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tosi luca racconto

l’antica terra della libertà

Un racconto di Luca Tosi
Numero di battute: 2358

Sono tempi che alle persone gli è scivolata la testa dal collo. Scuole dell’obbligo, università: siamo pieni di istruiti. Tutta gente che ha tenuto una corona d’alloro sulla capoccia. Ma trovare uno che pensa con la sua testa è raro. Mi chiedo: i pensieri che faccio sono miei o no? Ognuno ha le sue magagne, ovvio. Però c’è una questione che sta sopra tutto. Ho l’impressione che ultimamente non ci pensi nessuno. La libertà, dico. Che ti vien da pensare, urca! Paroloni.

A me vengono in mente i giaguari che galoppano sulla terra arida. Ma uomini liberi non riesco a immaginarli. Ho dovuto far sacrifici, io. Braccine corte per anni; ristorante una volta a settimana e zero vacanze. Scoccia, ad agosto, quando gli altri vanno a Ibiza e tu inchiodato a casa. Però adesso, se qualcuno mi chiedesse, cos’è per te la libertà? Una risposta ce l’avrei. Scendere in garage, dalla mia Cagiva. Le accarezzo la sella, do un colpo di spugna al telaio, così brilla. La metto in moto, solo un paio di minuti. Mi scalda il sangue.

Sgobbo tutta la settimana, ma la domenica arriva sempre. La tiro fuori, di mattina, e parto. Vado a San Marino, là le strade sono disegnate bene e alla dogana c’è quel cartello enorme: “Benvenuti nell’antica terra della libertà”. Ogni volta mi si rizza il pelo.

«Ogni volta
mi si rizza il pelo.»

Con l’asfalto che si srotola sotto e l’aria che mi pulisce, sto benissimo. Domenica, appena arrivato a San Marino, ho parcheggiato vicino a un parco e mi son messo a petto nudo. C’ero solo io. Occhi chiusi in fronte al sole, la luce mi trapassava; un giallore entrava a dipingermi il cervello. Ho pensato: ha fatto il suo tempo, Berlusconi, ma chissà come mai i suoi partiti li aveva chiamati Casa delle Libertà e Popolo della Libertà. Poi ho riaperto gli occhi, e sulla mia mano c’era una coccinella. Una meraviglia, così piccola. Come si fosse agitata per un qualche motivo, ha sbattuto le ali ed è volata via. Mi sono rimesso il casco, e accesa la Cagiva stavo per ripartire.

Di botto mi è salita l’ansia: la domenica già sul finire, un’altra settimana che comincia, dover lavorare, e bagarre di noie che mi trascino dietro. Sono pensieri che mi chiudono sotto assedio. Ho avuto paura di soffocare dentro il casco. Subito me lo son tolto, e nel buttarlo a terra, la visiera che si spaccava, ho capito una cosa: come si starebbe bene, senza testa. Quella sì, sarebbe libertà.

tosi luca io

Luca Tosi è nato a Cesena nel 1990. Vive a Bologna e lavora come ghostwriter. Suoi racconti sono apparsi su Futura (Corriere della Sera), Il primo amore, Nazione indiana, Crapula, Verde, Tuffi, Lahar magazine, inutile, Zest letteratura sostenibile e altri.

manzoni elisabetta racconto

persone infelici

Un racconto di Elisabetta Manzoni
Numero di battute: 1633

Achille è morto. Achille non è mai esistito. Achille ci manca, ci è sempre mancato. Achille è in te, e per questo vattene. Achille è questo e quello. Achille è tanto ridotto a poco. Achille è ciò che Patroclo voleva, ciò che Patroclo ha avuto, ciò che Patroclo ha lasciato. Achille l'ha perso. Noi abbiamo perso Achille. Tutti perdono qualcosa.

Achille se ne va.

Achille ritorna. È il pericolo di partire, tornare. Noi guardiamo indietro; lì c’è Achille. Lui guarda avanti, quanta strada ancora. Achille ci prova, Achille si arrende. Se ne va. Achille ritorna.

«Achille se ne va.»

Ritorna anche tu. Ritorna se puoi. Achille non c’è. Patroclo attende. Briseide spera.

