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racconto alessandra balla

la signora adele

Un racconto di Alessandra Balla
Numero di battute: 2398

«De puzza non ce se more ma de freddo sì.»

Me lo ripeteva sempre la bon’anima de mi marito, ma io questo so fà, io so pulì. De ’sta Roma bella, de ’sta Roma dei ricchi, ho visto tutti i cessi. Ho rassettato i letti con le lenzuola pulite, che poi sò più grigie e zozze de quelle de noi poveracci. Ormai da quarant’anni mi sveglio tutte le mattine alle 5, per dare il buongiorno al Colosseo e ai figli degli altri. Per il mio non ce stavo mai. Alle 8 quando Marco s’alzava per andare a scuola, io già avevo fatto due ore di lavoro. Bruno stava dentro al bar con le mani sporche de fumo e i caffè da servì al banco. ’Na vita de sacrifici, con pochi spicci in tasca e tante scale da lavà.

«Buongiorno, signora Adele» me dicevano. Ma io signora non ce so’ mai stata. Ero signora solo pe’ mi marito. Signora me chiamava il commercialista e quei quattro avvoltoi che c’hanno tolto tutto.

«Ma io signora non ce so’ mai stata.»

La domenica era ’na festa. Preparavo la lasagna e la portavo al bar. Magnava de core pure quel ragazzetto secco secco che aiutava nelle mansioni mi marito. Ci mettevamo seduti a un tavolino e ce sembrava de stà al ristorante. E poi Bruno mio faceva er mejo caffè de Roma, mi ci metteva sopra la panna e diceva che era dolce come me. La domenica era il giorno del Signore pure per noi poveracci. Dopo pranzo accompagnavo Marco al parco. Mica giocava, se ne stava seduto a leggè con le gambe incrociate. A Brunetto mio più de ’na volta me so’ permessa de confessà che ’sto figlio nostro non era normale come gli altri, ma lui mentre fumava me tranquillizzava: «Non te preoccupà, ’sto figlio der barista c’ha er cervello de’n astronauta».

E c’aveva ragione. Quando vedo Marco in giacca e cravatta venì qua a casa la domenica, me se fanno l’occhi grossi grossi e me commuovo. Marco fa il dottore e a quei ricchi che gli ho pulito i cessi mò lui gli salva il culo, ma lo salva pure ai poveracci come noi che in questa Roma bella non smettono de sperà.

Con le mani un po’ accartocciate e non più svelte come ’na volta, io a pulì so ancora brava. Sto a servizio dalla signora Matilde. Una signora vera per classe e sciccheria. Ma tutte le mattine, dopo che il sole s’alza con me alle 5, come ’sti quarant’anni passati, vado a dà il buongiorno al Colosseo, lo saluto e gli tiro un bacio pure pe’ Bruno mio. Io questo so fà. Io so pulì.

«Ade’, quando me moro, me raccomando, salutame er Colosseo e digli che gli ho voluto bene.»

balla alessandra bio

Alessandra Balla (1990) è nata a Tivoli e vive a Roma. Laureata in Editoria e Scrittura è giornalista pubblicista. Ha lavorato per la redazione cultura de La Repubblica e in diverse riviste di cinema e spettacolo. Questo è il suo primo racconto.

giuseppe-coco-racconto

il ratto di proserpina

Un racconto di Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco
Numero di battute: 2416

Il corpo sopra di lei ha smesso di muoversi e ansimare. Adesso Rosaria può cominciare a respirare con regolarità, anche se sente ancora l’afrore acido del sudore del marito che le penetra nelle narici e sulla pelle. Come ogni volta, vorrebbe asportare quel liquido appiccicoso, che l’ha impregnata dentro e tra le cosce.

