Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: febbraio 2022


Sperduti racconto

differita

Un racconto di Carlo Sperduti
Numero di battute: 1409

Il fatto è che io vivo tra un minuto, o tu un minuto fa, come preferisci. Non ho mai avuto il coraggio di dirtelo, ma è così.

La cosa non è facile da gestire: per parlare con te devo ricordare cosa dicevi precisamente sessanta secondi fa, ogni volta, per ogni singolo scambio di battute.

Quando sei già sulle scale ti stai allacciando le scarpe in camera da letto e mi chiedi se preferisco andare a piedi o in auto. Ancora un minuto prima ho incominciato a contare – non faccio altro che contare e immagazzinare e incrociare dati – e sulla seconda rampa ti dico che mi andrebbe una passeggiata mentre tu completi il nodo e per le scale mi dai un bacio.

«Il fatto è che io vivo tra un minuto, o tu un minuto fa, come preferisci.»

Parli poco e questo è un bene, ma sono stanca in ogni caso. Hai presente quando facciamo l’amore? So che inizi ad ascoltarmi solo adesso, ma io vedo già la tua faccia. Mi prendi per matta, invece sono bravissima e costante. Se sono riuscita a sopportare, e a non tradirmi per due anni, è perché ti voglio bene, davvero. Ma la mia vita è questa, fra un minuto, e la tua quella, un minuto fa.

Ecco, fra un minuto, adesso, ti sarai messo a piangere. Lo so, è doloroso, ma io merito qualcuno che viva al massimo dieci secondi fa e tu qualcuno che viva un minuto fa, come te, o magari trenta secondi fa, o fra trenta secondi, per dirla dal tuo punto di vista.

Per questo – ti prego di accettare la mia decisione, di comprenderla – fra un minuto ci diremo addio.

sperduti carlo bio

Carlo Sperduti è nato a Roma nel 1984 e vive a Perugia, dove fa il libraio. È autore di racconti, microfinzioni e romanzi. Il suo ultimo libro è Deriva (pièdimosca). È curatore del blog multiperso. Suoi testi sono apparsi in antologie e riviste, tra cui Cadillac, Costola, L’inquieto, settepagine, Grande come una città, Squadernauti, Il cucchiaio nell’orecchio, La morte per acqua, Quaderni del Collage de ’Pataphysique.

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country music, old time

Un racconto di Elisa Carini
Numero di battute: 2486

Pietro alza lo sguardo dal vinile che tiene fra le mani. «Mr. Bojangles» dice, poi mi sorride.

Country music, old time. L’abbiamo pagato due euro al mercato che fanno la domenica mattina vicino alla stazione. Pietro l’ha pescato dalla scatola di cartone abbandonata sul marciapiede prima che il proprietario smontasse il banco perché cominciava a piovere.

Pietro si annusa le dita e la ruga che ha tra le sopracciglia si fa più marcata. Sulla copertina del vinile c’è della muffa, e un vecchio che suona il violino. Bevo un sorso di vino. Abbiamo pagato due euro pure questo. Sa di aceto, ma almeno non si è brindato con l’acqua del lavandino. Pietro arrotola sui gomiti le maniche della camicia e si scosta dalla fronte una ciocca di capelli scuri.

«Scopi proprio bene» dico, e lui torna con lo sguardo nel vinile, si gratta il collo. Gli chiedo scusa, non so perché l’ho detto. 
Pietro fa: «Ma di che», e io scrollo le spalle. Quando alzo lo sguardo, Pietro mi sta fissando. Mi lancia il tappo del vino pagato due euro e che sa di aceto. La cicatrice che ha sul labbro gli deforma appena un sorriso triste.

«Scopi
proprio bene.»

Ci guardiamo senza parlare, poi Pietro fa: «Attenta», e mi allontana dal gomito la candela accesa. «A momenti finivamo arrosto» dice, e a me viene da ridere perché a volte Pietro parla proprio come un vecchio.

Quando glielo dico mi morde la guancia. Forzo una risata e allungo il piede nudo fino a sfiorargli il ginocchio. Pietro appoggia la mano sulla mia caviglia, gira la copertina floscia e ammuffita del vinile e legge il titolo di un’altra canzone.
«Questa mi sa che la conosco» mento.

