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Luigi Tuveri racconto

verso casa

Un racconto di Luigi Antioco Tuveri
Numero di battute: 2494

Dopo le sette c’è un autobus ogni mezz’ora. Anna torna dal lavoro e cammina. Abita in un monolocale alle case nuove, quelle costruite oltre il capolinea della metropolitana. Molte abitazioni sono vuote e spesso arriva gente nuova. Per capire che persone siano, Anna guarda cosa esce dai camion e pensa che le sarebbe piaciuto fare un trasloco vero, arrivare con qualcuno, invece il giorno che ha lasciato la casa della madre, l’è bastato riempire qualche valigia. L’ha aiutata il fratello a portar la roba.

Dopo l’ultima fermata ci sono campi incolti, orti abusivi e auto posteggiate. I marciapiedi terminano in nodi di cespugli e cumuli d’immondizia. È un territorio di topi e di cornacchie, di fumo che si alza nella macchia suburbana, di odori acri che pungono la gola. Sono stati costruiti anche edifici che forniranno servizi alla comunità, ma per ora sono inutilizzati. Sacchi amniotici gonfi d’aria morta con nessuno dentro se non, immagina Anna, echi strozzati dalle esalazioni delle vernici.

In piedi sui telai di rinforzo con cui hanno ingabbiato i fusti di giovani alberelli d’arredo urbano, ci sono i ragazzi. Stanno in branco a urlare verso le finestre del carcere minorile. Fumano, bevono birra, si speronano con le bici a noleggio del municipio. Sono giovani e arrabbiati, tatuati. Rasati, meticci, segnano le panchine coi coltelli.

«A ogni piano, Anna esprime
un desiderio.»

Anna passa in mezzo, la strada è quella. Sente le parolacce, i rutti, le grida di vendetta. Il fatto che nel branco, di solito, ci sia qualche ragazza la rassicura. Un passo dopo l’altro supera quel muro, attraversa uno spiazzo, cammina di fianco alle ruspe e avvista il palazzo. Sorpassa le fermate che avrebbe potuto fare con l’autobus, prende le chiavi dalla borsa, osserva il tasto intonso del citofono ed entra nel giardino condominiale. Alza gli occhi per vedere quanti sono i vetri illuminati, magari è arrivato un nuovo inquilino, una nuova famiglia. Segue i labirinti tra le aiuole ancora da seminare ed entra nell’androne.

Il monolocale è all’ultimo piano. L’ascensore è fuori uso, ha detto il geometra che prima devono collaudarlo. Sono dieci piani. A ogni piano, Anna esprime un desiderio. Le piace fare questo gioco: tampona la fatica, le ferite, la trattiene in un respiro piacevole. Al sesto piano, una porta si apre di colpo. Anna si ferma. Ciao, le fa con la mano una bimba minuscola. Si sorridono. Anna poi prosegue: i piedi sugli scalini e i desideri tra la pancia e gli occhi. Dalla finestrella del pianerottolo entra la luce.

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Luigi Antioco Tuveri (Milano, 1964). Perito Industriale, tre figli. Ha pubblicato racconti in riviste e raccolte. Tra questi: L’altra porta (Terre di Mezzo), La terra al tempo dei mondiali (Autodafé), Che ti fummo affidati dalla pietà celeste (Cadillac). 

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a pagina 174

Un racconto di Michele Giordano
Numero di battute: 2347

Il professore guarda il libro davanti a sé.
«Andate a pagina 174» dice.
Disciplinati, gli studenti eseguono.
«Oggi parliamo di meraviglioso e di strano. Lo studioso bulgaro Tzvetan Todorov sostiene che la narrativa fantastica riguarda da una parte storie tratte da un mondo estraneo alla realtà di tutti i giorni...»
«Come la favola dei tre porcellini che abbiamo letto ieri?» domanda Aloia.

«Oink!» commenta Bucci.
«Sì» conferma il professore, ignorando lo spiritoso, «bravo Aloia.» Poi aggiunge: «dall’altra parte, la narrativa fantastica riguarda storie in apparenza saldamente ancorate alla realtà quotidiana…».
«Oink!» insiste Bucci.
«Va bene, Bucci» dice il professore senza scomporsi, «ti sei meritato una nota» e si accinge a scriverla al computer di classe.

