Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

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campete dominique racconto

domenichella

Un racconto di Dominique Campete
Numero di battute: 2500

Domenichella se ne stava barricata in casa da tre giorni; era Giovanni a ritirare la posta che, quella mattina, conteneva una busta gialla dell’agenzia immobiliare, grande almeno quanto il tagliere che usavano per affettare il pane.
«Domenichella, questi fanno sul serio, teniamo un guaio grosso grosso» aveva detto.

Tutto era cominciato sei mesi prima, quando la nipote Lauretta era arrivata di corsa a casa loro, con il grembiule da cucina addosso e le mani ancora sporche di farina.
«Zia!» urlava dalla strada. «Zia! Avete sentito il terremoto?»

Domenichella, in effetti, aveva sentito la terra fare una specie di rutto prolungato e poi rimettersi seduta, come dopo una buona cena, ma aveva continuato a ricamare la coperta per la nipote Maddalena che si sposava alla fine del mese.

«Domenichella,
questi fanno
sul serio.»

Qualche giorno dopo, però, aveva notato che sulle pareti della cucina erano apparse delle crepe profonde che tagliavano i muri in tutte le direzioni.

Di notte, quando il marito e le quattro figlie ancora da sposare andavano a dormire, lei cominciava a girare per la cucina, a piedi scalzi e senza accendere la luce. Si avvicinava a quei muri impregnati di umidità e odore di caciocavallo e appoggiava l’orecchio alle crepe con un’espressione assorta e un poco preoccupata.

Una mattina, Giovanni, mentre beveva il suo caffè corretto con Sambuca, aveva lasciato cadere per terra il cucchiaino e non lo aveva raccolto. «Domeniche’, ma che le succede a ’sta casa?» le aveva chiesto.
«Giovanni, io di notte ci parlo con questi muri e se ti dico che è tutto a posto tu mi devi credere» aveva risposto Domenichella, continuando a riempire l’imbuto di carne fresca e finocchietto.
«E cosa ti avrebbero detto i muri?»
«Mi hanno parlato di un cambio, di qualcosa di nuovo che sta per succedere.»

E infatti, dopo solo un mese, Rosina aveva tirato fuori la storia che si voleva sposare, anche se non aveva ancora finito i sedici anni e Peppino un vero lavoro non ce l’aveva. Ma quello sguardo di donna che le era venuto fuori tutto d’un colpo e la rotondità del seno, ogni giorno più evidente, avevano convinto entrambe le famiglie che non si poteva più aspettare.

Quindi si era risolto tutto con un bel matrimonio, semplice per carità, ma di tutto rispetto. Nessun paesano aveva potuto lamentarsi o criticarli. Poi, però, erano arrivati quelli dell’agenzia con l’ingegnere appresso per cercare di convincerli che la loro casa era in pericolo e che dovevano cercarsene un’altra. Ma questa cosa i muri non gliel’avevano mica detta e lei sapeva che non se ne sarebbe mai andata di lì.

bio dominique campete

Dominique Campete (1977) è nata ad Alessandria e da circa sei anni vive a Barcellona. Dorme poco, ride molto e scrive racconti brevi perché le fanno paura i progetti a lungo termine. Si è occupata per molti anni di sostegno alle persone in situazione di vulnerabilità e di progettazione. A Barcellona cogestisce un piccolo spazio educativo basato sulla pedagogia attiva. I suoi racconti sono apparsi su Verde, Cadillac e all’interno di diverse antologie.

Israelachvili-daniele-racconto

la kippah

Un racconto di Daniele Israelachvili
Numero di battute: 2473

«Dài Gabriele, esci dal bagno!» e giù pugni contro la porta. “Dio, come fa a essere così scemo?” si chiede Micael mentre apre la finestra.
«Spegnila subito!»
«Stai scherzando, vero? Hai un figlio di sette anni, vestito come un rabbino, chiuso a chiave in bagno e mi rompi se fumo?»