Si sente devastata e non può fare a meno di ricordarsi quando suo padre, a volte, tornando la sera tardi, ubriaco, nel silenzio della notte e delle mura casalinghe, si strusciava, a turno, con una delle cinque figlie. Senza fiatare, la vittima stava lì ferma a occhi chiusi, a trattenere le lacrime. Li riapriva quando, finalmente, non sentiva più i gemiti rochi, le mani ruvide perquisire il corpo; poi l’allontanarsi dell’odore di vino. Percepiva l’aria della campagna affluire fredda, attraverso gli infissi consunti delle vecchie finestre: carezzava e rinfrescava il corpo, come se lo ripulisse.

Adesso, dopo aver espletato il dovere di moglie vorrebbe uscire, respirare aria fresca, ma non può farlo, non abita più in campagna. Da circa vent’anni vive in città, vicino al porto, in una casa senza terrazzo, senza balcone. Potrebbe affacciarsi per un solo minuto, davanti al portone, fingendo di aspettare l’immediato rientro della figlia, ma andare fuori di notte per una donna sposata è sconveniente, anche se ha quarantadue anni e nella mentalità corrente ha quasi l’età di una nonna, per quanto giovane.

Così Rosaria si rannicchia sul fianco destro, dal suo lato di letto, sente i respiri lunghi e profondi del marito che è precipitato nel sonno e sa che tra poco inizierà a russare. Rimugina e aspetta che rientri la figlia.

«La vita è stata ingiusta con lei.»

In casa, il buio profondo è rischiarato dal rumore degli zampilli della fontana che provengono dalla strada. Rappresenta Nettuno in corteo con cavalli e tritoni, nell’atto di rapire Proserpina. Il rumore dell’acqua le fa venire in mente che le sarebbe piaciuto viaggiare, invece nella sua vita ha fatto solo brevi spostamenti: città-paese, un percorso di non oltre dieci chilometri.

In questa notte di ottobre del 1965, Rosaria sente che la vita è stata ingiusta con lei: non le ha mai donato niente.

Ancora non può sapere della burla che la vita le ha preparato: tra nove mesi, appesantita, anche dalla vergogna di partorire a quell’età, avrà qualcuno su cui scaricare insoddisfazione e risentimenti, da poter tenere accanto come un marito e un servitore fedele.

coco giuseppe bio

Giuseppe Fabrizio Ernesto Coco (1966) è nato a Catania e vive a Firenze. Ha pubblicato alcuni saggi e testi divulgativi sullo stile di vita etico, tra i quali Sowa Rigpa (Infinito Edizioni, 2010), insieme a Franco Battiato, e Il pasto gentile (Infinito Edizioni, 2012). Ha frequentato alcuni corsi online della Scuola Holden.

racconto giorgia tolfo

meduse

Un racconto di Giorgia Tolfo
Numero di battute: 2289

Si erano date appuntamento per un caffè senza sapere che bar avrebbero scelto o che saluto avrebbero usato.

Non sapevano, allora, che a posteriori sarebbero tornate a ripensare a quell’incontro con insistenza, cercando di mettere a fuoco i dettagli che nel loro accadere erano sembrati irrilevanti, come la maglia o l’espressione indossata, o il colore del cielo quando avevano appoggiato la mano sulla porta del locale. Però ricordavano il freddo – quello non si poteva dimenticare perché era stato eccezionale anche per i giornali – che era svaporato dai cappotti nell’istante in cui erano entrate nel bar ed erano state avvolte da un’umidità che profumava di cornetti appena sfornati ed era appiccicosa come certi umori.

Avevano scelto il tavolo nell’angolo, in disparte ma non troppo fuori vista, e si erano sorprese ad allungare la mano sullo schienale della stessa sedia. 
Avrebbero poi raccontato che quello era stato il momento in cui avevano capito, l’una all’insaputa dell’altra, la sfida che si sarebbero lanciate, una sfida che in quel momento non esisteva che nella forma di uno dei futuri possibili, una delle tante configurazioni che le conseguenze del loro incontro avrebbero potuto assumere.

Una ragazza con una camicia a quadri aveva portato loro il caffè che avevano ordinato con distrazione, senza pensare, prese com’erano dalla conversazione che era sbocciata vivace dopo aver preso posto una di fronte all’altra.

