Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: marzo 2022


racconto Michael Furey

lcb

Un racconto di Michael Furey
Numero di battute: 2487

Noncurante del freddo, aspetto alla fermata deserta dell’autobus. Ho riposto il rullante e i piatti della batteria sul muretto in pietra che divide la strada dalle colline circostanti, mi stringo nel cappotto ed emetto in silenzio nuvole vuote di vapore. Il mio sguardo riposa sugli ulivi torti più avanti, che appena trapiantati stanno ancora attecchendo. Essere in ritardo è il suo modo per costringere le persone cui tiene a rimuginare durante l’incertezza dell’attesa.

«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»

In una cerata blu troppo grande per lei, Lindsay balza giù dal 7, fondendosi con la sera. Il suo viso esibisce con sincerità quattordici ore di volo, racchiuse negli occhi limpidi orlati di rosso. Sovrastata dalla custodia della sua chitarra baritona, non ha nessun motivo per essere così bella.

«Non ci sono questi ulivi a Roma, ahn?»

«Sei in ritardo, anzi, siamo in ritardo. Dobbiamo sbrigarci, ci stanno aspettando.»
«Alright», mentre gira una sigaretta. «Possiamo fare un line check
«Sì, forse, quanto tempo ti serve?»
«Il tempo che abbiamo, Giovanni. Jesus…»

Il ghigno biondo e affettuoso mi fulmina, le rubo del tabacco e mi siedo sul muretto accanto a lei. «Ti trovo bene. Come stanno Draco e Natalie?»

«They’re doing amazing, hanno aperto un locale a Cloverdale. Devi tornare qualche volta, mi chiedono di te.» Tira fuori un biglietto da visita con una risata. «Io sono una businesswoman adesso!» Materiali edili ecosostenibili, Windsor, CA. «E tu come stai a Firenze? Non sembravi allegro al telefono.» Mi fissa.

«Sto cercando di diventare una persona seria», senza guardarla.
«Un accademico noioso, ahn?» Un tiro di sigaretta scopre il tatuaggio sul polso. «Hai portato le piante dall’appartamento? Ricordati che Camilla è mia, she’s my little baby
«Dobbiamo davvero muoverci adesso» faccio alzandomi.
«Ok, dove andiamo?»

La strada sterrata scollina in discesa, ingoiata nel buio delle poche case spente ai suoi lati. Solo i bassi di una playlist ci guidano verso il seminterrato della Badia Fiesolana. Avventori abituali e fannulloni sorseggiano birre vantando conoscenze ancora incerte. Maarten ci viene incontro fendendo la calca, e mi grida all’orecchio che il palco è lì. Montiamo senza fretta, mi siedo tra aste e cavi, sfrego il legno delle bacchette tra le dita. La guardo, sul suo sgabello, collegata all’amplificatore. Attendo di nuovo. Sempre. E dalle sue viscere si leva una cantilena scura e primordiale, che ultraterrena custodisce tutto ciò che è sempre stato.

«Hey, ti ricordi ancora come si fa?»

bio Michael Furey

Michael Furey è uno pseudonimo che nasce a Roma nel 2008. Da allora legge, scrive, ma per lo più attende.

tradii lucia racconto

alba

Un racconto di Lucia Tradii
Numero di battute: 2497

Aprì gli occhi e fu subito certa che aveva smesso di piovere. Il gallo non aveva ancora cantato, ma dalle piccole fessure tra le tapparelle trapelava il filtro grigiastro dell’alba. Il marito, al suo fianco, russava; la sua grossa pancia si muoveva su e giù, come se fosse una marea. Lei la guardò, quella pancia coperta dalla maglietta lurida, e avvertì il desiderio che il ritmo del respiro si interrompesse. Ma quella sporca pancia continuava a muoversi, incurante, innocente eppure colpevole.

Lei si alzò in piedi, si tastò nell’oscurità in cerca della consistenza familiare del pigiama; non trovandolo si ricordò di essere andata a letto con addosso il vestito buono della domenica. Allora infilò solo le scarpe e andò in cucina.

«Il marito, al suo fianco, russava.»

