Pastrengo Agenzia Letteraria

Monthly Archives: giugno 2021


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una mattina insieme

Un racconto di Carlo Paolo Cattaneo
Numero di battute: 2462

Se ne stava sdraiata sotto i pitosfori scottati dal sole nelle ore più calde della mattinata, quando il vento freddo della notte si era placato e la brezza salata e profumata che viene dal mare nel primo pomeriggio non si era ancora alzata e restavano solo l’afa e il profumo acido della resina che colava sui tronchi e la polvere che si posava sulle foglie, e si godeva il fresco dell’erba verde e molto piacevole sul ventre abbronzato e sulle gambe lunghe e delicatamente storte, sul collo dei piedi e tra le dita dei piedi e sull’arco delle clavicole e sul seno piccolo e pallido e carino che si gonfiava a ogni respiro profondo, giocava con gli steli dei fiorellini rosa e blu e sorrideva, e respirava solo un poco affannata mentre il sole le arrossiva le natiche piene e sode e bianchissime appena oltre la linea del costume azzurro, striminzito e madido, e le goccioline di sudore la coprivano dai fianchi fino alla base del collo, profumate e con un buon sapore dolce e caldo e salato per l’olio al cocco su tutta la pelle;

poi rideva solo un attimo e tendeva le dita piccole delle mani piccole, rideva di nuovo e chiudeva gli occhi, e il suo profumo era molto buono e sapeva di cocco e pesche mature, poi si sdraiava sulla schiena con gli occhi nei miei e le belle gambe muscolose distese sul prato,

«Poi rideva
solo un attimo.»

e adesso respirava più velocemente, la schiena iniziava a inarcarsi e la sentivo scivolare rapida e decisa, sentivo le gambe annodarsi e strusciare sull’erba calda e bagnata, e sorrideva con un bel sorriso sulla faccia rossa e piccole rughette bianche raccolte intorno alle palpebre, chiuse e strizzate, con le labbra che si spalancavano e si richiudevano assecondando il respiro irregolare e caldo, dolcissimo nelle orecchie, e la sentivo piccola e carina mentre si agitava, il sole caldo e la pelle bollente e rossa, le cosce forti e le labbra morbide e le mani frenetiche affondate nell’erba; poi rallentava e si fermava e si stendeva sull’erba ancora fresca e verde, le goccioline di sudore sulla pelle rossissima e ancora profumata, e i bei muscoli forti delle cosce rilassati sul mio corpo, intorno alla vita, e respirava piano e sorrideva molto, e sorridevamo molto e stavamo molto bene, ed era una buona giornata per restare abbracciati sull’erba ad aspettare il vento dal mare; e il giorno fu molto buono e caldo e soleggiato, e i giorni successivi furono sempre molto buoni, e fu un anno buono per tutti e due, il migliore che passammo insieme.

bio carlo paolo cattaneo

Carlo Paolo Cattaneo (Milano, 1994). Laureato in Economia Aziendale, consegue un master in Marketing. Vive a Milano. Scrive.

Nicola Paccagnani racconto

cinque mesi

Un racconto di Nicola Paccagnani
Numero di battute: 2327

Cinque mesi oggi, cinque mesi più un’ora. Ne sono sicura anche se l’orologio sopra la porta, quello troppo in alto per me, ha smesso di contarle, le ore.

Cinque mesi e la tv sempre accesa non riesce più a sovrastare il frastuono del tuo respiro corto al telefono, delle parole tronche, delle frasi mai finite. Quei suoni esistono nei miei ricordi, e sono assordanti, inestinguibili.

Dopo cinque mesi, lascio sempre un filo d’acqua scorrere dal rubinetto quando ho finito di lavare i piatti, e non spengo più la luce uscendo dalla camera da letto. A volte mi dimentico di queste piccolezze, e quando poi me ne accorgo mi prende paura, penso che ci sia qualcun altro in casa. Per quei piccoli sobbalzi del cuore, rendo grazie ogni giorno. È in preda a quell’eccitato timore di non essere più sola che vorrei vivere il resto dei miei giorni.