«Utente» chiede il computer.
«Giordano.»
«Password.»
«nespola.»
Si aspetta il solito «Benvenuto, Giordano Michele», ma legge «Benvenuto, Lupo Michele». Che pasticci fa il server?

«Benvenuto,
Lupo Michele.»

Ma non fa in tempo a pensarci sopra: le mani sulla tastiera sono diventate pelose e le dita hanno grinfie adunche. Solleva lo sguardo: una ventina di porcellini, seduti ai banchi, grugnisce.
Sente un prepotente languore. Deglutisce senza volerlo, mentre i porcellini ammutoliscono. Prova più disappunto o più appetito? Gli spiace mangiare i suoi studenti, ma neanche tanto.
Prova a resistere. Facile a dire. Guarda Romani: che bocconcino! E Aloia? Bravo, ma soprattutto buono. Ha fame. Una fame da lupo.

Un momento, però. Quel residuo di professor Giordano che resiste in Michele il Lupo concepisce un pensiero. Guarda il libro sulla cattedra aperto a pagina 174 e legge: «L’avvenimento strano si spiega come illusione dei sensi o come proiezione della psiche umana, in quanto esseri misteriosi e fenomeni inspiegabili si inseriscono in una realtà apparentemente normale».
Freneticamente scorre il libro fino a pagina 338: «Il termine realismo viene applicato a opere del Medioevo, dell’Ottocento e del Novecento, che mirano a ricreare in letteratura situazioni di vita e personaggi verosimili, inseriti in un determinato contesto spaziale e temporale (in caso contrario, siamo nell’ambito del fiabesco e del fantastico)». A questo punto guarda gli studenti.

«Ragazzi» dichiara, «parliamo del realismo.»
«Ma stavamo parlando dello strano» protesta Aloia.
«Meglio di no» risponde il professore, «credetemi, è meglio di no.»

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Michele Giordano (1952) è nato a Milano e ha dedicato molti dei suoi anni (ma non tutti) all’insegnamento. Ha pubblicato un romanzo (Come i funghi sbronzi d’acqua, Robin 2011) e un racconto lungo ricavato da una storia vera (Una selvaggia normalità, Franco Angeli 2012). Il suo sito personale è parolescritte.it.

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espiazione da starbucks

Un racconto di Claudio Conti
Numero di battute: 2469

«È ridicola» faccio a Guido mentre mi alzo sulle punte per vedere che succede lì davanti. «È un’idea da impallinato, te ne rendi conto, vero? È senza logica.»
«La logica poi.» Guido è in fila dietro di me e parla guardandosi le scarpe. «La religione è forse logica
Mi giro appena. «Andrai all’inferno.» Quindi sbuffo e mi sporgo verso il bancone. «Oddio, ma cos’hanno oggi? Cristo. Muovetevi.»
«Rifletti» continua lui, «tutto torna: i peccati sono i punti ferita e le preghiere sono i punti esperienza.» Strusciamo le suole avanti di mezzo passo. «Ogni nostra preghiera porta punti ai giocatori.»
Sorrido. «E sarebbe tutto qui il Grande Mistero?»

Mi vibra il cellulare, è Lara. Lo rimetto in tasca.
«Le nostre vite» continuo, «sarebbero il gioco di ruolo di un gruppo di mocciosi?»
«Esatto.» Mi indica. «Adolescenti livorosi che nel Gioco interpretano gli dèi. Cristo, Buddha, Allah e non so, Confucio?»
«Si dice gli dèi o i dèi?»
Facciamo un altro mezzo passo. Il cellulare mi vibra ancora.
«È Lara, vero?» mi fa Guido sbirciando sopra la mia spalla, «dovresti chiederle scusa.»

«E gli ebrei?» gli chiedo.
«Cosa?»
«Non puoi tenere fuori dal gioco il Grande Popolo Eletto.»
«Ma sempre Cristo è.»
«Vero» dico distratto mentre mi guardo dietro. La fila arriva alla porta.
«È che l’idea di essere un personaggio» continuo, «è così deprimente.»