Achille soffre. Patroclo sa che torna. Briseide non lo conosce abbastanza.

Esci, Achille. Fatti vedere. Il più delle volte chi è forte lascia vivere gli altri.

Patroclo parte. Achille ritorna. Briseide piange. Piange chi soffre. Piange chi ama, chi vuole. Tu non piangere, piange lei per te. Tutte le lacrime del mondo in una delle sue.

Patroclo non c’è. Achille attende. Briseide è forte.

Patroclo soffre. Achille ha paura. Briseide non ne è sicura.

Achille, Achille. Scendi da quel ponte. Achille, posa quella spada. Achille, Achille. Sii forte. Ti insegna Briseide. Achille, non amare così tanto. Achille, lascia andare quel veleno.

Patroclo torna. Achille guarda indietro. Achille, guarda. Achille, indietro. Achille è felice. Achille ora è.

E Patroclo lo guarda. Guarda il mare. Guarda il vino. Guarda il mare colore del vino. Achille stai qui. Achille scendi, Achille vieni, Achille resta.

Briseide non se ne va. Briseide ha sofferto. Briseide resta.

È la storia delle persone infelici.

manzoni elisabetta bio

Elisabetta Manzoni (2005) nasce a Torino. Dopo aver frequentato un corso di scrittura narrativa alla Scuola Holden, pubblica un suo testo nel libro L’adolescenza è uno stato digitale (Scuola Holden 2019, a cura di Domitilla Pirro e Francesco Gallo). Pubblicherà un suo racconto nel progetto “Lo Zibaldone del tempo sospeso” e un altro nel secondo volume di L’adolescenza è uno stato digitale.

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qualcosa di brutto

Un racconto di Gianmarco Perale
Numero di battute: 2423

Ho rincorso Matteo e gli ho toccato la spalla. Era il mio migliore amico. Grasso, con gli occhiali e pieno di brufoli. Si è girato. Avevo il fiatone.
«Respira. Che succede?» ha detto.
«Ti dico una cosa. Non la devi dire a nessuno. Okay?»
«Sì.»
Ero tutto sudato. I corridoi del Liceo Ungaretti erano vuoti. Mi sono appoggiato al muro e ho ripreso fiato. Matteo è venuto più vicino e ha detto: «Stai bene?».

«È un segreto. Capito?»
«Ho lezione, adesso. Con la Farinato. Parliamo dopo?»
«No. È successa una cosa.»
«Cioè?»
«Ero in bagno con Lucrezia, prima. Mi hai visto?»
«Al bar. Perché?»
«Poi siamo andati in bagno.»
«Vi siete baciati?»

Mi sono guardato intorno.
«Sì. E non solo.»
Matteo ha sorriso e gli ho afferrato il braccio.
«Non ridere. È grave. Mi ascolti?»
Non capiva.
«L’ho toccata. Capisci?»
«Okay. E che problema c’è?»

«Ti dico una cosa.
Non la devi dire a nessuno. Okay?»

Silenzio.
«Le ho messo le mani lì.»
«Dentro o fuori?»
«Dentro.»
Silenzio ancora. Anche Matteo si è guardato attorno.
«Okay. E non le è piaciuto?» ha detto.
Ci siamo scrutati per qualche secondo.
«Non lo so. Non voleva, credo.»
«In che senso?»
Non ho risposto e ho messo le mani sulla faccia.
«Voleva o non voleva?» ha detto.
«All’inizio, sì. Poi no.»

Sono passate due ragazze della quinta C, e le abbiamo salutate.
«Spiegami. Ti ha detto di sì, o di no?»
«Prima sì, e poi no.»
«Cioè?»
«Prima l’ho toccata, da fuori.»
«Okay. E voleva?»
«Sì. Credo di sì.»
«Sicuro?»
«Sì.»
«E poi?»
«E poi sono entrato.»

In corridoio faceva freddo.
«Okay. E ti ha fermato?» ha detto.
«No. Cioè, sì. A parole, però.»
«E tu hai continuato?»
Avevo il magone. Mi veniva da vomitare.
«Sì. Diceva di no, ma non si toglieva. Capisci?»