«Quei suoni esistono
nei miei ricordi.»

Ma la casa senza te è un deserto, e così anche tutto il vicinato. Amedeo è bloccato in Inghilterra e non può tornare. A volte telefona, ma io non ho sempre voglia di rispondere. So che non è bello, ma mi spiace troppo non poterlo vedere. All’inizio attaccavo la sua foto all’angolo dello specchio e stavo lì a guardarla mentre mi vedevo riflessa, come negli schermi dei telefonini. Ma la foto continuava a non parlare e io mi sentivo ridicola.

Il pomeriggio che ti sono venuti a prendere, cinque mesi fa, è saltata la corrente in tutto il quartiere. Io sono rimasta sola a osservare il buio e ascoltare il silenzio fino a mattina. Non te l’ho mai detto, ma non ho avuto paura. Ho acceso un cero e ringraziato il cielo che la luce e il calore di casa ti fossero venuti appresso in ospedale.

Da cinque mesi non vedo la tua schiena o tocco le tue spalle. Ma il dispiacere più grande è non riuscire più a sentire il tuo odore sulle camicie. Hanno detto che te ne sei andato, ma io so che non è così.

Da quando ti aspetto, cinque mesi ormai, porto sempre al collo la catenina che tua madre mi regalò il giorno del nostro matrimonio. So che a te non piace vedermi con i gioielli addosso, ma cinque mesi possono essere un tempo lunghissimo quando si è lontani, e io voglio essere sicura che tu mi riconosca.

Ecco, ora suonano alla porta. È la prima volta in cinque mesi. Tipico tuo, farmi aspettare tutto questo tempo, ma non importa, non sono arrabbiata. L’importante è che tu sia venuto a prendermi.

paccagnani nicola foto

Nicola Paccagnani è nato nel 1984. Nella vita ha fatto il musicista, il teatrante, l'assistente scenografo, l’operatore di ripresa e altri mestieri poco remunerativi. Dal 2013 vive a Londra dove lavora, scrive e sta imparando a fare il padre. Suoi racconti sono apparsi sulla rivista Atti Impuri e nell’antologia Il tempo sospeso (Temperino Rosso 2020).

zangaro valeria racconto

e se non si vede

Un racconto di Valeria Zangaro
Numero di battute: 2231

Una sera di ottobre, dopo aver bevuto la sua tazza di camomilla e aver spento l’abat-jour, Marlena scoprì la paura per il buio. Prima di allora si muoveva nell’oscurità di una stanza senza problemi. Persino da bambina non aveva mai temuto il buio, come invece era accaduto al suo fratellino che credeva ai mostri della notte e che, per farlo addormentare, i suoi avevano dovuto installargli in camera una di quelle lampade rotanti che proiettavano al soffitto profili di pesci in mezzo a tante stelline colorate.

Molte volte Marlena aveva provato a rompere la lampada del fratellino. E quando i genitori le avevano chiesto, convinti che la sua fosse solo gelosia, se per caso anche lei desiderasse una lampada proiettore in camera sua, Marlena aveva rifiutato. Non che fosse particolarmente coraggiosa. Semplicemente pensava che se qualcosa non si vedeva allora non poteva esistere, e se la paura non si vedeva allora anche quella non esisteva; perciò non capiva la paura del fratellino e si arrabbiava con lui.

«Semplicemente pensava che se qualcosa non si vedeva allora non poteva esistere.»

Ma quella sera di ottobre di vent’anni dopo, Marlena la vide per la prima volta, lei, la paura: un profilo sfuggente senza angoli, informe ma presente perché toglieva spazio allo spazio, e toglieva aria all’aria nella sua stanza: è così che Marlena la percepì. Eppure, quando accese la luce per vedere meglio, la paura sparì e con essa anche lo spazio tornò quello di prima. E allora spense nuovamente la luce, ché la paura si insinuava lì, in tutto ciò che non era chiaro, riprendendo volume e formando un rivolo di vuoto che avrebbe risucchiato tutto, se Marlena non avesse riacceso subito la lampada; come in effetti fece. Poi guardò verso il letto di Greta, la sua compagna di stanza che, ancora assonnata, le ordinò di spegnere. Ma Marlena, che aveva ancora il dito sull’interruttore, non obbedì.