«Ti fa male!»
«Non tanto quanto gliene faccio io quando aprirà questa cazzo di porta» e giù un’altra serie di pugni, dopo aver lanciato la sigaretta fuori dalla finestra. Gli viene una gran voglia di bestemmiare ma si trattiene. Fa tre respiri profondi, poi appoggia la fronte contro la porta del bagno. «Gabri, anche a me manca il nonno, ma che senso ha vestirsi come lui? Tu non sei ebreo. La mamma è cattolica e ci manda pure a scuola dai Barnabiti…»
«Io sono ebreo! Come il nonno!» urla Gabriele dal bagno.

Micael sospira, mentre scaccia l’immagine di loro due al galoppo verso scuola. Lui sul cavallo e Gabriele con le mani legate che striscia sull’asfalto. «Già era strano spingere quella dannata carrozzina dalla casa di cura fino alla sinagoga, con il nonno tutto vestito di nero e quella kippah sempre in testa e poi» con un tono di voce ancora più basso «se vai a scuola vestito così, ti prenderanno tutti per il culo.» Anche se mentre lo dice in realtà sta pensando: “Ci prenderanno tutti per il culo”.

«Io sono ebreo! Come il nonno!»

Torna verso la finestra e si accende un’altra sigaretta. Mentre guarda la striscia di fumo allontanarsi, gli tornano in mente quei cerchi così perfetti che uscivano come ciambelle dalla bocca di suo padre. Uno spettacolo, che però suo fratello non aveva mai visto. Dopo averla spenta sul davanzale, rimane lì a fissarla mentre cade nel vuoto. “Sarebbe bello se almeno una volta, dopo aver toccato terra, rimbalzasse e tornasse su” pensa, e allunga una mano sporgendosi leggermente in avanti. Dopo aver aspettato inutilmente grida: «Fanculo!», poi chiude la finestra e torna davanti alla porta del bagno per dire a suo fratello che va bene, se vuole a scuola può anche andarci vestito così, che lo accompagna lo stesso.

Sente il rumore di una chiave che gira, ma la porta rimane chiusa. Quando Micael abbassa la maniglia lo trova seduto a terra. Indossa un gilet nero sopra una camicia bianca e tra le mani stringe la kippah del nonno. Sotto ha solo un paio di mutande dalle quali partono due gambe magrissime. Mentre si china per togliergli la kippah dalle mani si accorge che sta piangendo. Lo prende in braccio e, dopo avergliela messa sulla testa, insieme escono dal bagno.

Daniele Israelachvili

Daniele Israelachvili (1978) scrive i suoi primi racconti durante le lezioni di Microeconomia all’università, ma per anni non lo dice a nessuno perché ai suoi occhi è come se suonasse l’ukulele nudo. Quest’anno suoi racconti sono apparsi o appariranno su ’tina, Risme, Blam, Bomarscè, Clean e Narrandom.  

giulia sarli racconto

churchill

Un racconto di Giulia Sarli
Numero di battute: 2421

Catia e Nichi giocano a pallone vicino all’acqua. Vorrei stare con loro ma fa troppo caldo, sento il peso del pelo sul corpo. La mamma sotto l’ombrellone mi bagna la testa ogni tanto.

«Dovevamo lasciarlo a casa, non vedi che sta male?» dice il papà.
«Ma non può stare da solo, Churchill è solo un cucciolo!»

Annuso la sabbia. Provo a leccarla. Eccì! Dei granelli mi sono rimasti incollati alla lingua. Avanzo. TUM TUM. Che cos’è questo rumore?

TUM. Mi guardo intorno. È vicino al muretto che delimita la spiaggia. Lo raggiungo e inizio a scavare. Il rumore si fa più forte. TUM TUM. Sento qualcosa di morbido contro i polpastrelli e mi fermo. TUM. Ora il battito è continuo. TUM. Sembra. TUM. Un cuore. Lo prendo in bocca, porto il mio trofeo dalla mamma, glielo appoggio sulla salvietta e aspetto. TUM. Lei guarda. TUM. Caccia un urlo. D’istinto, riprendo il cuore e corro sulla battigia. I bambini si piegano a guardare. Catia dice «Bleah!» e si copre gli occhi con le mani; Nichi ha negli occhi lo sguardo di quando taglia la coda alle lucertole. TUM. Sento il rumore dell’acqua che viene. Il mare mi avvolge le zampe. Scatto via.