Pietro si mordicchia piano l’unghia del pollice e dice che non mi crede. Quando si accorge che lo sto fissando inclina la testa.
«Be’, l’ascoltiamo o no?» Il mio tono mi ricorda quello che avevo da bambina quando mio fratello mi rubava i giochi e io gli dicevo cose come “sei una merda” o “spero che muori”.
Lui abbassa lo sguardo, poi canticchia le prime strofe della canzone e le sbaglia tutte. «Tutto okay?» mi chiede.

Io gli rispondo di sì, che va tutto bene, poi Pietro dice che ha voglia di ballare così ci mettiamo a ballare. Con il piede calpesto il tappo di sughero e Pietro mi tiene stretta, ride. Mi chiede quand’è che torna lui e io capisco che è finita davvero perché per la prima volta ha fatto il suo nome.

«Dopodomani» rispondo, e Pietro sospira.
«Abbiamo ancora un po’ di tempo» dice. Appoggio la guancia alla sua spalla e chiudo gli occhi. «Abbiamo ancora un po’ di tempo.»

Carini Elisa bio

Elisa Carini (1995) vive tra Milano e Firenze. Lavora come lettrice e traduttrice editoriale e scrive.

stefano
jossa

Stefano Jossa (1966) si muove in un triangolo tra gli estremi dell’Europa, avendo lavorato per quindici anni a Londra e lavorando ora a Palermo, ma con base tra Roma e Napoli. È tra gli accademici più sperimentali e innovativi della sua generazione: ha pubblicato studi di critica letteraria che puntano al ripensamento dei paradigmi, all'impegno intellettuale e al dialogo con la scuola. 

Tra le sue opere più significative si segnalano il volume a sei mani in inglese (con J. E. Everson e A. Hiscock), Ariosto, the Orlando Furioso and English Culture (OUP, 2019); l'excursus sull'italiano rivolto al dibattito pubblico La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana (Einaudi Stile Libero, 2018); il saggio dal sapore politico Un paese senza eroi. L’Italia da Jacopo Ortis a Montalbano (Laterza, 2013); e il viaggio nella letteratura italiana L'Italia letteraria (Il Mulino, 2006) . Di prossima pubblicazione: (con L. Curreri), In balia di Dante e Pinocchio. Per una critica della cultura italiana (Mauvais Livres, 2022).

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tutti questi ricordi

Un racconto di Giovanni Colaianni
Numero di battute: 2302

Ricordo ancora che il martedì era il giorno in cui lavorava fino a tardi, che il numero di cellulare di sua madre finiva con quattro 9 di fila, che la sua casa al mare si trovava in piazzetta Ludovico Ariosto, che mangiava la minestra solo se non c’erano le cipolle, e che non riusciva a piegare il pollice della mano destra a causa di un incidente avuto da piccolo; che diceva di saper guidare la bici senza mani, ma non lo faceva mai, che si vantava di non credere in niente, ma pregava lo stesso, che dopo il sesso gli si offuscava la vista, e che odiava uscire dopo le sette di sera; che aveva scritto un racconto che si chiamava La girandola, pieno di metafore sulla sua infanzia, ma non riusciva a farlo pubblicare, che indossava sempre i calzini a pois quando aveva qualcosa di importante da fare, per scaramanzia, e che una volta aveva sognato di giocare a tennis con Donald Trump, dopo che avevamo fatto l’amore.

Ricordo anche che chiedeva sempre quanto mancava alla fine del film, anche se gli stava piacendo, che il sapone al profumo di vaniglia gli faceva venire il prurito, che non sopportava il rumore che faceva il mio gatto quando dormiva, e che aveva la convinzione che cuocere i cibi al microonde facesse male alla salute.

«Una volta aveva sognato di giocare a tennis con
Donald Trump.»