«E sarebbe tutto qui il Grande Mistero?»

Noto un signore anziano che sta appiccicato a Guido.
«Ma non lo vedi» mi fa lui, «che le nostre vite sono decise da un giro di dadi? È evidente.»
«Einstein diceva che Dio non gioca a dadi.»
«Ecco, per questo gli ebrei non li faccio giocare.»
Rido. «Sei tutto scemo.»

Avanziamo.
«Senti, Guido, è semplice: non c’è nessun moccioso, nessuna divinità. C’è la morale. Viviamo, commettiamo errori e paghiamo il loro prezzo. Come? Con le buone azioni. È una bilancia universale.»
«Come Lara» mi fa lui con una nota di biasimo. «È un errore bello grosso, un prezzo salato.»
«Farò una buona azione» gli dico con un mezzo sorriso.
«Bella grossa.»
«Ecco. Quel signore dietro di te. Lo faremo passare avanti.»

Guido si gira appena, quindi torna su di me, perplesso. «La tua generosità è disarmante.»
Ci facciamo da parte e il vecchio, a passi brevi e rapidi, ci sorpassa con un sorriso e con il gesto di alzare il cappello.
Qualche minuto dopo tocca a noi.
«Un macchiato cannella per il mio amico e un Caramel Frappuccino per me.»
«Sono desolata» mi fa la ragazza in verde, «ma l’ultimo Caramel Frappuccino lo ha preso proprio il signore prima di voi.»
«Cristo.»

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Claudio Conti nasce a Roma nel 1972. Vive nelle Marche. Scrive da due anni, ci pensa da sempre.

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e nel cielo l’ aprile

Un racconto di Stella Poli
Numero di battute: 2476

Grazie per questa casetta
quattro mura cinque finestre
e nel cielo l’aprile

 

È morto a ventott’anni. Cancro al quarto stadio, quando l’hanno trovato.
Negli ultimi concerti si trucca da pierrot e porta un pigiama che, dice, lo fa arlecchino. Non vuole che nessuno lo guardi più in faccia.
Torna a morire dai suoi. Pare comprensibile, come un commiato decente, sensato. È di un paesino minuscolo attaccato all’Ucraina per strascichi burocratici. Un posto veramente dimenticato da dio. Venendo da Mosca, poi, la Mosca del boom.
È quando arrivo che scopro che ha una moglie. Un figlio. Lei è una ragazzina.
È inverno, farà meno venti. Non ci sono macchine, gli edifici non sono riscaldati. Una ragazzina minuscola che si dà pacche sulle braccia e non chiede perché sono venuta.

Per faxare le diagnosi ai luminari di Mosca. Le cliniche private. Quelle quasi occidentali.
La mia famiglia pranza con tre coltelli. Ho imparato quale e quanto burro vada sotto ogni caviale. Sono io, la Mosca in ascesa.
Ho prodotto i suoi ultimi tre album. Me li ha dedicati, sono per me.
(Per salvarlo. Ho i mezzi per provarci).

«È quando arrivo che scopro che
ha una moglie.
Un figlio.»

L’ho conosciuto che aveva già delle storie. Tutte pubbliche, sfacciate. Chissà cosa vuol dire sposare un uomo e non vederlo più. Perderlo, avendolo. Una cosa vuota e enorme. Come un simulacro, una parvenza. Ma sacra, insieme, agghiacciante di purezza e inutilità.
Di lui che cos’ha avuto, mi chiedo, i suoi diciassette anni che volevano partire? Queste rovine, questi brandelli di uomo che pensano siano questi il tempo e il luogo cui tornare?

Eppure ha ragione lei, misera, provinciale, che mi accompagna a piedi per questo buco di culo di mondo, con delle pantofoline ridicole e un soprabito fatto di niente. Che sogna una pelliccia. A Mosca non si usano più le pellicce, le dico, si va in grandi auto scure, calde, vestiti da sera.
Non dice niente. Non piange, non urla, non chiede dove trovi il coraggio per dirle “vestiti da sera”, troppo veloce. Non mi insulta. Non domanda.
Scialba, sfiorita a ventiquattro anni, di istruzione modesta, ha talmente ragione lei che me ne vado prima che muoia. Lascio il campo, le lascio i diritti, caccio in borsa i fogli dei medici.