«Però ricordavano
il freddo.»

Erano bastate poche domande di circostanza per capire che avevano camminato spesso sotto gli stessi portici, che si erano riparate dalla pioggia sotto gli stessi archi, che se ora abitavano in due mondi fisici diversi, i loro pensieri ne occupavano uno in comune. Amavano gli stessi libri, ma una preferiva il ritmo nervoso della punteggiatura, l’altra la lunghezza dei periodi, una il respiro del racconto, l’altra i dettagli di certe descrizioni.

I loro sogni erano proibiti, o come avrebbero ammesso a posteriori, proibiti in quel momento, in quel contesto, gli uni agli occhi dell’altra.
Ma attratte da questi, sedevano immobili, fissandosi, cercando di vedersi oltre gli sguardi che si lanciavano, desiderando guardare ed essere guardate, sapendo che prima o poi, come meduse di una personale mitologia tragica, avrebbero finito per decapitarsi a vicenda.

tolfo-giorgia

Giorgia Tolfo è nata a Marostica nel 1984 e vive a Londra. Ha conseguito un dottorato in Letterature Moderne, Comparate e Postcoloniali presso l'Università di Bologna, scrive su varie testate online, tra cui Finzioni e minima&moralia, ed è programmatice del Festival di Letteratura Italiana di Londra (FILL).

racconto gaetano moraca

cinque e una punta

Un racconto di Gaetano Moraca
Numero di battute: 2460

Cesarino quella mattina aveva aperto gli occhi ancora prima che la luce scivolasse sotto le veneziane. A dirla tutta era la stessa cosa ogni giorno, dopo che verso le 5.30 andava a fare l’ultima visita al gabinetto. Poi si ricoricava nel suo lato e con le mani dietro la testa si metteva a fissare il soffitto tinteggiato di recente. E pensava alla sua casa in Abruzzo e ai pomodori che piantava nell’orto sul retro. Pensava ai pomodori e pure ai fagioli, Cesarino, che era stagione anche per quelli.

A un certo punto si era alzato ed era andato in cucina a preparare la caffettiera, quella che aveva comprato sua moglie Luisella più di trent’anni prima e che lui si era portato appresso perché tutti gli altri caffè gli sapevano di bruciato. Aveva acceso la televisione ma non l’ascoltava perché doveva contare i cucchiaini per riempire la moka: cinque e una punta era la misura perfetta di Luisella, «di meno viene sciacquato, di più viene bruciato». Poi aveva aperto la finestra, si era seduto su una sedia e si era acceso una sigaretta, mentre alcuni politici con gli occhi assonnati parlavano della questione dei migranti.

Cesarino non doveva fumare, lo sapeva. Suo figlio Stefano non gli raccomandava altro dopo l’infarto: «Ti hanno preso per i capelli, d’ora in avanti per il tuo bene non devi toccare né sigarette, né caffè». E poi, per non lasciarlo da solo, gli aveva affittato un bilocale nella città dove viveva con la moglie e lì lo aveva fatto trasferire. Due anni prima, a un incrocio dove la lampadina del semaforo si era fulminata, Luisella era stata investita da un’auto ed era morta sul colpo. Il cuore di Cesarino non si era fatto trovare preparato.

«Di meno viene sciacquato,
di più viene bruciato.»

Non appena la caffettiera aveva iniziato a gorgogliare si era alzato di scatto e si era versato il caffè in una tazzina. Ne restava parecchio perché la moka di Luisella era per quattro. Poi si era seduto sul gabinetto coi cruciverba, si era fatto la barba con calma, si era lavato e vestito ascoltando lo sferragliare dei tram sotto al suo palazzo. Quando era tornato in cucina l’orologio non segnava nemmeno le 8.30. In paese a questo punto sarebbe andato nell’orto o alle poste, ma nella nuova casa non c’era spazio nemmeno per un vaso e Stefano per non farlo stancare gli pagava tutte le bollette col telefonino. Cesarino quella mattina si era avvicinato al lavello, aveva svuotato la moka e l’aveva risciacquata. Poi si era messo a fare di nuovo il caffè, attento a non perdere il conto.