«Spegni, ti ho detto.»
«Non posso.»
«È per tuo fratello?»
Ma Marlena non reagì.
«Perché non cerchi di dormire?»
«E se lui si sveglia?»
«I tuoi ti chiameranno e andrai in ospedale, ma adesso non ha senso che te ne stai lì a fissare non si capisce cosa.»
Marlena guardò verso l’angolo dove aveva visto la paura. «Il buio.»
«Be’?»
«Dici che possiamo mettere in camera una di quelle lampade per la notte? Ne ho una a casa dei miei.»

valeria zangaro bio

Valeria Zangaro è di origine calabrese. Ha vissuto tra l’Italia e la Germania crescendo da bilingue. Per adesso abita a Monaco di Baviera, ma giura che se ne andrà prima o poi. Si possono trovare suoi racconti su riviste come Neutopia, Narrandom, Altri Animali, L’Ircocervo, Verde, Fantastico!, Voce del Verbo e altre. Ha seguito i laboratori di scrittura della Scuola Holden e si è formata come correttrice di bozze presso Oblique Studio. È redattrice per Rivista Blam.

racconto iacopo russo

iacobus i

Un racconto di Iacopo Russo
Numero di battute: 2491

Ho avuto la sfortuna di chiamarmi Iacopo. In patria tutti rispondevano alle mie email iniziando con: Caro Jacopo. Per lungo tempo non li ho corretti. Mi sono tenuto la rabbia dentro. Ma se io scrivevo Iacopo nella firma, perché loro dovevano rispondere con Jacopo nel saluto?

Poi ho contribuito io stesso alle mie sventure. Mi sono trasferito all’estero, in un Paese anglofono, per studiare Matematica. Nei primi mesi, indeciso se considerarmi espatriato o immigrato, ho pensato di cambiare nome. Di inglesizzarlo, come fanno i cinesi. Jack, Jake, Jacob.

Ho ricevuto un’email che mi negava uno stage. Diceva: Dear Jake, Thank you for your interest. We have received many exceptional applications... Ho lanciato il telefono contro il muro. Poi l’ho raccolto, lo schermo non si era rotto, ho risposto con un’email piena di insulti, tutta in lettere maiuscole.

«State leggendo
un font serif
o sans serif?»

Da quel giorno, ho deciso di andare fiero del mio nome. Ho ricominciato a firmarmi Iacopo. Ma non ha fatto che peggiorare le cose. Gli anglofoni hanno cominciato a pensare che fossi uno distratto. Che fossi uno sbadato. Hanno cominciato a pensare che la I maiuscola fosse una l minuscola. La vedete, la differenza? State leggendo un font serif, o sans serif? Hanno cominciato a pensare che firmassi il mio nome con l’iniziale minuscola. Ho ricevuto email di risposta che iniziavano con: Dear Lacopo. Non ci ho più visto. Ho sbarellato.

Nella cittadina di Cambridge, all’interno del Trinity College, il più prestigioso di tutta l’università, c’è una cappella. L’hanno fatta costruire due regine: Maria ed Elisabetta I, nel Cinquecento. Sul pavimento, sui muri, sui soffitti è pieno di iscrizioni e targhe commemorative. I nomi sono scritti in latino: Gulielmus, Richardus, Ludovicus. Girando un poco, ho trovato anche il mio. È il nome di un re: Iacobus I.

Galvanizzato dalla scoperta, ho pensato che tutti dovessero saperlo. Ho chiesto il permesso alla statua di Newton e alla fine l’ho fatto. Al centro della cappella c’è un enorme organo ad azione meccanica. La sua posizione favorisce l’acustica. Mi sono intrufolato, ho salito le scale, e ho cominciato a suonare. Nel frattempo gridavo, in latino: Iacobus est nomen meum, quod est nomen regem. I turisti, confusi, mi fotografavano.