Mia nonna era ingegnere nucleare. La prima donna in Russia. Mi ripeteva che ero eccezionale, magnifica, che era inopportuno paragonarsi agli altri. Non mi ha insegnato a sentirmi in colpa, a domandare scusa.

Ogni tanto ascolto la sera tardi le canzoni che lui cantava con lo sguardo un po’ di lato.
Non mi ha insegnato quanto sono piene persino quando paiono vuote, le cose strette.

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Stella Poli (1990) è nata a Piacenza, ma prova sempre a non starci. Sta finendo un dottorato in filologia e letteratura contemporanea all’Università di Genova. Collabora con la Balena Bianca, un suo racconto è uscito su inutile e uno uscirà su ’tina.

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devi trattarmi bene

Un racconto di Francesco Mila
Numero di battute: 2399

Devi trattarmi bene, aveva detto – quando a Roma non avevamo letto e per la prima volta l’avevo trascinata in questa casa, sicché per un futuro assieme esisteva solamente la campagna. Ti devo trattare bene, le avevo risposto – finalmente, dopo aver fatto l’amore, dopo aver rovesciato un’altra coperta di lana grezza ed esserci intrecciati nudi per dimenticarci del freddo.

Ricordo che più tardi, baciandoci, si era messa a piangere. Allora le avevo preso le guance, e ai terminali delle lacrime avevo piazzato dei baci. Ricordo di averle chiesto Perché piangi? – no – Perché non sei felice? E adesso non so, se avesse più paura che rispondendomi le avrei o che non le avrei creduto. Perché voglio morire, aveva detto – mentre quel poco d’ombretto sfumava sugli zigomi aztechi in un viola acquerello.

La mattina lavoravo all’orto mentre lei si occupava dei gatti – venivano a miagolarle sul tetto del capanno, lei metteva in un piatto gli avanzi e ad uno ad uno li portava in paese a sterilizzare; dopo avevano il pelo rasato e tre punti, e per paura che non cicatrizzassero la sera se li tirava dentro.

«l’animale graffiava e aveva l’aria
di soffocare.
»

Una volta, chino sull’orto, avevo sentito uno dei gatti lamentarsi, ed entrando avevo trovato il cotto disseminato di escrementi. Se lo stringeva al petto, sepolta da tre strati di lana grezza, e l’animale graffiava e aveva l’aria di soffocare. Perché fai così? le avevo chiesto. Perché voglio morire – e io mi ero arrabbiato per gli escrementi, a forza le avevo strappato il gatto, tutto nero e forse nemmeno svezzato, dopodiché lo avevo scaraventato oltre la siepe e il gatto non aveva miagolato più.

Un pomeriggio – con l’orto avevo finito presto – l’avevo lasciata leggere ed ero andato in paese a caricare la legna. Vivevamo in campagna da quattro mesi, alle cinque faceva già buio e si vedevano le stelle; la pasticceria era ancora aperta, e pensai, per scusarmi, di comprarle una di quelle paste che a Roma trovavamo da Romoli e che in campagna non avevamo modo di mangiare più. Ricordo di avere pensato ai nomi di stelle che credevo di avere dimenticato – Sirio, Antares, Rigel –, mentre le paste mi cadevano sulla veranda e oltre i doppi vetri brillavano di riflessi lunari i corpicini dei gatti nel punto in cui il pelo cominciava a ricrescere. Dopodiché ricordo un odore forte, avvolgente di gas, e sugli zigomi aztechi l’ombretto asciutto.

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Francesco Mila (1996) è nato a Roma e si divide fra la capitale e il lago di Vico. Studia Lettere moderne presso l’Università La Sapienza e collabora con la rivista YAWP, per cui pubblica racconti, interviste e altro. Possiede un cane, ma segretamente preferisce i gatti. Sogna di vincere un giorno il prestigioso Burroughs Award.

