Pastrengo | rivista e agenzia letteraria

Monthly Archives: maggio 2021


elena
marinelli

Elena Marinelli è nata in Molise vicino a un passaggio a livello, ha studiato a Bologna, ma da diversi anni vive a Milano.

Legge i libri degli altri per «ilLibraio.it» e scrive di sport su «L’Ultimo Uomo». È autrice del romanzo Il terzo incomodo (Baldini+Castoldi 2015) e della non-fiction Steffi Graf. Passione e perfezione (66thand2nd 2020), oltre che di racconti pubblicati su riviste online.

Ha una passione smodata per le newsletter, infatti ne ha aperto una: si chiama Novelz.

racconto Gianluca Ferrittu

siamo stati felici

Un racconto di Gianluca Ferrittu
Numero di battute: 2492

Pioviggina ancora. Da quando sono arrivati in città non è successo altro che questo e ora le strade sono fradice. L’acqua stagna nei saliscendi dell’Avenida. Francesco porge il braccio a Elisa, ma lei fa finta di non vedere e accelera il passo.

«Andiamo?» dice lei.

Francesco sospira. Il funerale è a São Domingos e la strada per arrivarci gli sembra infinita. Le gocce piombano giù di traverso, gli bagnano la fronte e le mani. Pensa “Che ci faccio qui?”. Si accende una sigaretta e il fumo si mischia all’odore umido dell’acqua sulla strada.

I due poi scendono a Restauradores, con l’obelisco alto e grigio, il cielo coperto. Le nuvole sopra i tetti appuntiti del Bairro Alto tremano. Francesco le guarda ed è quasi contento che stia piovendo. Che l’azzurro brillante di quel posto non ci sia, nemmeno un lembo.

«Cos’è
cambiato?»

«Cos’è cambiato?» chiede Elisa guardando la piazza.
«Hanno rifatto la facciata dell’Altis?»
«Forse.»

I taxi girano intorno alla piazza. Gruppi di turisti si muovono in macchie di ombrelli colorati. Due vecchi arrivano dalla travessa accanto. Un lustrascarpe si appoggia al corrimano metallico del metrò, in attesa.

A Francesco sono rimasti dei ricordi sfocati di quel posto. Una volta in quella piazza erano innamorati, ridevano. Ora vorrebbe dire a Elisa: “È triste ricordare”, oppure “È triste farci caso”. Ma invece dice solo: «Ci aspettano da qualche parte?».

«Direttamente lì.»

Allora si incamminano verso Rossio. Passano davanti al Teatro Nacional. L’altra piazza pombalina è distesa accanto, in alto c’è il granito del Carmo. Il vento arriva dal fiume, gli scuote le giacche scure. Elisa si tocca il ventre, come se ci fosse ancora qualcosa di vivo dentro. Come se la loro tragedia non fosse successa.

Francesco la vede e dice: «Hai freddo?».

Lei scuote la testa. Sarà la pioggia, ma nessuno cammina a Rossio. I gazebo delle padarias si gonfiano bruschi, la chiesa è già oltre l’angolo della praça. Ne scorgono i cornicioni rotondi e alti della facciata e l’albero davanti.

Fuori le persone li riconoscono, li abbracciano. Dicono: «Querido, como estás?». E a Francesco sembrano invece dire: “Perché qui? Perché noi?”. La cantilena dura comunque poco: il portone è aperto e li inghiotte uno a uno. Francesco è l’ultimo della fila. Tentenna un secondo sulla soglia prima di entrare. Guarda l’acqua battere sui lampioni spenti, quello che si intravede di Travessa do Forno. Anche lì siamo stati felici, pensa. Poi da dietro una mano gli afferra il braccio, lo convince a entrare.

bio-gianluca-ferrittu

Gianluca Ferrittu è nato nel 1994 e vive a Lisbona. Oltre che su Pastrengo, suoi lavori sono apparsi su L’inquieto, Tuffi, Risme e ItalianDirectory. Il suo racconto Un lavoro pulito ha vinto nel luglio 2018 il (fu) Premio Treccani Web come eccellenza del giorno in lingua italiana. 

lombardi rizzo racconto

la sorella

Un racconto di Annalisa Lombardi e Helena Rizzo
Numero di battute: 2497

Uscii di casa, passai per via San Giovanni in Porta, gli occhi bassi ai basoli scuri e levigati; in alto le immagini dei quarti di bue fuori dalla macelleria, i motori dei condizionatori, i muri sbrecciati e non intonacati. Tagliai sotto Porta San Gennaro e fui subito a via Foria. Dove sei? Maledettissimo pezzo di stella, cadendo hai colpito il mio cuore, lo sai? – Gigi D’Alessio usciva da una delle finestre.

Mamma mi aveva chiesto di andare a prendere Alessia all’aeroporto. 
Recuperai la macchina – le chiavi mi caddero a terra due volte prima di ingarrare la toppa – e andai verso l’Albergo dei Poveri.
Che aveva da fare a Napoli mia sorella?  

«Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata.»

Alessia, la ricercatrice, con gonna e giacca fin dal liceo. Alessia, che mi faceva fare la serva, mentre lei si teneva per sé la parte della signora quando giocavamo al teatro. Quella che alle feste veniva invitata a ballare da tutti i miei compagni, tarchiata, ma con gli occhi magnetici e un caschetto perfetto di capelli lisci. 
Alessia – che al nostro migliore amico chiedeva: chi preferisci, me o mia sorella? – era anche quella con cui mangiavo il gattò di patate di nonna nel lettone, mentre parlavamo fitto fitto dei maschi. Tutto insieme, tutto mischiato. 
Da quando non viveva più a Napoli, ero sollevata. 

Mentre guidavo, accostai con le quattro frecce accese ed entrai in un bar. Chiesi un bicchiere di plastica e poi andai in bagno. Feci pipì nel bicchiere e rimasi a guardare la cartuccia del test di gravidanza per un eterno minuto. Ecco, le linee c’erano. 
Avevo un calore nel petto che si irradiava, e io me lo volevo prendere tutto, quel calore, ma ora dovevo andare da Alessia. 

«Che cazzo!» mi avrebbe detto, «ma sei pazza? Che ti sei presa a fare una laurea, se poi devi stare a casa a fare bambini?»
Il suo odore, dolce e pungente, già lo sentivo e mi nauseava. Il caldo nella macchina mi mangiava la faccia. «Sei arrivata tardi!» già la sentivo, nella mia testa, sbraitare. Girai la macchina e parcheggiai su un marciapiede. Dovevo camminare. 

M’infilai in via Santa Maria di Costantinopoli, poi mi buttai su via Toledo, percorrendola tutta, a passo svelto, in apnea, e di lì arrivai a piazza Plebiscito e giù fino al mare. Sul molo c’era qualcuno sulle sedie di plastica a prendere il sole. 

Sincronizzai il battito con quella lentezza tutt’intorno, ero madida di sudore. Cercai nella borsa un fazzoletto, le chiavi dell’auto caddero ancora per terra. Restai impalata a fissare quella ferraglia d’argento e mi venne voglia di ridere.

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Annalisa Lombardi si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli e, arrivata a Milano, ha lavorato nell’editoria. Da quando ha quarant’anni lavora nel no profit e scrive. Ha pubblicato un reportage dall’Uganda su Topolino e ha scritto di Pirandello, Kafka, Fenoglio e Saramago per la collana Panoramica Letteratura di Centauria.

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Helena Rizzo si è laureata in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli ed è docente di Italiano nella scuola secondaria. In passato ha lavorato nel cinema, per lo più come assistente alla regia, per i film, tra gli altri, di Ruggero Cappuccio (Rien va), Stefano Incerti (Gorbaciof), Giuseppe Gagliardi (Tatanka), Alessandro Piva (I milionari), e si è diplomata alla scuola di sceneggiatura Tracce s.n.c.

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la casa che brucia

Un racconto di Giacomo Zibardi
Numero di battute: 2446

Un giorno la casa cominciò a bruciare. Nessuno sa quando. Da quel giorno la casa non ha smesso di bruciare. Un fenomeno incomprensibile che sfugge alla cosiddetta letteratura scientifica. La casa brucia senza consumarsi. I muri, i serramenti, la porta, i pavimenti, la mobilia, tutto sopravvive nel rogo. È la particolare natura di una fiamma perpetua a conservare la casa? O è la natura particolare dei materiali con cui la casa è costruita a conservare la fiamma? 

Comunque nulla, al momento, assicura con dati scientifici inequivocabili che la casa arderà per sempre senza bruciare. Tant’è che, talvolta, piccoli oggetti della casa sono stati trovati combusti, inceneriti. Cose di poco conto, come uno stuzzicadenti.

«La casa brucia senza consumarsi.»

La particolare temperatura delle fiamme che avvolgono la casa, circa ventitré gradi, ha reso possibile trasformare il sito in un’attrazione turistica. Così lo scorso mercoledì mi sono messo in macchina. Dalla città ci vuole un’ora e mezza. Lasciate le strade a scorrimento veloce ci si incunea nella campagna che precede il delta del fiume. Terre senza legge. Un piatto orizzonte agricolo. Adesso che è inverno la nebbia galleggia sopra i campi. Forse l’inferno è fatto così. Pieno di freddo. Non caldo. Un freddo che brucia.

Da qualche parte in mezzo a questo inferno la casa che brucia è un faro di fuoco. Si vede, per così dire, da lontano, e sembra un sogno o un’allucinazione. Da vicino, invece, ha tutto un altro aspetto. È estremamente reale, vera, viva. Due piccole finestre, la porta nel mezzo. Le lingue di fuoco danzano fin sopra il tetto. Hanno un colore ora arancione, ora violaceo, ora blu e giallo.