Matteo si è grattato la guancia e ha fatto sì con la testa.
«Poi si è messa a piangere, ed è uscita dal bagno. Ho sbagliato?» ho detto.
Silenzio.
«Non lo so. Ha esagerato lei, magari. No?» ha detto.
«Non lo so. Dici?»
«Può essere. Ti ha detto altro?»
«No.»

Ci ha pensato un attimo.
«Ha detto che lo diceva a qualcuno?»
«No.»
«E vi ha visti qualcuno?»
«Solo al bar.»
«Sicuro?»
«Sì.»
Mi ha messo il braccio attorno al collo e ha detto: «Fai finta di niente. Okay?».
«Le chiedo scusa?»
«No. Zero. Fai finta di niente.»

A un tratto la bidella si è avvicinata, magra e naso a befana. Ha detto: «Perché non siete in classe?».
Matteo mi ha guardato, e poi ha guardato lei.
«Lui sta male. Forse ha la febbre. Vorrebbe andare a casa.»
La bidella mi ha fissato per qualche secondo.
«Stai male?» ha detto.
Ho incrociato lo sguardo di Matteo.
«Sì. Voglio andare a casa.»

Perale Gianmarco Bio

Gianmarco Perale ha trentadue anni, viene dalla provincia di Venezia e vive a Milano, dove ha frequentato la scuola Belleville. Il suo romanzo d’esordio è Le cose di Benni, in uscita per Rizzoli il 19 gennaio 2021.

Marinelli Elena Racconto

il primo giorno d’estate

Un racconto di Elena Marinelli
Numero di battute: 2414

«Ma ce lo facciamo un bagno?» le domandavo quando ero certa che fosse a buon punto.
«Non oggi» mi rispondeva, come se fossimo ancora nel tempo esausto. 

L’indomani sarebbe stata una nuova stagione, ma il primo giorno d’estate cominciava con noi due da sole che guardavamo in faccia l’est a pieni occhi, ma, mentre lei li chiudeva distesa e con il sorriso, io mi coprivo con il palmo.

«L’indomani
sarebbe stata
una nuova stagione.»

Mia mamma non aveva paura del sole; le bastava assaggiare l’aria salmastra delle sette, per far finta che quel giorno preparatorio fosse un giusto prezzo da pagare. Di colpo, quando li riapriva, passava al giro di ricognizione: faceva i conti con la salsedine di un anno, controllava lo stato dei mobili e dei materassi e dopo o si rilassava o si accigliava di più, mentre trascinava in casa tre bacinelle di prodotti per pulire ogni sorta di superficie, e sulla spalla lo zaino per me.

Dal terrazzino, annotavo i movimenti ogni anno uguali, ascoltando il silenzio arrivare dall’orizzonte che poi diventava rumore delle onde e infine ritmava il pomeriggio con più forza, infrangendosi nella sera. Dal terrazzino, sapevo che a un certo movimento corrispondeva una porzione di casa bonificata, in cui potevo sostare se avevo voglia, su cui potevo stendermi se avevo bisogno.

La osservavo dal tavolo tondo con le scanalature, mentre facevo i compiti delle vacanze e lei grattava, ingaggiando la lotta ripetitiva contro le necessità del mare: la salsedine, l’acqua, il sole, tutto ciò che faceva di quella casa il posto eletto delle vacanze estive era per mia madre il nemico da eliminare: combatteva con l’idea del mare ogni primo giorno d’estate.

Osservando il sudore e la fatica, i compiti mi parevano di colpo facili, veloci, passavo da matematica agli esercizi di lettura e anche se il punto era che dovessero durare fino a settembre, la maestra si raccomandava, io sposavo l’idea di finire il prima possibile: lei con le faccende, io con la scuola.

