventata, si attorcigliano e si fondono in una sola. Nessuno ricorda più come si parla.
«Ah-ah-ah.» «Scesa.» «È scesa.» «Non è ancora scesa.» «Godo.» «Boh.» «Se, se, se.» «Sfaso.» «Raso.»

A un certo punto le nocche degli uomini cominciano a colpire il tavolo come un tamburo, il tintinnio delle posate che sobbalzano lì accanto pare l’accompagnamento musicale di una nenia di tribù antiche.
Dicono: «Beluga, beluga, beluga».
Gli occhi sono fissi su una ragazza dai lunghi capelli rossi che è appena arrivata. Si aggira scuotendosi la brina dal cappotto e agitando la sua massa vermiglia. Si chiama Beluga?
«Beluga, beluga.»
Effettivamente lei si gira, saluta: «Assumerube».

Bisognerà pagare, quant’è, com’è?
Fuori la notte li attende in un silenzio smorto, striminzito. Come i loro passi quando scalpicciano intorno alla cassa. Un groppo alla gola che viene presto mandato giù insieme all’ultimo sorso di amaro. Non importa, non importa. Hanno quasi trent’anni. Lavorano e guadagnano, questo è il prezzo da pagare, questo è il pedaggio, di cui si può anche godere. Di cui si gode. Si gode.

I pensieri sbattono come falene smarrite contro il vetro di una finestra. Evitano malamente, goffamente la tristezza. 

bio benedetta barone

Benedetta Barone ha 27 anni e vive a Milano. Ha studiato scrittura creativa allo IULM con Antonio Scurati e alla scuola Holden. Adesso scrive per varie testate giornalistiche, tra cui Linkiesta, Equilibri, Repubblica Green&Blue. Si occupa di nuove generazioni. Vorrebbe fare un sacco di cose, tra cui pubblicare il suo primo libro.

Alcamisi racconto

arance rosse

Un racconto di Andrea Salvatore Alcamisi
Numero di battute: 2473

Babacar e Martin tornavano dal podere, uno dietro l’altro: un paio di scarponi intorno al collo, una tuta imbrattata di sudore e sputi. Babacar aveva detto a Martin: «È ora di smontare. Lascia ogni altra faccenda e seguimi».

La contrada si avviluppava nelle morbide fasce dell’agro, cinto qua e là da lacerti di muri a secco. Gli aranci e il sangue dei cafoni avevano innervato l’impasto spumoso di cenere e terra dove la distesa profumata di zagara accarezzava le spalle curve dei due fratelli. Il Mediterraneo, tra la sete, l’acre carburante e i compagni, quando tracimavano dai bordi ruvidi del mattatoio. Così rimuginava Babacar, mentre percorreva il ciglio impolverato.

Nei pressi della vecchia provinciale Babacar disse: «Lascia tutto e vieni». Michaela tossì e scese dall’automobile che già pregustava di inghiottire quel pasto. Si tolse i sandali, li intrecciò tra le scapole. Ora, a piedi nudi, Michaela oscillava a passo di danza, là nella violenta solitudine sulla battigia di sterro.

«Babacar disse: Lascia tutto
e vieni.»

Babacar, Martin, Michaela tornavano dall’agro, uno dietro l’altro. Nel paese le casupole ingiallite si ribellavano al tempo che scolorava gli inganni e Babacar, Martin, Michaela avanzavano sulla grigia rotta. Antonio stava seduto sul marciapiede. Alle sue spalle il circolo, ma solo nebbia, astratti pensieri e nessuna bandiera. Antonio sollevò il capo incastellato fino a quel momento nel dubbio, nella chioma arruffata, nella rigidità dei gomiti e disse: «È l’ora?». Babacar rispose: «Vieni e seguimi».

Alla fermata dell’autobus Immacolata aveva appena slacciato una cintola della salopette. Madre e operaia, pane e rose rimbalzavano nel freddo dell’attesa, mentre la piccola creatura, che dondolava al petto, cercava la mammella. Allora, Babacar con gli scarponi intorno al collo disse alla madonna, unta di grasso: «Canta la nostra ninnananna».

Babacar, Martin, Michaela a passo di danza, Antonio con una scarpa sì e una no e Immacolata con la creatura al petto entrarono nel villaggio dei disperati, uno dietro l’altro. Una cassa di legno sostava fra la poltiglia di fango e spazzatura. Babacar, Martin, Antonio, Michaela si incoronarono della bara di legno e dietro Immacolata e l’umanità dolente. Babacar, tra due ali di folla, andava gridando: «Per un pugno di arance rosse». Le lamiere delle baracche fischiavano al soffio della tramontana, i barili a stento illuminavano la corte e la processione in fondo allo stradone dove fu presto notte nel silenzio della zagara.