bio gaetano moraca

Gaetano Moraca (1987) nasce in una cittadina di provincia situata al centro della Calabria, ma ora vive a Milano. Scrive su Style Magazine del Corriere della Sera, Esquire, Wu Magazine e altri. Lavora nel campo della comunicazione digital, qualsiasi cosa voglia dire.

racconto-flavia-montecchi

quello che non mi dirai

Un racconto di Flavia Montecchi
Numero di battute: 2463

Anche quella mattina non era andato a scuola e questa volta aveva finto di avere moltissima tosse. Talmente violenta che gli avrebbe impedito di parlare e, ne era certo, avrebbe ricoperto di batteri tutti i suoi compagni, maestra inclusa. La mamma di Mattia aveva sorriso senza che lui potesse notarlo, poi gli aveva carezzato la testa e aveva improvvisato un rimprovero: è l’ultima volta questa che resti a letto.

Clara quindi era tornata in cucina e, scuotendo la testa, aveva ripreso con la lista della spesa. Avrebbe comunque avuto bisogno di una mano e tutto sommato era contenta che il figlio fosse rimasto a casa. Il ristorante, a pochi metri da dove abitavano, doveva essere rifornito e al centro commerciale bisognava andarci con la macchina, per trasportare le cose più pesanti; detersivi, saponi, scatole di pasta, conserve. Poi si sarebbero fermati al mercato per la frutta e la verdura fresche, per il banco del pesce e per quello della carne. Clara ne avrebbe approfittato per un po’ di shopping, un rossetto diverso dal solito, le scarpe nuove per il figlio.

A mezzogiorno lo aveva svegliato, Mattia alzati devi accompagnarmi a fare la spesa; contro ogni sua aspettativa Mattia si era alzato subito e con il broncio in viso aveva raggiunto il bagno, in silenzio. Clara si era messa quindi a rifargli il letto e mentre gli chiedeva se volesse fare colazione, si rattristava nel vederlo di nuovo così rabbioso.

«È l’ultima volta
questa che resti
a letto.»

Mattia dal bagno ringhiò di no, poi uscì e strattonò con il passaggio la madre china sulle lenzuola, Clara quasi non scivolò in terra: ma sei matto! urlò al figlio che non rispose, poi si rassettò e gli ordinò di sbrigarsi; niente colazione visto come si era comportato. Mattia, senza sforzarsi di fingersi influenzato, aspettò che la madre si allontanasse dalla camera per aprire la portafinestra che dava sulla strada, dove da giorni rovinava inosservato la vecchia balaustra; quindi si sporse fuori.

Negli ultimi mesi qualche cosa in lui era cambiato, si sentiva solo e incompreso e coltivava una rabbia silenziosa che non riusciva a esprimere in nessun modo, se non quello di covare una terribile vendetta per essere venuto al mondo. Mamma, puoi venire un secondo? Ho visto una cosa, aveva gridato a Clara dalla camera. La madre smise di sbrigare le sue ultime faccende e raggiunse il figlio vicino alla portafinestra, si sporse fuori guardando il punto indicato senza capire, e non si sentì mai più così leggera come in quel momento.

Flavia

Flavia Montecchi (1985) è nata a Roma. Event project manager e creativa, lavora nel campo degli eventi, tra musica e arte contemporanea. Gestisce ladisordinata.it e cura etiquette, una rubrica di short-story a puntate su Gagarin Orbite Culturali. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Colla e sulle antologie Repertorio dei matti della città di Roma (Marcos y Marcos, 2015), Az (Tapirulan Edizioni, 2016).

gabriele galloni racconto

omero bifronte

Un racconto di Gabriele Galloni
Numero di battute: 2199

La crisi iniziò quando una mattina la donna vide suo marito lavarsi i denti con più accanimento del solito. Pensò che dietro quell’accanimento ci fosse qualcosa di sbagliato.