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un cinquantesimo di mondo

Un racconto di Antonio Vangone
Numero di battute: 2462

Fu deciso in gran fretta. Vivevamo già da anni in enormi città senza nome, rampe di partenza tirate su da un mese all’altro, nessun puntino sulle mappe, solo numeri. 44. 56. Ogni tre o quattro mesi mandavo una lettera alla mia famiglia, saluti e baci e un nuovo numero a cui spedire la posta. 71. Solo quello, poche parole e un numero, ogni comunicazione con l’esterno era sottoposta a controlli rigidissimi, non ci era permesso rivelare nulla sulla natura del nostro operato.

Ma a parte questi piccoli disagi mi piaceva quella vita, la sensazione di essere un ingranaggio ben oliato in un sistema perfettamente funzionale, prima i geologi, gli architetti, gli astrofisici, poi gli operai e i tecnici come me, quelli che le manovelle dovevano girarle. A lavoro concluso ad alcuni di noi, in genere i più anziani, veniva proposto di stabilirsi lì con i soldati e il personale di supporto e riunirsi ai loro cari. A me non è mai successo. Non c’è stato il tempo.

87, l’ultimo numero. Il piano di evacuazione fu reso pubblico non appena le navi furono cariche, le ultime bombole approntate. Noi lo sapevamo da tempo che il pianeta era perduto, che non poteva più sostenerci tutti. Noi, i minuscoli membri del misero due per cento che sarebbe rimasto a terra, salutammo con mestizia la gente che piangeva e ci chiamava eroi. 

«Noi lo sapevamo da tempo
che il pianeta
era perduto.»

Erano anni che immaginavamo lo sciame di aerei provenienti da ogni parte del mondo e le facce atterrite di quelli che la verità la sapevano da tre giorni, ci era stato ordinato di sorridere e ci provammo, ma anche a noi veniva da piangere a guardarli, a pensare che non sapevano proprio niente e le valvole del gas soporifero presto si sarebbero aperte con un soffio cattivo e un messaggio rassicurante. C’ero, quando fu registrato, sintetizzato da un computer con voce di donna in tutte le lingue: sarebbe stato sussurrato loro di riposare bene, perché il viaggio era lungo e la partenza dura e invece non si sarebbero più svegliati e le navi interstellari avrebbero vagato in eterno nello spazio, cariche di cadaveri tristi e speranzosi.

Molte in realtà non lasciarono mai l’atmosfera, il tempo era poco e i costi alti, si tagliava dove si poteva. Così prima di tornare alle nostre vite, alle città dei nostri ricordi ora vuote, dovemmo seppellire i morti, decine per ciascuno di noi, miliardi di corpi carbonizzati tra l’acciaio e il tungsteno, raccolti con cura e fasciati in bare bianche biodegradabili. Tra milioni di anni, petrolio.

antonio vangone

Antonio Vangone (1995) vive alle pendici del Vesuvio e spera per il meglio. Studia per diventare odontoiatra, legge e scrive quanto può. Finalista al Premio Raduga 2017,
suoi racconti sono apparsi su Firmamento, Ammatula e altre riviste letterarie.

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un pugile

Un racconto di Chiara Araldi 
Numero di battute: 2500

Nel centro di Mantova c’è un piccolo bar, con i tavolini di ferro che come un ingranaggio spanato si spampanano sui ciottoli della piazza Broletto. Questo bar – gestito da sempre dalla famiglia Lasagna – ha ospitato tante storie, alcune familiari, altre comunitarie, altre ancora di stranieri che a volte ci si son trovati come a casa. Quasi nessuna, però, è mia da raccontare.

Quello che mi spetta dire è che il vecchio Lasagna Attilio di mestiere faceva il pugile, quando ancora c’era il duce, con risultati eccellenti. Di questa attività restano: i ricordi negli occhi di chi è ancora vivo, un attestato rilasciato in occasione della vittoria del titolo di campione nazionale e ovviamente il famoso drink, perfetto in ogni occasione nel suo essere perfettamente imbevibile.
Ma forse è che a me non piace il vermouth.