 

racconto Andrea Salvatore Alcamisi

Andrea Salvatore Alcamisi è nato in Sicilia nel 1991. Nel tempo libero si occupa di politiche pubbliche per l’avanzamento dei diritti civili e sociali nel Meridione. Da poco gestisce un blog collettivo che racconta ogni forma di resistenza alle discriminazioni, alle povertà, allo sfruttamento, alla mafia. Ha scritto racconti per le riviste Offline e Tre Racconti. Insegna greco nella scuola pubblica.

racconto modena francesca

memento mori

Un racconto di Francesca Modena
Numero di battute: 2494

Ferma in tangenziale, alzo il volume della radio per non sentire il rumore dei clacson. Provo a vedere dove finisce la fila e il mio sguardo si perde nella colonna. Mi chiedo come potrei usare il tempo che passo in macchina ogni giorno, poco più di un’ora tra andata e ritorno. Ascoltare un podcast, pianificare la settimana, chiamare un’amica che non sento mai. Trovo un parcheggio di fronte all’ufficio, qualcuno oggi lavora da casa.

Controllo il telefono, c’è un messaggio di Luca: “Ne ha parlato ancora, stamattina a colazione”.
Vedo che è online, rispondo subito: “Cos’ha detto?”.
“Ha detto che i nonni muoiono nel loro letto durante la notte perché prendono paura.”
“Dobbiamo parlarne con qualcuno?”

Mio figlio maggiore – Pietro, quattro anni – è in fissa con la morte. Questa cosa è emersa durante i lockdown o forse c’era già prima e non passavamo abbastanza tempo insieme per accorgercene. Ma quando tutti siamo tornati alla normalità, lei, la morte, è rimasta con noi.

«Mio figlio maggiore
– Pietro, quattro anni –
è in fissa con la morte.»

Della morte Pietro ha colto il rapporto di causa effetto e ce lo ricorda costantemente: invecchi e muori, cadi dalla bici e muori, ti ammali e muori. Quello che gli sfugge è l’irreversibilità della condizione: per lui è uno stato temporaneo, dal quale si può tornare. L’altro giorno mi ha detto che non voleva che sua cugina morisse perché sarebbe rimasta morta tutto il giorno e non avrebbero potuto giocare. Gli ho risposto di stare tranquillo, che non sarebbe successo. Non che sembri soffrirne, pare del tutto sereno. Quelli a disagio siamo noi, immersi in una perenne consapevolezza della fine.

Approfitto della pausa caffè per mandare un messaggio a Luca: “Stai tranquillo, mi sembra che Pietro stia bene”.
“Sarà…” risponde lui. “Ne parliamo stasera, non fare tardi.”

Alle 17 salgo in macchina e mi affretto a occupare il mio posto nell’ingorgo. Ferma a un semaforo, aggiorno Facebook. Un mio collega scrive che “Nella vita, quando meno te l’aspetti, non succede un cazzo”. Metto una faccina che ride e riparto.

Quando arrivo a casa mio marito e i bimbi stanno guardando il Re Leone, tra poco Mufasa morirà precipitando da una roccia e domani tornerà sulla rupe dei re ad annunciare la nascita di suo figlio. Ivana Spagna canta la canzone del cerchio della vita, che mio figlio Pietro ha preso alla lettera. Anche stasera stiamo in casa. Luca dice che da quando abbiamo i bimbi non usciamo mai. Io dico che tanto piove, dove vuoi andare. Pietro dice che se esci con il temporale e ti colpisce un fulmine, kaputt.

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Francesca Modena è nata a Modena, dove vive e lavora come copywriter e autrice per la comunicazione. È responsabile organizzazione di DIG - Festival internazionale di giornalismo investigativo. Suoi racconti sono apparsi su Finzioni Magazine, Pastrengo, inutile, Abbiamo le prove.

consonni andrea racconto

debiti

Un racconto di Andrea Consonni
Numero di battute: 2367

Li hai visti ridotti a carta igienica da zia Luigina per pulirsi il culo coi Buoni del Tesoro. Ci stiamo pensando tutti da settant’anni. Come sarebbero cambiate le cose se te ne fossi accorto? Sarebbe ancora aperto l’albergo? Ti hanno accusato di saperlo, di sapere un sacco di cose ma di aver celato la verità Come quella volta che ti hanno accusato di malversazioni nella ditta dov’eri impiegato alla contabilità. Facevi la cresta? Ti eri intascato soldi insieme a un complice?