Non ci meritavamo di passare l’estate sotto i doveri; dovevano finire al massimo in un giorno, il primo, era la nostra impresa prediletta, per potercene poi dimenticare e goderci il resto: il sole, i bagni, gli amici, le sbucciature curate con la tintura di iodio. Mi fomentava per finire tutto entro metà giugno, e il primo giorno d’estate era sempre l’ultimo dell’inverno, del freddo e della neve. Della vita chiusa, il purgatorio che raggiungeva l’apice il primo giorno d’estate.

marinelli elena

Elena Marinelli è nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ma da diversi anni vive a Milano. Legge i libri degli altri per ilLibraio.it e scrive di tennis femminile su L’Ultimo Uomo. Ha scritto Il terzo incomodo (Baldini+Castoldi, 2015) e Steffi Graf. Passione e perfezione (66thand2nd, 2020). (La sua versione in bianco e nero è opera di Eleonora Festari.)

ruffini matteo racconto

il pappagallino

Un racconto di Matteo Ruffini
Numero di battute: 2456

Teresa mi guardò, immersa nel silenzio del salone di casa sua. Sedeva non troppo lontano da me e, senza mai alzare il capo, beveva piccoli sorsi di caffè, facendo attenzione a non ustionarsi la lingua. Non poteva dirsi anziana; credo che avesse poco più di sessant’anni. Eppure, quell’appartamento era intriso dell’odore delle case dei vecchi, del brodo di carne che tutti i giorni sobbolliva sul fornello della cucina.      
«Roberta arriverà a momenti» disse, guardando l’orologio.

Io le sorrisi con un filo di imbarazzo, senza trovare parole che potessero riempire il silenzio. Poi, per ingannare l’attesa, mescolai rumorosamente il caffè, facendo schioccare il cucchiaio contro la porcellana. L’orologio segnava le nove.

«Lo avete venduto?»
Teresa mi guardò senza capire.
«Il pappagallino» precisai, indicando la gabbia per uccelli che giaceva sul pavimento ricoperta da un lenzuolo pesante.
«No, non l’abbiamo venduto» rispose. Poi, dopo aver abbassato lo sguardo, riprese: «È ancora lì dentro, ma non canta più».

«E non soffre,
sotto il lenzuolo?»

«Al buio?»
Teresa annuì.
«E non soffre, sotto il lenzuolo?»
«Abbiamo sofferto tutti, è giusto che soffra anche lui un poco» disse, guardando di sbieco la gabbia. Poi, si levò in piedi e si versò una seconda tazza di caffè. «Ne vuoi ancora? Roberta dovrebbe arrivare a momenti.»

Comprare quel pappagallo era stata un’idea di Mario, suo marito, il padre di Roberta. L’aveva portato a casa un giorno d’estate, meno di un anno prima. Poi, una settimana dopo, si era schiantato con l’automobile in autostrada; era morto sul colpo.

«Ora non vola nemmeno più. Si è strappato tutte le penne delle ali» riprese Teresa.
«Forse perché sta al buio.»
«Può darsi. Hai detto che non vuoi un altro caffè? Roberta dovrebbe arrivare a momenti.»

Aspettammo ancora qualche minuto; di quando in quando, i sospiri di Teresa interrompevano il silenzio. Poi, senza cercare di intavolare alcun discorso, riprendeva a sorbire il caffè.

«Potreste pensare di venderlo.»
«Il pappagallino?»
«O di liberarlo.»
«Morirebbe presto. È un ricordo, ci sono affezionata.» Poi, ancora silenzio. «Ora ha perso pure le penne delle ali, non vola più.»
«Forse perché sta al buio.»
«Può darsi. Ecco, arriva Roberta.»

E con il capo indicò finalmente la figlia, pronta per uscire. Io, come sempre, mi congedai con sollievo. Uscendo di casa, presi la mano di Roberta e passammo accanto alla gabbia. Avrebbero fatto meglio a venderlo, pensai; o a liberarlo; sarebbe morto presto comunque, in un caso o nell’altro.

ruffini matteo

Matteo Ruffini è nato a Milano, ha trentadue anni e vive a Berlino. Laureato in Matematica, lavora come ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale.
Questo è il suo primo racconto.

marunti barbara racconto

soul club shibuya

Un racconto di Barbara Marunti
Numero di battute: 2441

Il vecchio Kobayashi ha messo su Donny Hathaway.
Due americani fanno caciara e Kobayashi li caccia in malo modo. Suo il locale, sue le regole.
La prima regola è: non si fa caciara quando sul giradischi c’è Donny Hathaway.