La polizia è arrivata poco dopo. C’è da dire che gli agenti britannici sono molto cortesi. Mi hanno fatto compilare dei moduli. In ogni casella intitolata Name, a lettere maiuscole, con la cura di chi firmi un regio editto, ho vergato: Iacopo.

bio iacopo russo

Iacopo Russo (1993) è allievo del corso annuale di Scrittura della Scuola Belleville di Milano. Ha conseguito una laurea in Ingegneria dei materiali all'Imperial College di Londra e un dottorato all’università di Cambridge, dove ha condotto ricerche sulla sostenibilità ambientale dei processi manifatturieri. I suoi interessi scientifici e letterari confluiscono in una newsletter che si chiama Il Sistema Periodico ed è ospitata da Substack.

mongiovì marina racconto

falangi

Un racconto di Marina Mongiovì
Numero di battute: 2449

Quell’estate Caterina era stata inghiottita da vicolo Floresta, tra le due e le quattro del pomeriggio. Per noi era la stagione delle canotte sudate e delle croste sui ginocchi. Quando lasciavamo le case, le mamme ci gridavano di stare attenti agli zingari. Il campo era stato sfollato due anni prima ma il sospetto di un ritorno dei Camminanti era sempre in agguato.

Scendevamo verso le campagne, armati di canne e bastoni. Ci addentravamo negli agrumeti colpendo i rami rugosi degli aranci. Trucidavamo lucertole che sotterravamo tra ciuffi di acetoselle e cuscini di borragine. C’era chi si nascondeva dietro un albero e tendeva un’imboscata. Bum! Qualcuno cadeva, qualcun altro rispondeva al fuoco nemico.

Arrivavamo fino al greto del fiume, cercavamo i ciottoli più piatti, li facevamo rimbalzare sull’acqua. Il fiume, in quel tratto, era più sassi che acqua, che scorreva pigra e verdognola. Catturavamo i girini per il solo gusto di vederli agonizzare e, tra il cicaleggio e il gracidare, echeggiavano le nostre male parole.

«Colpimmo
una, due,
tre volte.»

A volte ci spingevamo oltre, fino alle colline di mano di vecchia. Rocce calanchive che l’acqua e il vento avevano modellato per far vedere, a noi bambini, le lunghe e raggrinzite falangi di streghe. Si infilzavano, come radici, a cercare qualcosa che si perdeva al centro della terra. Una volta provammo a scavare, ai piedi di una di quelle colline. Trovammo delle monete di bronzo e dei pezzi di terracotta. Un tesoro che custodimmo gelosamente, sotto un albero di carrubo.

Sul finire dell’estate, partimmo armati di fionde per una battuta di caccia. Sarebbe stata una strage di lucertole e ramarri, i più abili puntavano a passeri e cardellini. La squadra si inoltrava tra ulivi e aranci, marciavamo sopra l’erba alta, incuranti delle macchie di malva e dei campanelli di vilucchio; risuonavano i muri di pietra al passaggio delle nostre armi da guerra. Vicino al fiume il vento scuoteva i salici e faceva fischiare le canne mentre veloci nuvole bianche ci sorvolavano la testa, creando ombre sull’acqua che rifluiva piano.

Tra la ghiaia e i giunchi, Luigi vide una macchia nera. Corremmo tutti in rappresaglia, caricammo le nostre fionde. Colpimmo una, due, tre volte. Ma la macchia era inerme, stava lì da chissà quanto tempo.

Ci ritrovammo, tutti in cerchio, davanti alla preda. I capelli di Caterina si ramificavano come rampicanti. Sembravano falangi di giovane strega conficcate, come radici, nella terra muta.

Mongiovì Marina

Marina Mongiovì (1982) nasce nella provincia etnea poi, per amore, si trasferisce a Palermo. Ha una laurea in scienze della comunicazione, ha cambiato spesso lavoro e collaborato con testate giornalistiche locali. Oggi fa la mamma, scrive racconti e scatta fotografie.