Lì non voleva guardare lo spettacolo triste che era diventato il tavolo, guardò invece davanti a sé: con tutto il trambusto della sera prima si era dimenticata di abbassare le tapparelle e dalla finestra si vedeva il campo, e più in là il bosco, e più in là ancora le alte montagne. Calpestò i frammenti dei vetri e i cocci prima di raggiungere la porta. Rimase in attesa per un lungo istante. La freddezza della maniglia le si sparse sulla pelle, le avvolse la mano come un guanto. Dalla camera da letto giunse il russare di lui.

Fuori il sole stava raschiando di rosso il cielo. L’erba, fradicia di rugiada, le bagnò le scarpe di cuoio, annerendole. Il giallo splendente del tarassaco in fiore era quasi accecante. Anche le viole erano sbocciate, belle e delicate nei loro gambi sottili. Si ricordò che sua madre era solita strapparne una e gliela passava sugli occhi, disegnando tante piccole croci, cantando: viola, viola di primavera, dammi luce per vedere. Lei rideva, con gli occhi chiusi, sentiva di poter conquistare il mondo.

Iniziò a camminare. Il sole illuminò completamente il campo, che riacquisì ovunque i colori, come un tappeto che viene scosso dalla polvere. Lei continuò a camminare, evitando le merde dei daini e le fosse scavate dai cinghiali. Quando arrivò sul limitare del bosco si voltò indietro. Immaginò lui nel letto che allunga un braccio, chiama il suo nome e non la trova, gli occhi rossi pieni di cispe.

In cielo comparvero in volo due poiane. Viaggiavano vicine come due vecchie amiche. Lei alzò una mano e gridò: ciao! Una poiana in quel momento sbatté le ali, un movimento ampio e lento. Le venne da ridere, poi cercò di ricordare quando era stata l’ultima volta che aveva riso. Entrò dentro il bosco senza più voltarsi indietro.

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Lucia Tradii (1994) nasce e cresce sui monti dell'Appennino bolognese. Ha studiato Lettere moderne e Italianistica presso l'università di Bologna. Ha pubblicato racconti sulle riviste letterarie Malgrado le mosche, Quaerere, Voce del verbo e La seppia.

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descrizioni selvagge di atti carnali

Un racconto di Matteo Quaglia
Numero di battute: 2451

1. La stamberga della pazza va a fuoco la notte tra la Vigilia e il Natale. Per fortuna la pazza è morta in novembre, e come tutti quelli che muoiono in novembre, se n’è andata senza doversi preoccupare dei regali natalizi. 

2. In verità la pazza non ha mai avuto problemi, con i regali di Natale. Quello con i problemi è sempre stato suo figlio, il quale, da molti anni, le propinava certi quaderni pieni di racconti scritti di suo pugno. 

3. Più che racconti, erano liste della spesa. Ma, al posto di alimenti e bevande, contenevano quelle che, a prima vista, parevano descrizioni selvagge di atti carnali. 

«Più che racconti,
erano liste della spesa.»

4. Una madre può accettare tutto, tranne che il frutto del proprio seno sia un debosciato. 

5. Più di tutto, una madre non può tollerare facili sentimentalismi. 

6. Quando la stamberga va a fuoco, il figlio della pazza è in strada, poco distante. Si chiede cosa sia la vecchiaia, se non il ricordo di una madre che va in fumo nella notte. Appunta il pensiero nel quaderno di racconti, anche se non ha più nessuno a cui regalarlo. Si avvicina alla stamberga e getta il libretto tra le fiamme. 

7. Poi, l’uomo se ne torna al Centro accoglienza in cui è ricoverato dall’ultima sbronza feroce. 

1. La mattina, uno sbirro con i baffi si presenta al Centro. Chiede di parlare con il figlio della pazza. 

2. Lo sbirro ha bevuto fino a tardi. Ha tirato l’alba. Mentre parla, teme che il suo alito possa tradirlo. Per questo, parla con la bocca chiusa. Ne escono fuori parole abbozzate. L’uomo non è mai stato un ventriloquo, e non imparerà di certo ora. 

