Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: maggio 2022


Flavio Capperucci racconto

l’asta di riparazione

Un racconto di Flavio Capperucci
Numero di battute: 2390

Che strippata stamattina. Alle dieci mi ha chiamato il capo. Eccolo là, mi sono detto, arrancando verso la saletta riunioni che nemmeno un Pandino sette e cinquanta sulla salita del Muro Torto.

Sapevo che con lui c’erano Martoni e Chiasso. Ma io non avevo lavori con loro. C’era stato un progetto, una riorganizzazione di Saipem sì, ma quando, sei anni fa?

Con Chiasso sì che c’era qualcosa. Una roba di Tenaris. Ma avevano fatto quasi tutto lui e Bini, lo stagista, e io avevo solo riguardato un po’ la presentazione.

«Che strippata stamattina.»

E se mi chiedevano come era stato calcolato il tasso di sconto? O peggio, del perché era stato scelto quel metodo invece di quell’altro?

Avrei simulato un malore. Sì, ma un’altra volta? Già l’anno scorso avevo fatto la scena di un attacco di appendicite, quando mi era stato chiesto un commento su un principio contabile.

Ho chiesto ai santi, agli angeli e a voi fratelli di pregare per me il signore dio nostro e sono entrato. Quando ho visto che sulla parete erano proiettati duecentomila numeri, a occhio una valutazione d’azienda, ho capito che per me era finita.

Ma tanto prima o poi doveva succedere. Quanto potevo andare avanti. Erano anni che sgusciavo dalle domande che neanche Tomba la bomba nello speciale di Kranjska Gora.

Però io dico, sei in riunione con questi due che hanno sdraiato la Bocconi in quattro anni, hanno una conoscenza tecnica che se la batterebbero con Draghi e la Lagarde, una capacità di esposizione che manco Piero Angela, e vieni a chiamare me che ormai l’avrai capito che l’unica cosa che so fare è ingarellare i clienti, che lo sai che io non ho la preparazione che hanno loro, che per seguire una lezione dovevo fare a cazzotti per un posto nelle prime file in un’aula che ci stavamo in seicento che sembrava di stare in Tribuna Tevere, che le cose il professore a volte manco le spiegava – che poi il professore, l’assistente dell’assistente –, quindi la teoria chiedila a loro, a me lasciami andare dai clienti a fare il simpatico, ma non mi tirare in ballo per le robe tecniche, che lo sai che non le so.

Martoni e Chiasso si sono alzati e se ne sono andati. Il capo ha fatto cenno di avvicinarmi. Sul pc aveva un foglio con il maxilistone dei calciatori, pieno di calcoli e strategie per l’asta di riparazione del Fantacalcio di stasera.

«Senti, ma me lo dai Belotti? Ti posso offrire Quagliarella. E poi ci aggiustiamo a centrocampo.»

Capperucci Flavio

Flavio Capperucci è nato a Roma nel 1985 e, dopo alcuni anni di lavoro a Milano, si è trasferito in Spagna, dove ha aperto un ristorante. Ha pubblicato un racconto su Rivista Blam, con la quale collabora scrivendo recensioni di romanzi.

racconto Mauro Reperto

l’ispettore norse

Un racconto di Mauro Reperto
Numero di battute: 2401

Il meticoloso ispettore Norse, giunto sul luogo del delitto, o del derelitto, ha appena ravvisato le sue stesse fattezze nel cadavere che giace al centro del salotto e cerca di nascondere il suo imbarazzo, sebbene nessuno possa accorgersene.

Il movente è chiaro, si sa come vanno queste cose: l’uggia iniziale diventa fastidio, poi ostilità, fino a lambire i sobborghi dell’odio verso se stessi. La vittima amava insultarsi per ore, dandosi finanche dell’eclettico. Gli eclettici spesso sono costretti ad amministrare la propria solitudine.

Qualcuno bussa alla porta, ma con calma. Gli comunicano che sono venuti a prenderlo. È una liberazione: Norse sa che lo attende la pena capitale (per fortuna non si tratta di Roma) e va ad aprire. I gendarmi gli confermano la punizione, che per lui è un premio. Ascolta senza interloquire con una punta di acre divertimento.

«Il movente è chiaro, si sa
come vanno queste cose.»