Supero una spiaggia e quella dopo ancora. Traccio una linea di fuga a tendini tesi. Più avanzo e più la sabbia si svuota di corpi.

«TUM TUM.»

Raggiungo il silenzio di una riva deserta. Quasi. In fondo, appoggiata agli scogli, la figura di un uomo. Mi avvicino. È vestito come quando fa freddo. Indossa un impermeabile, in testa un cappello da pescatore. La camicia azzurra, tutta lisa, ha i bottoni aperti che lasciano al sole il collo cotto. La faccia è per metà coperta da una barba disordinata. Sembra stia dormendo, non si accorge che mi sono avvicinato. Lascio cadere il cuore e abbaio. L’uomo apre gli occhi. TUM. Mi vede. TUM. Vede il cuore. TUM TUM.

«Il mio cuore!»

Lo afferra tra le mani e lo inghiotte. Io abbaio forte. «Shhh aspetta!» Si mette l’indice davanti alla bocca. Vedo l’unghia lunga e nera, simile a un coltello. Restiamo in silenzio. TUM. Sentiamo. TUM. Il rumore. TUM TUM. Ha ripreso. Mi avvicino al petto dell’uomo, è da lì che viene. Ci schiaccio contro il muso.

«È il mio cuore, erano anni che lo cercavo. Adesso posso tornare a casa, finalmente!»

Lo annuso, gli salgo su una gamba, gli lecco una guancia.

«Churchill!» Sento la voce della mamma e dei bambini.

L’uomo intrufola le dita nel pelo della mia testa in una carezza. Si alza in piedi, entra in acqua e scompare nel mare.

Sarli Giulia Bio

Giulia Sarli è nata a Bergamo nel 1987. È laureata in Lettere e collabora con La Balena Bianca. Legge e scrive tutti i giorni.

besi stefano racconto

il succo di frutta avvelenato

Un racconto di Stefano Besi
Numero di battute: 2453

La mamma entrò in camera e vide un’enorme distesa di mattoncini Lego: i bambini avevano rovesciato il cesto. Sembrava una pozzanghera colorata. Suo figlio ne toccava il bordo come se avesse paura di bagnarsi. Il suo amichetto Gianni invece era nel centro, immerso nei mattoncini come se nuotasse.

«Volete del succo di frutta?»
Gianni emerse dal mare di plastica e alzò le braccia: «Sì!».
Fulvio invece restò in silenzio.
«Tu non lo vuoi, Fulvietto?» chiese ancora la donna.

Il bambino scattò con la testa come se si accorgesse solo in quel momento della sua presenza. «Sì... grazie» disse strizzando gli occhi e agitando le mani nella sua direzione come un prestigiatore. 

La donna tornò in cucina un po’ preoccupata: nemmeno dopo aver scartato un regalo Fulvio sapeva dire “grazie”. Cosa stava succedendo? Riempì di succo di frutta due bicchieri e li portò ai bambini.
«Ecco qui» disse poggiandoli sulla piccola scrivania.
Gianni continuava a nuotare nei mattoncini. Fulvio restava come prima di lato. Forse, pensò la donna, a mio figlio i Lego non piacciono così tanto.

«Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.»

Appena la madre andò via dalla stanza Fulvio prese i bicchieri e senza farsi notare li annusò. Albicocca. Odorano di albicocca. Bene.

«Ecco, tieni» disse porgendone uno a Gianni.

L’amichetto lo prese e si scolò il succo in un sorso. Fulvio, invece, fece solo il gesto, ma non bevve. Evitò anche di bagnarsi le labbra, meglio non rischiare.

«Com’è? Buono?» chiese.
«Buonissimo» disse Gianni. Poi posò il bicchiere e riprese subito a giocare.
Fulvio restò immobile a fissarlo in modo tanto insistente che Gianni chiese: «Che c’è?», e lo costrinse a distogliere l’attenzione.