Giunse alla conclusione che quell’accanimento era un segnale dell’Abisso; uno dei tanti modi che l’Abisso poteva scegliere per annunciarsi. Lo disse al marito. Il marito non capì. La donna notò del sangue nel lavandino.

Disse: «Ti fai sanguinare le gengive di tua spontanea volontà. C’è qualcosa che devi dirmi». Il marito continuava a non capire e riprese a lavarsi i denti.

La donna se ne andò in camera da letto. Per tutto il giorno si rifiutò di uscire. Pensò che suo marito volesse, attraverso quell’accanimento prima e attraverso il sangue poi, comunicarle qualcosa della massima urgenza.

Da ragazzina le avevano insegnato che l’Abisso era un cielo tappezzato di fotografie senza significato. Suo marito era un appassionato di fotografia. Fece due più due. Suo marito doveva essere senza dubbio un messaggero dell’Abisso.

«Suo marito doveva essere senza dubbio
un messaggero dell’Abisso.»

A sera, quando uscì dalla camera da letto, andò dai vicini e chiese loro se sapessero qualcosa a proposito dell’Abisso e dei suoi messaggeri.

I vicini dissero che l’Abisso non aveva più bisogno di messaggeri, essendosi autodichiarato estinto e non manifestando la sua presenza da innumerevoli lune. Però, se proprio era così preoccupata, poteva andare al CIA (Centro Informazioni Abisso) e domandare lì.

Al CIA le dissero che l’Abisso aveva una volta avuto molti messaggeri e che tutti i messaggeri erano fotografi, sì, ma ormai erano anni che l’attività dell’Abisso era cessata. La donna tornò a casa. Suo marito, per questioni di lavoro, non sarebbe tornato prima di due o tre giorni.

La donna invitò a cena un’amica di lunga data e dopo che ebbero mangiato le raccontò i suoi sospetti sul marito. L’amica di lunga data le consigliò di accendere un falò purificatore. Aspettarono le tre del mattino.

Salirono sulla terrazza e diedero fuoco al coniglio della donna. Il coniglio, bruciando, correva di qua e di là. L’amica della donna disse che così, al buio, sembrava una stella cadente che avesse smarrita la via. La donna fu d’accordo.

Rimasero a fissare la carcassa bruciata dell’animale fino all’alba.

foto gabriele galloni

Gabriele Galloni è nato nel 1995 a Roma, dove vive. Le sue raccolte di versi sono: Slittamenti (Alter Ego-Augh! Edizioni 2017, nota introduttiva di Antonio Veneziani), In che luce cadranno (Rplibri 2018). 

racconto irene chias

fantagroupieautofiction ucronica

Un racconto di Irene Chias
Numero di battute: 2490

È chiaro che quello serio fra i quattro è Paul.

Alcune delle sue canzoni sono fra le mie preferite, e forse ci proverei, se non fosse evidente che non mi sopporta, anche perché mi ritiene motivo di distrazione e cazzeggio per la band. Lui è concentratissimo, percorre la strada a testa bassa per raggiungere l’obiettivo, ma spesso deve incazzarsi con gli altri che preferiscono passare le notti a ridere, calarsi in trip fantasmagorici, fare sesso con tipe come me. Gli altri tre sono molto più concilianti. Sono miei alleati, anche se io in cuor mio do ragione a Paul: loro, con o senza me fra i piedi, sono troppo dispersivi e caotici.

John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me. Ma quando mi vede mi fa festa, mi offre da fumare, si lascia andare a fantasticherie visionarie. L’altro giorno, esagerando un po’, gli ho detto che considero In My Life la più bella dichiarazione d’amore che sia stata mai scritta. Lui masticando una chewing-gum vecchia, sulla quale aveva fumato e bevuto, mi ha detto: sì, è bella, ma Girl lo è di più. E mentre lo diceva non ero neanche sicura che lo stesse pensando. Ma forse sì, perché proprio di Girl dirà che è stata scritta immaginando Yoko, questa ragazza da sogno che doveva ancora entrare nella sua vita. Forse John sa viaggiare come me. O forse è solo bravo a sognare.

