Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: maggio 2022


sergio
peter

Sergio Peter (1986) è nato a Como, è laureato in Filosofia e vive a Milano. Suoi testi sono usciti sulle riviste «Nuovi Argomenti», «Rivista Studio», «Le Parole e Le Cose», «Minima&Moralia», «Undici», «la Balena Bianca», «Scrittori Precari», «Verde», «Atti Impuri», «Fuori Asse», «Mollette», «Sportellate».

Ha esordito con Dettato (2014), il primo romanzo pubblicato da Tunué nella collana diretta da Vanni Santoni.

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abraxas

Un racconto di Francesco Gisolini
Numero di battute: 2477

Leila avrà avuto sedici anni e all’epoca stava con un ragazzetto un po più grandicello. Si chiamava Mathieu, ma avrebbe potuto chiamarsi anche Paul.

Mathieu e Leila un’estate avevano fatto una vacanza in Italia assieme; erano stati a Napoli e sulla costiera amalfitana. L’autunno seguente si sarebbero lasciati. Leila non ricordava il motivo. In verità, si era dimenticata quasi tutto di quegli anni. Tutto, tranne il loro ritorno in Francia dopo quel viaggetto: stavano facendo tappa a Genova, quando, seduti sui gradini del porto, a Mathieu squillò il cellulare. Era sua madre. Suo padre si era suicidato.

Si alzarono dai gradini, girarono a vuoto per la città, passarono una quarantina di volte davanti a Stazione Principe, giunta la sera cenarono in un ristorante e presero il treno.

«Si era dimenticata quasi tutto di quegli anni.»

Mathieu disse a Leila che stava facendo il possibile per simulare la normalità. Lei rispose che non ce n’era bisogno. Lui disse che di suo padre non gliene importava nulla. Leila sapeva che stava mentendo, ma preferì far finta di niente e si addormentarono.

Tornati a casa, Mathieu (che era figlio unico e viveva con sua madre) partecipò al funerale del padre; questi gli aveva lasciato una lettera. La lettera era scritta con una calligrafia aberrante; il padre di Mathieu raccontava di un’imminente apocalisse gnostica, dell’incontro con un emissario di Abraxas, di una sapienza proibita. Come Giuda, il vero messia, morì impiccato.

Leila non partecipò ai funerali. Andò a casa di Mathieu la sera, dopo le celebrazioni. Cenarono con la madre e fu una cena quasi spensierata, poi, mentre lei iniziava a sparecchiare, i due giovani uscirono sul balcone e si sedettero l’uno a fianco dell’altro su un piccolo dondolo.

Mio padre era pazzo, disse Mathieu. Leila l’abbracciò e gli accarezzò la testa. Impazzirò anch’io, disse Mathieu. No, tu non impazzirai, disse Leila. Odio mio padre, disse Mathieu. Leila tacque.

Poiché non sembrava esservi antidoto alla desolazione quella sera, andarono a coricarsi presto. Leila s’addormentò fra le braccia di Mathieu.

Sognò Abraxas. Lo vide terribile come un vero dio, immenso, illuminato da un sole corrosivo. La visione si allargò: non uno, ma infiniti Abraxas, su una piana d’estensione illimitata, sotto infiniti soli.

Al risveglio, Leila se n’era dimenticata.

Altre volte sognò il dio, ma non si ricordò del sogno; e anche se se ne fosse ricordata, non gli diede importanza; e anche se gliene avesse data, non ne parlò con Mathieu, non ne parlò con nessuno.

bio Francesco Gisolini

Francesco Gisolini (1997) è nato a Cantù e vive in provincia di Como. Studia filosofia.

Leibanti paolo racconto

l’assoluzione

Un racconto di Paolo Leibanti
Numero di battute: 2418

Prima che io gli chieda qualcosa, il vecchio parte a raccontare questa storia di sessant’anni fa.

In quel periodo era una camicia nera, ma ci tiene a precisare che non era uno operativo, era solo una specie di impiegato. Per qualche mese era stato anche al Reparto Confessioni, con il compito di redigere i verbali. Il lavoro fisico, come lo chiama lui, toccava a Fredo e Angelo, che di solito lavoravano solo con le mani e un manico di zappa scheggiato. Raramente ricorrevano anche agli aghi, sotto le unghie, alla corrente sui genitali o alle candele sotto i piedi. Altro non ricorda facessero.

Mi dice che nel loro genere erano bravi, Fredo e Angelo, che non erano bestie che godevano a infliggere sofferenze gratuite: facevano giusto quello che serviva per far parlare gli arrestati, o appena poco di più. Non hanno mai ammazzato nessuno, giura, e quasi tutti quelli che sono passati sotto di loro se la sono cavata con quella che oggi chiamerebbero una prognosi di poche settimane.

«Non hanno
mai ammazzato nessuno, giura.»

Lui, il vecchio, scriveva sul suo tavolino, in disparte, e dopo faceva pulizia: passava lo straccio sul pavimento per togliere sangue e saliva, urina e vomito.

Credeva di avere dimenticato quei giorni, ma da qualche mese ha un incubo ricorrente. Sogna di trovarsi in un ampio seminterrato che puzza di muffa e di pelle bruciata, e c’è Guglielmo con un cappio in mano che gli va incontro piangendo. Il vecchio non ricorda che a Guglielmo avessero fatto troppo male, forse qualche pugno o un dito rovesciato, ma il ragazzo finì per fare il nome di un suo vicino, che fu portato in città e fucilato. Dissero che fu per quella storia che Guglielmo un mese più tardi si appese a una trave del fienile, ma in verità era strano già prima, assicura il vecchio.

Ad ogni modo, il vecchio non dorme più per paura di sognare Guglielmo. Lo so, per noi un peccato vale l’altro, però dopo l’assoluzione nel nome di Dio Padre Misericordioso, mi è scappato di dirgli che la remissione dei peccati non significa la fine degli incubi. E infatti devono essere continuati perché lui, una settimana dopo la riconciliazione, in un pomeriggio nebbioso, ha lasciato un biglietto con scritto “Perdonatemi” sul tavolo della cucina, e la testa sui binari della ferrovia che gli corre dietro casa.

Si fa presto ad assolvere, ma adesso sono io che non dormo più. Ogni notte sogno il vecchio che, con la testa in mano, mi insegue piangendo tra i banchi della chiesa.

Leibanti Paolo biografia

Paolo Leibanti nasce in mezzo al Veneto in quello che sarebbe stato il giorno del 136° compleanno di Mark Twain. Appassionato di letteratura, per prudenza sceglie di studiare Economia a Ca’ Foscari. Nel 1996 pubblica su una rivista il primo racconto intitolato “Il primo”. Dopo aver seguito corsi di scrittura e ottenuto qualche riconoscimento per racconti brevi, ora non scrive quasi più, ma evita di intitolare qualcosa “L’ultimo”.