Allora Fulvio studiò il fondo del bicchiere dell’amico e vide che erano rimaste poche gocce. L’ha davvero bevuto tutto, pensò. Bene. Riprese a giocare con un mattoncino per volta, ma in realtà osservava con attenzione Gianni. Lo guardò a lungo cercando di non farsi notare. Lo guardò per interi minuti, ma non accadde nulla.

Quando la madre tornò in camera per vedere come andavano le cose, Fulvio la prese per una mano e la trascinò in cucina.
«Che succede?» chiese la donna.
«È vivo» disse Fulvio.
«Cosa dici, tesoro mio?»
«Gianni è ancora vivo.»
«Certo che è ancora vivo. Perché non dovrebbe?»

Fulvio capì che la madre non aveva sentito il messaggio. Non era telepatica. Non sapeva neanche che Gianni aveva rovesciato tutti i Lego a terra.
«Che mamma inutile» disse.
Poi tornò di corsa da Gianni. Doveva escogitare un nuovo piano.

besi stefano

Stefano Besi (1979) è laureato in psicologia e lavora nel campo della formazione esperienziale. È stato insegnante di grafologia e pasticcere professionista (specializzato nella produzione del gelato). Ha un blog che aggiorna di rado ma con piacere: www.controversi.net. Non sa suonare uno strumento e non sa guardare attraverso i muri, ma ci sta lavorando.

Racconto Maniscalco Anna

radici comuni

Un racconto di Anna Maniscalco
Numero di battute: 2184

Il giorno che la mia amica è andata a vivere con il suo fidanzato ha nevicato per la prima volta, quell’anno. Ho guardato fuori dalla finestra, la tazza di tè già troppo carico in mano, pensando che al mattino si sarebbero sconfortati – il camion con gli scatoloni bloccato nel traffico, la fanghiglia sui marciapiedi – ma alla sera si sarebbero seduti sul divano appena spacchettato, sotto una lampadina ancora nuda, e avrebbero visto i fiocchi che continuavano a cadere su quello che finalmente era il loro balcone.

Non sono mai stata brava con il bricolage, non so disegnare, ritagliare, incollare, spennellare, ma ho fatto sviluppare un vecchissimo rullino con le nostre foto da piccole: due neonate minuscole, messe una accanto all’altra nella culla e totalmente indifferenti a ogni altro essere umano nei dintorni.

«Ecco, per te,
un tetto, una vita,
un amore.»

Avrei attaccato le foto con delle mollettine a un filo di luci di Natale, l’avevo già visto in tante case diverse, e sapevo che non le sarebbe importato avere una cosa che non fosse unica, solo sua.

La settimana prima del trasloco abbiamo fatto un sopralluogo, noi due. Ha controllato che le piastrelle in cucina non si fossero scheggiate dopo la posa, che non ci fossero più cavi in vista. Abbiamo passato lo straccio per togliere la polvere d’intonaco che era sfuggita ai teloni di protezione. Tutto aveva un odore eccitante e insopportabile. Il forno, senza nessun alone, lo specchio del bagno senza ditate; non un segno sui muri, tutto le veniva consegnato immacolato, con l’unico imperativo di goderselo. Ecco, per te, un tetto, una vita, un amore.

Le ho chiesto se le servisse altro, e mi ha risposto che voleva un gatto, per avere qualcuno di cui prendersi cura. Ha detto, scherzando, che ero sempre stata la sua quercia, e ora che andava da sola nel mondo voleva restituire qualcosa.

Le ho risposto che non poteva mica diventarmi una persona matura nell’arco di una settimana, quella doveva essere l’unica cosa mia. Però mi ha fatto tenerezza. È vero che sono nodosa, e che mi ergo da sola sulla mia collina; mi piace la vista dall’alto, qualche volta.

Le ho messo una mano sulla testa, e le ho detto: «È l’ultima volta che ti faccio ombra, mia giovane amica».