«Non avrei mai immaginato di poterti rivedere a Shibuya.»
«A dire la verità, è la terza volta che torno. Ho pensato di chiamarti, ma devo aver perso il tuo numero qualche telefono fa.»
«Se fossi vanitoso ti chiederei se sei tornata al Soul Club per me.»

Il Soul Club Shibuya funziona così da quarant’anni: sali le scale, suoni il campanello, metti cinquecento yen sul bancone e Kobayashi ti versa in fretta un po’ di Jameson per ritornare al suo giradischi, mugolando a occhi chiusi i suoi blues storpi.

«Se fossi vanitoso ti chiederei se sei tornata al Soul Club per me.»

«Io sono venuto qui tutte le sere, come allora. E il vecchio continua a essere stronzo come allora.»
«La gente viene apposta per farsi trattare male da Kobayashi. Anch’io sono tornata per nostalgia dei suoi rimbrotti.»
«Ti ricordi quando venivamo qui di nascosto dopo la scuola e il vecchio non ci voleva dare da bere?»

I ventimila vinili di Kobayashi, nelle loro foderine di plastica, luccicano in ordine alfabetico da ogni angolo del bar, belli della bellezza greve degli oggetti.
Kobayashi ancora accumula dischi, incurante dell’età, come se gli fosse rimasto tempo per ascoltarli.

«A volte mi chiedo se Kobayashi sappia a chi lasciare tutto quando creperà. Se non ha già fatto testamento, mi propongo io come suo erede.»
«Così ti ritroveresti tu col problema di decidere a chi lasciare tutto, quando avrai l’età di Kobayashi.»
«Dai per scontato che non avrò un erede a cui lasciare le mie cose. D’altronde, è finita proprio per questo, no?»
«Scusami.»
«Non ti scusare. Un musicista non è un buon partito.»
«Era bello suonare insieme. Purtroppo il mondo funziona diversamente. Se suonerai a Ōsaka, comunque, verrò a vederti.»
«Non sono ancora così bravo perché mi chiamino fin da Ōsaka. Ma vorrei tanto suonare di nuovo per te. Come allora.»

Kobayashi sguscia un altro disco. Gli terrà compagnia per le prossime due ore.

«Questi dischi alle pareti mi angosciano. Pensavo che rivedere i vecchi dischi di quando eravamo ragazzi mi avrebbe messo allegria, come allora. Invece sono solo vecchi dischi, e domani saranno spazzatura da robivecchi. Dopo una certa età gli oggetti sono zavorre. Sanno solo rimproverarci le strade che non abbiamo preso.»
«Già così malinconica senza aver ancora bevuto?»
«Non posso bere. Sono al terzo mese.»

marunti barbara bio

Barbara Marunti (1989) vive e lavora nel senese. Laureata in Chimica e Tecnologia farmaceutiche, nelle pause dal lavoro studia Mediazione linguistica (cinese, giapponese) all’università per stranieri di Siena e Canto lirico al conservatorio di Firenze. Suoi racconti sono stati pubblicati su inutile, L’Ircocervo, Bomarscé, Rivista Blam e Narrandom.

alessandro mascia racconto

agonia ha preso il volo

Un racconto di Alessandro Mascia
Numero di battute: 2455

Per anni avevo frequentato da solo il divano davanti al televisore. D’inverno con una coperta sulle gambe, il gatto sopra. D’estate senza coperta, il gatto sopra. Quando è arrivato il piccolo Michele le abitudini di famiglia si sono rimescolate. Dormiva poco la notte, di giorno giocava continuamente con una pallina. Ma il tempo per spegnermi davanti al televisore lo trovavo quasi tutte le sere.

Michele aveva trovato posto sul divano accanto a me, guardava partite di calcio, una di seguito all’altra. Frequentava tutti i giorni un gruppo di giovani calciatori scalmanati in un campo vicino casa. Si era iscritto a una squadretta locale, tornava rosso in viso.

Un giorno mi dissero che aveva talento. Lo avevano soprannominato Agonia per una partita in cui aveva fatto così tanti tiri in porta da mandare il portiere nel pallone.

«Un giorno mi dissero che aveva talento.»