La gente fa così: quando ti accusano di qualcosa rimani colpevole anche da morto. Due volte nella tua vita. Una volta ti accusano di aver rubato soldi alla tua famiglia e l’altra di averlo fatto nella ditta dove lavori prima di tornare in albergo. Non ho mai avuto il coraggio di chiederti come hai fatto a sopportarlo. Essere prosciolto in tribunale ti aveva fatto lasciare le Merit e portato alle Marlboro.

«Quando ti accusano di qualcosa rimani colpevole anche
da morto.»

Dalla guerra eri tornato con l’ameba intestinale, le medaglie e il silenzio. Eri il proprietario dell’albergo. Il partigiano. Il signor Cesarino. Il borghese. Ma è come se tu avessi sempre le tasche della giacca piene di rovine. Tua moglie perse un figlio. Ne fece altri tre. E la gente bisbigliava.

Mi ricordo quando mi parlasti delle prime indagini su Tangentopoli. Il tuo sguardo mesto. Un’accusa non è una condanna, mi sussurrasti mentre sfogliavi «il Giorno». Ero un ragazzino in attesa di un ossobuco che nonna stava preparando e volevo dirti che mi sentivo fuori posto pure io ma avevo solo tredici anni e ti eri accorto che avevo addosso la tua stessa insofferenza e quell’indolenza tipica degli sconfitti o di quelli che si sentono arresi dentro ancor prima di esser nati.

Avrei voluto dirti che il mondo che mi avevate regalato era un grande imbroglio. Un debito che mi avrebbe condizionato tutta l’esistenza. Ma poi ti sei messo a sorridere quando hai acceso la sigaretta e nonna si è seduta a tavola e ci siamo guardati liberamente, ci siamo presi per mano e tu hai voluto ringraziare i tuoi morti.

Mi hai versato un bicchiere di vino e mi hai parlato di Durazzo e Londra e quando il telefono è squillato il tuo sguardo si è rabbuiato ma l’hai lasciato spegnersi senza rispondere. Se bevi troppo, non puoi prendere la statina, ho sentito sussurrare dalla mia compagna. Mi sono alzato e ho controllato la cottura delle lumache. In questa casa cucino solo per i morti.

Consonni Andrea bio

Andrea Consonni (1979) lavora come addetto alle pulizie e preparazione popcorn in un cinema multisala di Lugano.

racconto Samantha Mammarella

tutta l’ aria del mondo

Un racconto di Samantha Mammarella
Numero di battute: 2475

Betta stanotte gira scalza, piccole scie appiccicose le colano in mezzo alle gambe sottili. Tiene in braccio una pentola senza manici, la stringe a sé come fosse preziosa. Ogni tanto scosta il coperchio, infila dentro il naso e ci alita dentro. Non vuole darla via quella pentola, è sua e di nessun altro.

La donna si muove verso la parte alta della città, senza sentire il peso della stanchezza. Fuori è buio, la ghiaia le ferisce i piedi nudi ma lei non ci fa caso. Pare quasi un fantasma con il vestito leggero, la sensazione di miele tra le dita e il sudore che le scola tiepido sulla fronte. Sta andando al Parco del Telegrafo, la sua compagna di stanza le ha detto che da lassù potrà respirare tutta l’aria del mondo, vedere Pescara come non l’ha mai vista.

Di Elia l’è rimasta solo quella pentola da custodire. Gliel’ha regalata lui prima che li dividessero per sempre. Una storiaccia, l’hanno definita all’istituto psichiatrico. Lui cuoco, lei matta.

«Lui cuoco,
lei matta.»

E Betta da quel giorno è scappata, porta a spasso la sua disgrazia, gira di notte col salato delle lacrime sulle guance. Qualcuno ha chiamato la polizia per riportarla indietro, nel letto numero 418, ma fino a quando non la trovano lei va, un piede davanti all’altro. Di quel posto fatto di camici e corridoi lei ama solo le mele cotte, le ricordano quelle che sua madre le preparava da bambina e che all’istituto Elia le nascondeva nella pentola per tenerle in caldo il più possibile.