Anna Maniscalco Bio

Anna Maniscalco (1992) si è diplomata in Cinema alla Scuola Holden e in Arti del Racconto alla IULM. Nata a Modena, ora vive a Milano, si muove nell’editoria e collabora con ilLibraio.it. Ha scritto di film su Sushiettibili.eu e ha pubblicato racconti su Abbiamo le prove, inutile, L’Inquieto. Ha creato la newsletter La cinefila della domenica.

racconto amelii niccolo

la cantina

Un racconto di Niccolò Amelii
Numero di battute: 2485

In superficie si sta bene, entra parecchia luce dalle ampie vetrate del salone, l’aria circola con frequenza regolare, il panorama si delinea sinuoso dal parapetto della veranda e i colori del tramonto si stagliano quotidianamente all’orizzonte dipingendo bagliori impressionisti sulle pareti. Non c’è alcun problema di connessione o di segnale in superficie, i suoni si percepiscono con chiarezza, il cibo è buono e abbondante. 

Ogni servizio è a portata di mano, ogni piccolo lusso o vizio può essere soddisfatto con un po’ di pazienza e fortuna. Ecco perché tutti vogliono rimanere in superficie e si applicano con abnegazione, costanza e una punta di benevole arroganza affinché tale volontà non venga mai delusa.

«Ecco perché tutti vogliono rimanere in superficie.»

La cantina invece fa paura, se ne parla sommessamente in rare occasioni, a bassa voce prima di addormentarsi e per pochi minuti. Nessuno è mai risalito dalla cantina, perciò coloro che vengono prescelti per scendere le scale sono consapevoli che probabilmente non rivedranno i loro cari, gli amici o lo scintillio tenue del sole all’alba. Con lo sguardo abbassato e il volto contrito in una smorfia di tristezza indicibile si incamminano mesti, cadenzando i passi e i saluti. A volte qualcuno urla, strepita, si sdraia scalciando sul pavimento prima di essere risucchiato dall’oscurità della scala, ma più frequentemente la lunga processione si svolge in silenzio.

Sebbene mi ritenessi intoccabile e mi crogiolassi nella convinzione del tutto vana di poter resistere in superficie per il resto della mia esistenza, un giorno sono stato chiamato, io solo, irrevocabilmente. Ho pianto, ho serrato i pugni, ho invocato i santi e lanciato le maledizioni più audaci, tempestato l’aria di bestemmie e ingiurie, eppure a nulla è valsa la mia furia disperata. Mi hanno scortato senza parlare sino alla scala, io solo, non era mai successo prima. La scala era lunga, di una pendenza vorticosa e i gradini consumati e pieni di buchi, una sostanza vischiosa ricopriva gran parte del corrimano. Non ho avuto la forza di voltarmi indietro un’ultima volta e, arrivato stremato alla soglia della cantina, loro mi hanno afferrato le braccia e mi hanno portato dentro, respiravo a fatica.

Non sono mai più risalito in superficie, ci ho provato nei primi tempi di prigionia, ma i miei tentativi di fuga sono sempre stati scoperti o braccati. Per questo motivo ho deciso ben presto di rinunciare. Mi sono abituato, in fin dei conti nella cantina si vive bene, ora il buio è la mia luce.

Amelii Niccolò

Niccolò Amelii (1995) è laureato in Editoria e scrittura all’Università La Sapienza e ha fondato il sito di critica e cultura Quaderni contemporanei. Ha pubblicato articoli su Nazione Indiana, Poetarum Silva, Flanerí, Diacritica, Frammenti; racconti su Altri Animali, Clean, Blam. Ha partecipato alla XXXIII edizione del Premio Calvino.

racconto rosaria leonardi

rosso

Un racconto di Rosaria Leonardi
Numero di battute: 2494

Le lenzuola non vengono cambiate da un paio di settimane ma la lavatrice è ancora piena di colorati. Le scarpe di Mattia vanno messe a posto. Il cesto della biancheria è colmo e il ferro da stiro ammuffisce da giorni sull’asse a fiorellini blu. L’infermiere ha dimenticato l’antibiotico. Lucia ha il compito di matematica. Il supermercato sotto casa ha in offerta le fette biscottate e i pelati. Quello a due isolati il pesce surgelato e la carta igienica. Nicola ha la colite e la verdura non va bene. La signora di fianco si è lamentata di Ventosa. Bisogna ritirare le ricette dal medico. La veterinaria ha chiamato per il richiamo delle vaccinazioni. Anselmo del primo piano vuole il numero dell’amministratore. Il suo capo è in menopausa. Mattia e Lucia hanno i colloqui ma Nicola ha il turno del pomeriggio.