Sopra il televisore c’era un pensile che conteneva una serie di libri colorati. La prima coppa l’aveva sistemata davanti a quei libri, la seconda pure. Dopo qualche anno, sopra il televisore c’era un pensile e una serie di coppe.

Le domeniche filavano via senza di lui, non raccontava niente delle sue imprese, ne parlavano gli altri. Io e mia moglie non sapevamo se andarne fieri o far finta di nulla come sempre. Forse la sua forza era legata proprio alla nostra distanza dal mondo del calcio. Il giorno che aveva portato una proposta di contratto volevamo opporci. Ma siccome non eravamo stati noi i responsabili dei suoi esordi, non volevamo esserlo nemmeno di una sua interruzione.

L’aereo partiva all’alba. L’incertezza gravava sopra i nostri volti assonnati. Il ragazzo aveva chiuso tutta la sua vita in un borsone. Agonia ha preso il volo per dare calci a un pallone lontano da casa.

Incontravamo i genitori dei suoi ex compagni di squadra. Ci dicevano grandi cose. Dovevamo essere felici. Che invidia, un figlio scelto, farà carriera. Eravamo rimasti in agonia - sembra il destino di un soprannome - a cercare di infilare di nuovo il filo dentro la cruna dell’ago per ricucire gli strappi esistenziali.

Agonia era stato intervistato da un giornalista sportivo. L’avevamo visto per caso guardando il telegiornale. Aveva una maglia rossa e una barbetta accennata. Com’era diventato grande. Dovevamo andarne fieri. Invece ci sentivamo soli senza la sua agitata compagnia.

Avevo ricominciato a spegnermi davanti al televisore. D’inverno con una coperta sulle gambe, il gatto sopra. D’estate senza coperta, il gatto sopra.

mascia alessandro bio

Alessandro Mascia nasce a Cagliari nel 1976. Si è laureato in Chimica, ma non avrebbe mai pensato di legare la sua vita professionale solo all’elemento numero 16: lo zolfo. Ne produce, è il caso di dirlo, in quantità industriali. Tuttavia ha il tempo per leggere tanta narrativa in varie formulazioni. E per scrivere racconti, alcuni dei quali sono stati pubblicati. C’è chi li ha letti su un quotidiano, chi su una rivista, chi su un libro.

pozzi antiniska racconto

l' ascensore

Un racconto di Antiniska Pozzi
Numero di battute: 2498

L’aveva desiderata per mesi, forse anni, forse era già passata di moda, che ne sa un bambino qual è l’esatta dimensione del tempo? Dovevano essere anni, perché aveva sentito dire che, quando un desiderio dura a lungo, la misura corretta sono come minimo gli anni.

L’aveva vista a casa della vicina, ma anche in qualche pubblicità: le colonne lunghe e sottili che tenevano uniti i tre pavimenti di cartonato erano color panna, e la maggior parte dei mobili era disegnata sullo sfondo. Incastonato nel mezzo, appeso a uno spago, il vero oggetto del desiderio. Un ascensore rosa, semiaperto come una cappella per matrimoni di campagna, rigorosamente in plastica, con un cuore che bucava sul nulla il traforo frontale.

La casa di Barbie, coi piani talmente bassi che la bambola sfiorava il soffitto con la coda di cavallo, ma non importava perché il gioco non era stare in casa ma prendere l’ascensore, tirare la cordicella, andare su, scendere giù.

«L’aveva desiderata
per mesi, forse anni.»

Costava parecchi soldi, quella casa, ed era per questo che Luigi aveva dovuto attendere a lungo: i suoi genitori, padre operaio e madre casalinga, avevano aspettato che qualcuno se ne disfacesse, che pagarla a prezzo pieno non era possibile, e per un maschio poi. Ora campeggiava in corridoio, finto semicondominio dentro un condominio vero, entrambi ammaccati sugli angoli a ogni piano, lui rosa, bellissimo, sembrava un tempio.