Mentre viene scortato sotto un sole chiassosamente estivo, l’uomo è di buon umore, collaborativo. È contento di essersi sottratto alla rugosa e vizza agonia di una vecchiaia in cattività. I suoi amici, in gran parte tracotanti malavitosi, sono marciti in carcere per i crimini più abbietti: furto di comete, pornografia dello sviluppo personale, stampa di bitcoin falsi e quant’altro, inteso come abuso del termine “quant’altro”. E poi nessuna prigione è mai entrata in un libro di Storia dell’Arte.

Ora sta davanti a un muro, vecchio e scrostato, forse per le precedenti fucilazioni. Il plotone d’esecuzione, formato da sole donne, non si cura però della sua presenza. Sono in sciopero, stanno protestando per il mancato rinnovo del contratto collettivo nazionale, a loro dire improcrastinabile vista la galoppante inflazione.

Con inchini fin troppo cerimoniosi, i gendarmi si scusano per il contrattempo e gli offrono una sedia e un paio di giornali, che Norse rifiuta, considerandoli depositi di inesattezze. Il plotone intanto è impegnato in un’assemblea per presentare le proprie istanze ed eleggere un nuovo rappresentante sindacale.

Verso sera i gendarmi tornano spingendo un letto a rotelle su cui spicca ripiegato un pigiamone a righe verdi. Gli spiegano che l’esecuzione è rimandata a domani, e di notte c’è una discreta escursione termica. Loro resteranno a sorvegliarlo. La vertenza potrebbe andare avanti a lungo. Norse, rassegnato, si infila sotto le coperte, sperando di non fare incubi, gli basta quello che sta vivendo.

bio mauro reperto

Mauro Reperto ha letto più di cento libri della collana Urania tra gli undici e i tredici anni, ha cominciato a scrivere tardi e ha pubblicato il suo primo libro (Il dado è tratto da una storia vera) in self-publishing con Youcanprint. Lavora come insegnante di Italiano per stranieri, una professione che gli ha permesso di vivere all’estero in vari Paesi.

sergio
peter

Sergio Peter (1986) è nato a Como, è laureato in Filosofia e vive a Milano. Suoi testi sono usciti sulle riviste «Nuovi Argomenti», «Rivista Studio», «Le Parole e Le Cose», «Minima&Moralia», «Undici», «la Balena Bianca», «Scrittori Precari», «Verde», «Atti Impuri», «Fuori Asse», «Mollette», «Sportellate».

Ha esordito con Dettato (2014), il primo romanzo pubblicato da Tunué nella collana diretta da Vanni Santoni.

gisolini-francesco-racconto

abraxas

Un racconto di Francesco Gisolini
Numero di battute: 2477

Leila avrà avuto sedici anni e all’epoca stava con un ragazzetto un po più grandicello. Si chiamava Mathieu, ma avrebbe potuto chiamarsi anche Paul.

Mathieu e Leila un’estate avevano fatto una vacanza in Italia assieme; erano stati a Napoli e sulla costiera amalfitana. L’autunno seguente si sarebbero lasciati. Leila non ricordava il motivo. In verità, si era dimenticata quasi tutto di quegli anni. Tutto, tranne il loro ritorno in Francia dopo quel viaggetto: stavano facendo tappa a Genova, quando, seduti sui gradini del porto, a Mathieu squillò il cellulare. Era sua madre. Suo padre si era suicidato.

Si alzarono dai gradini, girarono a vuoto per la città, passarono una quarantina di volte davanti a Stazione Principe, giunta la sera cenarono in un ristorante e presero il treno.

«Si era dimenticata quasi tutto di quegli anni.»

Mathieu disse a Leila che stava facendo il possibile per simulare la normalità. Lei rispose che non ce n’era bisogno. Lui disse che di suo padre non gliene importava nulla. Leila sapeva che stava mentendo, ma preferì far finta di niente e si addormentarono.

Tornati a casa, Mathieu (che era figlio unico e viveva con sua madre) partecipò al funerale del padre; questi gli aveva lasciato una lettera. La lettera era scritta con una calligrafia aberrante; il padre di Mathieu raccontava di un’imminente apocalisse gnostica, dell’incontro con un emissario di Abraxas, di una sapienza proibita. Come Giuda, il vero messia, morì impiccato.

Leila non partecipò ai funerali. Andò a casa di Mathieu la sera, dopo le celebrazioni. Cenarono con la madre e fu una cena quasi spensierata, poi, mentre lei iniziava a sparecchiare, i due giovani uscirono sul balcone e si sedettero l’uno a fianco dell’altro su un piccolo dondolo.