Olga sospira e apre gli occhi mentre quattro gommini pelosi si avventano sulla sua bocca. Afferra la sveglia prima che inizi a trillare: sono le 5:47 ma il sonno l’ha abbandonata mezz’ora prima. Ventosa le si arruffiana attorno al viso.

«Il cesto della biancheria è colmo.»

Prende il gatto e si alza, portandoselo sottobraccio. Il buio è interrotto dalla luce zebrata dei lampioni che filtra dalle tapparelle. Il letto cigola mentre Nicola si gira su un fianco e riprende la sua litania nasale. Cerca le ciabatte con i piedi, tastando il pavimento freddo, e si avvia silenziosa verso la cucina. Ventosa mugola piano. Quando la mette a terra, le si attorciglia ai piedi e per poco non la fa ruzzolare.

Olga fa una smorfia e si porta una mano sulle reni.

Sbircia nella stanzetta dove sua madre russa con la bocca aperta su un cuscino basso. Chiude la porta e, in cucina, versa una manciata di crocchette nella ciotola di metallo accanto al divano. Ventosa ronfa soddisfatta ed esplora con fare circospetto la sua colazione.

I piatti della cena sono nel lavello e Mattia le ha lasciato la divisa sporca del calcetto nel tinello. La lista della spesa accanto al frigorifero si è allungata e la bolletta della luce scade oggi.

Olga si stropiccia gli occhi e mette a scaldare il bricco.

Il salotto è in penombra ma riesce a versarsi una tazzina di caffè. La beve in fretta, mentre tenta di sbrogliarsi i capelli.
La busta è ancora discreta sul piano della cucina dove l’ha lasciata il giorno prima. Olga l’afferra e va nel tinello. La luce è fioca. Deve cambiare la lampadina.

Afferra lo stick e legge le istruzioni sulla confezione. Le conosce già ma vabbè.
Si abbassa gli slip e si blocca.
Lo stick non le serve più.
Olga sorride.

 

Leonardi Rosaria bio

Rosaria Leonardi (1982) vive divisa fra la realtà e l’immaginazione. È una storica di professione ma i libri e la scrittura sono la sua seconda vita. Ha scritto saggi scientifici e prova ad avviarsi lungo la strada della narrativa.

zerbola racconto

appunti sulla fine del mondo

Un racconto di Lorenzo Zerbola
Numero di battute: 2463

La terza guerra mondiale tanto attesa scoppia a causa di un meme su internet. L’America si divide in Stati Uniti d’Oriente e Stati Uniti d’Occidente, rinunciando così per sempre alla sigla. Los Angeles brucia mentre New York resiste in un lusso decadente dall’aria orientale. L’Europa è solo una grande confusione di anime in pena, inguaribili romantici e case scoperchiate. Satelliti, ripetitori e server sono stati distrutti. Non c’è più internet, ma alcuni si ostinano lo stesso a guardare gli schermi neri dei cellulari, battendo le dita sull’inerme superficie liscia.

Un erasmus scappa da un campo di prigionia. Il viaggio verso casa è lungo e pericoloso, e spesso è costretto a rimanere lunghi periodi fermo e nascosto, in attesa di un varco. Grazie però a una parentela, uno zio fattorino, il popolo nomade dei camionisti lo accetta e supera così le Alpi, nascosto tra il carico di merce.

«Ora davanti a sé ha il grande deserto padano.»

Ora davanti a sé ha il grande deserto padano da attraversare. Decide di percorrere l’autostrada fino a Bologna. Da lì proseguirà verso Sud attraverso gli Appennini smussati dai bombardamenti, chiedendo ospitalità a vecchie conoscenze, compagni di studi o altri superstiti.