Io mi sono rassegnata a essere un elemento di contorno qui con loro, una delle tante, anche se vorrei essere diversa, almeno per qualcuno. E questo qualcuno non sarà comunque Ringo, che invece ci prova di continuo. Non dico che non sia sexy, è stato anzi quello che più mi ha colpito quando li ho visti tutti e quattro insieme. Ma è davvero un carrarmato ubriaco, un collezionista che perde il conto, non saprebbe raccontare quello che gli è successo ieri, mentre Paul dall’alto guarda e giudica.

«John se ne frega, non mi cerca e non chiede di me.»

Per fortuna che poi c’è lui, tenerezza profumata di ghirlanda e incenso. Se avesse lo stesso metodo di Paul, sarebbe il numero uno. John ha un talento potente e sbandato, e non ha bisogno di sistematicità. Ma George, quello che di musica capisce di più e in musica approssima di meno, sì. Credo di amarlo davvero. E credo che lui ami me. È quell’amore pulito e arioso che non teme paragoni, non ha bisogno di esclusiva, non deve vincere niente e quindi contro niente si deve battere. Non ho neanche bisogno di dirgli che Here Comes the Sun mi scalda il cuore ogni volta che ne sento gli arpeggi iniziali, o che, a chiunque pensasse mentre la scriveva, Something è dedicata a me.

bio irene chias

Irene Chias è nata a Erice (TP). I suoi racconti sono apparsi su «Nuovi Argomenti», su «Granta Italia», sulle pagine siciliane di «la Repubblica», su «Il primo amore» e in diverse antologie. Ha pubblicato i romanzi: Sono ateo e ti amo (Elliot, 2010); Esercizi di sevizia e seduzione (Mondadori, 2013), vincitore del Premio Mondello Opera Italiana e del Premio Mondello Giovani; Non cercare l’uomo capra (Laurana, 2016).

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un’avventura qualunque

Un racconto di Edoardo Pastore
Numero di battute: 2456

Occorre innanzitutto un avventuriero o giramondo di professione, non mai improvvisato e soprattutto inventato. Ha tanto passato e un incerto futuro, più pregi del lettore e spesso i vizi dello scrittore: è scaltro, prestante, audace, innamora ogni donna che incontra; beve, fuma, gioca d’azzardo, dorme sempre fino a tardi.

Dispone d’una traccia da seguire, di un indizio: diciamo una mappa, manoscritta su una vecchia carta ingiallita o incisa su un qualche coccio logoro e scheggiato, poco importa se vinta al gioco o acquistata per poco da un ignaro rigattiere: l’importante è che una “x” rossa e speranzante sia lì sopra e ben leggibile: che insomma la mappa sia una mappa del tesoro. A questa s’aggiungano tutti i ferri del mestiere, un diario, un buon libro (magari di Jack London, già letto e riletto), un ricordo famigliare e almeno un portafortuna; infine, del denaro: poco, al solito, ma sufficiente a coprire le spese del viaggio d’andata; per il ritorno, si vedrà.

Occorre poi una meta: le vette del Parapamiso o della Cordillera Huayhuash, il deserto rosso del Kalahari o il bianco del Chihuahua, le sperdute isole Marchesi o l’arcipelago Palau, oppure Samarcanda o i sobborghi di Mumbai, Bangkok o Caracas, o qualche luogo fantastico e leggendario che non abbiam qui tempo e spazio di immaginare. Anche questo poco importa: la mappa sarà ben più precisa di noi, e poi ciò che conta – come tutti sanno – è il viaggio; e su questo qualche certezza l’abbiamo.

«Occorre poi una meta: le vette del Parapamiso
o della Cordillera Huayhuash.»