Mio padre era pazzo, disse Mathieu. Leila l’abbracciò e gli accarezzò la testa. Impazzirò anch’io, disse Mathieu. No, tu non impazzirai, disse Leila. Odio mio padre, disse Mathieu. Leila tacque.

Poiché non sembrava esservi antidoto alla desolazione quella sera, andarono a coricarsi presto. Leila s’addormentò fra le braccia di Mathieu.

Sognò Abraxas. Lo vide terribile come un vero dio, immenso, illuminato da un sole corrosivo. La visione si allargò: non uno, ma infiniti Abraxas, su una piana d’estensione illimitata, sotto infiniti soli.

Al risveglio, Leila se n’era dimenticata.

Altre volte sognò il dio, ma non si ricordò del sogno; e anche se se ne fosse ricordata, non gli diede importanza; e anche se gliene avesse data, non ne parlò con Mathieu, non ne parlò con nessuno.

bio Francesco Gisolini

Francesco Gisolini (1997) è nato a Cantù e vive in provincia di Como. Studia filosofia.

Leibanti paolo racconto

l’assoluzione

Un racconto di Paolo Leibanti
Numero di battute: 2418

Prima che io gli chieda qualcosa, il vecchio parte a raccontare questa storia di sessant’anni fa.

In quel periodo era una camicia nera, ma ci tiene a precisare che non era uno operativo, era solo una specie di impiegato. Per qualche mese era stato anche al Reparto Confessioni, con il compito di redigere i verbali. Il lavoro fisico, come lo chiama lui, toccava a Fredo e Angelo, che di solito lavoravano solo con le mani e un manico di zappa scheggiato. Raramente ricorrevano anche agli aghi, sotto le unghie, alla corrente sui genitali o alle candele sotto i piedi. Altro non ricorda facessero.

Mi dice che nel loro genere erano bravi, Fredo e Angelo, che non erano bestie che godevano a infliggere sofferenze gratuite: facevano giusto quello che serviva per far parlare gli arrestati, o appena poco di più. Non hanno mai ammazzato nessuno, giura, e quasi tutti quelli che sono passati sotto di loro se la sono cavata con quella che oggi chiamerebbero una prognosi di poche settimane.

«Non hanno
mai ammazzato nessuno, giura.»

Lui, il vecchio, scriveva sul suo tavolino, in disparte, e dopo faceva pulizia: passava lo straccio sul pavimento per togliere sangue e saliva, urina e vomito.

Credeva di avere dimenticato quei giorni, ma da qualche mese ha un incubo ricorrente. Sogna di trovarsi in un ampio seminterrato che puzza di muffa e di pelle bruciata, e c’è Guglielmo con un cappio in mano che gli va incontro piangendo. Il vecchio non ricorda che a Guglielmo avessero fatto troppo male, forse qualche pugno o un dito rovesciato, ma il ragazzo finì per fare il nome di un suo vicino, che fu portato in città e fucilato. Dissero che fu per quella storia che Guglielmo un mese più tardi si appese a una trave del fienile, ma in verità era strano già prima, assicura il vecchio.

Ad ogni modo, il vecchio non dorme più per paura di sognare Guglielmo. Lo so, per noi un peccato vale l’altro, però dopo l’assoluzione nel nome di Dio Padre Misericordioso, mi è scappato di dirgli che la remissione dei peccati non significa la fine degli incubi. E infatti devono essere continuati perché lui, una settimana dopo la riconciliazione, in un pomeriggio nebbioso, ha lasciato un biglietto con scritto “Perdonatemi” sul tavolo della cucina, e la testa sui binari della ferrovia che gli corre dietro casa.

Si fa presto ad assolvere, ma adesso sono io che non dormo più. Ogni notte sogno il vecchio che, con la testa in mano, mi insegue piangendo tra i banchi della chiesa.

Leibanti Paolo biografia

Paolo Leibanti nasce in mezzo al Veneto in quello che sarebbe stato il giorno del 136° compleanno di Mark Twain. Appassionato di letteratura, per prudenza sceglie di studiare Economia a Ca’ Foscari. Nel 1996 pubblica su una rivista il primo racconto intitolato “Il primo”. Dopo aver seguito corsi di scrittura e ottenuto qualche riconoscimento per racconti brevi, ora non scrive quasi più, ma evita di intitolare qualcosa “L’ultimo”.