In ogni caso, come memoriale del compianto Lasagna Attilio, le autorità hanno installato sui vecchi ciottoli della piazza antistante il bar un ring di misura regolamentare, e tutte le persone si son coagulate a riempire gli spazi per guardare giovani uomini ferirsi ripetutamente e saltellare, respirando forte.

«Io non capisco la boxe, ma dicono che ci sia della poesia dentro.»

Io non capisco la boxe, ma dicono che ci sia della poesia dentro, così sono rimasta appoggiata alla ringhiera e pur facendo fatica ho continuato a guardare, come i bambini davanti ai film di paura, incasellata, mentre i sostenitori di Piero, il contendente locale, gli urlavano dagli angoli di portare il pisano alle corde, non farlo legare e molte altre cose di grande importanza che tuttavia non posso ricordare, non avendone colto pienamente il senso. Tra una ripresa e l’altra camminava sul tappeto una ragazza in costume e tacchi veramente molto alti, miss Melissa o Melania, probabilmente miss presso se stessa. In ogni caso bella, s’è detto.

Alla fine Piero ha perso ai punti, ma se n’è andato comunque tra gli applausi, anche perché il pisano era decisamente più tonico, e aveva una spalla tatuata con un tribale, quindi credo che a lui e a tutti gli altri sia anche andata bene così.

Ho dunque archiviato la boxe tra le cose che non posso approfondire, e ho pensato che ci sono tante altre cose che non posso approfondire, perché mi tribolano il cuore o mi rifuggono, tra le quali ovviamente ci sei tu, l’attività comunicazionale di Matteo Renzi e il procedimento di distillazione del Pugile.

Ma in fondo, quello che non ha senso per me è poesia per qualcuno. Ed è sempre opportuno affacciarsi alla vita insieme a chi trova poesia in ciò che per noi non ce l’ha.

bio chiara araldi

Chiara Araldi (1983) vive nella piccola città di Mantova, dove è nata il giorno del suo onomastico. Dice sempre di volersene andare, ma non si sa bene dove. È un poeta, un genitore, un avvocato. Ha pubblicato la raccolta di poesie P.I.N.D. Poetry is not dead (diversamente dal punk. A quello occorre dire addio) (La Gru, 2018).

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caterina

Un racconto di Alessandra Piccoli
Numero di battute: 2483

Ricorda solo un bacio tra le scapole, si infila una mano nelle mutande e la annusa.
Non c’è il suo odore, non è successo niente.
Non chiama il suo nome, Caterina.

Cerca le chiavi del suo Pick-up nella tasca sinistra dei jeans, quella senza buco, si gratta il culo, lo stringe sorridendo. Sale in macchina e infila la chiave nel cruscotto, tira giù il finestrino e suda. Vorrebbe essere il cane che attraversa la strada, lento. Rimane fermo finché diventa un puntino nero avvolto dagli arbusti.

Chi non può più parlare sta dietro, nel cassone, sotto al pesante telo antipioggia. C’è puzza di vomito e cibo decomposto che entra dal finestrino, puzza anche lui e l’unica cosa giusta ora è una doccia. Lei scende sempre dicendo ciao amore mio, lasciando le briciole del pane dell’hot dog sul sedile del passeggero dopo avergli infilato in bocca prima la sua lingua mista a una pappetta, e poi il grosso wurstel, perché a lei piace solamente l’idea della carne, quell’odore affumicato che poi le ritorna su, sempre. Si succhia un dito ora, ne aggiunge un altro, vorrebbe provocarsi il vomito, pensa alla sua lingua, al sapore della saliva e del pane predigerito, all’odore di maiale che si infila nelle narici. Annusa le dita bagnate, chiude gli occhi e se li tocca urlando vieni qui che ti bacio gli occhi, cretino!

Guarda il sedile, conta le briciole, lei è seduta con le gambe semiaperte e il vortice d’aria che entra dal suo finestrino alza la tela del vestito a fiori piccoli mentre lui accelera, succede sempre così. La macchina è ferma, gira la chiave, esce del fumo scuro da dietro e parte.

«Non c’è il suo odore, non è successo niente.»