Luigi prese tutte le Barbie che aveva, ovvero due – una aveva i capelli tagliati in diagonale –, anche quelle di seconda mano, e le mise all’ingresso. Si era immaginato che avrebbero vissuto chissà quali storie, glielo aveva sussurrato, forse promesso, non è così che succede quando sei adulto? Prendi un ascensore e succedono cose. Ma i giorni passavano e la Town House rimaneva immersa nel silenzio coi suoi pochi arredi di plastica.

Le due Barbie salivano e scendevano, tutt’al più si sedevano sullo scomodo divano bianco, e restavano a guardare Luigi con quegli occhi fissi assurdamente sempre felici. Lui ricambiava lo sguardo, interdetto dalla propria incapacità di creare trame. Aveva dei personaggi, aveva un’ambientazione e un orizzonte temporale, aveva un sospetto, ma non aveva una storia.

Era il 1986, passavano i giorni e le sventurate salivano e scendevano al suono sordo della cordicella tirata pianissimo, per far durare il tragitto più a lungo. Forse anche lui non sarebbe andato mai da nessuna parte. L’ascensore comunque era bellissimo. Tutto rosa, con un cuore che bucava sul nulla il traforo frontale.

pozzi antiniska racconto

Antiniska Pozzi (1978) è nata e vive a Milano. Dopo la laurea in Lettere, ha lavorato come traduttrice d’incunaboli, redattrice e giornalista. Ha pubblicato il monologo teatrale L’insalata di pomodori (premio Per voce sola 2008), il romanzo Dove vanno le iguane quando piove (Cabila 2009) e la silloge Amavo (una volta) un comunista (Lietocolle 2018, Premio Beppe Salvia). Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste, tra cui Cadillac, Monolith Volume, Bomarscè. Traduce testi di poeti inediti in Italia, pubblicati su riviste e litblog.

ficagna stefano racconto

due fori

Un racconto di Stefano Ficagna
Numero di battute: 2487

L’avevano ribattezzato l’albero della conta, ed era il simbolo del suo regno. Una vecchia quercia, proprio dietro il muro di cinta del cimitero, con la corteccia fragile e la linfa che fuoriusciva dalle crepe. Attirava le formiche quel liquido denso, e chi stava a braccia conserte a fare il conto alla rovescia contro il tronco finiva per trovarsele dappertutto. Sulle braccia, nei vestiti, persino tra i capelli.

A lui non succedeva mai. Era il più bravo a nascondersi, quindi la fase della ricerca spettava sempre agli altri. Aveva imposto quella regola, e gli altri l’avevano accettata.
Era stato sempre lui a scegliere quell’albero come tana, per via dei due fori che risaltavano appena sopra le loro teste. Suo nonno gliene aveva raccontato la storia, una sera che il vino e la malinconia l’avevano reso loquace.

Lui lo chiamava l’albero del boia.

«Disposero i prigionieri lungo il muro. Erano quelli che non si erano arresi, che avevano combattuto fino all’ultimo. Bisognava dare un segnale forte.»

«Lui lo chiamava l’albero del boia.»

Suo padre non voleva che gli raccontasse quelle storie, e col senno di poi tanta violenza a dieci anni la si può assimilare più che capire.

«Ce n’erano troppi, così uno lo legarono all’albero. Qualcuno piangeva, ma lui se ne stava a testa alta. Sembrava ci sfidasse.» Il nonno fece una pausa, gli occhi umidi.
«Perché piangi?»
Il nonno gli rivolse un sorriso. «Eravamo amici. Prima, quando le cose non erano così complicate.»

Lui non capiva. Elaborò quel pensiero solo col tempo, ma già allora sentiva che nel gioco e in battaglia la storia la fanno i vincitori. Non c’è pietà per gli sconfitti.

Lo dimostrò il giorno dopo, quando un amico lo accusò di barare a nascondino. Prima gli diede una spinta, poi lo tenne a terra mettendogli un piede in testa. Non gli bastarono le scuse, lo liberò solo dopo che le formiche avevano già preso a camminargli sul volto.

Passarono gli anni, il nonno morì, nuove lotte si stagliarono all’orizzonte. Il ragazzino crebbe, affinò le sue abilità, divenne così bravo da nascondersi persino a sé stesso. Si illuse di lottare per un ideale, e non per la sensazione che gli procurava avere una pistola in mano.