Betta ogni tanto scosta il coperchio per soffiarci dentro, mentre l’umido della città le entra sotto la pelle. La pentola ormai è gelata quando affronta l’ultima salita coi polpacci che le pulsano.

Il Parco del Telegrafo appare ai suoi occhi come un posto bellissimo, un luogo da guardare senza la cornice della sua finestra. Si mette sotto un albero, raccoglie le ginocchia al petto e appoggia la pentola accanto a sé. Chiude gli occhi, si immagina di essere nell’unico posto in cui vorrebbe stare. Allunga la mano nel vuoto. Elia non c’è ma lei lo sente vicino lo stesso.

Poi riapre gli occhi, butta via il coperchio. Dentro la pentola c’è un corpicino freddo e immobile, portatore inconsapevole di un amore impossibile. È venuto al mondo con i lineamenti del padre e gli occhietti chiusi, sigillati come una cassaforte di cui nemmeno sua madre conosce la combinazione.

Betta lo prende in braccio, gli bacia i pochi capelli, sembrano grumi di sabbia bagnata. Poi lo solleva al cielo. «Respira, amore. Prenditi tutta l’aria del mondo.»

Samantha Mammarella bio

Samantha Mammarella (1979) è cresciuta a Pescara, dove vive tuttora. Ha sempre ascoltato e letto storie, finché a un certo punto le è venuto in mente che avrebbe potuto scriverle. Hanno dato fiducia alle sue parole Crack, Narrandom e Rivista Blam. Nel 2020 ha vinto la sezione Racconti del Premio Calvino.

Simone Voci racconto

lo spartito automatico

Un racconto di Simone Voci
Numero di battute: 2484

Aveva creato moltissima delusione, oltre che scandalo, la notizia della grande truffa escogitata da quello che, per tutti gli anni Ottanta e anche in seguito, era stato considerato il più importante compositore d’Europa: Marcello Gabotti, torinese, morto in circostanze misteriose nell’ottobre del 1997, anno in cui si scoprì che – in realtà – non aveva mai scritto nulla di suo pugno. L’archiviazione del caso aveva permesso di rendere disponibile, per ricercatori ed esperti, il grosso e squadrato calcolatore da lui utilizzato per dar vita alle geniali composizioni spacciate per sue.

E io, allora dottorando in Computer Science all’università di Torino, ebbi l’opportunità di avere fra le mani quell’apparecchio, nell’aprile del 2015, entro le mura dei laboratori del dipartimento d’Informatica. Si presentava come una sorta di computer rettangolare, di metallo, grosso circa come una poltrona.

«Come funzionasse era ancora un rebus tutto da risolvere.»

Non era mai stato aperto: un altro dei misteri legati a quelle indagini svolte – opinione comune nel settore – coi piedi. Al grande elaboratore era collegata una sorta di asticella orizzontale che terminava con una puntina, verticale, in grafite. Bastava pigiare un tasto e l’asta iniziava a muoversi, a scrivere note e accordi. Come funzionasse era ancora un rebus tutto da risolvere.

E fu per tale motivo che m’accinsi a svitare i chiodini che tenevano assieme le pareti metalliche di quello strano congegno. Poi, quando – con grande fatica, dato che una sostanza viscida lo manteneva incollato – riuscii a levare un pannello laterale, dovetti soffocare un urlo. Tra un intrico di ingranaggi e cavi colorati, si stagliava una piccola creatura di forma umanoide, in posizione fetale, tremante e le cui carni si fondevano con i circuiti. Era bianca, pallida, ossuta e piena di rughe, con lunghe braccia e gambe completate da zampe artigliate. Interamente priva di peli, presentava una pelle viscida e coperta di quel materiale vischioso che mi aveva dato problemi poco prima.

Girò la testa verso di me e lanciò un fischio, come quello di un pipistrello; il viso era assurdo, una specie di chimera: un becco d’anitra, nero e pieno di piccoli denti aguzzi, sormontato da due occhi color ghiaccio, tondi e fuori dalle orbite, le quali si presentavano scavate e violacee. Le orecchie parevano quelle di una capra.

Giusto il tempo di studiare, con lo sguardo, quanto avevo scoperto e l’asticella prese a muoversi, a tracciare sul foglio, non una serie di note, ma una sola parola: “Aiuto!”.

voci simone bio

Simone Voci è nato nel 1996 a Torino, dove vive e studia Filosofia a livello universitario. È appassionato di tutto ciò che sfiori il genere “fantastico” e il genere “weird”, nelle loro varie ramificazioni.