3. Il figlio della pazza si tira su i pantaloni e va a parlare con lo sbirro. Per tutta la notte ha sognato fiamme e incendi e notti di freddo terribile e incandescente. 

4. Con il suo modo di parlare a mezza bocca, lo sbirro dice al figlio della pazza che ci sono aggiornamenti sulle indagini dell’omicidio. Dice sul posto abbiamo trovato un quaderno con descrizioni selvagge. Atti carnali. Quella roba lì. Dice la terremo aggiornata. Poi lo sbirro si massaggia le orbite e se ne va. 

5. Il figlio della pazza torna in branda. Pensa alla madre. Si chiede se anche lei, leggendo i racconti che era solito donarle, pensasse a cose indicibili. Si chiede perché l’arte debba essere sempre fraintesa. Perché la verità debba essere fraintesa. Dice una preghiera per sua madre. Mamma avrà capito che i suoi erano racconti d’amore. Poi si addormenta sognando la vecchia stamberga, di cui ormai non ricorda nulla.

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Matteo Quaglia è nato nel 1988, in un piccolo paese del Nord Est d’Italia. Appassionato di libri fin da bambino, acquista periodicamente nuovi scaffali su cui appoggiare la sua passione. Suoi racconti sono stati pubblicati su Nazione Indiana, Narrandom, Bomarscé, Altri Animali, Rivista Blam, inutile e su antologie. Attualmente, sta lavorando a un romanzo.

racconto silvia roncucci

cliché

Un racconto di Silvia Roncucci
Numero di battute: 2486

Livia getta l’accappatoio su una sedia sbuffando, ed entra in acqua. Dieci minuti che le fanno segno di tuffarsi, ma Ricky le sta attaccato come un cane all’osso. Da settimane prova ad ammorbidirla con fiori (subito respinti), messaggi (senza risposta), piccole sorprese (inutili).

Ricky sa che la colpa è del suo mestiere: un bagnino deve essere per forza uno sciupafemmine. Anche se all’inizio erano le donne a cercarlo; lui dispensava sorrisi timidi e l’abbronzatura nascondeva quanto era imbranato. Ignoravano che il piccolo Enrico era stato un sedano dinoccolato, una cacca brava solo a galleggiare, o almeno così si sentiva, e che il duro lavoro lo aveva reso Ricky, imbattibile tra le vasche di una piscina e le cosce di una femmina.

Quando Livia esce gli occhi di Ricky indugiano sulle sue gambe snelle, il seno ancora sull’attenti. Le vecchie efelidi si confondono con le macchie solari. I capelli bianchi non si vedono sotto la cuffia. Le vene varicose sì, ma tanto ce le ha anche lui.

«Un bagnino deve essere per forza
uno sciupafemmine.»

Ricky si alza, passa una mano tra i capelli radi, tira in dentro la pancia e si avvicina.
«Che fai sabato?» domanda a Livia.
«Sto con i miei nipoti.»
«Venerdì a cena?»
«Preparo la cena ai miei nipoti.»
«E prima?»

Lo sguardo seccato di Livia è infiacchito dalle occhiaie. Non dorme più. È difficile abituarsi alla solitudine quando per cinquant’anni sei stata la metà di una coppia.
«Vado al cimitero.»

Ricky abbassa gli occhi mentre Livia e le amiche sfilano via. Il vecchio nuotatore non riesce proprio a vincerla questa gara. Dall’agosto del ’73, quando vide una ragazza bianca come il sale con in testa un foulard albicocca, avvolta in un vestitino azzurro, mettere un piede nella sabbia torrida e subito ritrarlo, per poi saltellare malamente fino all’ombrellone di sua zia e, una volta lì, sdraiarsi senza togliersi i vestiti e immergersi in un libro. Era appena arrivata da Roma per restare una settimana, diventata per sempre.

«Aspetta» dice Ricky mentre ripensa agli approcci biascicati, a quelli morti in bocca, a tutte le volte che l’ha guardata da lontano. «Posso accompagnarti?»