Non ha voglia di ascoltare una canzone, il suo stomaco fa rumore, non si ricorda l’ultima volta che ha mangiato, forse a pranzo il giorno prima, gli gira la testa mentre guida guardando un punto nell’orizzonte che si sta colorando di rosso.

Prima di sistemare chi non può parlare va a casa, lascia la macchina aperta vicino al patio e scende. Gli sembra un luogo estraneo, distante, chiuso da anni, non ne riconosce l’odore. Sul legno grezzo del pavimento davanti alla porta d’entrata ci sono alcune gocce di sangue secco e scuro, probabilmente di qualche animale, pensa. Si china per toccarle e le gratta con l’unghia dell’indice sinistro.

La luce laterale gli scalda una guancia.
Cerca le chiavi di casa e le trova, mentre le infila spinge con la spalla la porta difettosa che scatta.
Il niente lo avvolge e dice: dove sei. Si sfila la maglietta e la cerca nello specchio, tra le scapole.

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Alessandra Piccoli (1970), di Vicenza, ha studiato Psicologia a Padova. È redattrice di Bibbia D’Asfalto, vicepresidente di Spritz Letterario e collaboratrice di Senzaudio. Ha pubblicato due raccolte di poesie: Diversoinverso (Terra d’Ulivi, 2015) e Tè Verde (Cicorivolta, 2016). Ha scritto racconti, l’ultimo pubblicato su Altri Animali di Racconti Edizioni. Ha partecipato a due serate di 8x8, nel 2014 e nel 2018.

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lucine intermittenti fuori tempo massimo

Un racconto di Sara Maria Serafini
Numero di battute: 2287

Alla fine, non capisco cosa diavolo ci manchi. Laila si lamenta sempre. Quando torniamo, la sera, svuota e conta gli spicci dentro al barattolo di latta che tiene nascosto tra il materasso e la rete. Come se quei fottutissimi soldi fossero miracolosamente aumentati durante la nostra assenza.

«Dài, vieni qui.»
Do un colpetto col palmo sul materasso. Lei si gira solo un attimo, sta annotando la cifra nuova su un pezzettino di carta a quadretti. Ogni sera cancella con una linea il rigo di sopra, scrive data e cifra, poi lo ripiega in quattro parti e chiude il biglietto assieme agli spicci nel barattolo. Si avvicina solo perché vuole rimetterlo al sicuro. Mi dà una spinta sul fianco, per farmi rotolare contro la parete e poter sollevare il nostro materasso inesistente.

«Che nascondiglio, Dio Santo.»
«Ma chi vuoi che lo trovi, l’invisibile signora delle pulizie?»
«Dài, vieni qui.»
Alla fine cede sempre.
Guardo il suo profilo sdraiato accanto al mio. La sua bocca grande le occupa mezza faccia. Certe volte mi fa paura. Sembra capace di divorarmi.

«Sembra capace
di divorarmi.»

Abbiamo attaccato delle lucine colorate lungo quasi tutto il perimetro della stanza. Quelle intermittenti che si attorcigliano attorno agli alberi di Natale. La stanza aveva solo la plafoniera al soffitto e zero lampade. Ma dico io, può esistere una pensione più stronza di una che ha le stanze senza lampade? Comunque. La Signora Liz e suo marito senza nome sono stati così gentili da rimediarci le lucette. Laila mi ripete sempre che devo essere “più gentile”, così adesso infilo questa parola un po’ ovunque per farle piacere.

Il Knuckleheads ci canta una ninna nanna ipnotica dal basso. Le note stridule di qualche chitarra si mischiano alle zaffate calde dell’aria umida di fine giornata. So che se mi affaccio alla finestra vedrò il calore risalire dall’asfalto, come l’alito di un fantasma.

«Mi tocchi?»
Le lucette fanno cambiare colore alla sua faccia. Continuamente. Quando la vedo diventare verde mi dice di no, che non le va.
Mi giro dall’altra parte, anche se nel patto del letto c’è che non si dorme di pancia e non si dorme di schiena, da sempre. Si dorme solo a cucchiaio o fiato contro fiato. Allora anche Laila si gira contro di me e mi abbraccia da dietro. Io sorrido un poco, senza farmi vedere. Non vince sempre lei.