Il tesoro, se pure esiste, senza dubbio è ben nascosto in qualche luogo remoto, protetto da trappole, guardiani, enigmi e indovinelli. La strada per raggiungerlo è impervia e pericolosa: passa per mari in tempesta, monti avvolti dalla bufera, deserti riarsi e bollenti e giungle fitte annegate dalla pioggia, e ancora paludi, valli, fiumi, steppe e ghiacciai. E che dire poi dei variegati e inturpiti abitanti di questi estremi angoli del globo: ovunque sono ladri assassini truffatori della peggior specie, e visionari vagabondi maghi e cartomanti, disertori approfittatori e corrotti d’ogni genere e schiatta e poi fiere squali e rapaci spaventevoli e affamati, dai denti aguzzi e dagli artigli affilati. Ma sappiamo anche che qua e là ci son di per certo amicizie e brevi amori, ospiti gentili e ostelli sicuri, qualche treno non perso, un po’ di serenità e forse laggiù, in fondo in fondo, il tesoro.

A quest’avventura occorre un finale; ma lo spazio è finito, e forse è meglio così.

bio edoardo pastore

Edoardo Pastore (1994) è nato a Biella e cresciuto a Valduggia, sperduto paesino della Valsesia. Attualmente vive a Torino, dove sta per (ri)laurearsi in filosofia ed è lettore per il Premio Calvino. Questo è il suo primo racconto.

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le stelle della sardegna

Un racconto di Michele Crescenzo
Numero di battute: 2384

L’uomo schiaccia il piede sull’acceleratore dell’auto a noleggio. Scorge Palau in lontananza. La pineta trema nella foschia del tramonto. Alcuni motorini si muovono lungo il porto, gironzolano come moscerini della frutta.

Quella è la terra della sua infanzia. Saranno decenni che non ci torna.
L’auto rallenta, la fretta è sparita.

L’uomo stacca la mano dal volante e si massaggia il collo stretto nel colletto della camicia bianca. Sospira. Quando andavano via i vacanzieri, la Sardegna si trasformava lentamente nella terra dei silenzi, delle stelle limpide e dei Re Magi. Quando era bambino, Nazareth e Betlemme non erano affatto in Medio Oriente ma nel cuore dell’isola, erano uno di quei paesi con i vimini fuori dalle porte e le case con i tetti a punta che ricordavano tanto le stalle. Quelli con le donne che indossavano scialli scuri e gli uomini silenziosi, sempre silenziosi come se nascondessero dei segreti. Di notte le stelle erano grandi e luminose, di una luce così abbagliante che era ovvio che i Re Magi ne avessero seguita una per orientarsi.

Da bambino, lui e il padre puntavano una stella e inventavano storie su quello che sarebbe successo se le avessero inseguite.
A quell’età, tutto quello che desiderava era partire con lui per rincorrerne una.

«L’auto rallenta,
la fretta è sparita.»

L’auto esce dalla strada principale e ne inizia una secondaria. Una nuvola di polvere si alza dalla via coperta di ghiaia e aghi di pino. Un gruppo di capre pascola all’ombra di una quercia da sughero.
L’uomo abbassa il finestrino. Sente l’odore, un misto di salsedine e catrame riscaldato dal sole. Se si fermasse potrebbe sentire anche lo zolfo, il salmastro e il mirto.

Suo padre d’estate era sempre assente. Un anno gelataio, l’altro anno bagnino, l’altro ancora ormeggiatore nel porto della Maddalena. Lo ricorda mentre diceva che quella non era vita e che aveva bisogno di un lavoro stabile. Ripeteva ad alta voce che doveva andare a lavorare nel continente mentre la madre si preoccupava e il nonno si innervosiva.

L’uomo poggia il piede sul freno. L’auto rallenta fino a fermarsi. Esce dall’auto. Si toglie la giacca nera e la cravatta scura. Doveva venire qui. È questo il posto giusto per dire addio al padre.