E poi che scriveva lettere lunghissime alla sua maestra delle elementari, che gliele rispediva corrette nella forma e nei contenuti, che non era mai d’accordo con i pareri dei giudici dei talent show, e che ogni volta che elencava in ordine alfabetico tutti gli stati dell’Unione Europea, dimenticava sempre la Lituania; ma anche che guardare la luna gli faceva venire le vertigini, che i puzzle gli facevano perdere subito la pazienza, e che credeva all’esistenza del mostro di Loch Ness, ma non a quella degli extraterrestri; che il suo libro preferito era I pilastri della Terra, ma non aveva mai finito di leggerlo, che camminava sempre a piedi nudi per la circolazione, ma poi si prendeva il raffreddore, che non rispettava mai gli orari e si perdeva nelle vie del centro storico.

Ricordo pure che è iniziato ad andare tutto a puttane quella volta che mi chiamò con il nome del suo ex, e che aveva un maglioncino rosso il giorno che mi disse che sarebbe stato meglio rimanere solo amici. Da allora continuo a chiedermi cosa farmene di tutti questi ricordi.

Colaianni Giovanni bio

Giovanni Colaianni è nato a Lecce nel 1992 e si è laureato in Giurisprudenza all’università del Salento. Da sempre appassionato di storie, parla di libri sulla sua pagina Instagram Lastanzadigiovanni.

Filippo Avigo racconto

santa maria dei servi

Un racconto di Filippo Avigo
Numero di battute: 2448

Le chiese erano deserte, non ci andava più nessuno. Forse per questo a lui piacevano ancora. Santa Maria dei Servi soprattutto, con quel profumo di legno antico che gli ricordava la casa dove viveva sua madre.

Si piazzava spesso in uno dei primi banchi della navata sinistra e, se c’era una messa, un po’ ascoltava il prete e un po’ sbirciava la pala di Cimabue – che poi chissà se era davvero di Cimabue – nella cappella di fianco all’altare. Con tanto di Madonna, bambino e angioletti imbronciati.

Quella domenica, quando uscì di casa, l’umidità fredda gli si ficcò nelle ossa. Era una sensazione strana, ma non gli spiaceva. Si strinse nel cappotto come se stesse abbracciando una donna e, sorridendo, si avviò sotto i portici di via Guerrazzi.

«Con tanto di Madonna, bambino e angioletti imbronciati.»

Raggiunse il cortile antistante la chiesa e ne percorse il perimetro fino ad arrivare all’ingresso laterale, quello che affaccia su strada Maggiore. Spinse l’ampio portone e s’incamminò lungo la navata sinistra senza fare rumore. Sedette in uno dei primi banchi, poco lontano dall’altare.

Nonostante la penombra, da lì la Maestà di Cimabue si vedeva bene. E a lui piaceva un sacco. Gli facevano simpatia gli angioletti ma, soprattutto, gli sembrava di ritrovare nel viso della Madonna alcuni tratti delle donne che aveva amato. Anche se, a guardarla bene, la figura a cui il maestro si era ispirato non doveva somigliare a nessuna di loro, con quello sguardo che trasudava una sana e irrimediabile ingenuità.

«Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio…» Il prete leggeva il Vangelo con voce solenne, come se la chiesa fosse gremita di fedeli. «… Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?»

Provò a immaginare l’imbarazzo di Gesù; se non ricordava male ci aveva messo il suo tempo a rispondere alla domanda.

«... Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.»

Ecco, infatti. Mica aveva risposto subito.

«Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro...»

Il prete interruppe la lettura con una pausa da attore. Voleva creare suspense, ma lui sapeva già come la storia andava a finire. E non aveva neppure voglia di sentirla di nuovo.

Tornò a concentrarsi sul dipinto. Gli angioletti erano sempre imbronciati ma, per un attimo, la Madonna ricambiò il suo sguardo con un sorriso malizioso. Scosse adagio il capo, rassegnato. Poi, senza aspettare che iniziasse l’omelia, si alzò e s’incamminò verso l’uscita.

avigo filippo bio

Filippo Avigo ritiene la scrittura un hobby egocentrico di cui è preferibile non abusare. Di solito preferisce leggere, ma in qualche occasione gli è capitato di cedere alla vanità, lasciando trascurabili tracce in un paio di antologie e nel romanzo Inutili omicidi (Libromania, 2014).