Siamo un gruppo di sei persone. Ci viene descritta in breve una storiella sull’origine dell’incendio. Prima di entrare bisogna indossare una speciale tuta ignifuga, dei sovrascarpe di feltro, e cospargersi il volto con una pomata. La ragazza che ci guida è molto gentile. Serve a non scottarsi, dice, la visita durerà un quarto d’ora.

Dentro: spazi anonimi. Il tavolo di legno sgraffignato, un piano cottura arrugginito. Dei bicchieri. I colori delle pareti inalterati, bianchi. Tutto è annegato nelle fiamme. Si percepisce un leggero tepore. Il fuoco sembra finto. Una proiezione. Quanto pesa una fiamma? Cerco di afferrarne una. Forse è il mondo che va a fuoco. Forse tutto brucia, ogni cosa, tutto, ogni cosa è preda dell’incendio. Come è possibile sopravvivere nel rogo? Vivere nell’indifferenza della fiamma?

zibardi giacomo bio

Giacomo Zibardi (1993) è nato a Milano. Talvolta vive a Roma per lavoro. Ama passeggiare nei centri commerciali e nei cinema multisala. Altri suoi racconti si trovano su Nazione Indiana. 

racconto Annalisa Maitilasso

tornate a trovarci, inshallà!

Un racconto di Annalisa Maitilasso
Numero di battute: 2500

Avevamo affittato una casa bianca con la porta blu nel quartiere più visitato di Rabat. Le stradine, concave e verniciate di bianco, rispedivano al mittente le luci e i rumori; tutto rimbalzava come su un lenzuolo teso. Il gallo dei vicini, la mattina, ci sembrava di averlo nel letto, in mezzo a noi. Tu strizzavi gli occhi, assonnato, cercando riparo contro le mie ascelle.

«’Sto cazzo di gallo, tutte le mattine» protestavi.

Un attimo dopo, sentivamo lo spazzino col suo tramestio esuberante. Sarebbe stato meglio andare a vivere in uno dei quartieri borghesi del centro. Ma io volevo stare lì in mezzo alle foto dei turisti. La nostra porta era la più fotografata di tutta la Kasba. Era di un blu che entrava e usciva di continuo dagli obbiettivi dei telefonini, un blu trasognato in grado di penetrare nei ricordi delle vacanze.

«La nostra porta era la più fotografata di tutta la Kasba.»

La casa dentro era poco luminosa, nonostante la terrazza. Sembrava una grotta sottomarina. Ci abitavamo io, te e una colonia di scarafaggi. Li scacciavo, loro tornavano. Non riuscivo a farci l’abitudine: appena entrata in una stanza, frugavo subito negli angoli a caccia di movimento. Quella casa bellissima e fotografatissima ci sfiniva. Era piena di vita, di fantasmi, di rumori, dei figli dei vicini che si arrampicavano per venire a giocare nella nostra terrazza. Anche tu sognavi scarafaggi, sognavi cavallette, sognavi galli con la testa di turisti e le mie ciabatte ai piedi.

«Andate via» gridasti un pomeriggio a un paio di bambini.

«E dài, lasciali stare» feci io, con un sorriso ipocrita: ero felice di vederti con i nervi a fior di pelle. Finalmente uguale a me. Snervato dalla bellezza brulicante di quest’angolo di Marocco, stufo del blu, dei rumori, delle pareti spesse cinquanta centimetri eppure permeabili come membrane smagliate. Questa bellissima casa che avremmo raccontato ai nostri figli, una stranezza esotica di quando eravamo giovani, sapete, la porta era su tutte le cartoline…

Ce ne andammo un mattino, dopo aver salutato lo spazzino, abbracciato i vicini – «Tornate a trovarci, inshallà!» – e coperto i bambini di regali, matite e caramelle. Ci trasferimmo in un appartamento vicino alla stazione di cui controllammo subito che gli infissi fossero ben saldi e il pavimento lucido. Ero triste, mi sentivo stranamente svuotata, addirittura esiliata, lontana da quel piccolo microcosmo accogliente. Tu guardavi incredulo la mia faccia tirata, finché sulle pareti lisce, color ocra, non ci parve di vedere il guizzo di una creaturina veloce.

maitilasso annalisa bio

Annalisa Maitilasso, trentanove anni, vive in Spagna, è antropologa di formazione. Lavora in una ONG che si occupa di persone rifugiate. Ha vissuto in città diversissime: Bamako, Tolosa, San Francisco, Rabat, Tokyo, Venezia. Da molti anni risiede a Madrid. Ha vinto diverse borse di studio per partecipare ai corsi della scuola Belleville, tra cui un terzo premio al concorso Molto forte, incredibilmente lontano. Suoi racconti usciranno sulle riviste Blam e Grande Kalma. Ha un blog di liste in cui ogni tanto scrive per tenersi in allenamento: https://strangerlists.wordpress.com