All’uomo adulto che si ritrovò di fronte quel tronco coi due fori come monito, una notte in cui le grida e i latrati lo inseguivano, non rimase che sperare d’esser bravo come allora a sparire. O che a dargli la caccia ci fosse almeno un uomo buono come il nonno, capace di spargere lacrime per chi, persa l’innocenza, ha compiuto le scelte sbagliate.

bio ficagna stefano

Stefano Ficagna (1979) è nato a Novara e vive a Milano. Si è diplomato come perito elettrotecnico, lavora in una fabbrica di bottoni, ma le sue vere passioni sono musica e scrittura, che cerca di coniugare qui. Ha pubblicato racconti sulle riviste Alibi, Bomarscé, Split e Cedro.mag, ma va soprattutto fiero di quello scritto a quattro mani nel disco Tl;Dl della band sperimentale romana Vonneumann. Ha da poco terminato una raccolta di racconti.

racconto eva luna mascolino

priorità

Un racconto di Eva Luna Mascolino
Numero di battute: 1840

Il problema è che era nata per prima. In ospedale e in tutto il Paese. Al telegiornale l’avrebbero detto per forza, si sa come vanno le cose.
«Se fosse stato un maschio» disse suo padre, «gli avremmo dato il nome di un re.»
«Ah» sibilò sua madre, «quindi a una femmina…»
«Di una principessa» provò a difendersi l’altro.
«Come se il mondo non avesse regine.»
Lui allargò le braccia. «Un’imperatrice, se vuoi.»
«Ti prego.»

«Ho capito, niente mani imbrattate.»
«Appunto. Piuttosto una dea.»
«Come se fossero esenti da tutti i peccati.»
«Un’attrice? Un’artista?»
«Perché non un’attivista.»
«Non vorrai mica chiamarla Betty.»
«Magari Simone…»
«Fai il serio, ti prego» disse lei, risentita.

Lui per poco non perse la flemma. «Inventiamoci un nome» propose. «Oppure due o tre, poi lei si sceglie il più bello.»
«Non è mica il mercato del pesce.»
«Ma nemmeno la gogna.»
«Rimandiamo a domani?»
«Alla stampa servirà per le otto.»

«Il problema è che era nata per prima. 
In ospedale
e in tutto il Paese.»

«Va bene, scegliamo una santa.»
«Neanche per sogno.»
«Un’amica?»
«Una nonna?»
«Una stella!»
«Meglio: uno Stato.»
«Uno Stato?»
«O un’isola, tipo. Itaca, Creta…»
«Perché non Argilla?»

Allora lui, per la prima volta, sbuffò. «Sai che c’è» le disse, «se ci tieni tanto, fai tu. Io mi prendo un caffè.»
«Non ci pensare proprio, tra mezz’ora l’infermiera la riporta.»
«E quindi?»
«Sandro, sono così stanca…»
«D’accordo. Dimmi a che stavi pensando.»
«E tu?»
«Sabrina, Giovanna. Lavinia.»
«Più corto?»
«Chiara, Luisa.»
«Sono tutti così…»
«Ovvi?»
«Sbagliati.»
«Sbagliati in che senso?»
«La prenderanno in giro per forza.»

«Sennò c’è Alessia.»
«Torniamo alle dive.»
«O alle muse?»
«Un’eroina!»
«Di un libro?»
«Ma no, di un Paese…»
«Altrimenti Asia.»
«O un aggettivo?»
«Serena? Celeste?»
«Detesto le mode. E il primo dell’anno.»

Andò avanti così per mezz’ora. Poi tornò l’infermiera. «Allora» esordì, «che avete deciso?»
«Guardi, in realtà…»
«Dite pure.»
«Per farla adottare come funziona?»

bio eva luna mascolino

Eva Luna Mascolino (1995) edita, traduce, recensisce, insegna e scrive storie. Vincitrice del Campiello Giovani nel 2015, si è specializzata alla SSLMIT di Trieste e frequenta ora il master in editoria di Fondazione Mondadori. Sui racconti sono apparsi su Fillide, Crack, Risme, Narrandom, Sulla quarta corda, Malgrado le mosche e Il Loggione Letterario.