Cammina di notte, per evitare il caldo del giorno. Con il suo telo mandala, che aveva staccato dal muro della sua cameretta prima di essere deportato, costruisce nelle aree di sosta una capanna per farsi ombra e pensare a Cristina. Hanno scelto di viaggiare separati fin dall’inizio, perché nessuno dà mai passaggi a più di una persona per volta. Troppo pericoloso per gli automobilisti, non si fidano.

Dalle parti di Piacenza Nord, trova un autogrill aperto. Cerca di capire quanti chilometri mancano da un cartello pubblicitario che gli ricorda di essere “in un paese meraviglioso”. Entra, si siede al banco e prende un caffè. Attorno a lui, leste figure rubano caramelle e pacchi di patatine. Va in bagno e si chiude nell’unico cesso rimasto agibile. Sulla parete di piastrelle, con un pennarello nero, comincia a scrivere: «Cristina, sono io…».

Stringe i denti. Non riesce più a ricordare il suo nome. Sono quattro anni che fugge, e si rifiuta di utilizzare il numero impresso sull’avambraccio. Poi però si accorge che nell’angolo in basso del muro c’è un simbolo che ha tatuato sulla gamba, e Cristina sotto il seno sinistro. È già passata di qua. Esce dal bagno, rimettendo il pennarello nel suo zaino da trekking, paga il caffè a una commessa dall’aria annoiata, e si rimette in cammino.

Lorenzo Zerbola

Lorenzo Zerbola (1993) scrive racconti (alcuni sono stati pubblicati su Verde e L’Inquieto) e inventa giochi di carte. Buon piede destro, ma non passa mai la palla. Sonnolento. Ciò che lo contraddistingue maggiormente, dicono, è la sua capacità di dare ottime indicazioni stradali. 

cecilia gabbi racconto

ricordare

Un racconto di Cecilia Gabbi
Numero di battute: 2391

Ricordo quando ci dicevano che sembravamo così innamorati.
Faceva freddo sulla terrazza del teatro, era fine aprile. Le mani sul tuo petto e le spalle coperte dalla tua giacca. Ricordo, forse.
Alla stazione del treno ti ho odiato, non so nemmeno per quale motivo avessimo litigato. Solo insofferenza. Non importava più il mese, di giacche bastava la mia e nessuno più ci guardava, nemmeno noi.

Forse per questo ero così affamata di loro. Non potevo dimenticarmene, ogni giorno dovevo rendere di conto. Pretendevano, esigevano. Per questo mi hanno salvato.

«Per questo
mi hanno salvato.»

Una lettura fuori dal programma, Jack Frusciante è uscito dal gruppo. Già, forse più scontata di quanto pensassi, eppure. Entro in classe, parliamo del libro per quasi un’ora. Mi sorprendono, sono interessati. Mancano quindici minuti, voglio provare ad andare oltre. Il libro non è che un pretesto. “Prendete un foglio. No, non sarà valutato”. La prima grande cosa che hanno fatto o che faranno. La consegna è questa.
Suona, si precipitano fuori e io mi confondo tra loro all’uscita.

A casa sgombero in fretta il tavolo dagli avanzi della colazione. La plastica dei crackers, la tazza del caffè. Appoggio i fogli sulla tovaglia vicino alle macchie di marmellata. Cosa vado cercando in queste confessioni? C’è chi d’estate ha viaggiato da solo, chi ha cambiato sport e chi ha perso qualcuno. C’è chi ha appena scelto le superiori e chi è già preoccupato per l’università. C’è chi...

E poi c’è L., che dall’ultimo banco dell’aula mi confessa che lui una grande decisione non l’ha mai presa. Però c’è una ragazza, più piccola. E c’è anche una sensazione forte che non ha mai provato ma che gli piace, una sorta di “continua attesa e incertezza su quello che accadrà”. Vorrebbe baciarla ma gli manca il coraggio. Certo, sembra un piccolo passo. Altri parlano già del futuro, di piani e progetti. E lui? Di ora. Anzi, di oggi pomeriggio, di quando la vedrà. Non c’è grande volo senza piccoli passi. E allora si decide: la bacerà. Si scusa per il tema, forse è troppo personale, ma si è lasciato prendere un po’ la mano. E io? Lo scuso?