Si strofina gli occhi con i palmi delle mani. Alza lo sguardo verso l’alto. Piccole stelle bianche si intravedono appena su un cielo rosso come un livido. Tra poco saranno visibili e saprà dove andare.

racconto-michele-crescenzo

Michele Crescenzo (1997) è di Napoli, ma vive e lavora a Milano. Organizza eventi letterari alla libreria Gogol&Company. Gestisce Ti ho Rivista, tabloid sul mondo delle riviste indipendenti italiane. Ha tradotto articoli ed estratti per Satisfiction. Ha pubblicato racconti su antologie (In viaggio e Memoracconti) e riviste letterarie (Carie, ’tina, Talking Milano). Ha vinto il Premio Chatwin nella sezione racconti. Sta lavorando al suo primo romanzo. 

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vicinanza

Un racconto di Nicoletta Verna
Numero di battute: 2267

La luce del neon mi ghiaccia, c’è odore di fumo e di chiuso. Siedo di fronte a una donna che somiglia vagamente a Lena, ma Lena è più bella. O lo era.
«Che cosa ricordi?» mi chiede.
Rispondo: «Niente», ma non è vero.

Ricordo che camminavo da solo lungo una strada completamente deserta. A me non piace, la solitudine. Stare solo con me stesso mi spaventa. Credo che il problema sia questo.
Finalmente ho visto qualcuno in lontananza e l’ho raggiunto veloce, pieno di sollievo. Era un ometto dal viso sgradevole. Ed è qui che tutto si fa più confuso.

«Buonasera. Lei chi è?» ho chiesto.
«Chi è lei, vorrà dire» ha risposto.
«Mi chiamo A., molto piacere.»
«Io mi chiamo A., vorrà dire.»
«Non c’è niente di strano» ho replicato gentilmente, «lei ha il mio stesso nome.»
«Lei ha il mio stesso nome, vorrà dire.»

«Lei ha il mio stesso nome, vorrà dire.»

Me ne sono andato, non era un dialogo che desse molta soddisfazione. Eppure mi sentivo così solo che avrei fatto qualunque cosa pur di avvertire la vicinanza di qualcuno.
Poi, dal nulla, è apparsa Lena. Era soave come un angelo e ho capito che mi avrebbe ascoltato e accompagnato per sempre. Le sono volato incontro, disperatamente felice.
«Vuoi sposarmi?» le ho chiesto in un soffio.
«Sì» ha sussurrato.
L’ho stretta forte, quando ho visto alle sue spalle di nuovo quell’uomo disgustoso.

«Mi sposa!» gli ho gridato.
«Sposa me, vorrà dire.»
Ho girato la faccia dall’altra parte.
«Credi che lei sarà per sempre tua? Che idiota» ha sibilato. «Ti tradirà. È già successo. Succederà di nuovo. Lo sai.»
«Non è vero!»
«Che idiota.»

Ho preso per mano Lena e siamo corsi via sulla strada deserta, e poi improvvisamente lei non c’era più.
In quel momento è passata un’auto. L’ho fermata.
«In che direzione va?» ho domandato al conducente.
«In che direzione va lei, vorrà dire.»
Mi è quasi venuto da piangere. «Perché mi perseguita?»

La luce del neon mi ghiaccia, c’è odore di fumo e di chiuso.
La donna chiede: «Perché hai ucciso Lena?».
Non rispondo.
«D’accordo. Vediamo se con il mio collega sarai più loquace.»
Dice al telefono: «Esattamente. No. Ci pensa lei, tenente?».
Realizzo che è notte, che ho freddo, che sono pieno di stanchezza. Chiudo gli occhi. Quando li riapro il tenente sta entrando nella stanza. Lo guardo atterrito.
«Ma che ci fa lei qui?» grido.
«Che ci fa lei, vorrà dire.»

bio-nicoletta-verna

Nicoletta Verna (1976) è romagnola ma vive a Firenze, dove si occupa di comunicazione e web marketing per la casa editrice Giunti Scuola. Ha pubblicato saggi e volumi su media e cultura di massa. Ha scritto un romanzo segnalato al Premio Calvino 2018 e ha pubblicato alcuni racconti.