 

serafini biografia racconto

Sara Maria Serafini nasce a Milano nel 1984. Laureata in Ingegneria e dottore di ricerca in Urbanistica presso l’università della Calabria, svolge la libera professione. Ha vinto alcuni concorsi di scrittura, due dei quali promossi dalla Scuola Holden. Ha pubblicato le raccolte di racconti Solfeggio in abbandono (Arpeggio Libero, 2014) e Ingoia la notte (Arpeggio Libero, 2015). Il suo primo romanzo, L’amore che devi, è in uscita per Feltrinelli nella collana digitale Zoom Filtri.

racconto-massimiliano-piccolo

questa è la volta buona

Un racconto di Massimiliano Piccolo
Numero di battute: 2476

In giro per la valle dicono che ho il cervello fottuto. E sussurrano del mio vizietto. C’è chi fuma paglie, addirittura elettroniche, chi beve bianco a colazione, chi pippa come un folle e chi va a farsi palpare nei centri massaggi.

A me, invece, piace giocare alle slot del bar American di Vittorio. Lui è uno in gamba. Viene da fuori e sa il fatto suo. È cinese, alto e ha anche una certa cultura. Va addirittura all’università quando non gli tocca stare dietro al bancone.

Io ci vado appena posso.
Ogni attimo è sprecato quando ci si potrebbe arricchire o saldare i debiti. Lavoro come giardiniere e invoco la tempesta per infilarmi all’American
e restarci per ore in attesa di uscirne vincitore.

«Ogni attimo è sprecato quando ci si potrebbe arricchire.»

Mi capita di vedere facce che mi scrutano, soprattutto gli anziani che qui, come ovunque, sono veri tritacoglioni. Va’ a laurà! urlano i vecchi quando mi fissano per minuti che paiono ore. Ribatto che non è un cantiere e di marcire altrove. Loro mi guardano male e si lamentano con il Signore che mi ha fatto tanto maleducato. Spesso la buttano sui sensi di colpa dicendo che la mamma è tanto brava e che non si merita un figlio così. Ma io continuo a giocare sapendo che si merita un figlio vincente.

Quando sta chiudendo, Vittorio estrae un quadernino dove segna i più, i meno e numeri. Per ora sono soltanto i meno, ma le cose stanno cambiando. Dice che non ci sono più bufale in circolazione. E io ci credo, cazzo se ci credo. Poi studia ingegneria, quindi ne capisce di ’ste cose. Mica è gnucco come la maggior parte dei paesani. Gente che fatica, per carità. Ma il limite mentale è evidente. Non capiscono che bisogna osare. Non si può guadagnare soltanto muovendo le mani. L’astuzia deve trionfare. Ecco perché continuo a giocare, inseguendo la perfezione.

La crisi nera è il lunedì, quando l’American chiude. Nonostante siano cinesi e si dice che lavorino sempre. Ho anche venduto la Clio per rientrare nelle spese e non posso fare chilometri per andare a giocare. Ci ho provato con la bici di mia madre ma è sembrata una tappa della Vuelta. Poi non voglio tradire la fiducia di Vittorio. Ogni volta che entro mi offre il cicchetto fortunato, come lo chiama lui, e io mi commuovo.

Così ci torno ogni giorno e passo il tempo. Ci metto piede non appena smonto e lui mi offre un quarto di rosso dandomi il benvenuto con l’appellativo “gran lavoratore”. Io lo ringrazio, bevo in un solo sorso e mi metto all’opera. “Questa è la volta buona” mi dico ogni benedettissima volta.

piccolo massimiliano

Massimiliano Piccolo (1982) vive in Valtravaglia, a pochi passi dal lago Maggiore. Lavora nel sociale, vaga per boschi e ama viaggiare. Ha pubblicato due raccolte
di poesie e sta per pubblicarne una terza, con Italic Pequod. Scrive articoli, racconti
e ha almeno tre o quattro romanzi che gli gironzolano per la testa.