Penso solo a questo sabato di dicembre, alla neve di ieri e a questi due che camminano insieme mentre la paura se ne va e, forse, chissà. Lo scuso, mi scuso. Per aver smarrito quell’incertezza, per aver dimenticato. Lo scuso, lo scuso questo L. che, a quindici o sedici anni, mi ricorda che cos’è l’amore.

Cecilia Gabbi

Cecilia Gabbi (1995) è nata a Reggio Emilia e studia a Bologna. Ama del teatro la sua necessità, della scuola gli incontri e di Italianistica ciò che le regala la lentezza della letteratura. Attualmente sta lavorando a una pubblicazione per Culture Teatrali. Di solito scrive solo per sé.

racconto domenico talia

cane e padrone

Un racconto di Domenico Talia
Numero di battute: 2373

“Rispetta u cani pe amuri du patruni.” Per i settentrionali la traduzione recitava: “Rispetta il cane per amore del padrone”. Traduzione letterale e sincera ma da sola non bastava. Nessuna traduzione da sola è sufficiente se vuoi capire cosa aveva in testa chi, prima di dirla, una frase l’ha pure pensata. Specialmente se l’ha pensata bene e soltanto dopo se l’è fatta scendere in bocca. “Rispetta u cani pe amuri du patruni”. Sì, il principio possiamo dire che va bene, ma anche il cane ti deve rispettare se il padrone gliel’ha insegnato. Se non ti rispetta, è un po’ anche colpa del cane, ma soprattutto la colpa è del padrone.

Nino a guardarlo era un giovane uomo come tanti. Qualcuno poteva notare i suoi occhi profondi. Era calmo, parlava sereno. Nulla di strano, quante migliaia di uomini erano così? Nino ti uccideva con il sorriso sulle labbra. Era serio, preciso, svelto. Non voleva impensierirti, men che meno terrorizzarti.

«Nino ti uccideva
con il sorriso
sulle labbra.»

Quando entrò nel magazzino, Peppe lo accolse come un amico e Nino un amico era. Amico anche di Peppe. Oltre agli occhi profondi, Nino aveva un padrone che col passare del tempo aveva imparato a rispettare. Da uomo serio e preciso, a volte lo rispettava più degli amici.

Peppe il cane non lo aveva rispettato, né per amore del cane, né per amore del padrone. Aveva sputato in faccia a Marco, lo aveva abbuffato di schiaffi e pugni e lo aveva lasciato a terra mezzo svenuto. Proprio come un cane. Lo aveva fatto perché quella bestiola di Marco era un ladruncolo che poche notti prima era entrato nel suo magazzino e la mattina dopo tante cose erano mancate. Lui aveva negato, ma tutti sapevano che era ladro e bugiardo. Però, purtroppo, Peppe aveva sottovalutato un dettaglio. Si era dimenticato che il cane va rispettato anche per il suo padrone e Marco era un sottopanza con un padrone importante. Padrone serio e pesante che in quel caso non si sarebbe voluto alleggerire. Infatti, per evitare di perdere peso chiamò Nino e gli disse di Peppe.

Peppe quella mattina era entrato vivo nel suo magazzino, ma qualche ora dopo ne uscì morto. Non un morto freddo, stecchito. Un morto a sangue caldo che ancora camminava con le sue gambe. Ma questo suo essere ancora caldo e quasi in piedi non diceva molto, anzi era una mistificazione. Nino lo sapeva già. Peppe se ne accorse pochi secondi dopo. Gli altri lo vennero a sapere il giorno seguente.

bio domenico talia

Domenico Talia è docente di ingegneria informatica all’Università della Calabria, ha pubblicato alcune raccolte di racconti, collabora con Nazione Indiana e con quotidiani.