Livia non capisce come riesca a continuare a scherzare. La ragione le suggerisce che la vecchiaia gli ha fatto perdere solo il pelo mentre lei, insegnante di Matematica per una vita, dovrebbe continuare a usare la logica, come sempre.

Poi lo guarda e prima di parlare fa un gran sospiro. Le amiche si fermano, il cuore di Ricky pure. Un «può darsi» e un sorriso stanco di Livia abbattono anche l’ultimo cliché. 

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Silvia Roncucci si divide tra il lavoro di insegnante e quello di guida turistica. Alcuni dei suoi racconti sono stati pubblicati su Offline, Malgrado le mosche, Il foglio letterario, Lorem Ipsum e Belleville news. Combatte quotidianamente con la dipendenza dalla crema di pistacchio, una figlia testarda, un marito polistrumentista e un gatto che adora saltare sulla tastiera del computer mentre lei scrive. 

cerri filippo

storia infame del dr. la rouge

Un racconto di Filippo Cerri
Numero di battute: 2463

Ti hanno visto ballare con gli occhi dell’invidia, Dr. La Rouge, quando ti scalmanavi cuore a cuore con la bella Hélène, che per oscuri rigiri genealogici ti era anche parente e che morì a vent’anni di rara e impensata malattia.  

Tu invece la vita l’hai vissuta fino a svegliarti la mattina e non riconoscere il vecchio che rimanda indietro lo sguardo, fino a sputare in faccia allo scherzo che ti fa lo specchio ogni giorno di più. Invecchiano anche i geni, questo lo scienziato lo capisce ma l’uomo non può sopportarlo. Avendo avuto tutto dalla vita, cosa volere ancora... Morire non t’è forse concesso?

Ma tu non hai voluto. Hai sussurrato, al culmine della disperazione: dove non può la scienza, venga qualcos’altro. E così della morte hai cercato il nome segreto. L’hai trovato a margine di libri proibiti, in bocca a uomini maledetti. Per combattere il tempo, rincorrere la giovinezza perduta hai dato fondo al tuo talento, esplorando il fondo di biblioteche dimenticate da Dio. E sei riuscito, perché così fanno i geni.

«Dove non può
la scienza, venga qualcos’altro.»

Hai rivisto, sull’orlo di uno dei tuoi deliri, la bella Hélène, giovane come allora, e così l’hai rivoluta. Quelli stessi che ti videro ballare, che per te ebbero invidia, ti hanno visto stavolta con gli occhi dello sbigottimento, cercare di ridare vita ai morti, giù al cimitero. Sono cose che non si fanno da queste parti, tra persone perbene.

Ma a te importava solo riavere Hélène, e con lei il sogno della tua giovinezza. Hai dettato nuove condizioni a lei che era morta da un pezzo. Sei sgattaiolato nottetempo fuori e te la sei ripresa. Dopo averla cercata in ogni ruga, l’hai ritrovata lì dove l’avevi lasciata, sotto tre metri di terra. L’hai riportata a casa e con parole antiche, le hai ridato vita.

Diglielo in faccia adesso a Hélène quanto la ami, in quel viso albergo di vermi, guardala là dove c’erano gli occhi, in quella tana di talpa dove un tempo stava comodo un cuore. Non la sopporti la vista di questa bambola fatale che allunga le braccia verso di te, che ti vuole baciare che ti chiama amore e che ti rende inabitabile la casa. Cosa pensavi sarebbe successo, Dr. La Rouge? Il tempo passato va lasciato là dove lo abbiamo perso.

Non c’è più altro da fare. Dal cassetto estrai il coltello, la lama cerca il polso. Scavala questa vena, Dr. La Rouge, cercaci dentro il segreto che ti tiene in vita. Questo è l’unico modo. Solo così, adesso capisci, sarai finalmente felice. Libero, per sempre, dal male e dal tempo. 

cerri filippo bio

Filippo Cerri (1991) vive a Orbetello. Collabora con un’agenzia video con cui realizza prodotti audiovisivi. Ha pubblicato racconti in alcune riviste letterarie (Split, In fuga dalla bocciofila) e in antologie curate da Effequ.